diana catellaniTra le persone che hanno popolato la mia infanzia, ricordo in particolare le donne di famiglia e del vicinato.
A quei tempi, in Emilia, a quarant’anni erano già considerate vecchie e il loro abbigliamento doveva essere adeguato a questa condizione, perciò si vestivano prevalentemente di colore scuro (tranne le ragazze più giovani), portavano generalmente un fazzolettone in testa (credo per motivi igienici) e un ampio grembiule sopra la gonna lunga.

Erano sempre indaffarate: lavoravano dall’ alba fino a sera inoltrata nei campi, in casa, nell’ orto o per accudire i figli e gli animali domestici.
Penso che non sapessero il significato delle parole ” tempo libero”. Infatti, se capitava che, dopo aver adempiuto a tutte le loro incombenze, restasse qualche intervallo, Dianaeccole pronte a mettersi a sferruzzare per preparare magliette, guanti o calze per l’inverno.
La sera, dopo cena, in tante case le donne, vecchie e giovani, si dedicavano a “fare la treccia”: a Carpi c’era una fiorente attività in questo settore e si producevano cappelli e borse di paglia. Mia nonna Marcellina era velocissima in questa “arte” e le paglie sotto le sue dita giravano tanto vorticosamente da non poterle seguire con lo sguardo.
C’ era in ogni cascina una famiglia patriarcale con la “rasdora”, la donna più anziana, che in certi casi gestiva le attività e le finanze domestiche e spesso tiranneggiava le nuore e le eventuali figlie che, avendo rinunciato a sposarsi, restavano in casa e si dedicavano al servizio dei genitori, dei nipotini, degli anziani e dei malati.
Le più fortunate erano quelle che lavoravano come sarte, come camiciaie o magliaie perché, potendo trattenere per sé una parte di quanto guadagnato con le loro dodici o anche sedici ore di lavoro al giorno, potevano avere una certa indipendenza economica.
Ricordo una vicina che era andata a lavorare come mondina in Piemonte; al ritorno aveva braccia e gambe letteralmente divorate dalle zanzare, dai parassiti e dal fango e ricordo ancora che mi impressionò tantissimo il racconto di quella sua esperienza, di cui però non rammento i particolari.
Le donne portavano il peso del mondo sulle loro spalle, senza che venissero loro riconosciuti i diritti più elementari; ora qualcosa è cambiato, ma resta ancora molto da fare.

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