I vecchi e il medico di Rosanna Vagge

il blog di Rosanna Vagge

rosanna vaggeLa Liguria è tra le regioni più vecchie d’Italia con una percentuale di popolazione maggiore di 80 anni del 9,2% rispetto al 6,7% del dato nazionale.
Come si evince dalle diapositive sottostanti tratte dalla relazione dell’antropologo Antonio Guerci dal titolo “Anziani ieri, oggi , altrove”, anche gli ultranovantenni sono in numero considerevole e persino si contano al 2015, 844 ultracentenari, di cui ben 732 donne. D’altra parte è ben noto che noi donne la facciamo da padrone sull’aspettativa di vita, sopravvivendo più a lungo degli uomini. Sopravvivendo, proprio così, perché la vita sana, senza disabilità o malattie gravi si sta riducendo al punto che dal 2004 al 2008 si è addirittura dimezzata mentre gli appartenenti al sesso maschile sono stati meno sfortunati.

rosanna vaggeDa alcuni giorni, forse per l’emozione che ha suscitato in me il titolo del cortometraggio di Marco Toscani “Senza peccato”, mi frulla in testa un pensiero insistente: può esistere l’innamoramento nel vecchio?
Preciso meglio. Per prima cosa, se avete notato, ho parlato di emozione dettata da un titolo, perché, mio malgrado, non sono riuscita a vedere il breve filmato del regista piacentino, ma, conoscendo la sensibilità e il tatto di Marco nell’affrontare temi strapieni di pregiudizi e ipocrisie, le sole parole “senza peccato” mi fanno commuovere. Fra l’altro il film, la cui proiezione è stata addirittura censurata a Carrara, ha vinto pochi giorni fa il premio “Miglior cortometraggio italiano 2019” con una motivazione accattivante di cui cito uno stralcio: “Marco Toscani ci accompagna nell’universo dei sensi del protagonista con maestria per poi sorprenderci con un finale da grande commedia italiana”. Quale sarà? Mi chiedo, non stando più nella pelle dalla curiosità. Lo vedrò.

rosanna vaggeÈ una provocazione? Questo titolo, intendo? Perché mai mi è venuto in mente di scrivere qualcosa sui “fattori umani del medico” ? Forse sono diversi da quelli dell’operaio, dell’avvocato, del contadino, del giornalista? Sicuramente no, non sono diversi, ma presentano caratteristiche specifiche, sottili, recondite, sottese da una sorta di “modus vivendi” che si potrebbe definire di “categoria”, accomunando gli esseri umani a seconda delle loro attività lavorative. Differenze apparentemente inavvertibili, certamente misconosciute, subdole e ingannevoli, capaci di condizionare il proprio e l’altrui comportamento. Quindi, fattori umani a tutti gli effetti. Ovviamente mi riferisco a quanto mi compete, cioè al rapporto professionale tra medico e paziente medico.
È noto che quando c’è un medico di mezzo, succedono le cose più strane. Talvolta si tratta di una serie infinita di banali inconvenienti, altre volte di complicanze gravi, capaci di alterare se non sconvolgere l’intero percorso di cura con ovvie ripercussioni sulla guarigione o sul recupero .È noto che quando capita un collega sotto le nostre grinfie, che sia per una banale febbre, o per un intervento chirurgico complicato, è necessario sempre e comunque incrociare le dita o toccare ferro o appellarsi a chi ha più voce in capitolo sul famigerato destino.

rosanna vaggeC’era una volta il medico condotto, che girava di casa in casa a far visita ai pazienti nei paesi e nelle città, portando con sé la classica valigetta con tutto il necessario. Era rispettato, amato, a volte intimamente temuto. Ci si aspettava da lui che interpretasse i sintomi, che valutasse i segni attraverso un esame clinico accurato e che fosse presago di quello che sarebbe potuto succedere, insomma che formulasse la sua sentenza che veniva accettata senza ombra di dubbio, sia che lasciasse o meno speranza di vita. Certo, quando possibile, il medico erogava anche terapie, ma questo aspetto prescrittivo passava in secondo piano rispetto alla diagnosi ed alla prognosi.
Credo che la mentalità di allora confidasse molto sulle intrinseche capacità di guarigione delle persone, per cui il medico poneva l’accento più sui comportamenti, come il riposo e l’alimentazione, utili per superare il periodo di defaillance piuttosto che sui pochi farmaci allora disponibili, farmaci che venivano riservati ai casi clinici più impegnativi.
Solo di tanto in tanto il medico ricorreva alla diagnostica strumentale, limitata generalmente all’esecuzione di una radiografia del torace o dell’addome e raramente, e dopo accordi telefonici con i medici ospedalieri, richiedeva il ricovero sulla base della sola valutazione clinica. Insomma si assumeva le sue responsabilità utilizzando i mezzi allora in suo possesso. L’atteggiamento era di tipo paternalistico, il sapere medico veniva calato dall’alto e al paziente non restava che affidarsi a lui, ma il clima era indubbiamente rassicurante. D’altra parte sapere che “si è fatto tutto il possibile”, indipendentemente dall’esito talvolta infausto, non è cosa da poco e questo era il messaggio che un buon dottore riusciva a trasmettere. 

rosanna vaggeLe parole mi piacciono, sono una chiacchierona e, per logica conseguenza, mi escono dalla bocca in modo piuttosto fluido e talvolta ingombrante. Pregio o difetto che sia, non intendo interrogarmi su questo, ma riflettere sul significato, sostanziale, completo che ogni parola sottende e sulla relazione che esiste tra parola-pensiero-azione.
In un mio precedente scritto dal titolo “La gerarchia delle parole”  pubblicato su questo blog nell’aprile 2017 mi sono centrifugata il cervello nel chiedermi “se le parole hanno un qualche ordine che le rende diverse e diversificabili che condiziona in qualche modo il passare dal dire al fare”, articolo che consiglio di leggere, nel caso decideste di proseguire, in quanto utile premessa a questo che sto per scrivere.
Ebbene, mi sono imbattuta casualmente in una poesia di Vittorio Lingiardi, psichiatra, tratta da “Alterazioni del ritmo” ed ecco scatenarsi in me un groviglio di pensieri, strampalati in maniera inversamente proporzionale al rigore che caratterizza il metodo delle scienze esatte.

rosanna vaggeE’ fuori di ogni dubbio che il crollo del ponte Morandi ha lasciato una ferita aperta nel mio cuore di genovese.
Quando ero adolescente, lo zio Ercole, macchinista delle Ferrovie dello Stato, amico e collega di mio padre, ci portava con la sua auto che aveva acquistato dopo il pensionamento, ad ammirare la magnificenza del ponte, appena costruito, capace di unire la zona ovest a quella est della città. Eppure non erano certo da poco i disagi che la costruzione dell’opera aveva provocato al suo appartamento, sito ad un piano alto delle cosiddette “case dei ferrovieri”, dove risiedeva con l’anziana madre e due sorelle, entrambi zitelle. Infatti uno degli enormi piloni che sorreggevano il Morandi passava davanti alle finestre di due stanze attigue affacciate sulla via principale ed era talmente vicino che, sporgendoti, lo potevi toccare con una mano. Così la luce penetrava a fatica e la vista del cemento sopra la testa non aveva proprio nulla di spettacolare.

rosanna vaggeHo scritto tante volte su questo argomento, ma ci voglio ritornare perché l’esperienza umana e professionale di vita che inesorabilmente si accresce col moltiplicarsi dei miei capelli bianchi mi obbliga a urlare al mondo che mi circonda, e in particolare a quello sanitario, di contare fino a 10 - almeno fino a 10 - prima di annunciare, per iscritto o verbalmente, nefaste sentenze sulle persone che necessitano del nostro aiuto.
Comprendo che la tendenza attuale sia quella di mettere le mani avanti - non si sa mai cosa possa accadere - e di difendersi da tutto e tutti; comprendo pure che un novantenne pieno di acciacchi abbia più probabilità di lasciare questa terra in tempi brevi rispetto a un baldanzoso giovane, ma, mi chiedo, e parlo come medico, se non si possa trovare un equilibrio tra le possibili e temibili conseguenze di un evento clinico che colpisce una persona cara, tanto più se avanti con gli anni e la fiducia nelle capacità individuali della stessa, affinché, con l’aiuto della scienza e della tecnologia moderna, oltre che degli amici e familiari che le sono accanto possa farcela a recuperare e a ritrovare il proprio benessere.

rosanna vaggeIn famiglia, negli anni della mia fanciullezza, i proverbi, i modi di dire, le metafore erano all’ordine del giorno.
Nonna Rosina diceva spesso “E’ proprio vero che come si nasce si muore” riferendosi alla difficoltà che ognuno di noi ha di cambiare carattere. Era convinta, cioè, che se uno nasceva con qualche caratteristica, nel bene e nel male, se la portasse dietro fino alla morte. Di tanto in tanto, diceva anche “Il buongiorno si vede dal mattino”, attribuendo a questa frase un significato analogo alla precedente. Quando si rivolgeva a noi tre nipoti, di cui io ero la maggiore, enunciando detti di tal fatta, l’espressione del suo volto diventava arcigna, ma sotto sotto era possibile intravedere una certa benevolenza, oltre alla convinzione che non avrebbe smesso di provare a “raddrizzare le zampe ai grilli”.

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