Voci dalla rete

lisa orlando

Ida
Accorsi

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Catellani

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Rosanna
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Lisa
Orlando

Voci dalla rete

Perlungavita.it diventa grande, si fa nuovi amici, li accoglie in casa propria, li ringrazia per aver accettato l’ invito a costruire una preziosa rete di persone che guardano alla vecchiaia in modo positivo. Tutte le persone che fanno parte di queste “Voci” hanno già scritto per PLV dalla loro finestra aperta.

  • Ivano Baldini, presidente dell’Associazione AlzheimER Emilia Romagna, ha già raccontato, oltre alla sua vita, cosa è, cosa fa questa organizzazione. Su PLV ci farà conoscere esperienze nuove promosse dai familiari.
  • Diana Catellani ha accettato di aprire un altro suo blog, oltre a quello personale “nonnaonline” per raccontare il suo percorso con gli strumenti digitali, tra ostacoli e soddisfazioni.
  • Rita Rambelli è stata l’apripista, per testimoniare che gli anni sono una convenzione anagrafica, ma che si può andare “ Oltre l’età” per continuare ad essere curiosi del mondo.
  • Rosanna Vagge, anche lei già collaboratrice, medico e amante della scrittura , racconta le sue esperienze e la sua vita accanto ai vecchi delle residenze protette, ma non solo. In questa piacevole compagnia continuo le mie riflessioni sulla qualità della cura nei servizi, parlando di assistenza domiciliare.
  • Lisa Orlando, architetto, con una tesi sulla casa  idonea per gli anziani con l'Alzheimer, amante della lettura della montagna, ma anche della gioia dello scrivere: poesie, articoli, libri.Nel frattempo ha ottenuto un master in Comunicazione.
  • Ida Accorsi, insegnante di asilo nido in pensione, appassionata di Gianni Rodari e di confronti intergenerazionali coltiva i suoi interessi con l'aiuto del web.


diana catellaniNell’avvicinarsi della “Giornata della Memoria” molte sono le occasioni che ci vengono offerte per riflettere su quanto è accaduto nel cuore dell’Europa nel corso del XX secolo appena trascorso.
È nell’ambito di queste proposte che qualche giorno fa ho rivisto un film ungherese del 2005 che racconta le vicende di un ragazzo di Budapest durante la Seconda Guerra Mondiale.
Gyuri è un ragazzino ebreo, che vive serenamente con la sua famiglia fino al giorno in cui suo padre riceve l’ordine di presentarsi per essere trasferito in un campo di lavoro. In quel momento di sconcerto e di smarrimento nessuno pare comprendere bene il significato di questa “chiamata”: accanto a chi pronostica, giustamente, le cose peggiori ricordando quanto era avvenuto in Polonia, c’è anche chi ironizza su questi timori dicendo che è assurdo ipotizzare sviluppi funesti.
È così che Gyuri darà l’ultimo abbraccio a suo padre che non tornerà mai più dalla sua famiglia.
Qualche tempo dopo, mentre Gyuri si reca al lavoro a bordo di un autobus, viene fatto scendere forzatamente in piena campagna perché porta la stella gialla sul petto. Insieme a lui molti altri ragazzi subiscono la stessa sorte. Nessuno sa il perché di questo fermo di polizia e tutti restano in angosciosa attesa di ordini: verranno inviati nei campi di lavoro.
Contrariamente a quanto accade ai suoi giovani compagni di sventura, Gyuri riesce a superare la selezione che avviene all’arrivo ad Auschwitz, dove un terribile miasma dolciastro ammorba l’aria, poi da lì viene portato in altri campi dove conosce tutto l’orrore della schiavitù e della barbarie: i prigionieri vengono sottoposti a lavori estenuanti, scarsa nutrizione, mancanza di igiene, lunghe soste sotto la pioggia e al gelo. Gyuri, con l’aiuto di un adulto suo concittadino, detenuto da tempo, impara presto alcune strategie per sopravvivere, ma poi un’infezione a un ginocchio e la vita di stenti lo portano sull’orlo di una fossa comune, da cui verrà salvato all’ultimo momento dall’arrivo degli americani.
Gyuri viene rifocillato e può intraprendere il cammino per tornare a casa, ma non trova più la sua famiglia; i vicini lo accolgono, ma restano molto infastiditi dalle sue domande su quanto è successo e presto lo invitano ad andarsene dalla madre, unica superstite.
Sono le sequenze finali del film quelle che più invitano a riflettere: Gyuri pare dire che non è da attribuire al destino quanto è accaduto in quegli anni, ma alla sottovalutazione di segnali inequivocabili anche da parte degli stessi ebrei e all’inerzia e all’indifferenza di chi voltava la faccia per non vedere e non sentire.
Anche nel “DIARIO” di Etty Hillesum, leggevo con incredulità come le chiamate ai campi di lavoro fossero accettate senza troppe ribellioni. Si può arrivare, in un mondo dai valori stravolti, a far sembrare “normale” ciò che è aberrante? Come si poteva accettare di vedere dei concittadini costretti a identificarsi come minoranza sgradita per mezzo di una stella sui vestiti? Come si poteva accettare che dei bambini venissero allontanati dalla scuola o che persone adulte perdessero il lavoro in base alla loro etnia? Come si poteva accettare di veder scomparire tante persone e non chiedersi cosa fosse accaduto?
A prima vista sembra inspiegabile, ma poi sappiamo benissimo che anche oggi il mondo assiste indifferente a tanti orrori: la guerra in Yemen, in Siria, in Afghanistan, in Cecenia, le stragi ricorrenti in certi paesi africani, lo sfruttamento dei lavoratori stranieri (anche qui da noi), migranti inghiottiti dal mare o costretti a vivere all’addiaccio in pieno inverno ai confini dell’Europa, i bambini soldato, i bambini “di strada”, la morte per fame e per malattie banali di tanta gente nei paesi più poveri …. e noi cosa facciamo?
Nel migliore dei casi, cerchiamo di far tacere la nostra coscienza sostenendo questa o quella organizzazione umanitaria, ma più spesso continuiamo a fingere di non sapere accontentandoci del nostro quieto vivere.
Concludo queste righe, ricordando che anche a Fossoli, vicino al mio paese natale ci sono ancora le baracche del campo di concentramento in cui venivano rinchiusi gli ebrei, in attesa del trasferimento in Germania o altrove. Cinquemila persone transitarono dal campo di Fossoli e la gente assisteva indifferente...
Da lì partì anche Primo Levi, che ricordando quei giorni scrisse questa poesia:

Il tramonto di Fossoli  
 
Io so cosa vuol dire non tornare
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne
le parole del vecchio poeta:
"Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta,
una notte infinita è da dormire"
P. Levi

 

 

 

rita rambelliQuesto 2020 sarà sicuramente ricordato nei futuri libri di storia come “l’anno del Covid”, ma speriamo che questa tragica esperienza di migliaia di morti in pochi mesi ci porti anche a ricordarlo come l’anno del cambiamento del modello di assistenza degli anziani e dei disabili gravi, così fragili e spesso dimenticati, che in Italia non siamo neppure in grado di contare esattamente quanti questo virus ne ha falcidiati, nel chiuso delle loro abitazioni, in una casa famiglia, in un letto di ospedale o in una stanza di RSA.
In una relazione di giugno 2020 dell’Istituto superiore di Sanità si legge che a livello nazionale il 41% dei decessi nelle RSA erano “sospetti Covid” dichiarando che è emersa chiaramente la difficoltà di censire gli eventi che accadono in quelle strutture.
La scarsità cronica di personale, le diverse tariffe, i setting assistenziali diversi da Regione a Regione, e a volte anche tra Province, le classificazioni differenti dei bisogni dei pazienti con impossibilità quindi di confronto nella raccolta dati, la pochissima tecnologia, la formazione inadeguata degli addetti, sono le principali carenze e difficoltà dell’attuale sistema di assistenza degli anziani.
A tutto questo si aggiunge anche una diffusa gestione “fai da te” della parte economica che alimenta senza difficoltà le attività “in nero” e lo sfruttamento del personale.
A questo punto il Covid potrebbe diventare, dopo la tragedia delle morti silenziose e solitarie di migliaia di over 80, un’opportunità di chiarezza e di miglioramento della qualità del nostro sistema di assistenza a livello nazionale.
In palio ci sono risorse mai viste: 1.5 miliardi di euro figurano alla voce RSA nell’elenco delle proposte con cui il Ministero della Sanità si è candidato a ottenere una fetta del Recovery Fund. Il capitolo delle cure alla terza età e alla non autosufficienza viaggia su un doppio binario: da un lato l’Assistenza domiciliare integrata (ADI) – l’Italia è il fanalino di coda in Europa con appena 11 ore l’anno garantite- dall’altro la residenzialità.
Di entrambe queste cose c’è molto bisogno se teniamo conto che in Italia già oggi ci sono 4,5 milioni di ultra ottantenni, che il 33% dei nuclei familiari attuali è single e la metà di questi ha già più di 65 anni.
Oggi gli ospiti in RSA sono circa 300.000 di cui il 70% ha problemi di demenza.
Per spendere bene i fondi del Recovery Fund sarà necessario un serio monitoraggio della situazione a livello nazionale elaborando delle regole di qualità nella gestione e regole edilizie e strutturali, comparabili per tutte le RSA italiane.
Devono essere rese obbligatorie alcune figure sanitarie, infermieri, fisioterapisti ed educatori, la presenza di un responsabile medico; vanno migliorati e allargati i criteri di abitabilità e la gradevolezza degli ambienti, la disponibilità di spazi interni ed esterni per ogni ospite, le opportunità di partecipazione alla vita della comunità esterna, gli standard tecnologici che facilitino le attività del tempo libero ma anche la sorveglianza degli ospiti allettati o deambulanti e inoltre l’utilizzo generalizzato della telemedicina.
Uno dei grandi problemi in questi mesi, che vanno evitati per il futuro, è stato l’impossibilità di incontri in presenza con la famiglia, la limitazione, quando non l’abolizione dei colloqui, l’impossibilità di uscire dalla struttura per partecipare ad eventi familiari o per necessità personali dell’anziano stesso: una festa di compleanno, le Festività natalizie o quelle pasquali, acquisti nei negozi e l’abbraccio e il sorriso di un figlio o un nipotino.
Ci sono anziani, anche in buone condizioni di salute, che non possono uscire dalla RSA e non incontrano i familiari ormai da un anno…!! Trattando gli anziani o i disabili come carcerati si è creduto di risolvere il problema dei contagi, invece gli anziani pur vivendo segregati, si sono ammalati e sono morti ugualmente perché il COVID lo hanno portato dentro gli operatori, spesso scarsamente preparati ed informati sul pino sanitario e quindi incapaci di mantenere un comportamento adeguato alle necessità di sicurezza e di igiene che il problema richiedeva.
In questo periodo, in molte famiglie, alla sofferenza e alle paure per la fragilità delle persone amate si è aggiunta la tristezza della mancanza del contatto con i propri cari anche negli ultimi momenti della vita.

 

 

 

diana catellaniNella zona in cui sono nata e cresciuta io, ci pensava Santa Lucia a portare i doni e questo pare sia dovuto a un’antichissima usanza antecedente l’adozione del calendario gregoriano. A quei tempi il solstizio d’inverno era anticipato al 13 dicembre (e da qui il detto non veritiero che dice che la notte di Santa Lucia è la notte più lunga che ci sia). Era l’inizio del periodo più freddo dell’anno e per i più poveri era anche l’inizio delle sofferenze più penose per scarsità di viveri e di possibilità di riscaldarsi. Allora molte delle famiglie più abbienti solevano distribuire cibo e generi di conforto ai meno fortunati e, nel tempo, è rimasta in alcune zone dell’Italia del nord la tradizione di portare doni ai più piccoli.
Oggi si incoraggiano i bambini a scrivere la loro letterina a Babbo Natale e li si guida a chiedere quello che poi effettivamente potranno ricevere. Quando ero piccola io, nella mia famiglia non si usava scrivere nessuna letterina, forse perché era assodato che non è che ci si potesse “allargare” tanto: Santa Lucia era povera e doveva accontentare tanti bambini anche più poveri di me.
Io ero la più piccola della famiglia e l’unica che ancora riceveva regali in quell’occasione.
La sera prima mettevo un recipiente con acqua e un po’ di fieno sul davanzale della finestra per l’asinello che aiutava la Santa a portare i doni.
La raccomandazione dei grandi era quella di dormire presto e di non cercare di vedere cosa sarebbe accaduto quella notte o niente doni.
Ricordo che tutto quel mistero mi metteva ansia e andavo a letto piuttosto agitata: - Chissà cosa avrei trovato svegliandomi? E se mi fossi svegliata mentre la Santa lasciava i suoi doni, cosa sarebbe successo?-
Un po’ per l’agitazione e un po’ perché si andava a letto prestissimo, mi svegliavo anche prestissimo mentre fuori nevicava abbondantemente e i vetri alle finestre erano abbelliti dai ricami del gelo.
Dormivo nella stessa grande stanza dove dormivano anche i miei genitori, che appena percepivano che mi ero svegliata, accendevano la luce e il mio sguardo correva subito ai piedi del letto.
C’erano di solito poche semplici cose: un libricino o una bambolina, un paio di mandarini (che allora erano piuttosto rari sulla nostra tavola), qualche caramella, qualche cioccolatino, un pupazzetto di zucchero, un croccante.
In particolare ricordo un libro di poche pagine, con la copertina lucida dove predominava l’azzurro; si intitolava “La storia più bella” e raccontava in poche frasi a piè di pagina la storia della nascita di Gesù. Io stavo imparando a leggere e l’ho sfogliato tantissime volte, gustando il piacere di poter decifrare da sola quelle scritte.
Era tutto così magico! Era l’unica occasione in cui si ricevevano regali e questo faceva sì che quelle semplici cose assumessero un valore straordinario: pensavo veramente che venissero da molto lontano e che si fossero materializzate lì sulle mie coperte per chissà quale magia. Erano il mio piccolo tesoro, che cercavo di far durare il più a lungo possibile.
Nella stanza faceva molto freddo e mia madre mi copriva le spalle con una mantellina di lana, mentre mi godevo quei momenti stando seduta sul letto.
Poi bisognava comunque andare a scuola e allora portavo con me qualche caramella da mangiare durante la ricreazione e il libro da mostrare alla maestra.
Infatti quella mattina in classe, l’insegnante non cominciava subito la lezione, ma passava tra i banchi chiedendo a ognuno cosa avessimo ricevuto in dono e io allora estraevo dalla cartella quel libro e ne ero molto orgogliosa.
Oggi i miei nipotini ricevono regali ad ogni piè sospinto da nonni e zii e, pur aspettando con ansia i doni di Babbo Natale, non potranno mai provare con tanta intensità lo stupore e la gioia che provavo io.
Noi bambini di allora avevamo molto poco, ma quel poco, atteso a lungo e a lungo desiderato, ci faceva sentire ricchi e appagati.

rosanna vaggeDomenica 6 dicembre 2020
Ho deciso di concedermi una giornata di riposo, credo di averne proprio bisogno dopo mesi in cui non riesco a staccare la mente dalla pandemia Covid, dagli incessanti impegni lavorativi, ma soprattutto dalla preoccupazione di come andremo a finire.
Essendo da sempre convinta che la motivazione sia la forza trainante della vita, cerco di evitare i momenti di sconforto e di avvilimento sostituendoli con pensieri positivi oppure, e questo mi viene ancora più facile, con rabbia e voglia di azione, tanto più violenta quanto più la problematica è di natura valoriale. Mi viene voglia di appiccare il fuoco a destra e manca, per distruggere o purificare, chissà, come fossi in preda ad un delirio di onnipotenza ma, vi rassicuro, fino ad ora sono riuscita a contenere questo mio lato oscuro, ed al massimo ho distrutto le presine da cucina, non accorgendomi che erano troppo vicine al fuoco acceso sotto la pentola. Confesso anche che essere chiamata Che Guevara o definita rivoluzionaria anarchica, come non pochi fanno, non mi disturba affatto, anzi lo considero un vanto.
Sto aspettando Bianca, la mia quarta nipotina, concepita in piena pandemia. L’annuncio del suo arrivo è stato dato il 2 giugno scorso, in occasione del primo compleanno del fratellino Tommaso ed ora ogni giorno è buono per nascere, ma con un limite dettato dalla prevenzione del rischio: sabato 12 dicembre.
E già, il concetto di rischio assilla il mondo odierno in modo sempre più pregnante. Rischio inteso come la possibilità che si verifichi un fatto negativo e non certo di àlea, che può essere definita come una sorta di scommessa verso ciò che è incerto, come illustra la diapositiva sottostante, tratta da un intervento dell’antropologo Felice Di Lernia, che ho presentato ad un corso di formazione sul rischio clinico.
La società del rischio rende estremamente complesse le decisioni nei singoli sistemi funzionali (politica, diritto, scienza, economia) e, se non bastasse produce la sospensione della pratica del cambiamento. Lo sostiene Niklas Luhmann nel suo libro intitolato appunto “Sociologia del rischio”.
Una previsione che mi desta una certa preoccupazione, considerato che il libro è stato pubblicato nel 1991, e che mi induce a presupporre, se è vero ciò che asserisce, quanto il rischio aggiuntivo e non prevedibile correlato alla pandemia Covid possa paralizzare ancora di più il cambiamento.
ALEA O PERICOLOLA SOCIETA DEL RISCHIO

Un cambiamento a mio parere indispensabile, per il quale da sempre lotto con tutti i mezzi che ho a disposizione, indirizzato soprattutto a porre un freno allo strapotere della medicina che conduce alla medicalizzazione della vita ed alla mercificazione della salute.
Dalla nascita alla morte tutto deve essere previsto e organizzato, concretizzando la frase del sociologo tedesco riportata nella diapositiva: “Il futuro è sempre di più descritto con il concetto di rischio”.
Come possono le persone accettare l’incertezza e l’imprevedibilità della vita?
In un futuro, peraltro, paradossalmente sempre più incerto e imprevedibile per mano dell’uomo, della corruzione, dell’ipocrisia, del conflitto di interessi, della logica di un mercato sempre più spietato che non lascia spazio al rispetto dell’intero pianeta.
Mia nonna Rosina direbbe, mi par di sentirla, con il suo accento marchigiano: “Male voluto non è mai troppo” o la variante “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso”, cosa che mi irritava non poco quando arrivavo dolorante per qualche ferita da eccesso di vivacità, ma, comprendo ora, quanto fosse importante inculcare ad un bambino il senso di responsabilità che sembra sempre più venir meno a favore della ricerca incessante di un capro espiatorio.
È sempre colpa di qualcuno o di qualcosa e ciò induce, per logica conseguenza, a comportamenti difensivi da parte di ogni individuo oltre al tentativo di eliminare quel qualcosa o quel qualcuno che è additato come colpevole.
L’ enorme crescita delle innovazioni tecnologiche che è avvenuta negli ultimi decenni, ha inasprito, se si può usare questo termine, la dicotomia Cartesiana tra mente e corpo, fisicità e spiritualità, frammentando ciò che è indivisibile e perdendo di vista l’intero a favore del dettaglio. In poche parole, l’obiettivo salute, che raccoglie il tutto e non solo una parte, è andato a farsi friggere.
La deriva era già in atto da tempo, non possiamo nasconderlo. Il Coronavirus ha fatto semplicemente traboccare il vaso colmo di acqua, comportandosi come l’ultima goccia ed evidenziando in modo clamoroso le disuguaglianze, le iniquità, le disonestà e le ipocrisie del mondo intero, senza alcuna eccezione.
Tornando a Bianca, quando è nato il mio primo figlio, Franco, esattamente 41 anni fa, non si faceva ancora l’ecografia, il termine della gravidanza era previsto alla fine del nono mese, calcolato in base all’ultima mestruazione e la data prevista del parto era collocata più o meno a metà delle 3 settimane di margine di cui la natura dispone. Il corredo era di colore neutro, bianco o giallino, qualche capo azzurro in chi osava di più, bandito il rosa e il detto “Maschio o femmina quello che sia, viva Gesù, viva Maria” andava alla grande. Le previsioni del sesso erano basate sulla forma della pancia, più o meno a punta e, in quanto al parto, si faceva riferimento alle fasi lunari. Esami del sangue durante la gravidanza? Ben pochi e riservati soprattutto alle persone con patologie già note per evitare le complicanze più gravi, come la temuta gestosi gravidica. Insomma l’attenzione era rivolta alla persona e non standardizzata in nome del rischio, inteso ovviamente come pericolo e non di ciò che è aleatorio. Quest’ultimo termine sembra essere diventato inaccettabile per il paradigma culturale dell’era post moderna.
Ora la gravidanza non è più di 9 mesi, ma di 40 settimane, sui siti web trovi tutti i dettagli della crescita del feto giorno per giorno e la data del parto è codificata in base ai parametri ecografici, capaci di misurare ogni millimetro del corpo e calcolarne il peso; sono offerti gratuitamente, sempre che il medico curante non sbagli la sigla da apporre sul ricettario rosso, esami del sangue, translucenza nucale, screening del diabete gestazionale, senza contare quelli invasivi come l’amniocentesi e la villocentesi, da riservarsi a casi specifici. Con minime differenze tra un centro nascite e l’altro le procedure sono standardizzate: indipendentemente dalle fasi della luna, dopo 40 settimane + 1 o + 2 ha inizio il monitoraggio e, se le contrazioni non arrivano, arriva invece a breve l’induzione con fettucce o flebo.
Le cose si complicano ulteriormente in questo periodo, perché oltre ai consueti rischi, si aggiunge lo spauracchio del risultato del tampone al virus Sars- Cov- 2, tampone che, quando la gravidanza giunge al termine, viene ripetuto ogni settimana in quanto risulta essere determinante per il parto, dal momento che la maggior parte degli Ospedali non dispone di sale a norma per accogliere le partorienti positive. Elisa, mia figlia, ha scelto prudenzialmente l’Ospedale Pediatrico, Covid free o presunto tale, fino ad ora le è andata bene, sempre negativa, ma deve ancora sottoporsi ad un altro tampone e ad un altro monitoraggio per cui l’apprensione rimane elevata.
Domenica 13 dicembre 2020
È arrivata Bianca, alle 15,01 del 10 dicembre.
La natura è stata provvidenziale, Bianca non ha aspettato la luna nuova del 14 dicembre ed ha anticipato di due giorni la data stabilita per il ricovero e l’induzione del parto; si è inoltre guadagnata la stanza singola, non essendo stato ancora disponibile il referto del tampone di Elisa, eseguito, su programmazione, poche ore prima del parto. Così tutti abbiamo potuto tirare un bel sospiro di sollievo, attraverso la mascherina.
È la mia quarta nipotina, è sana e bella: sono felicissima.
Ma non stiamo esagerando?
In nome del rischio, fissiamo regole standardizzate e con margini ristretti di ogni situazione che riguarda la nostra vita, dimenticandoci ciò che è indivisibile e non misurabile: il benessere di ogni individuo.
“C’ È BISOGNO DI AFFETTO” leggo sulla testata di Corfole, Corriere del Levante, del dicembre 2020.
Come sottotitolo riporta: “Un ospedale ha riconosciuto l’importanza della vicinanza dei propri cari: riprese le visite dei famigliari nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Cisanello di Pisa, anche per i pazienti Covid, ovviamente con tutte le precauzioni del caso”.
Mia nonna Rosina, la cui cultura scolastica si è fermata alla terza elementare, direbbe, storcendo il naso: “Hanno scoperto l’umidità nei pozzi?”
Certo che c’è bisogno di affetto, di empatia, di rispetto delle scelte e dei valori che ognuno di noi conserva nel proprio cuore e che permangono, ancor più radicati, quando l’intelletto ci abbandona.
La maggior parte dei nostri anziani che ci hanno lasciato dopo giorni e giorni di allettamento in Ospedale, trasferiti da un reparto all’altro o nelle strutture Covid, pur assistiti nei bisogni primari e curati con farmaci, non sono morti per infezione da Sars -Cov-2, ma per la perdita della voglia di vivere, abbandonati e privati dei loro affetti e di ogni motivazione.
Di questo ne sono convinta, ne sono convinti i miei giovani collaboratori e pressoché la totalità di coloro che, a vario titolo, gravitano nel mondo sanitario.
Il più grande errore nel trattamento delle malattie è che ci sono medici per il corpo e medici per l’anima, anche se le due cose non dovrebbero essere separate” sosteneva Platone 2400 anni fa.
Forse mi giudicherete arretrata, ma la penso proprio così.
E mi associo all’appello del collega Antonio Panti, medico di famiglia fiorentino, oggi in pensione, che dice ”Occorre un sussulto organizzativo che coniughi rispetto e sensibilità umana con prudenza e buon senso”.
Finora il Coronavirus non ci ha insegnato proprio niente, penso sconfortata, ma subito mi appare nella mente la piccola Bianca e mi torna il sorriso.
Andiamo avanti.

rita rambelliIl 3 dicembre era il Giorno internazionale per i diritti con le persone con disabilità, diritti spesso dimenticati dalle amministrazioni italiane, nonostante le normative in merito risalgano a molti anni fa. 
Secondo l’Istat ci sono 3,1 milioni di disabili in Italia, cioè il 5,2 per cento della popolazione. Fra 40 anni saranno oltre 4 milioni con un aumento del 25%. Uno dei temi più sfidanti in Italia è e sarà sempre di più garantire il diritto ad una mobilità sostenibile per tutti. Tra le tante esigenze per un’Italia nuova dopo la terribile pandemia che sta sconvolgendo il mondo, emerge quindi fortissima la necessità di politiche che favoriscano gli investimenti per realizzare interventi strutturali che mettano al centro la mobilità e l’accessibilità non tanto e solo per le persone disabili, ma per tutti: per le mamme incinte o per quelle che portano a passeggio un bambino in carrozzina, per un anziano con il deambulatore o per qualcuno che accidentalmente si è rotto una gamba, perché un luogo, pubblico o privato, che sia un ufficio o una casa, dovrebbe essere sempre accessibile in qualsiasi situazione!!
Purtroppo però l’esperienza delle nostre città ci dimostra ogni giorno che il problema è scarsamente sentito e quindi anche difficilmente affrontato.
Una delle mie sorelle (io ne ho 4) oltre vent’anni fa, in seguito ad una grave malattia, è rimasta fisicamente disabile al 100% e si muove solamente su una sedia a rotelle accompagnata da qualcuno di noi. Anche lei, come tutti noi, sente l’esigenza, a pieno diritto, di uscire di casa, e io sono sempre uscita con lei, per acquisti nei negozi, per un aperitivo al bar o un pranzo al ristorante, ma ogni volta è una notevole fatica fisica oltre ad uno stress psicologico per la paura che ti capiti qualcosa, qualsiasi cosa, che ti metta in difficoltà e nello stesso tempo faccia sentire mia sorella umiliata e a disagio.
Impossibile girare sui marciapiedi, sempre pieni di biciclette, di motorini, di avvallamenti e spesso senza scivoli per salire e scendere. Può capitarti di tutto, di rimanere incastrati con una ruota, o di ritrovarsi con le mani sporche degli escrementi di un cane non raccolti da un proprietario maleducato che poi si attaccano alle ruote della carrozzina e tu te le ritrovi fra le mani senza neppure capire come è successo………!! Con preoccupazione mi domando come farò tra qualche anno quando non avrò più forze fisiche sufficienti per affrontare queste gincane.
Scale e dislivelli, ma anche passaggi troppo stretti, pavimentazioni scivolose o sconnesse, bagni non attrezzati, vialetti esterni non riparati e mancanza di posti auto dedicati: le barriere architettoniche sono molto più varie e complesse di quel che normalmente la pubblica opinione è portata a pensare. Per le persone disabili o per coloro che hanno una limitata capacità motoria, come infortunati e anziani, le barriere architettoniche costituiscono un vero e proprio limite alla loro autonomia ma anche una situazione di disagio morale e psicologico che li fa sentire un peso per i familiari e per la società in generale.
In Italia in base all'art. 32, commi 21 e 22 della legge 41 del 1986 aggiornati dall'art. 24, comma 9 della legge 104 del 92, gli Enti centrali e locali in base alle rispettive competenze sull’edificio o sullo spazio pubblico o sul percorso da adeguare, sono obbligati ad adottare ed aggiornare periodicamente - i Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche “PEBA” - ma la loro realizzazione è stata attuata in pochissimi Comuni.
Il Comune di Ravenna dove vivo, il 3 dicembre scorso, ha finalmente approvato il PEBA, il piano dell'eliminazione per le barriere architettoniche, uno degli strumenti tra i più attesi che è stato possibile portare a compimento grazie al sostengo di più Enti, Associazioni dei disabili, e portatori di interessi.
Sono stati fatti numerosi incontri per dare la più ampia diffusione e condivisione delle decisioni ma il percorso non si è ovviamente concluso: si tratta del primo passo, propedeutico ad un percorso che a detta dei politici locali, richiederà almeno dieci anni per la sua realizzazione !! Tempi quindi molto lunghi per chi aspetta ormai da molti anni, ma almeno una speranza.
Vivere in un ambiente rispettoso delle necessità di tutti fa la differenza tra una qualità della vita dignitosa e l’abbandono, tra l’integrazione nella società e l’isolamento, tra l’opportunità di godere dei propri diritti e il rimpiangerli.
Questo auspicio per una città accessibile che tenga veramente conto dei diritti di tutti è la mia “letterina di Natale” alla fine di un anno terribile che ci ha messo tutti a dura prova!!

BUONA SALUTE E BUON NATALE A TUTTI !!

 

ida accorsiAlice nel Paese delle Meraviglie, è un romanzo scritto da Charles Lutwidge Dodgson sotto lo pseudonimo di Lewis Carroll. Racconta di una ragazza di nome Alice che cade attraverso una tana di coniglio in un mondo fantastico popolato da strane creature, è considerato uno dei migliori esempi del genere letterario nonsenso. Il suo corso narrativo, struttura, personaggi e immagini sono stati enormemente influenti sia nella cultura popolare che nella letteratura, specialmente nel genere fantasy.
Alice fu pubblicata nel 1865, tre anni dopo che Charles Lutwidge Dodgson e il reverendo Robinson Duckworth il 4 luglio 1862 fecero una gita in barca, sul tratto del fiume Tamigi denominato Isis, con le tre giovani figlie di Henry Liddell (il vicecancelliere dell'Università di Oxford e decano di Christ Church): Lorina Charlotte Liddell (13 anni), Alice Pleasance Liddell (10 anni), Edith Mary Liddell (8 anni). Durante il viaggio Charles Dodgson raccontò alle ragazze una storia che presentava una bambina annoiata di nome Alice che va alla ricerca di un'avventura. Le ragazze la apprezzarono moltissimo, tant’è che Alice Liddell chiese a Dodgson di scrivere la storia per lei. Le ragazze e Dodgson fecero un'altra gita in barca un mese dopo, nel corso della quale elaborò la trama e successivamente a novembre cominciò a lavorare sul racconto.
Il 26 novembre 1864 consegnò ad Alice il manoscritto di Le avventure di Alice sottoterra (Alice's Adventures Under Ground), con illustrazioni dello stesso Dodgson, dedicandolo come "Un regalo di Natale a un caro bambino in ricordo di un giorno d'estate". Ma prima che Alice ricevesse la sua copia, Dodgson stava già lavorando per la pubblicazione e ampliando l'originale, in particolare aggiungendo gli episodi sul Gatto del Cheshire e il capitolo 7, Un tè di matti.

La trama.(1)
Sognando di seguire un coniglio bianco, Alice cade letteralmente in un mondo sotterraneo fatto di paradossi, di assurdità e di nonsensi. Nella sua caccia al coniglio le accadono le più improbabili disavventure.
Segue il coniglio nella sua tana e, con suo enorme stupore, nota che le pareti sono arredate con tazze e scaffali e quadri e cartine geografiche appese con mollette da bucato; poco dopo però la tana si fa molto buia e, non vedendo una grande buca profonda, Alice vi ci cade dentro. Dopo un discorso immaginario con la sua gatta Dina, atterra su un mucchio di ramoscelli e foglie secche. Davanti a lei, si presenta un lungo passaggio che conduce in una stanza costituita da un corridoio lungo e basso e da una serie di lampadari che pendono dal soffitto. Qui, vi sono una moltitudine di porte che la bimba tenta invano di aprire. Quando, però, nota una porticina, i suoi occhi scorgono un magnifico giardino e vorrebbe, perciò, attraversarlo a tutti i costi, ma i suoi sforzi per entrare risultano inutili perché è troppo grande per poterlo oltrepassare. Decisa a non darsi per vinta così facilmente, vede su un tavolino di vetro a tre gambe, apparso poco prima, una chiavetta color oro brillante e una bottiglietta con la scritta "Bevimi". Infatti il contenuto la fa rimpicciolire, ma giunta alla porta, si rende conto d'aver lasciato la chiave sul tavolo. Assaggiato un pasticcino comparso dal nulla con su scritto "Mangiami" diventa enorme. Ora può prendere la chiave ma di nuovo non passa dalla porta. Affranta, scoppia in lacrime, che allagano la stanza. In quel momento compare, tutto trafelato, il coniglio bianco, con un ventaglio ed un paio di guanti bianchi di capretto e che continua ad esclamare: "O, povere le mie orecchie, i miei baffi e le mie zampette, la duchessa mi condannerà a morte, se la farò attendere ulteriormente". Alice era talmente disperata che, non appena vide il coniglio passargli avanti, gli rivolse la parola, di tutta risposta, lasciò cascar guanti e ventaglio, e corse via nell'oscurità. Allora, siccome faceva un gran caldo, prese il ventaglio, e cominciò a sventolarlo e, incredibilmente, ritornò di nuovo piccola. Scomparso il tavolo e la porticina che conduceva al giardino, si trova in compagnia d'un topo e altri animali (parrocchetto, dodo, aquilotto). Il topo abbozza una storia ma poi scatta la "corsa confusa", tutti gli animali corrono in circolo, chi inizia dopo, chi smette prima. Alla fine della corsa, però, tutti sono asciutti.
Allontanatasi da questa compagnia, Alice ritrova il coniglio bianco e la sua casetta. Entrata in casa per cercare guanti e ventaglio del coniglio, mangia di nuovo, diventando ancora una volta enorme, tanto che le braccia le escono dalle finestre. Il coniglio, allarmato, chiama a raccolta Bill la lucertola che prova a passare attraverso il camino, ma Alice lo scaccia con un calcio. Fallita la spedizione di Bill, il coniglio tira sassi ad Alice che però diventano pasticcini. Mangiatone uno, ridiventa piccolissima e fugge dalla casa. Scansato il pericolo del cucciolo gigante, intrattiene una conversazione alquanto strana con un Bruco, tranquillamente appollaiato sul cappello di un fungo che fuma il narghilè. È al suo cospetto che Alice recita "Sei vecchio, Papà Guglielmo". Dopo aver compreso le ragioni della bambina, ed essersi allontanato, strisciando sull'erba, il Bruco le rivela che le due parti del fungo la possono far crescere e rimpicciolire a suo piacimento.
Al primo tentativo, Alice si ritrova con un collo lunghissimo, che fa sì che un piccione la scambi per un serpente. Ritrovate le giuste proporzioni, Alice si rimette in moto. Nel bosco giunge alla casa della duchessa. Assiste allo scambio d'inviti dei due messi (un pesce e un ranocchio) col quale la regina di cuori invita la duchessa a una partita di croquet. La casa della duchessa è molto strana: lei sta, infastidita, a cullare un bambino che urla e starnutisce per l'aria satura di pepe, mentre la cuoca che rimesta la zuppa, di tanto in tanto, lancia stoviglie e pentole per ogni dove. La duchessa lascia però presto Alice per andare a prepararsi alla partita, donandole il bimbo in fasce che si trasforma in porcellino e corre via nel bosco. Alice giunge alla casa della Lepre Marzolina, che sta prendendo il tè insieme al Cappellaio Matto Questi due personaggi, in compagnia del ghiro, prendono il tè cambiando continuamente posto, spostandosi di tazza in tazza. Alice viene così a sapere che l'orologio del cappellaio segna sempre il giorno, ma non l'ora, e le viene sottoposto un indovinello: "perché uno scrittoio è come un corvo?".
Dopo, Alice trova la strada per il castello della regina, dove vede i soldati con il corpo fatto da carte da ramino di picche che dipingono di rosso le rose che per sbaglio sono state piantate bianche. In quel momento arriva il corteo della regina: ci sono le picche (in inglese "spades", spade o anche vanghe, quindi sono i giardinieri), quadri (in inglese "diamonds", i cortigiani), fiori (in inglese "clubs" ma anche bastoni, quindi le guardie), cuori (in inglese "hearts") che rappresentano i principi di sangue reale.
La Regina, subito aggressiva (rappresenta la Furia), invita Alice a giocare a croquet, ma il campo è pieno di buche, si usano le carte come porte, istrici come palle e fenicotteri come mazze. Il gioco è subito una gran confusione di giocatori che urlano e giocano all'unisono. Spesso le porte (le carte) devono assentarsi per decapitare chiunque capiti a tiro alla regina che ne sentenzia la morte. Riappare la duchessa, momentaneamente uscita dalla prigione in cui la regina l'aveva destinata, e presenta ad Alice il grifone, che con fare autoritario le fa conoscere la "finta tartaruga". La finta tartaruga serve a fare il finto brodo di tartaruga (un surrogato del vero brodo di tartaruga che si fa con la carne di vitello). Lei racconterà ad Alice di come studiava sul fondo del mare e mostra in coppia col grifone, la quadriglia delle aragoste.
Alice è costretta a lasciarla perché nel frattempo è stato istituito il processo nel quale si giudicherà il fante di cuori, accusato d'aver rubato le tartine pepate. Al processo, annunciato dal coniglio bianco che ora è vestito da araldo, sono presenti i giurati (varie specie di animali), i testimoni (il cappellaio matto, la cuoca della duchessa e la stessa Alice). Il ritrovamento di una lettera senza firma con una poesia senza senso, convince tutti che il vero colpevole sia il fante di cuori. "Sentenza prima, verdetto poi" declama la regina, ma Alice (che ha iniziato a diventare sempre più grande) dissente e quando si alza per testimoniare, la sua gonna rovescia il tavolo della giuria facendo cadere tutti i giurati. Dopo poco è diventata così grande che non si preoccupa più di re e regine, ritrovando la giusta misura della realtà: "non siete altro che un mazzo di carte"...
Il sogno finisce con Alice che si risveglia tra le braccia della sorella e quindi va a casa per l'ora del tè.

L’Analisi dei personaggi (2)
L’Alice del capolavoro di Carroll è un personaggio realmente esistito: è Alice Liddell, figlia del rettore del Christ Church College di Oxford che Carroll conobbe quando la bambina aveva solo quattro anni.
Il Topo, rappresenta simbolicamente l’animale impuro che vive anche nelle fogne, nell’oscurità assoluta, che si ciba di spazzatura, che resta così ai limiti del sociale e trascorre la sua esistenza rodendo la propria coscienza.
Il Coniglio Bianco rappresenta la figura dell’adulto, fortemente ossessionato dal tempo, che subisce tutte le autorità, in special modo femminili, dalla Duchessa alla Regina di Cuori.
Il Cappellaio Matto, pazzo già nella definizione, è invece un eroe del tutto positivo e, pur essendo adulto, mantiene la forza dirompente del bambino che combatte le imposizioni e i luoghi comuni e si ritrova addirittura a sfidare il Tempo per capovolgerlo.
La dualità del grande/piccolo, del diventare adulto/restare bambino, l’enigma degli opposti uguali e diversi, è ben rappresentata dai personaggi di Pincopanco e Pancopinco che diventano il primo incontro di Alice nel suo viaggio interiore e che le raccontano del grande pericolo del peccato di ingenuità, come accadde nella vicenda narrata delle piccole ostriche raggirate dal Tricheco e dal Carpentiere, metafora questa del rischio rappresentato dagli imbonitori, e da tutto quello che possa finire con il fagocitare le coscienze inesperte proprio come quella di Alice, piccola perché ancora bambina.
I personaggi-animali che si incontrano hanno poi spesso legami concreti con la storia di Alice e ne ricalcano alcune caratteristiche peculiari, come il pappagallo, la sorella maggiore di Alice, Lorina Lidddell, che rappresenta l’autorità dei più grandi o il Grifone, emblema dello stesso Trinity College di Oxford, simbolo della pedagogia vittoriana opprimente ed impositiva, piuttosto che l’altra sorella, rappresentata da un aquilotto, oppure lo stesso padre di Alice visto come un’anatra o infine l’autore, il fantasioso Dodo.
Secondo alcune interpretazioni recenti, il Gatto del Cheshire potrebbe simboleggiare lo stesso autore, per la saggezza di alcuni consigli, per l’amichevole clima instaurato in più occasioni con Alice e per il fatto che entrambi sono nativi del Cheshire.
Altra donna di potere è certo la Regina di Cuori, rossa come il sangue, la passione e la collera, probabile caricatura satirica della sovrana, la regina Vittoria.
Le Regina di Cuori rappresenta l’antica Furia greca, della cui sensualità è debole vittima lo stesso consorte Re di Cuori, forse personificazione dell’amato padre di Carroll, prematuramente scomparso.
In quanto Grande Madre crudele è in grado di giudicare con un solo mezzo: il taglio delle teste.
La Regina non è in grado di riconoscere l’individualità del singolo, perciò riduce tutti a numeri, semplici carte del suo gioco nelle strade di sua proprietà.
Il potere della sovrana è assoluto e anche l’evidenza deve piegarsi al suo volere: durante le sue partite di croquet non può che esserci un solo vincitore, la regina stessa.
Ma durante il processo Alice cambia sempre statura finché ha finalmente il coraggio di affrontare la Regina, di dire la verità, di avere una chiara visione delle cose: la sua.
Ed è proprio nel momento della sua massima maturazione, del suo essere davvero cresciuta al di là della statura, che si sveglia e può tornare alla tranquilla certezza del suo quotidiano.
Alice, a differenza di tutti gli stereotipi femminili delle tradizionali favole per l’infanzia, non rappresenta il prototipo della bambina a immagine e somiglianza del maschio ma rappresenta la possibilità di potersi esprimere e comportare esattamente come le è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene, di cui tra l’altro mostra molte caratteristiche peculiari ma non esclusive.
Alice è infatti graziosa, leziosa e piagnucolosa come molte bimbe sue coetanee, ama giocare con il suo gattino, conosce a meraviglia le poesie imparate a scuola con grande diligenza, sa fare la riverenza e parla con rispetto ed educazione; eppure Alice non si esaurisce in questi tratti ed in questo standard ma è molto altro e lo è in base alle diverse situazioni in cui si imbatte.
Alice non ha paura di inseguire un coniglio nella sua tana, al Bruco pone, curiosa, domande di continuo e lo interrompe, mostrandosi bambina irriverente ed invadente.
Pepe Porcellino da cullare tra le braccia provoca ad Alice irritazione e nervosismo, non certo quell’atteggiamento affettuoso che già da piccole ci si aspetta dalle bambine a causa del loro certo atavico istinto materno.
Alice raramente ha davvero paura ma sempre coraggio.
Alice sale sugli alberi, corre, grida e sa giocare a croquet.
Le domande di Alice sono impertinenti sempre ma persino se sono poste alla Regina di cuori, perché Alice non teme neanche il potere: le fa l’inchino e la chiama maestà ma poi non risparmia neanche a lei il suo cinismo tagliente.
Oggi, come allora, dunque un modello alternativo quello di Alice, protagonista di un racconto per l’infanzia, un ruolo diverso, quello dell’eroina femminista rivoluzionaria proprio perché via via sempre più consapevole, interessante da analizzare, perciò, anche alla luce delle possibili influenze sociali sulle sue giovani, e non più giovani, lettrici.
Note
(1) Riferimenti nel web e nell’enciclopedia Treccani
(2) tratto da “Sogno/realtà, senso/nonsense: la fortuna di Alice nel tempo”, di Valentina Ghilardi,
Illustrazione della prima edizione del 1865

rosanna vaggeScrive Giorgio Bert, medico, co-fondatore di Slow Medicine che, secondo Ildegarda di Bingen (1098-1179), monaca alquanto singolare, musicista, poetessa, filosofa, linguista, medico, il corpo non può essere paragonato a una macchina, similitudine che divenne dominante qualche secolo dopo e rimase in auge fino a quasi i giorni nostri. Il corpo somiglia invece a una pianta e il medico a un giardiniere. Se una macchina si rompe non può aggiustarsi da sola; se una pianta viene danneggiata o ferita, essa può in larga misura curare e guarire sé stessa senza interventi esterni (la vis medicatis naturae).
Questa frase, tratta dall’articolo “L’arte medica tra direttività e visione sistemica: medico meccanico o medico giardiniere?” pubblicato su “Riflessioni sistemiche” N. 14 del 2016, mi ha scatenato una marea di pensieri, intrecciati ad immagini di anziani imploranti alla ricerca di uno sguardo compassionevole, nascosto sotto la visiera o di un sorriso complice, celato dalla mascherina piuttosto che di una semplice carezza, capace di generarti quella benefica sensazione di contatto fisico che può avvenire solo a pelle nuda.
Scrive ancora Giorgio Bert: il medico giardiniere è molto diverso da un medico meccanico: se una pianta soffre non si precipita a caricarla di interventi, di rimedi, di pesticidi, ma comincia col domandarsi (e domandarle!): “ Di che cosa hai bisogno? Più sole? Più ombra? Più acqua? Un terriccio diverso? Nutrimento? Eliminazione di parassiti? Quali sono le sue risorse naturali che possono venire esplorate e incentivate?”. La pianta sa cose che il giardiniere ignora. La relazione tra i due è la “cura” e come ogni relazione non è scientifica (è irripetibile, variabile, modificata dal contesto e dal tempo, non riproducibile, non misurabile …). Scambio. Reciprocità. Armonia. Equilibrio.
Elementi tutti che la pandemia ha ridotto ai minimi estremi, se non del tutto cancellati.
Ma è tutta colpa del Coronavirus? Mi chiedo.
Sappiamo bene che la salute non è un fatto esclusivamente biologico, ma un prodotto che riconosce numerosi determinanti diversi: storici, culturali, familiari, lavorativi, economici, sociali, ambientali, climatici, demografici …
Sappiamo inoltre che è necessario distinguere tra la malattia vera e propria, quella che l’antropologo Guerci definisce l’etichetta dotta della malattia, la diagnosi (in inglese “disease”) e la percezione soggettiva di un malessere, disagio, sofferenza, cioè il vissuto della malattia, al quale non possiamo apporre alcuna etichetta (in inglese “illness”).
Una differenza che non è affatto di poco conto, considerato che nella “disease” si è soliti identificare sedi specifiche dell’organismo che vengono colpite o tutt’al più l’organismo intero (malattie cosiddette sistemiche), mentre nella “illness” la “sede”, se così si può definire, non è individuabile in quanto, nella maggioranza dei casi, si colloca nella relazione tra organismo e ambiente esterno.
Ma non è tutto, esiste anche la “sickness” , che è la malattia di un membro della società nella misura in cui è percepita e presa in carico dalla comunità, dall’ambiente sociale del malato.
Il concetto di sickness è forse enigmatico per la mentalità occidentale. Scrive Antonio Guerci nel suo Breve saggio sulle rappresentazioni e costruzioni della variabilità umana dal titolo “Dall’Antropologia all’Antropopoiesi” (Cristian Lucisano Editore, 2011).
Lo spiega con un esempio che ci deve far riflettere.
Noi, appartenenti alla civiltà occidentale, utilizziamo spesso la locuzione tessuto sociale per descrivere situazioni umane particolari prendendo in prestito, senza rendercene conto, un termine estrapolato dall’istologia (tessuto) e connotando un insieme di elementi indipendenti (cellule/individui), ognuno delimitato dalla propria membrana (cellulare/prossemica) con all’interno i propri organi vitali, tutti delegati ad una funzione (fisiologica/lavorativa).
In numerose altre società la situazione è del tutto differente e l’immagine figurata che fornisce una connotazione più precisa é quella del sincizio, vocabolo anch’esso preso in prestito dall’istologia, che vede, all’interno di una comune massa citoplasmatica, organuli cellulari dispersi nel liquido, condivisi da ogni spazio e in ogni spazio della società-sincizio. Ogni componente della compagine e ogni sua attività avviene in comunione e in condivisione, e scopo ultimo è la sopravvivenza del gruppo, comunità, villaggio, clan, grande famiglia.
È facile presumere che in società così strutturate i vissuti, di malattia e di morte, assumano fisionomie molto differenti. E così gli interventi mirati alla salute pubblica.
Tessuto 1Sincizio
Ebbene, tornando alla pandemia che ci sovrasta ormai da mesi, e considerato che viviamo nel mondo occidentale, dove la medicalizzazione integrale della società è una dei tratti distintivi, non dobbiamo meravigliarci se il Coronavirus ha avuto un impatto così devastante sulla vita sociale di ogni individuo con controlli medici sempre più stretti finalizzati alla prevenzione della diffusione del contagio.
La “disease”, rappresentata dal riscontro della positività al tampone per la ricerca del fatidico Sars- Cov-2, ha vinto sulla Illness, almeno nella maggior parte degli individui, fra cui alcuni anziani addirittura ignari di aver contratto l’infezione, altri asintomatici mentre la sickness ha portato ad un unico e univoco comportamento, rappresentato dalla loro esclusione dalla vita di comunità e dal confinamento dei membri colpiti in aree apposite.
Che fine ha fatto la relazione di cura?
Che è scambio, reciprocità, armonia, equilibrio.
Gli operatori sanitari, tutti, si sono adoperati e continuano a farlo con dedizione e impegno ammirevole per far fronte alla situazione, ma questo non è abbastanza per uscire da uno stato emergenziale che coinvolge tutti gli aspetti della nostra vita.
Pensando solo alle persone etichettate “positive” ricoverate nelle strutture Covid, dalle connotazioni più svariate, navi, caserme, Hotel, RSA e quant’altro, è facile comprendere come sia difficile, soprattutto per chi ha i sensi offuscati dall’avanzare dell’età, sentirsi accuditi e curati da individui mascherati, non più identificabili nel loro ruolo specifico, limitati nei movimenti e nella produzione verbale dalla bardatura, capace di celare ogni emozione, come la tenerezza di uno sguardo o il tono soave della voce.
La rilevazione dei parametri fisiologici, la somministrazione della terapia, spesso eccessiva o perpetuata ben oltre il tempo necessario, le medicazioni, i cambi posturali, l’igiene della persona assorbono tutto il loro tempo a disposizione, a discapito della relazione di Cura, con la C maiuscola, l’unica che ci permette di comprendere ciò di cui le persone hanno bisogno nei momenti di sofferenza e di aggiungere quella spinta emotiva che ci fa desiderare di restare in questo mondo.
Perché è proprio così. Se, nella fase acuta della malattia, quando la diagnosi è fatta, il medico può permettersi di essere meccanico applicando i protocolli terapeutici, pur con le possibili differenze legate a parametri ben definiti, come l’età anagrafica o la presenza di co-morbilità, nella fase di evoluzione, in cui tutto si mescola e si complica, quando si tratta di stabilire la prognosi, il medico deve diventare giardiniere, saper ascoltare anche chi non ha voce, riflettere e chiedersi, utilizzando ciò che la scienza ci insegna: “Avrà sete? Avrà fame? Soffrirà di solitudine? Avrà perso la voglia di vivere o addirittura si sarà dimenticato di essere vivo?”.
Succede che, nella corsa sfrenata per arginare la diffusione del contagio e rispondere ai bisogni assistenziali cosiddetti primari, ci si dimentichi dell’importanza degli affetti più cari di cui sono state private le persone etichettate come positive al virus Covid-19, anche se con lieve sintomatologia correlabile all’infezione o addirittura asintomatiche. Figuriamoci quelle con sintomi gravi.
I giovani, con qualche sfuriata comportamentale, specie per quelli che già vivono un disagio sociale per le più svariate ragioni, hanno chance per superare il periodo di reclusione forzata, ma tanti vecchi non ce la possono fare e, se sopravvivono, lo fanno a scapito della loro qualità di vita, perdendo l’autonomia o acquistando l’etichetta di deteriorato mentale.
È doveroso però sottolineare che nella maggioranza dei casi non è l’infezione virale da Covid-19 a determinare il peggioramento clinico, ma la perdita della voglia di vivere che porta al rifiuto di alimentarsi, di bere e di relazionarsi con il mondo esterno, almeno nel modo ritenuto adeguato, costringendo gli operatori sanitari ad intervenie con farmaci (indispensabili spesso i sedativi), cateteri, sonde, punzecchiature per posizionare accessi venosi periferici e centrali che, inevitabilmente, aggiungono sofferenze e riducono ulteriormente le scarse risorse a disposizione di chi ha perso la motivazione di andare avanti.
Si chiama “sindrome da allettamento”, il nome non rende forse ai non esperti, ma è davvero grave e, non solo per la formazione delle tanto avversate lesioni da decubito, quanto per la compromissione dell’intero organismo che, non raramente, va incontro ad una condizione di disidratazione totale (a cui diamo il nome di iperosmolare) che porta a morte se ce ne accorgiamo troppo tardi.
Per accorgersene bisogna essere giardinieri e intervenire in tempo utile, anticipare le conseguenze peggiori e irreversibili.
Mi direte, anche il meccanico si accorge se manca l’acqua nel motore di un’autovettura e di conseguenza provvede a riempirne il serbatoio, ma la differenza sta nel fatto che la macchina non si può procurare l’acqua da sola; se il serbatoio è vuoto, il motore si fonde e il patatrac è fatto.
L’organismo umano, invece, ce la mette tutta per recuperare l’acqua che manca e mantenere adeguata la circolazione del sangue, prioritaria per la sopravvivenza. Il corpo umano è costituito in gran parte di acqua, inteso come elemento fisico, H2O, che sta in gran misura nelle cellule e nell’interstizio tra di esse, cioè nei tessuti. L’acqua totale si riduce con l’avanzare dell’età, rimanendo comunque intorno al 50% del peso corporeo nei grandi vecchi, valore che si commenta da solo e che evidenzia quanto sia indispensabile per la vita questo elemento. Se manca, il sodio nel sangue si concentra fino a valori di gran lunga superiori alla norma, richiamando l’acqua che si trova all’ interno delle cellule nel tentativo estremo di preservare il circolo ematico. Non sempre o per lo meno non subito la pressione arteriosa che noi misuriamo con grande solerzia si abbassa al punto da metterci in allarme per la semplice ragione che l’organismo attiva tutte le risorse in suo possesso (ormoni e altre sostante) capaci di costringere i vasi sanguigni e mantenere la funzione di trasporto di ossigeno agli organi vitali. Si attivano i reni che riducono fino ad annullare la produzione di urina, a scapito dell’eliminazione dei cosiddetti cataboliti, prodotti di scarto del metabolismo che, accumulandosi nel sangue, provocano effetti tossici. L’insufficienza renale e l’alterazione degli ioni che, insieme all’acqua si spostano dall’interno all’esterno del comparto cellulare, sconquassano tutto l’organismo e conducono a quella condizione irreversibile che noi medici chiamiamo stato di shock che può essere definito, in altre parole, il preambolo della morte.
Il giardiniere si accorge se ad una pianta manca l’acqua, ma per far questo deve osservarla, ascoltarla, accarezzarla, oserei dire incoraggiarla e non perdere mai la speranza che possa farcela a riprendersi.
Così deve fare il medico, l’infermiere, il fisioterapista, gli operatori socio-sanitari tutti e tutti insieme.
Pietro e mogliePietro ce l’ha fatta, nonostante i lunghi giorni in cui è stato costretto ad un letto, sedato e legato, affinché non si strappasse le flebo indispensabili per la sua sopravvivenza. 
È tornato a casa, ha potuto riabbracciare la moglie e questa è la più grande soddisfazione che un professionista della cura possa avere.
La Cura, tanto più in un contesto pandemico, non può essere limitata a contrastare l’infezione virale e le altre patologie spesso coesistenti nello stesso individuo, con cocktail di farmaci, non privi di effetti collaterali e di interazioni dannose, che riducono le risorse insite in ognuno di noi e minano pesantemente le capacità di recupero.
In molti casi, pur avendo ottenuto la “guarigione virologica” da infezione da virus Sars- Cov- 2 sancita dalla conquista del “tampone negativo”, le persone anziane, colpite da una cascata di complicanze che si susseguono senza tregua, non sempre ce la fanno a superarle e a riconquistare quel benessere al quale attribuiamo il nome altisonante di “salute”. Alcune, ahimè, soccombono, private persino del diritto ad una morte dignitosa.
Di solito rifuggo dall’ attribuire colpe all’uno o all’altro così come dalle semplificazioni, ma, in questo caso, mi continua a risuonare nella mente la stessa domanda “E’ sempre colpa del coronavirus?”.
Non so rispondere, come sempre, ma so che continuerò ad essere un medico-giardiniere finché il destino me lo concederà.

 

ida accorsiIdaLamberto“C'era due volte il barone Lamberto”: l'intera narrazione si svolge attorno allo spericolato tentativo, messo in atto dal barone novantaquattrenne insieme al fido maggiordomo Anselmo, di evitare un ormai inevitabile trapasso.
L'isola di San Giulio, il Lago d'Orta e i suoi dintorni sono protagonisti, insieme al barone, del racconto: non solo il paesaggio lacustre, ma anche molti dei circostanti centri abitati (da Verbania, a Domodossola, a Gravellona Toce) vengono citati a più riprese in quella che pare una piccola ode alla provincia natale di Gianni Rodari.
In effetti, per chi abbia visitato l'isola – sede di un monastero benedettino e percorsa da suggestive mulattiere, lungo le quali regnano il verde e il silenzio – non è difficile pensarla come la custode di qualche mistero, come quello che permette al facoltoso barone di restare in vita e che in parte resta velato anche alla fine del libro.
Di ritorno da un viaggio in Egitto, durante il quale hanno consultato un vecchio mago, Lamberto e Anselmo scelgono accuratamente e assumono sei persone: esse hanno il compito (per il quale sono largamente ricompensate) di ripetere senza sosta, a turno e in gran segreto, il nome del barone; dopo qualche tempo, il corpo di quest'ultimo comincia inspiegabilmente a ringiovanire: la morte, così prossima a Lamberto prima del viaggio in Egitto, sembra allontanarsi sempre di più, per lasciare spazio a una seconda giovinezza che il barone trascorre praticando ogni tipo di attività fisica. Ma qualcuno non sembra entusiasta della curiosa trasformazione: il nipote Ottavio, ansioso di mettere le mani sull'eredità dello zio, e i cosiddetti Ventiquattro Elle, un gruppo di banditi senza scrupoli che irrompono sull'isola e prendono in ostaggio il barone... Il crescendo narrativo sarà inaspettatamente risolto dall'intervento di Delfina, l'unica fra i sei 'dipendenti' di Lamberto (tenuti all'oscuro del fine per il quale sono chiamati a ripetere il suo nome) che si chieda insistentemente il perché della propria strana occupazione.
In “C'era due volte il barone Lamberto” (come del resto in molte delle altre opere di Rodari) la leggerezza dello stile non deve ingannare: molti sono gli spunti di riflessione suggeriti da questa spassosa vicenda, che più volte nel corso della lettura regala al lettore di qualunque età sorrisi molto divertiti.
Estremamente significativo, ad esempio, è il personaggio di Delfina, nettamente contrapposto a quello del barone: mentre Lamberto ha passato i propri 'primi' novantaquattro anni a fare e pensare ciò che gli altri gli imponevano, e quindi non ha mai davvero seguito le proprie aspirazioni, la ragazza dimostra di non lasciarsi influenzare dalla superficialità e dall'indifferenza altrui, e non rinuncia mai a ragionare con la propria testa, preferendo interrogarsi sempre sul perché delle cose. Delfina è l'unica dei molti personaggi del libro a non essere una macchietta (spesso lo è perfino Lamberto, infantilmente occupato a recuperare il tempo perduto).
Un altro intrigante spunto di riflessione è dato dall'osservazione del carosello che si crea attorno e all'interno dell'isola, i cui toni grotteschi si accentuano quando Lamberto diventa ostaggio dei Ventiquattro Elle.
La folla, i politici, i direttori delle banche di proprietà del barone e i loro segretari, giornalisti e fotografi, il barcaiolo Duilio e perfino i bambini: tutti diventano parte di uno spettacolo in cui interpretano se stessi, e, al contempo, sono descritti in modo tale che la peculiarità di ognuno, accentuata fino al ridicolo, ne sdrammatizza la maschera, togliendole credibilità.
Questa è una delle grandi doti di Rodari, tanto preziose dal punto di vista educativo: apparentemente non c'è giudizio nel suo affrescare situazioni e persone, nemmeno quando si tratta di un omicida come Ottavio; il giudizio certo è presente, ma non determina i contorni del personaggio. La maschera, in altre parole, resta una maschera: nel suo essere immancabilmente fedele a sé stessa risulta tanto ridicola da non richiedere più nemmeno un'esplicita condanna morale da parte di autore e/o lettore. La mancanza di un marcato giudizio moraleggiante è uno degli ingredienti che determinano l'intelligente leggerezza propria degli scritti rodariani.
In “C'era due volte il barone Lamberto”, la morte è una presenza discreta ma costante: nel soprannome del barcaiolo Duilio, chiamato Caronte, nella continua minaccia da parte di Ottavio e dei Ventiquattro Elle, nel pretesto narrativo che sta alla base stessa del racconto e che è costituito dal tentativo del protagonista di sfuggirle... e nel punto centrale della vicenda, in cui il barone, inevitabilmente, muore. Si tratta di un momento estremamente interessante, soprattutto per la sobrietà e la semplicità con cui Rodari lo descrive: "Egli respira a fatica, sente che la gola gli si stringe, acuti dolori gli scoppiano nel petto. Allunga la mano per tirare il cordone del campanello e non ci riesce. Vorrebbe chiamare Anselmo, ma la bocca è come murata. [...] «Dormono, - pensa il barone, - e io muoio». Ma non fa in tempo a spaventarsi, perché è già morto."
Nel brano c'è pathos, non dramma; c'è tempo per la sorpresa, ma non per la paura: tutto ciò è inusuale, per la nostra contemporaneità, eppure estremamente importante perché sia favorito, nel bambino, un rapporto 'adulto' con l'idea del trapasso.
Ben più complesso del morire sembra essere il vivere, misteriosamente reiterato dal fatto che "l'uomo il cui nome è pronunciato resta in vita” (1): forse il segreto di Lamberto sta nella sensazione tanto speciale che si prova a sentir pronunciato il proprio nome: come dice il barone, "dà soddisfazione, come a grattare dove prude"...

 Incipit (2)

“In mezzo alle montagne c'è il lago d'Orta. In mezzo al lago d'Orta, ma non proprio a metà, c'è l'isola di San Giulio. Sull'isola di San Giulio c'è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio (ha novantatré anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong, Singapore, eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e così avanti fino alla zeta di zoppía. Accanto a ogni malattia Anselmo ha annotato le medicine da prendere, a che ora del giorno e della notte, i cibi permessi e quelli vietati, le raccomandazioni dei dottori: «Stare attenti al sale, che fa aumentare la pressione», «Limitare lo zucchero, che non va d'accordo con il diabete», «Evitare le emozioni, le scale, le correnti d'aria, la pioggia, il sole e la luna».

Epilogo (3)
Le favole di solito cominciano con un ragazzo, un giovinetto o una ragazza che, dopo molte avventure, diventano un principe o una principessa, si sposano e danno un gran pranzo. Questa favola invece comincia con un vecchio di novantaquattro anni che alla fine, dopo molte avventure, diventa un ragazzino di tredici anni. Non sarà uno sgarbo al lettore? No, perché c’è la sua brava spiegazione.
Il lago d’Orta, nel quale sorge l’isola di San Giulio e del barone Lamberto, è diverso dagli altri laghi piemontesi e lombardi. È un lago che fa di testa sua. Un originale che, invece di mandare le sue acque a sud, come fanno disciplinatamente il Lago Maggiore, il Lago di Como e il lago di Garda, le manda al nord, come se la volesse regalare al Monte Rosa, anziché al mare Adriatico.
Se vi mettete a Omegna, in piazza del Municipio, vedrete uscire dal Cusio un fiume che punta diritto verso le Alpi. Non è un gran fiume, ma nemmeno un ruscelletto. Si chiama Nigoglia e vuole l’articolo al femminile: la Nigoglia. Gli abitanti di Omegna sono molto orgogliosi di questo fiume ribelle e vi hanno pescato un motto che dice in dialetto: La Nigoja la va in su / e la legg la fouma nu. (in italiano: La Nigoglia va all’insù/e la legge la facciamo noi.)
Mi sembra detto molto bene. Sempre pensare con la propria testa. Si capisce che poi, alla fine dei conti, il mare riceve le sue spettanze: difatti le acque della Nigoglia, dopo una breve corsa a nord, si gettano nello Strona, lo Strona le porta al Toce che le versa nel lago Maggiore e di qui, via Ticino e Po esse finiscono nell’Adriatico. L’ordine è ristabilito. Ma il lago d’Orta è contento lo stesso di quello che ha fatto. È sufficiente come spiegazione di una favola che obbedisce solo a sé stessa? Speriamo di sì.
Resta poi da aggiungere che i ventiquattro direttori generali delle Banche Lamberto, rientrati nelle loro sedi, si affrettarono ad assumere persone di ambo i sessi e a pagarle perché ripetessero a turno, giorno e notte, i loro riveriti nomi. Speravano così di guarire dalle loro malattie e di far camminare il tempo all’indietro. Invano. Chi aveva i reumatismi, se li doveva tenere. A chi era calvo, non spuntò alcun capello in capo, né biondo né bruno. Chi aveva compiuto i sessantacinque anni, non recuperò un solo minuto. Certe cose succedono una volta sola. A dire la verità, poi, certe cose possono succedere solo nelle favole.
Non tutti saranno soddisfatti della conclusione della storia. Tra l’altro non si sa bene che fine sarà Lamberto e cosa diventerà da grande.
A questo, però, c’è rimedio. Ogni lettore scontento del finale può cambiarlo a suo piacere, aggiungendo al libro un capitolo o due. O anche tredici.
Mai lasciarsi spaventare dalla parola.
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Note
(1) cit.Pag.23
(2) pag. 7
(3) pagg. 100/101

C'era due volte il barone Lamberto adatto a bambini dai dieci anni in su. Editore Einaudi

Schermata 2020 11 19 alle 12.42.26

 

 

 

 

 

 

 

 

 Edizione 2010-Illustrazioni Altan

Schermata 2020 11 19 alle 12.59.15

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