Sono di guardia in clinica, impegnata a riordinare le mail ricevute negli ultimi giorni. Squilla il mio cellulare personale al quale mi sono dimenticata di togliere la suoneria. E' un numero sconosciuto, ma, senza troppe titubanze, rispondo. "Sono Daniela, è caduta Fortuna e non ce la fa più ad alzarsi, sono sicura che si sia rotta una gamba!"

La voce squillante e accorata dell'operatrice rimbomba nelle mie orecchie. Rimango in silenzio, quasi attonita, perché Fortuna, nonostante sia "una forza della natura" ha compiuto 104 anni il 4 maggio scorso e ... insomma ... rompersi una gamba a questa età .... non ci voleva proprio! "Sono nel bagno del secondo piano, distesa per terra con lei che mi tiene stretta la mano, per questo ho chiamato con il mio cellulare. Il 118 sta arrivando, ma la gamba è sicuramente rotta", aggiunge Daniela, in risposta al mio silenzio. "Tienimi informata. Non posso muovermi di qui fino a lunedì", concludo io.

Questo proprio non ci voleva, credo abbia già avuto due fratture di femore, forse no, ne ha avuto solo una, sarà la gamba dove ha il chiodo o forse la protesi, non ricordo bene, sarà l'altra gamba, chissà ... Una serie infinite di domande si rincorrono nella mia mente.
Una sola cosa è certa: il destino di Fortuna d'ora in poi è legato ad un filo sottilissimo che può spezzarsi in qualunque momento, oppure formare degli intrecci, dei nodi che non si riescono a sciogliere, o forse sì, qualcuno si potrebbe anche sciogliere e poi, se c'è qualche nodo non importa, l'importante è che il filo regga quanto basta e che si faccia presto, che non si perda tempo.
Se fosse una frattura del collo del femore l'intervento dovrebbe avvenire entro 24 ore, cosa improbabile se non impossibile, dal momento che oggi è sabato; le linee guida ospedaliere considerano accettabile un ritardo fino a 48 ore quindi dovrebbe andare a lunedì, ce la può fare, è una forza della natura.
Quante volte ha detto: " Io son vecchia, tengo 104 anni, ma non mi sento di morire! Tengo la testa a posto io .... cari miei!" col suo inconfondibile accento napoletano nonostante sia in Liguria da più di 80 anni. Dopotutto si chiama Fortuna, nome più che azzeccato dai genitori, considerata la vivacità del soggetto, oltre che la longevità. E se l'anestesista ritenesse troppo rischioso l'intervento? Così come era successo a Amelia, che non era stata operata perché aveva 103 anni ed era rimasta immobile in un letto di una struttura dotato di tutti i confort ( dalle sponde al materassino antidecubito) , accuratamente assistita da personale con tanto di diploma che le somministrava la terapia al minimo segno di sofferenza e faceva il possibile per rispettare gli orari prestabiliti dei cambi posturali. Nonostante le amorevoli cure, le ulcere da decubito comparivano con una velocità sorprendente e ne martoriavano il corpo. La colpa era attribuita di volta in volta ad un fattore diverso, al caldo umido, alla febbre , al catetere vescicale, alle pieghe del lenzuolo, all'interruzione dell'energia elettrica, alla dimenticanza di un operatore, alla pigrizia di un altro e tanti altri fattori, tutti diligentemente analizzati e, per quanto possibile, affrontati con procedure ad hoc. E Amelia sopravviveva. Chissà cosa pensava nelle interminabili ore in cui giaceva immobile, rattrappita e sofferente nel letto! Lei che amava calarsi per le strette fasce di terra coltivata di Moneglia, raccogliere le ulive, fare l'olio e tutto ciò che comporta la vita da contadina. Quante volte era caduta procurandosi ferite, escoriazioni, contusioni, ematomi! Era proprio per questo il motivo che i familiari l'avevano invitata, se non costretta, ad entrare in una residenza per anziani. All'inizio era stata dura convincere gli operatori che Amelia non necessitava del pannolone perché non era incontinente e che era un suo diritto andare in bagno tutte le volte che ne sentiva il bisogno, considerato che poteva farlo autonomamente.
Gli operatori con l'etichetta di OSS, quella più pregiata, di tutta risposta, si appellavano, con una certa supponenza, alla responsabilità individuale: "Ma rischia di cadere! Non vorrei che la colpa fosse attribuita a me ...", mentre quelli senza etichetta erano più propensi ad insinuazioni del tipo: "Va continuamente in bagno, anche se ci è appena stata! La testa a questa età ... è quello che è ... Non sarebbe meglio metterle il pannolone così non rischia di cadere?".
Una volta, nonostante la ferma indicazione, per errore o per beffa, il pannolone le fu messo davvero. La trovai in lacrime, disperata, nel tentativo di togliersi quell'aggeggio infernale che le impediva di espletare i bisogni nel modo in cui era abituata a farlo da almeno 100 anni. Glielo tolsi io e non fu facile, tanto era forte la colla che lo teneva in sesto, ben aderente e, in quel momento, toccai con mano l'umiliazione che doveva provare Amelia ad essere prigioniera di un pannolone. Non ricordo cosa dissi, ma ricordo lo sguardo incredulo degli operatori nel vedermi mortificata, più che arrabbiata. Devono aver pensato: "Quante storie per un pannolone! Anche la dottoressa sta uscendo fuori di testa !".
Rischio di cadere, proprio quello, il rischio più gettonato, che un anziano non può permettersi. Le cadute sono cose da giovani, da sportivi, da atleti che possono recuperare, tornare alle attività di prima, talvolta anche migliorare la performance. Gli anziani no, non devono cadere e, se cadono, è colpa degli operatori.
Mi fermo qui, perché non ho nemmeno il coraggio di pensare quello che avviene, ahimè troppe volte, continuando in questa scellerata sequenza di convinzioni.
Come se l'isolamento, la mancanza di libertà, l'avvilimento, la paura, lo sconforto e l'ansia fossero rischi di minor conto, quasi da considerarli irrilevanti, e indenni da qualunque sanzione.
Comprendo che oggi non è più accettato il fatto di "rimanere sotto i ferri", ma mi sorgono spontanee alcune domande: "Come possiamo evitare il rischio di morte?"
"L'anestesista che si è rifiutato di addormentarla, ha immaginato quali potevano essere le conseguenze per Amelia?"
"Sapeva che Amelia era una persona vivace, determinata, caparbia e indipendente?"
"Ha pensato, anche solo per un momento, che avrebbe potuto farcela a superare l'intervento e recuperare?"
Non trovo risposte a queste domande, o meglio, trovo solo risposte assurde. E' come se ci fossero diversi tipi di morte, diversi per ordine gerarchico, morte di serie A, morte di serie B e forse anche di tipo misto. La morte di Amelia sotto i ferri non era accettabile per l'anestesista, per l'ortopedico, forse nemmeno per i parenti. In altre parole morire sotto i ferri, significa morire per colpa di un atto sanitario prescritto o eseguito da un medico, quindi morte iatrogena, punibile moralmente e penalmente.
Morire dopo mesi di sofferenze e agonie assistita da personale con tanto di etichetta e con costi nient'affatto irrilevanti è invece accettabile, anzi decoroso per i medici, per i gestori delle residenze, per i familiari , per la società intera.
E per Amelia? E' accettabile? In fondo l'ha voluto lei e, come diceva mia nonna marchigiana "Male voluto non è mai troppo!" E se la colpa è di Amelia, che è caduta perché scendeva dal letto, andava in bagno e girava di qua e di là per la struttura, si tratta di morte naturale, concordata senza mediatori con il destino, non perseguibile dalla legge, in quanto espressione della libertà dell'individuo di scegliere.
Ebbene, tutto ciò mi sembra paradossale, per non dire assurdo. E mi chiedo: a che serve tanta scienza e tanta tecnologia, se, di fronte al rischio di morte, esauriscono entrambe, di colpo, tutta la loro effimera potenza?
Tornando a Fortuna, che ne sarà di lei? Ha pure il diabete che, notoriamente, è un fattore di rischio piuttosto temuto, in tutto l'arco della vita, figuriamoci agli estremi. Fa l'insulina, quella lenta che dura tutto il giorno, ma lei sostiene che l'insulina non è una terapia e l'unica medicina che usa è quella per gli occhi, che si arrossano facilmente: gli impacchi di camomilla. Perché mai il diabete dovrebbe preoccuparla? Mangia le brioche con la marmellata, le torte con lo zucchero, la pasta, il pane, come tutti gli altri; ogni tanto l'infermiera le buca il dito per i controlli, ma è abituata da anni e non ci fa più caso. Non sa che il suo nome è appeso in cucina, insieme ad altri 3 o 4 , per ottemperare alle norme della qualità. Non c'era mai stato, in precedenza, mi sembrava ridicolo, ma, dopo i rimproveri dell'ispettore dell'ASL, avvenuto non molto tempo fa, e dopo un timido tentativo di giustificare la mia scelta che aveva prodotto solo una arricciatura di naso del collega, cedetti e aggiunsi Fortuna al famigerato elenco. I diabetici, tutti, senza eccezione alcuna, vanno appesi in cucina. E' norma di buona pratica. E le norme non si discutono. Accanto al suo nome e a carattere stampatello aggiunsi: NESSUNA LIMITAZIONE alla dieta, ad esclusione dello zucchero nel caffè.
Sono passate alcune ore e di Fortuna non so nulla. Chiamo il pronto soccorso? Non chiamo? Come posso tirare il filo sottile, quasi invisibile, dalla parte giusta per lei e impedire che si spezzi? Navigo al buio e non mi resta che fare ciò che mi detta il cuore. Alzo il telefono e chiamo il pronto soccorso. Risponde Anna, un giovane medico, mi riconosce e mi accoglie festosamente. "Sì .... Fortuna ... tenera !!! Aveva la gamba piegata in due, una frattura diafisaria, sotto il chiodo che le hanno messo tanti anni fa. L'hanno ridotta subito, dopo averla sedata per risparmiarle, almeno, un po' di dolore. Ora è già ricoverata in traumatologia. Stai tranquilla! Vuoi che te li passi? Ma a quest'ora gli ortopedici non ci saranno più". "Non importa ..." rispondo io sollevata " Li chiamerò lunedì e cercherò di portarla in residenza al più presto possibile". "Saranno ben felici!" conclude Anna, mentre mi accorgo di avere il sorriso stampato in volto.
Dai, Fortuna, un nome, una garanzia! Che il tuo filo non si spezzi! Non per questo. Perché andare in bagno a 104 anni compiuti, da sola, è cosa bella e, forse più dell'aspirina, fa bene al cuore.

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