rita rambelliAppena nati questi bambini hanno le stesse opportunità, anche se le loro prospettive scolastiche e di carriera sono diverse.
Una volta adulti gli uomini guadagneranno in media circa il 16% in più delle donne.

Il divario retributivo di genere, o gender pay gap, è la differenza salariale tra uomini e donne, calcolata su base della differenza del salario medio lordo orario.
Nell’Unione europea le donne in media guadagnano circa il 16% in meno degli uomini. Questa forbice varia a seconda dei paesi: inferiore al 10% in Slovenia, Malta, Polonia, Italia, Lussemburgo e Romania sfora il 20% in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Germania, Austria e Estonia.

Per quanto si siano ridotte globalmente negli ultimi dieci anni, le asimmetrie salariali tra donne e uomini vanno accentuandosi in alcuni paesi (Ungheria, Portogallo) e persistono nonostante le donne siano più brave degli uomini negli studi: in media nel 2012 l’83% delle donne aveva ottenuto almeno un diploma di istruzione secondaria superiore nell’UE, contro il 77,6% degli uomini, e le donne rappresentano 60% dei laureati.
Gli effetti del divario retributivo di genere sull’arco di vita. Il divario retributivo incide sul reddito femminile lungo tutto l’arco di vita: guadagnando meno degli uomini, anche durante la pensione, le donne sono più esposte al rischio di povertà in vecchiaia. Nel 2012 la percentuale di donne oltre i sessantacinque anni
a rischio di povertà raggiungeva infatti il 21,7 %, contro il 16,3 % degli uomini.
Perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare, a parità di lavoro svolto, meno degli uomini? Se lo chiede anche Papa Francesco che definisce «la disparità di retribuzione tra uomo e donna uno scandalo». «Serve - esorta il pontefice - uguale retribuzione per uguale lavoro».
Una difesa ampia del ruolo femminile quella fatta dal Papa durante l’udienza generale del mercoledì di alcune settimane fa in piazza San Pietro. Così, davanti a 20mila persone Papa Bergoglio ha chiesto di «difendere le donne» e denunciato ancora una volta i danni che compie il maschilismo nella nostra società, partendo dal luogo comune per il quale la crisi della famiglia tradizionale e la diminuzione dei matrimoni, è colpa dell’emancipazione femminile. Intanto però i dati sull’occupazione in Italia rimangono sconfortanti. In Italia gli uomini guadagnano in media il 7,2% in più rispetto alle donne. Nel dettaglio, la retribuzione lorda annua per i lavoratori di genere maschile, nel 2014, è stata pari a 29.891 euro contro i 27.890 euro delle colleghe.
La mancanza di attenzione politica a questa situazione deriva dal fatto che in Italia vige ancora un sistema di welfare “familista”, che si basa sulla centralità della famiglia, sulla divisione dei ruoli di genere, sull’uomo come colui che lavora per mantenere la famiglia e sulla donna come erogatore di aiuto e cura, nonostante l’evidenza di un cambiamento in atto del ruolo della donna dovuto alla sua maggiore partecipazione al mercato del lavoro. Dall’adesione ideologica a questo modello deriva lo scarso impegno governativo sul fronte della compatibilità fra lavoro e figli e dell’equità dei ruoli fra i sessi. La scarsa presenza delle donne nel Parlamento italiano (21%, contro il 46% in Svezia e il 35% in Spagna, per citare un paese più simile al nostro) è al tempo stesso conseguenza e con-causa di questa situazione. Le donne italiane, schiacciate fra la necessità di lavorare e le necessità familiari, riducono gli impegni familiari limitando la fecondità; le donne che non lavorano, d’altra parte, soffrono ugualmente per la mancanza di supporto e di servizi per l’infanzia: una media di 1,3 figli per donna, contro gli 1,9-2,0 dei paesi Scandinavi, del Regno Unito e della Francia, è la conseguenza della maggiore difficoltà delle donne italiane di dare corso ai loro progetti riproduttivi in assenza di un adeguamento delle politiche sociali alla trasformazione di ruoli in atto. Questo dovrebbe essere oggetto di grande preoccupazione per chi governa, dato che un paese incurante delle conseguenze della bassissima fecondità, sia sul piano personale che sul piano sociale, si avvia verso un estremo invecchiamento della popolazione e uno squilibrio insostenibile dei sistemi pensionistici e sanitari. Per dirla in parole semplici, chi pagherà le nostre pensioni e le nostre cure mediche se ci sono sempre meno persone che lavorano e versano contributi allo Stato per mantenere il welfare?
Le differenze di genere sono evidenti anche nel rapporto tra livello di istruzione e stipendio. In Italia il numero di donne lavoratrici e laureate, 3,5 milioni, supera quello dei colleghi maschi, che si fermano a 2,9 milioni. Eppure, un uomo con un titolo accademico guadagna in media 48mila euro lordi all’anno, mentre una donna solo 36mila, con un differenza del 33,3 per cento. Il rapporto spiega questo divario con il fatto che l’età anagrafica degli uomini laureati è mediamente più alta e, di conseguenza, gli scatti d’anzianità e le posizioni lavorative raggiunte nel corso degli anni hanno permesso loro di ottenere stipendi più elevati.
In questo caso, però, visto che le donne hanno ottenuto più tardi nel tempo la laurea, il loro livello retributivo è destinato a salire, restringendo così il gap con gli uomini, prossimi anni.
Il divario retributivo fra i generi mostra quanto viene considerato il lavoro femminile, rivelando discriminazioni di genere e separazioni nel mondo del lavoro. I dati mostrano anche:
• la concentrazione delle donne nel lavoro part-time, in alcune specifiche professioni.
• la distribuzione diseguale delle responsabilità domestiche, in cui le donne si caricano della maggioranza dei lavori domestici.
• la maggiore probabilità per le donne di sospendere il proprio percorso professionale per occuparsi dei bambini e della famiglia.
Il divario retributivo fra i generi non influenza solo la vita di una donna lavoratrice, ma anche tutta la sua famiglia, soprattutto se lei è l'unica persona della famiglia a percepire un reddito o se è una ragazza madre. Il divario retributivo è fra le cause di condizioni di vita povere e di malnutrizione, ed è quindi uno dei fattori che allontana ulteriormente l'obiettivo di sviluppo del millennio di eliminare la povertà e la fame nel mondo.
Poichè le donne si sobbarcano la parte maggiore delle responsabilità domestiche e della famiglia, questo comporta una maggiore richiesta di part time da parte delle donne. La maggioranza delle posizioni part time - di solito pagate poco - sono quindi occupate da donne. Inoltre, il part time offre poche possibilità di promozione e le donne che lavorano a tempo parziale hanno anche salari parziali e pensioni parziali.
L'allevamento dei figli ha un grosso impatto sulle retribuzioni medie delle donne, questo è quello che viene definito "child penalty", un dato che rappresenta l'impatto negativo di un figlio sulla vita professionale di una donna.
Eliminare le disparità salariali tra i sessi non limitandosi alle misure legislative è uno dei principali obiettivi della strategia della Commissione europea per la parità fra donne e uomini 2010-2015. La strategia prevede iniziative in cinque ambiti: economia e mercato del lavoro, parità salariale, parità nelle posizioni di responsabilità, lotta contro la violenza di genere e promozione della parità di genere all’esterno dell’UE.

 

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