rosanna vaggeSono entrata in quella stanza piena di fiducia. Mio cugino mi aveva detto che aveva ripreso a mangiare, seppur in minime quantità ed era riuscita a fare qualche passo aiutata dal fisioterapista. Sapevo che era molto debilitata per l’incessante vomito che l’aveva torturata per giorni e giorni, ma sapevo anche che era stata reidratata e alimentata per flebo durante il ricovero all’Istituto tumori in cui era stato diagnosticato un cancro al pancreas metastatizzato a pressoché tutto il fegato. Una situazione irreparabile a qualunque età, figurati a 93 anni. Con sorprendente solerzia dall’IST era stata trasferita nell’Hospice-Cure palliative dell’Ospedale più grande della sua città. Ma lei, la zia Germana, era convinta di essere in una struttura riabilitativa.


Erano anni che non la vedevo, ma ci sentivamo regolarmente al telefono perché le faceva piacere che io, unico medico nella famiglia allargata, paterna e materna, fossi sempre informata sulle sue condizioni di salute, assolutamente invidiabili, considerato che, fino a poco più di un mese fa, soffriva di una lieve cardiopatia ben controllata dai farmaci prescritti da un collega cardiologo di mia conoscenza.
le quattro sorelleGermana era la secondogenita di quattro sorelle. La primogenita, Ivane, con l’accento sulla I, è arrivata all’età di 94 anni in buona salute e se ne è andata nell’arco di un mese a seguito di un devastante ictus. La terzogenita, di 89 anni, se la cava benissimo da sola, essendo da anni vedova e avendo un unico figlio che non le ha dato nipoti e che peraltro vive in altra città. Quando, di tanto in tanto, la sento al telefono, resto costantemente sorpresa del fatto che sembra che nulla sia cambiato rispetto a quando io ero adolescente: stesso timbro di voce, stessa vivacità intellettiva, stesse premure nei miei confronti, stessa tenacia nell’affrontare i problemi. La zia Elia, con l’accento sulla E, questo è il suo nome, si lamenta solo di un dolore al ginocchio che la costringe, a scopo precauzionale, a usare il bastone per recarsi al supermercato a fare la spesa e soprattutto chiacchierare con l’uno o con l’altro delle proprie magagne. Qualche volta fa le infiltrazioni da un ortopedico di fiducia che regolarmente si complimenta con lei per l’età così ben portata; con le infiltrazioni o i complimenti (penso io) sta bene per un po’ e a volte può addirittura fare a meno del bastone. La quartogenita era mia madre, di nome Italia, che purtroppo non ha avuto il dono della longevità e ci ha lasciato all’età di solo 60 anni per un maledetto cancro allo stomaco.
Delle quattro sorelle, Germana, era la più debole di nervi, come si diceva una volta. Aveva avuto una grave depressione, almeno così ho sempre sentito dire, dopo che la sua prima figlia era nata morta, a seguito di uno spavento. Poi aveva avuto un secondo figlio, mio cugino Gino, più anziano di me di alcuni anni che le ha dato due nipoti, oggi quasi quarantenni. Una grande lavoratrice, sapeva cucire e ricamare, teneva la casa con una precisione impeccabile. Generosa e sensibile, disponibile ad aiutare tutti, Germana era sempre molto curata nella sua semplicità: “Non toglietemi mai la dentiera, qualunque cosa mi succeda!” diceva spesso alla nuora Tina, non fidandosi del figlio maschio per timore che se ne dimenticasse.
E invece la dentiera gliel’hanno tolta. Era stata male durante la notte, aveva ripetutamente vomitato materiale che faceva presumere, almeno così avevano detto al figlio, che la sua morte sarebbe stata imminente e avevano iniziato la sedazione con morfina. Tina, Gino e i due nipoti erano accorsi all’Hospice, in piena notte, dopo la chiamata del medico, ma non li avevano fatti entrare nella stanza sostenendo che era incosciente per via dei farmaci somministrati e quindi non si sarebbe resa conto di nulla. Nemmeno avrebbe potuto riconoscerli. Gino, a sua volta, avvisò parenti e amici delle condizioni terminali della madre e sospese l’assistenza infermieristica privata che era stata appena attivata, visto che Germana fino allora, aveva mantenuto tutta la sua lucidità, nonostante la sofferenza.
Io stessa ero rimasta sbigottita per la sua memoria, quando sono andata a farle visita qualche giorno prima.
L’avevo presa in giro, sostenendo che non mi avesse riconosciuto, per via dei capelli grigi che vanto solo da pochi anni, e Germana mi ha spiazzato chiedendomi notizie dei miei due fratelli, di mio marito, dei miei tre figli e di mia nipote di cui ricordava perfettamente il nome di battesimo.
Era bella, con le sue lentiggini, attenuate dall’età e i capelli corti, di colore biondo - rossiccio come quando era giovane, ma era triste e avvilita. Mi disse che non aveva dolore e che lì la trattavano bene, fin troppo bene, ma che aveva la sensazione che non credessero che lei potesse migliorare. Si sentiva molto a disagio con il pannolone e desiderava alzarsi per andare in bagno ma non la portavano e lei non osava chiederlo. “Se mi aiutano, io riesco a fare qualche passo, almeno fino alla comoda” mi aveva sussurrato scrutando il mio sguardo, per carpire il mio pensiero, poi aveva aggiunto: “Continuano a ripetermi che è meglio che io stia a letto”.
La feci sorridere, invitandola a suonare il campanello reclamando la padella come nella scena del film di “Amici miei”, ma quel sorriso, appena accennato, fu solo per compiacermi. Tentai un’altra strada, un po’ più professionale, per evitare che in lei si spegnesse del tutto quella minima speranza che è essenziale per avere conforto e le spiegai che spesso il personale sanitario tende a sottovalutare le possibilità di recupero degli anziani per semplice pregiudizio e che Lei, appartenente a un ceppo con radici ben solide, avrebbe potuto sfatare tale leggenda.
Ebbi la sensazione, dal luccicare dei suoi occhi, che le si riaccendesse qualche barlume di speranza, ma questa sensazione svanì in un attimo. “Sai, l’età ce l’ho! Se sono immobile in un letto e mangio pochissimo, come posso recuperare?”.
Come darle torto, dissi dentro di me, mentre una serie di pensieri funesti incominciavano ad aggrovigliarsi nella mia mente.
Perché mai una persona deve essere costretta a defecare e urinare nel pannolone nei suoi ultimi giorni di vita?
E’ così difficile fare lo sforzo di accompagnarla in bagno o aiutarla a sedersi su una comoda?
Avevo saputo da mio cugino che a pranzo le avevano offerto gli gnocchi al pesto, ma non era riuscita a ingoiarli, così come il budino alla banana che era rimasto pressoché intatto nel frigo della camera. Rimasi esterrefatta e i miei neuroni si arrestarono nella produzione di pensiero, forse a seguito di un feed-back negativo come nelle reazioni enzimatiche quando il prodotto di scarto è eccessivo.
Quel giorno fui costretta ad andarmene, seppur malvolentieri, per un susseguirsi di impegni che non mi lasciavano tregua.
Quando la rividi, era senza dentiera.
Non era incosciente, come mi era stato detto: aveva gli occhi spenti che vagavano nel vuoto della stanza, attoniti, alla ricerca di uno sguardo, di un suono, di un qualcosa che le facesse comprendere che cosa stava succedendo.
Era sola.
Gino e Tina se ne erano andati. “E’ questione di ore, è in coma farmacologico e non si sveglierà più … Provvederemo noi a dare la terapia di cui necessita … “ aveva assicurato il medico di turno invitandoli a ritornare a casa per riposarsi dopo la notte passata in bianco, nel corridoio dell’Hospice, accanto alla camera “MOLO”.
Erano accorsi al suo capezzale altri due miei cugini ma, come da raccomandazioni, si erano limitati a soffermarsi fuori della stanza per non disturbare il suo profondo sopore, in attesa della constatazione.
Sbalordita per quanto stava avvenendo, la chiamai ad alta voce, cercando di nascondere l’imbarazzo: ”Zia, buongiorno! Che hai combinato stanotte?” Mi guardò, con l’espressione di chi si sta svegliando da un incubo e a stento, mi disse che aveva sete. Le offrii un sorso d’acqua e le spiegai che avevano dovuto somministrarle dei farmaci contro il vomito che l’avevano un po’ rintronata ma che ora l’effetto stava per finire e sarebbe stata meglio.
La parola era abburattata, flebile, ma la sua lucidità impeccabile, come sempre. Mi disse subito che non poteva stare senza i suoi denti volgendo lo sguardo verso il comodino dove la dentiera era stata riposta nell’apposito contenitore con tanto di nome e cognome.
Scorsi un infermiere che stava distribuendo la terapia nella stanza accanto, attesi che uscisse e lo informai del fatto che mia zia desiderasse che le fosse messa la dentiera. Mi rispose che, con quello che aveva avuto durante la notte, la dentiera era controindicata. Cercando di nascondere gli impulsi tumultuosi che stavano avvenendo dentro il mio cuore, gli dissi sfoggiando tutta l’umiltà che mi appartiene, che ero un medico e che comprendevo le sue perplessità, ma che per la zia era molto importante ed era anche importante che ci fosse il loro assenso.
Acconsentì e di lì a breve intervenne ad aiutarmi mentre stavo goffamente maneggiando i due pezzi di dentiera nel tentativo di capire quale fosse il sopra e il sotto e quale andasse messo per primo.
Con i suoi denti, lo sguardo di Germana, rinvigorì di colpo. Anche la parola, a forza di sorsi d’acqua, le uscì meglio, provò persino ad alzare entrambe le braccia, una dopo l’altra, per assicurarsi di non essere paralizzata, poi volle chiamare il figlio al telefono e, per la prima volta, le espresse la sua preoccupazione di rimanere sola. Non ricordava bene cosa fosse successo quella notte, ma aveva percepito di essere stata male dall’andirivieni di persone che gravitavano intorno al suo letto. Non chiese nulla sulla sua salute ed io pensai che avesse compreso di essere alla fine.
Da quel momento non fu mai più lasciata sola.
Rimase lucida per altri due lunghissimi giorni, il 3° giorno precipitò in un respiro agonico che la portò a morte in poche ore.
A me rimane il dolce ricordo del suo sorriso e l’amarezza di un’assistenza che il mio cuore non è in grado di comprendere.

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