I vecchi e il medico di Rosanna Vagge

I vecchi e il medico di Rosanna Vagge

il blog di Rosanna Vagge

rosanna vaggeLa pandemia da coronavirus, in Italia e nel mondo, ha svelato lo stato di salute generale delle nostre società, mettendo in evidenza le gravi fratture in cui abbiamo vissuto negli ultimi anni: l’ambiente, il sistema economico, la sanità. Lo sostiene Gino Strada, fondatore di Emergency ONG Onlus. “Quella che ci troviamo di fronte è una sindemia, come la definiva il medico antropologo Merril Singer: la concentrazione e l’interazione di due o più malattie o altre condizioni di salute in una popolazione, soprattutto come conseguenza dell’ineguaglianza sociale e dell’esercizio ingiusto del potere”. Aggiunge molte altre argomentazioni sulla spesa, sui tagli, sulle scelte politiche, tutti basati sull’assunto che “essere curati è un diritto universale ed un bene comune” e sostiene che “l’idea di investire e ricavare denaro sulle sofferenze altrui è inconciliabile col concetto di cura come diritto umano” (tratto da La nostra idea di Sanità).
Come dargli torto? Penso io. Anche il “Progetto Arco della vita”, nato nel 2011 per dare un’anima a Casa Morando, fonda le sue radici concettuali sul “rispetto dei diritti e delle prerogative inalienabili della persona, declamati a gran voce da tutte le organizzazioni internazionali, ma così difficili da raggiungere nei fatti concreti”.
ARCOEbbene sì, bisogna ammetterlo, quando si parla di diritti, è pressoché impossibile venirne a capo perché, sul piano dell’adesione teorica, non c’è praticamente nessuno che osi rifiutare apertamente i diritti umani, in altre parole, il loro riconoscimento è universale, mentre sul piano concreto, i diritti umani continuano ad essere violati in mille modi, sotto gli occhi di tutti, ovunque nel nostro pianeta.
Sono parole che traggo dal libro della filosofa Jeanne Hersch dal titolo “I diritti umani da un punto di vista filosofico” la cui lettura, propostami da Elisa, una mia cara amica, mi ha indotto non poco a riflettere sul fatto che, se è facile riempirsi la bocca di questi diritti, soprattutto da parte dei decisori politici delle nostre sorti individuali e della comunità, molto più fallimentare è definirli giuridicamente ed assicurarne l’attuazione. Qui “cade l’asino”, direbbe nonna Rosina. Le contraddizioni concettuali, se non addirittura i paradossi la fanno da padrone e i diritti e i contrapposti doveri rischiano di rimanere svuotati della loro ragion d’essere.
Ma quale è il fondamento dei diritti umani? In che modo questo fondamento può essere nel contempo assoluto e plurale? Che significato hanno? Sono utili per il mantenimento della pace, la conquista della felicità, la produzione di beni? In che senso si può parlare di universalità dei diritti umani? Ma, in primo luogo: che cos’è quest’essere umano di cui si tratta di rispettare i diritti?
L’autrice, che ha diretto la Divisione di filosofia dell’Unesco cerca di dare una risposta a queste domande proponendo una digressione filosofica che, per sua stessa ammissione, può sembrare inutile o persino inaccettabile, quasi indecente. A me, invece, è risultata chiarificante. So poco e nulla di filosofia, lo ammetto, sono un medico e mi occupo della salute delle persone, ma rileggere l’art. 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani alla luce delle considerazioni della Hersch e calandomi nella concretezza del contesto sindemico odierno che ho modo di toccare con mano, mi ha stimolato altre domande, che definirei piuttosto inquietanti.
L’Art. 1 della Dichiarazione, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.
Di primo acchito si direbbe che questo enunciato è menzognero, infatti gli esseri umani non nascono affatto liberi, essendo i più dipendenti e i più incapaci tra tutti i piccoli di mammiferi e tanto meno uguali, avendo occasioni di sopravvivenza assolutamente disuguali. Sono però liberi e uguali in dignità e diritto, spiega la filosofa, non a livello della realtà empirica, dei fatti oggettivi, ma al livello virtuale di ciò che possono e devono pretendere, vale a dire della loro libertà responsabile e di tutto ciò che le è dovuto. La seconda frase dello stesso articolo, continua la Hersch, constata il loro dono (non ancora attualizzato) della ragione e della coscienza e conclude con un imperativo morale: “(essi) devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.
L’uomo, infatti, è un’anima e un corpo. In quanto corpo vivente appartiene alla natura, che è il regno della forza: “Tutto mangia tutto” e non conosce né il diritto né i diritti. Se fosse solo un’anima, l’uomo potrebbe disinteressarsi della forza e la questione di mangiare o non essere mangiato non si porrebbe. Ma in quanto è un’anima e un corpo vive la propria umanità precisamente nell’intersezione dell’una e dell’altro e la realtà della natura, dei dati di fatto, assume una importanza decisiva, in quanto ogni individuo ha bisogno di vivere per …, cioè si propone dei fini: vuole, desidera, opta, sceglie.
È proprio questa esigenza di attualizzare e conquistare, per quanto diverse ne siano le sue espressioni, quella che la Hersch definisce “libertà responsabile”: fonte, fondamento e senso dei diritti umani. Una esigenza che supera, trascende o persino contraddice i dati di natura, cioè i caratteri biologici dove vige la forza. In ogni essere umano esiste la possibilità di una decisione assoluta e questo punto, il più radicato, il più concreto è la fonte della universalità dei diritti umani. In sintesi ogni uomo vuole "essere un uomo” ed essere riconosciuto come tale. Se non lo è, qualche volta preferisce morire, in quanto è in gioco la libertà con il suo assoluto. Un assoluto che non ha nulla in comune con l’arbitrario e non resta “allo stato selvaggio”, ma che occorre mettere in atto nelle realtà relative e vincolanti, nel corso della storia, in ogni società, a tutti livelli.
Insomma, secondo la Hersch, l’art. 1 non potrebbe essere più giusto: grazie all’equilibrio dei termini, esso riconosce la condizione dell’uomo tra il fatto e il dovere, e il compito infinito dei diritti umani, tra il relativo del dato e l’assoluto dell’esigenza sino alla fraternità inaccessibile.
L’art. 2 afferma l’unità e l’interdipendenza di tutti i diritti e di tutte le libertà proclamati dalla Dichiarazione, rifiutando ogni eccezione, quanto a coloro che ne devono beneficiare. Aspira cioè a una portata assolutamente universale che protegge tutti gli esseri umani e ciascuno di essi di fronte a un genere umano che in realtà sarà sempre alla ricerca di deroghe e scuse. Mentre, empiricamente, non c’è da nessuna parte vera libertà, la Dichiarazione chiama a renderla possibile. Mentre, empiricamente, non c’è da nessuna parte uguaglianza, la Dichiarazione chiama a un compito sociale, politico, storico, quello di rendere uguali, e quindi di migliorare, nel corso della storia, le occasioni della libertà responsabile.
Ma quali sono questi diritti e quale è la loro esigibilità?
La filosofa ne evidenzia tre:
-i diritti elementari, civili e politici, i più facilmente esigibili perché condannano ogni costrizione fisica esercitata dalla forza contro la vita, le scelte, gli spostamenti, l’azione, l’espressione di un essere umano, rendendogli così impossibile l’esercizio della sua libertà responsabile. Tra queste evidenti costrizioni, il ricatto, seppur meno flagrante e diretto, è, agli occhi dell’Autrice, la più terribile delle violazioni dei diritti umani, in quanto s’insinua nel centro stesso della libertà possibile di un soggetto. Se egli cede, tradisce la sua essenza. C’è una libertà che si suicida.
-i diritti economici e sociali che tendono ad alleggerire le costrizioni della “natura” che pesano su ciascuno a causa dei bisogni vitali che deve soddisfare, per sé stessi e i suoi cari, pena la morte, e il cui onere, se assorbe tutto il suo tempo e tutte le sue forze, lo asservisce al corpo riducendo le possibilità di accedere alla propria libertà responsabile. Le società umane non forniscono a nessuno la libertà responsabile, ma è compito di ogni società accrescerne le occasioni. Dipendendo dal contesto di sviluppo, dall’ambiente, dalle risorse date, è evidente che la loro esigibilità è di gran lunga inferiore a quella degli altri diritti.
-i diritti culturali che riguardano più direttamente l’esercizio effettivo della libertà responsabile, ritenuti da alcuni meno necessari dei precedenti, ma, sostiene la Hersch, non è affatto così. L’uomo non diventa un essere libero e responsabile e non permette agli altri di accedere a questa libertà se resta solo e allo stato bruto, tale quale la natura l’ha fatto. Qualunque sia il luogo e l’ambiente in cui è nato, bisogna che abbia vissuto in un contesto culturale, che ne abbia imparato la lingua, che vi abbia ricevuto una educazione e una formazione. Per fare uso della sua libertà responsabile, ha inoltre bisogno di uno spazio ulteriore che si apra al di là del suo ambiente prossimo e gli permetta di orientarsi e di situarsi nello spazio e nella storia. La minaccia è il vuoto interiore, una sorta di opacità della coscienza, che si arrende al regno naturale della forza.
A questo punto i pensieri si ingarbugliano e mi compaiono immagini confuse e frammentarie, ma nel contempo chiare ed esplicite, che sono rimaste impresse nella mia mente in tanti anni di professione medica.
Rivedo lo sguardo attonito dei vecchi quando varcano la soglia di un luogo che non conoscono e non scelgono, alla ricerca continua di un qualcosa a cui aggrapparsi , rivedo i volti spauriti e rassegnati allo stesso tempo, di coloro che, all’ennesimo trasferimento, accedono nei centri Covid per essere isolati quanto basta, rivedo la tristezza mista a stupore dei famigliari quando apprendono che non potranno mai più vedere i loro cari che se ne sono andati senza nemmeno un saluto, perché il tempo non è bastato.
Mi chiedo se nell’invecchiamento o negli stadi avanzati della demenza, l’esigenza assoluta, che ha a che fare con la libertà e che è insita in ognuno di noi, si attenui fino a svanire del tutto oppure rimanga intatta nell’anima.
E poi mi immobilizzo di fronte ad una domanda cruciale: che senso ha appellarci ai diritti, sempre più numerosi, ma nel contempo sempre più vaghi, talvolta addirittura ambigui, per la loro stretta dipendenza da condizioni naturali, se poi è impossibile realizzarli in questo mondo?
Il mio pensiero ritorna al “Progetto arco della vita” e rileggo la frase che conclude la premessa: “L’anziano deve sentirsi utile, considerato, amato e rispettato per quello che è stato, che è, e potrà ancora essere e ha il diritto, che diventa il nostro dovere, di portare a conclusione il suo arco di vita nel modo migliore possibile. L’arco della vita che, come un arcobaleno, ha infiniti colori con infinite sfaccettature, diversi e indistinguibili al tempo stesso”.
Come è possibile attuare questo progetto nel contesto operativo? Mi chiedo con un certo imbarazzo.
Come conciliare i buoni propositi con le innumerevoli disposizioni e raccomandazioni alle quali attenersi, in nome della salute e sicurezza degli anziani, che limitano non poco le libertà di pensiero e di espressione? Disposizioni standardizzate non sempre applicabili in contesti specifici, talvolta addirittura inaccettabili che, in epoca pandemica, si sono moltiplicate a più non posso.
Sono presa dallo sconforto, ma non fa parte della mia natura rassegnarmi alla disfatta e abbandonare il campo.
Riprendo in mano il libro della Hersch e vado all’ultima pagina, la 102 dell’edizione Mondadori del 2020, dove l’autrice, dopo aver scritto così a lungo sui diritti umani e guardando all’attualità (e non era epoca pandemica) ammette di aver voglia di posare la penna.
Tuttavia, come tacere quando sembra che la radice interiore dei diritti umani rischia di atrofizzarsi?
Quella radice che dice “tu devi” o che dice “no, a nessun costo”, senza la quale i diritti perdono tutto il loro senso,” bisogna curarla, nutrirla, stimolarla, pur preservando in sé e negli altri la misura di una incarnazione sempre imperfetta e progressiva, da realizzare in molti modi e, in particolare, con l’ausilio di strumenti giuridici ispirati alla Dichiarazione universale”. Queste le sue parole conclusive.
Mi rincuoro e, con un pizzico d’orgoglio, sento crescere in me la forza per andare avanti, perché la minaccia della tabula rasa, dell’apatia, del vuoto di esseri umani che non sanno più chi sono è molto peggio della minaccia di sanzioni pecuniarie.
E rivolgo un invito, a tutta la società: fermiamoci un attimo a riflettere per ri-pensare al domani.

I diritti Hersch

Mi è capitato per caso, pochi giorni fa, di trovarmi fra le mani il libro di Ivan Illich “Nemesi Medica” scritto e pubblicato mezzo secolo fa. Stavo riordinando, appunto, le scartoffie impilate sulla scrivania della mia camera da letto che regolarmente Perla, la più corposa dei miei tre gatti, riesce a scompigliare all’alba di ogni giorno facendone precipitare alcune e costringendomi ad alzarmi ancor prima che possa suonare la sveglia, peraltro impostata alle ore 4,57 per via del mio inconsueto ritmo circadiano, simile a quello di una gallina. La copertina è sgualcita, dal bordo spuntano segnalibri, alcune pagine riportano appunti al margine e sono contrassegnate da pieghe, le cosiddette “orecchie”: cerco di sistemarle, ma, istintivamente mi soffermo alla pagina 93 e leggo:” Quanto più la vecchiaia diventa soggetta a servizi d’assistenza professionale, tanta più gente viene spinta in istituti specializzati per gli anziani, mentre l’ambiente di casa, per quelli che resistono, si fa sempre più inospitale”. Siamo alla Parte seconda del libro intitolata “La iatrogenesi sociale” con sottotitolo “La medicalizzazione della vita”.
Sfoglio il libro avanti e indietro cercando la definizione che l’autore attribuisce al termine “iatrogenesi sociale”. La trovo a pag. 49: “[…] parlerò di iatrogenesi sociale, intendendo con questo termine tutte le menomazioni della salute dovute appunto a quei cambiamenti socio-economici che sono stati resi desiderabili, possibili o necessari dalla forma istituzionale assunta dalla cura della salute. La iatrogenesi sociale insorge allorché la burocrazia medica crea cattiva salute aumentando lo stress, moltiplicando rapporti di dipendenza che rendono inabili […] e addirittura abolendo il diritto di salvaguardarsi. La iatrogenesi sociale agisce quando la cura della salute si tramuta in un articolo standardizzato, un prodotto industriale […]”.
Sono parole forti che mi risuonano come un avvertimento; non posso far a meno di pensare ai danni provocati dalle disposizioni normative ritenute indispensabili per affrontare questo drammatico periodo segnato dalla pandemia da Coronavirus.
Mi imbatto, a caso, alla pagina 86, capitolo intitolato “L’imperialismo diagnostico” e leggo: ”La burocrazia medica suddivide gli individui in quelli che possono guidare l’automobile, quelli che possono assentarsi dal lavoro, quelli che possono fare il soldato […]”. E, aggiungo io, in quelli con tampone per la ricerca del virus Sars- Cov-2 positivo e in quelli negativi. Con tanto di certificazione medica allegata.
Non riesco a staccare gli occhi dal libro, scorro velocemente lo scritto, più con il cuore che con la mente e rimango colpita da altre frasi che non ricordavo più, considerato che sono passati parecchi anni dalla mia lettura integrale del testo. Illich riflette sull’organizzazione della società protesa a medicalizzare i periodi di rischio delle diverse fasi della vita, dalla nascita alla morte, ben diversa dal rito, breve per quanto drammatico, richiesto dagli stregoni della tribù Azandé per segnare il passaggio di un membro da uno stadio della sua salute al successivo, rito che peraltro metteva in luce le forze generatrici della comunità e l’importanza degli aspetti culturali per la preservazione della salute. “La supervisione medica permanente fa di tutta la vita una serie di periodi di rischio, ciascuno dei quali richiede una tutela speciale. Dalla culla all’ufficio e dal Club Mediterranée al letto di morte, ogni fascia di età è condizionata da un ambiente il quale definisce la salute per conto di coloro che segrega”. Prosegue il filosofo con modalità che definirei piuttosto corrosive, mentre il verbo “segregare” mi riporta alla situazione pandemica attuale.
Chissà cosa direbbe il filosofo antropologo se fosse ancora vivo!? Probabilmente si sta rivoltando nella tomba, penso io, perché la deriva, iniziata molti anni fa, sta prendendo una piega intollerabile per la dignità dell’essere umano.
Le situazioni che sto vivendo, per un motivo o per l’altro, pongono l’accento sulla controproducente assurdità di un’organizzazione socio-sanitaria basata sulla separazione tra gli individui e nella quale l’individuo stesso è reso inabile in specifico rapporto all’età. Quest’ultime parole sono presenti alla pag. 89 dell’edizione in mio possesso di “Nemesi Medica” e seguono una frase che riporto integralmente che dovremmo sempre tenere a mente, anche se può apparire addirittura caustica. Eccola: “Tra il parto e il termine estremo, questo fascio di interventi biomedici trova la sua migliore collocazione in una città che sia costruita come un utero meccanico […]. L’esempio più ovvio quello dei vecchi, vittime di cure impartite per una condizione incurabile”. Preciso che l’autore ironicamente fa riferimento alla cura intesa come terapia medica e alla vecchiaia come malattia, non al prendersi cura, che è sempre possibile in qualsiasi condizione si trovi un individuo.
La burocrazia medica sovrasta ogni decisione e l’organizzazione che ne consegue non sgarra di un millimetro. Le istituzioni preposte alla verifica e controllo delle norme imposte minacciano sanzioni, ritiro delle autorizzazioni e convenzioni, emarginazione dal sistema; il “razionale economico” supera di gran lunga il ragionamento clinico, che dovrebbe essere basato da millenni su scienza e coscienza, e la ruota della vita, con il suo carico di sofferenza, disagio ma anche gioia e speranza, si inceppa, poi si ferma, a volte riparte di colpo, lentamente o accelera vorticosamente, per poi arrestarsi di nuovo e così via. In modo apparentemente casuale. La sua irregolarità crea incertezza, confusione, disorientamento e miete molte vittime, in primo i pazienti, quelli più anziani, quelli ai quali noi medici abbiamo appiccicato l’etichetta di malattie, spesso concomitanti, che necessitano di farmaci specifici per ciascuna etichetta, farmaci a vita, anzi “salvavita” che non possono essere mai abbandonati e l’ora di assunzione deve essere spaccata al secondo altrimenti perdono di validità. Per poi meravigliarci se, dopo un evento acuto, il vecchietto di 99 anni muore a seguito di emorragia digestiva imponente dopo 30 anni di assunzione di Aspirina o di qualsiasi altro anticoagulante, seppur in associazione con gli irrinunciabili protettivi gastrici.
Sarò più esplicita. Non parlo di coloro che accedono ai pronto soccorso dei nostri Ospedali per sintomi correlati all’infezione dal virus Sars- Cov-2 e necessitano di ricovero nei reparti Covid, ordinari o nelle terapie intensive o sub- intensive a seconda della gravità della malattia, ma di coloro che acquisiscono la positività del tampone molecolare nel corso del percorso diagnostico- terapeutico ospedaliero per altre patologie mediche o chirurgiche o traumatiche, talvolta proprio sul finire del percorso stesso, invalidando tutto ciò che si era precedentemente stabilito: il rientro nel proprio luogo abitativo o la prosecuzione della cura, finalizzata al recupero funzionale, in istituti a minor intensità assistenziale o, ancor peggio, l’interruzione del percorso ospedaliero, come succede in caso di necessità di interventi chirurgici specialistici. Questi pazienti che non sono affatto una eccezione, anzi rappresentano, secondo la mia esperienza, la maggior parte dei casi, sono destinati all’isolamento, difficile da attuarsi al proprio domicilio, per gli stessi motivi imposti dalla norma. Per lo più si tratta di persone con una età anagrafica che la burocrazia colloca nella fascia di anziani, autonomi e ancora produttivi, per usare un termine caro al governatore della mia regione, persone che gradirebbero conservare la loro produttività, a vantaggio di tutti, anche dopo l’evento intercorrente acuto. Ma ci sono anche quelli che, mi verrebbe da dire sfortunatamente, non hanno ancora compiuto i fatidici 65 anni, per i quali le cose si complicano ulteriormente. E’ proprio così, perché i decisori della mia regione, una delle più anziane di tutta Italia, se non di tutta l’Europa, hanno previsto , con normativa speciale approntata ad hoc, le RSA per post-acuti Covid, le cure intermedie ospedaliere geriatriche con posti a singhiozzo un po’ Covid, un po’ non Covid, gli Hotel covid e le navi per quelli autosufficienti asintomatici, dimenticandosi che esistono i pazienti con disabilità temporanee o permanenti collocabili nell’età adulta o giovanile che auspicherebbero essere trattati come gli altri e soprattutto, nel caso la pandemia impedisca il completamento del percorso terapeutico da positivi, di essere destinati ad una struttura che possa garantire per lo meno una assistenza appropriata , quindi implicitamente dignitosa, in attesa della negativizzazione del tampone. Considerato che spesso i sintomi dell’infezione Sars- Cov-2 sono minimi o addirittura assenti, mentre le possibili complicanze derivate dall’interruzione del percorso terapeutico della patologia di base, comprensive di quelle psicologiche, possono cambiare il futuro della loro vita.
Così la continuità assistenziale, la giustizia sociale, l’etica professionale se ne vanno a farsi friggere.
E Enrico, nato nel 1969, assistito da sempre dalla sorella per un lieve handicap e arruolato nel progetto comunale “Vita indipendente” si trova ingarbugliato in una situazione assurda in quanto, dopo il suo ricovero avvenuto circa 3 mesi fa per una riacutizzazione dell’ artropatia e dermatite psoriasica che si porta addosso da parecchi anni, ha presentato una serie di problemi gravi subentranti uno dopo l’altro, tra cui la scabbia norvegese, infezioni batteriche varie e una pericolosa dislocazione di protesi d’anca. La terapia medica ha permesso la guarigione dalla scabbia e dalle infezioni, ma il problema ortopedico impone l’intervento chirurgico, per di più giudicato piuttosto complesso. Ma, ahimè,il riscontro occasionale di un tampone per la ricerca del Coronavirus, risultato positivo, scombina ogni cosa: non si può più trasferire in Ortopedia, bisogna isolarlo fino a che non si ottenga la guarigione virologica dall’infezione, seppur asintomatica e l’ unica destinazione possibile è un centro post-acuti Covid che, pur essendo in tutto e per tutto equiparato sulla carta ad una RSA, è strutturato in modo tale da rendere accettabile, se non gradevole, la permanenza anche a persone più giovani, autosufficienti o non. Ma non è finita: Enrico si negativizza, può essere operato, ma il reparto ortopedico non ha disponibilità di posti a breve e, nel contempo, il paziente non ha più diritto a proseguire la degenza presso il centro, con lo spauracchio della Corte dei Conti, né può rientrare a domicilio per l’incapacità della società di offrire assistenza continuativa ad un paziente che non è in grado di alzarsi dal letto.
Ed ecco che, in periodo pandemico, il detto “Il vecchietto dove lo metto?” pare essere soppiantato da altri: il cardiopatico, il traumatizzato, il disabile, soprattutto se non sono vecchietti, dove li metto?
L’alternanza dei tamponi, un po’ positivi e un po’negativi fa girare la testa e inceppa la ruota. Inoltre la rigidità delle norme, nonché la ristrettezza della mentalità odierna, complici le scarse soluzioni alternative predisposte dalla politica, sempre più confusa e ambigua, rendono piuttosto discutibili le scelte intraprese, nelle diverse circostanze. E sottolineo che il termine scelte è del tutto improprio in questo contesto.
Ritardi, disagi, avvilimento, sprechi di risorse pubbliche, solo per elencare alcune tra le conseguenze inevitabili di questo approccio burocratico ad un problema di salute, sono all’ordine del giorno e l’etica della cura quotidiana non trova più basi su cui appoggiarsi.
È questa la iatrogenesi sociale di cui parla Ivan Illich? Mi chiedo.
O forse il mio carattere ribelle ed un tantino anarchico, mi impedisce di comprendere fino in fondo, soprattutto per le scarse risorse economiche, che non si poteva fare diversamente?
La ruota dei miei pensieri incomincia a girare vorticosamente, devo chiudere il libro, distogliere la mente e concentrarmi su qualcosa di positivo, che mi faccia scorgere la luce in fondo al tunnel.
Anatre
Penso a Grace, Rosy e Angel che sono state accolte con grande entusiasmo da tutti i residenti di Casa Morando, annoiati e afflitti dal lungo periodo di reclusione imposto dalla pandemia. Li hanno distratti dalla monotonia della vita di comunità, limitata nell’animazione e nelle feste e privata dei consueti e numerosi incontri con amici e parenti, sono state capaci di farli sorridere e i vecchietti, a loro volta, le hanno riempite di coccole, le stesse che avrebbero voluto ricevere.
Eccole mentre razzolano per la prima volta nel cortile.
Ed ecco Rita e Piero intenti ad accarezzarle e a farsele amiche.

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Le oche, se non conoscono, possono essere aggressive e devono essere addomesticate da piccole. È quindi necessario impegnarsi per arrivare all’obiettivo di una buona convivenza.
Angel, l’anatroccola inseparabile dalle due, è un po’ più timida e paurosa, ma col tempo capirà che nessuno vuole farle del male.
Mi viene in mente di proporre ad altre strutture per anziani l’addestramento di oche come valido ed efficace antidoto alle iatrogeniche disposizioni anti-Covid, ma blocco all’istante questo bizzarro pensiero.
Forse la mia passione per gli animali e la natura in genere, mista ad una buona dose di stanchezza, mi sta facendo andare fuori dal seminato.
È meglio che mi fermi qui.

rosanna vaggeEra il 25 febbraio del 2020, quando, dopo una sospensione di quasi 3 anni a causa dell’alluvione, gli organizzatori avevano dato l’ok per riprendere a correre la faticosa maratona “Arco della vita” e fortunatamente avevano considerato valido il percorso precedente.
L’articolo dal titolo “Maratona sospesa al km 9- si riprende a correre” pubblicato su questo stesso Blog racconta nei dettagli con quanto entusiasmo “Casa Morando” fosse ripartita, nella consapevolezza delle difficoltà insite in un territorio fragile quanto i suoi abitanti, ma con la volontà di perseguire l’ obiettivo di dare dignità alla vita e di rendere il più possibile concreta la parola inclusione.
Il racconto che la mia mente aveva accantonato in un angolo recondito fino a dimenticarsene, concludeva con questa frase: “Ora si parte, dobbiamo riprendere un passo sostenuto senza esagerare. Non manca molto al ristoro del Km 10 e dobbiamo arrivarci in buone condizioni per acquisire ulteriore energia e, a testa alta, battere i pugni affinché Casa Morando diventi a pieno titolo una Residenza Protetta aperta”.
La rileggo più volte, questa frase, e mi accorgo che il sentimento di amarezza misto ad avvilimento che di primo acchito mi ha invaso lascia il posto alla voglia di ricominciare, di raccogliere le forze, stringere i denti e andare avanti, anche se al ristoro previsto al Km 10 non siamo riusciti ad arrivarci.
Proprio così, perché, dopo aver percorso poco più di 700 metri, la maratona è stata bruscamente interrotta per evitare la diffusione del contagio dell’infezione Covid-19 e tutti indistintamente siamo stati mandati a casa fino a data da stabilirsi. È infatti l’11 marzo del 2020 quando il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità , Tedros Adhanom Ghebreyesus dichiara la pandemia da Coronavirus essendo in netto aumento i casi di infezione, più di 118.000 in ben 114 paesi, e già oltre 4000 le vittime.
Un anno paradossale, interminabile e nello stesso tempo volato via, come sospeso nel nulla, privo di aspettative, di risorse, brulicante di dolore e sofferenza, incertezza, delusione, sfiducia e morte. Un anno di vita perso, monopolizzato da una particella invisibile capace di esaltare le meschinità insite nell’animo umano e indebolire fino ad annientare i pensieri più nobili.
Un anno in cui gli anziani residenti di “Casa Morando” hanno subito le restrizioni imposte dalle autorità competenti: niente più shopping al mercato del venerdì di Chiavari, niente più lezioni di musica all’asilo della Scuola Maria Luigia, niente più visite dei parenti o rientri a casa, in famiglia, per il fine settimana. Un cambiamento radicale delle loro abitudini che, nonostante gli sforzi della direttrice Maria Grazia di rendere gioioso il periodo di reclusione offrendo preziosi momenti di svago all’interno della residenza, non ha certo giovato al loro benessere legato soprattutto al sentirsi liberi di scegliere come e dove muoversi, godere della musica, del ballo, delle feste a sorpresa, degli incontri con gli amici del Rotary, del calore insostituibile di un bacio e di un abbraccio.
Ringraziando la buona sorte ed incrociando le dita, come la tradizione ci insegna, il virus non li ha colpiti e pure la seconda dose del vaccino Pfizer non ha provocato alcun effetto collaterale, nemmeno il minimo risentimento al braccio nel punto di iniezione. Sarà per il fatto che abbiamo cercato di esorcizzare la paura con allegria e creatività, complice un ambiente accogliente, reso vivace dall’andirivieni dei nostri gatti, il cui numero è salito a 6, dopo l’arrivo di Tinetta e l’adozione di due dei suoi cuccioli, Cesare e Topo. Poi ci sono Gertrude, Anita e Zoe che popolano il cortile antistante, ma non disdegnano affatto di entrare all’interno della casa per sgranocchiare ciò che resta nelle ciotole dei felini e ripulirle di tutto punto. Ed ora è arrivato anche Germano, un giovane e timido galletto dalle piume dorate che sveglia il circondario anticipando l’alba con il suo canto discreto, ma insistente. Gli ospiti sono felici di tanta animazione. “È questa la vita!” sostiene Rita dall’alto dei suoi 93 anni che non dimostra affatto né nel fisico né nella mente, “Svegliarsi con il suo canto è delizioso!”, mentre Carlo, dritto in piedi al centro della palestra e con il braccio alzato per richiamare l’attenzione, proclama a gran voce: “Evviva Germano, un gallo in mezzo alle galline ci voleva proprio!”.
Concordo, penso io e le immagini che vi propongo testimoniano, più che le parole, l’atmosfera vivace , in armonia con la natura, che si respira in Casa Morando.
Anita e ZoeGermano.1

Cesare e Vittoria

 

 


L’arrivo di un gallo ha sempre segnato una svolta importante nel percorso di vita degli ospiti. Il primo è stato un galletto di piccola taglia, vecchio e spennacchiato che abbiamo chiamato Ugo e che apparteneva a Rina, una anziana signora che i servizi sociali avevano ritenuto non più in grado di vivere autonomamente in casa propria e le avevano nominato un amministratore di sostegno per istituzionalizzarla. Rina era una donna di campagna, molto riservata, attaccata alle sue abitudini, indossava sempre il grembiule da cucina e non si separava mai da una borsa da spesa, sgualcita dal logorio del tempo. Si adattava male alla vita di comunità, si annoiava, non si sentiva utile ed allora abbiamo pensato che poter continuare ad accudire Ugo sarebbe stato per lei di grande conforto. Fu l’amministratore di sostegno in persona a consegnarcelo, rinchiuso in uno scatolone di cartone con i buchi, ma purtroppo visse solo pochi mesi lasciando vedove Teresa e Gilda, le due galline che solo Rina riusciva a confortare con le sue coccole. Poi fu la volta di Osvaldo, il più birichino perché di tanto in tanto rincorreva le persone che non le erano simpatiche cercando di speronarle. Osvaldo ci lasciò all’età di 5 anni, improvvisamente; noi ci preoccupammo pensando a qualche malattia fulminante, ma i veterinari dell’ASL ci rassicurarono sostenendo che avesse raggiunto la fine dei suoi giorni per anzianità. Nel frattempo era nato in casa Fortunello che, quando era ancora giovincello, si perse lungo il fiume Rupinaro e non fu mai più trovato. Da più di un anno, causa pandemia, Casa Morando era priva della sua mascotte e gli ospiti attendevano con gioia l’arrivo del promesso sposo di Gertrude, Anita e Zoe. I vicini un po’ meno, considerato che qualcuno si è già lamentato per il chicchirichì. Come può infastidire il canto di un gallo? Mi chiedo senza trovare risposta.

La svolta segnata da Germano, sarà la ripresa della vita sociale per gli ospiti di Casa Morando che hanno tutti completato la vaccinazione anticovid in data 5 febbraio. Aspetteremo con pazienza i tempi previsti per la produzione degli anticorpi specifici che ci renderanno immuni dall‘attacco del fatidico virus e, una volta ottenuta la certificazione e l’autorizzazione dall’ASL, almeno verbale, con mascherine e tutte le precauzioni del caso, potremmo finalmente varcare il cancello della residenza, passeggiare per le strade del centro cittadino, ammirare le vetrine dei negozi , incontrare persone di tutte le età, chiacchierare con conoscenti, parenti, amici, sorridere alla vista dei bambini che corrono di qua e di là approfittando della zona pedonale del carruggio. E, perché no, salire orgogliosamente sul trenino turistico che fa il giro della città per festeggiare, anziché il Natale, come di consueto, la riacquistata libertà dopo la vaccinazione. Un modo divertente per promuovere la profilassi anti-Covid, ma soprattutto un invito alle istituzioni affinché riflettano sull’importanza dell’inclusione in tutto l’arco della vita.
Così Nina, che è solita camminare a passo veloce nel giardino antistante per mantenersi in forma, si potrà comprare delle scarpe comode, misurandosele, perché quelle che il fratello le ha portato, pur essendo del suo numero, le vanno strette. In tempi di pandemia, purtroppo, per chi vive in comunità, non è permesso di uscire né in autonomia né tanto meno accompagnata, cosa che Nina, per l’amicizia che ci lega, ha accettato di buon grado riempiendosi i piedi di cerotti. Una accettazione che non sono riuscita a digerire e che mi ha lasciato l’impressione di tradire la sua fiducia perché, sarà per il mio spirito rivoluzionario o chissà per quale altra cosa, certe restrizioni a cascata, rigide e assurde, si collocano al di fuori del mio pensiero logico. E poi un buon paio di scarpe, capace di attutire il peso e di preservarti sani i tegumenti, è fondamentale per chi ama camminare o correre.
Bruna, invece, ha continuato a uscire ogni mattina dalla residenza, mostrandosi del tutto indifferente alla normativa vigente, non perché non la conoscesse, legge due quotidiani al giorno, ma per convinzione: lei, codice 1721, erede degli Asburgo, non può essere toccata dal Coronavirus.
cod. 1721È stata redarguita dai Carabinieri e minacciata di sanzioni allargate all’intera struttura con obbligo di sorveglianza, come chiaramente espresso nell’articolo sottostante pubblicato sul Secolo XIX in data 2 aprile 2020, ma ogni giorno dei mesi successivi fino ad oggi, ha continuato imperterrita a proseguire le sue abitudini. Per fortuna nessuno ha più osato fermarla.


BrunaEd eccola, in una foto tratta da face book pubblicata da un passante incuriosito dal lento procedere dell’audace vecchina, carica di sacchetti all’apparenza pesantissimi, sacchetti dal contenuto misterioso che nessuno può sottrarle.

Cosa succederà?
Si riuscirà a ripartire?
Considereranno valido il percorso precedente?
Oppure annulleranno il tutto costringendoci a ricominciare dal Km 0 e chissà quando?
Mi chiedo, colta da una emozione talmente forte da comprendere il tutto e il nulla. Cerco di analizzarla e mi accorgo che a mano a mano i sentimenti negativi come la rabbia, la delusione, l’indignazione, capaci di bloccare ogni movimento del corpo fino a paralizzarti, sfumano a poco a poco lasciando il posto ad una malinconica neutralità che si trasforma a breve in speranza, fiducia nelle proprie forze, certezza di non perdere mai di vista la meta.
Sono stati necessari 10 anni per correre, tra una interruzione e l’altra 9,7 km della maratona “Arco della vita”, 10 anni in cui abbiamo acquisito la consapevolezza dei nostri limiti, ma anche delle nostre potenzialità, mentre l’esperienza ci ha addestrato alla pazienza, alla prudenza e al coraggio. Tutto ciò non può essere cancellato.
Ora le nostre gambe fremono per ripartire, alla grande e non importa se ci daranno il via ufficiale, sapremo attendere e nel frattempo ci alleneremo duramente.
Perché il diritto ad una vita e a una morte dignitosa non debba mai più essere calpestato.

rosanna vagge“Chi bene inizia è alla metà dell’opera” direbbe nonna Rosina se fosse ancora viva. Nel corso della sua lunga vita si era sempre mostrata aperta alle innovazioni, aveva fiducia nelle persone, fino a prova contraria, non si lasciava intimorire dalle dicerie verso le quali nutriva un sano scetticismo: insomma sapeva utilizzare al meglio i suoi neuroni e stimolava i giovani a pensare con la propria testa fin dalla più tenera età.
Nonna Rosina, quando apprese della mia intenzione di iscrivermi all’Università di Medicina, mi disse che, se avesse avuto l’opportunità di studiare anziché portare al pascolo le pecore, le sarebbe piaciuto diventare un medico e chissà se questa sua inclinazione abbia influenzato inconsapevolmente la mia scelta.
Era ligia alle prescrizioni mediche, ma gradiva comprendere il perché e il percome degli interventi terapeutici; nonostante le scarse possibilità di informazioni sanitarie alla sua portata, sapeva dare una lettura sobria ed equilibrata alle diverse situazioni con le sole doti intuitive e con il buonsenso.
So per certo che l’influenza spagnola, quando aveva poco più di 20 anni, non l’aveva nemmeno sfiorata, non ricordo invece le successive pandemie del 1957 e tanto meno quella del 1968, quando io ero già quasi maggiorenne. D’altra parte aveva sempre goduto di buona salute ad eccezione di un piccolo evento ischemico cerebrale che aveva compromesso l’uso della parola, risvoltosi in breve tempo nel migliore dei modi e l’unico presidio che utilizzava quotidianamente era la pomata del Dott. Biancardi per le lentiggini che non le piacevano affatto.
Quindi, in linea con le convinzioni di nonna Rosina, non posso far altro che accogliere con entusiasmo l’arrivo della vaccinazione anti-Covid e nutrire la speranza che sia di buon auspicio per il 2021 e arresti l’infrenabile contagiosità del virus Sars- Cov- 2 che tanti morti e tanti danni ha provocato fino ad ora in tutto il mondo. Mi vaccinerò presto, anzi prestissimo: la prima dose è prevista tra 4 o al massimo 8 giorni in quanto farò da jolly per raggiungere il numero richiesto che deve essere rigorosamente multiplo di 6 per evitare di sprecare il prezioso vaccino una volta aperta la confezione.
Sprecare le risorse non è affatto cosa buona in ogni tempo, figuriamoci ora, in piena emergenza economica, oltre che pandemica, anche in considerazione del fatto che se le risorse sono limitate, per ovvie ragioni, le esigenze e talvolta le pretese della popolazione sono invece infinite.
Nell’ultimo trentennio l’uso appropriato delle risorse è stato uno dei capisaldi della qualità dell’organizzazione dei servizi sanitari ed il termine appropriatezza è stato il filo conduttore dei principali documenti nazionali di programmazione sanitaria, per citare le stesse parole tratte dall’articolo dal titolo “Appropriatezza, un problema comune” di Giovanni Peronato, medico di Vicenza, pubblicato il 24 febbraio 2020 sul sito www.saluteinternazionale.info. Una procedura è appropriata se il beneficio atteso supera le eventuali conseguenze negative con un margine sufficientemente ampio, tale da ritenere che valga la pena effettuarla. Questa definizione, proposta dalla Rand Corporation (organismo statunitense creato nel 1948 a scopi militari) è stata in parte accettata in ambito europeo, ma con modalità che tengono conto del coinvolgimento del paziente nelle scelte da effettuare, dopo adeguata informazione da parte dei sanitari.
Io personalmente preferisco la definizione di Slow Medicine che considera appropriata la prestazione effettuata in modo giusto e nel momento giusto al paziente giusto, nel rispetto dell’individuo, dell’ambiente e dell’ecosistema, definizione che implica anche il concetto di sobrietà e quello di equità. In questo senso è evidente che l’appropriatezza non può prescindere dalla relazione di Cura perché un intervento definito teoricamente appropriato può non esserlo per quel dato paziente, in quel dato contesto.
A questo proposito mi vengono in mente le parole di un maestro, il Prof. Gian Domenico Sacco, neuropsichiatra tragicamente scomparso a poco più di 80 anni, parole riportate in un mio scritto del 2013 mai pubblicato dal titolo “Cosa c’entra l’Evidenze Base Medicine?” . La conversazione, effettuata in un giorno in cui ero medico di guardia in Clinica, verteva sul rapporto medico- paziente, sulle difficoltà di decisione condivisa del percorso diagnostico- terapeutico che spesso si verificano anche quando il malato è un medico: dubbi, perplessità, convinzioni presenti nell’uno e nell’altro, circostanze di vita, in una sola parola i cosiddetti fattori umani che condizionano i nostri comportamenti, a prescindere delle conoscenze scientifiche.
Ebbene ecco le sue parole: “L'approccio tradizionale "patient oriented" è stato, soprattutto in Italia supinamente - e spesso tragicamente! - sostituito dalle biblizzate linee guida "disease oriented", che risparmiano sicuramente al medico la fatica di ragionare nella assoluta dimenticanza della verità del proverbio "non esiste la malattia, ma il singolo malato.", cioè la singola, irripetibile e concreta persona sofferente che ti sta di fronte! L'apporto conoscitivo da parte delle linee guida "disease oriented" la cui eclatante assurdità consiste dal partire dal traguardo dell'iter diagnostico e non dalla sua linea di partenza […] non va scartato, a condizione che venga usato sempre complementariamente ed in modo assoluto mai alternativamente, al metodo diagnostico tradizionale "patient oriented", costituito da un iter mai totalmente identico a quello di qualsiasi altro paziente […] “.
Parole sacrosante, che accolgo col cuore e col la mente, e che, a mio parere, rappresentano il vero succo della questione.
E … e, direbbero Giorgio Bert e Silvana Quadrino, maestri del counselling sistemico, mai o … o.
Le linee guida private del pensiero critico che è alla base della valutazione clinica, possono sortire paradossalmente l’effetto contrario a quello per cui sono state istituite e finalizzate: la sicurezza del medico e del paziente. Senza considerare che il gruppo di esperti che le redige non è affatto immune dal conflitto di interessi in quanto la pressoché totalità delle società scientifiche ha legami finanziari con aziende farmaceutiche e industrie tecnologiche e questo può portare a formulare linee guida per così dire “compiacenti”. Tale rischio, paventato dalla Rete Sostenibilità e Salute, nel documento “Appropriatezza e Linee Guida” ha ripercussioni importanti sulla responsabilità professionale degli operatori sanitari in caso di contenzioso legale, come è previsto dalla legge 24/2017, la cosiddetta Legge Gelli.
Nella mia mente si concretizzano, con forza prorompente parole come medicina difensiva, medicalizzazione, potere, incompetenza, malafede, ricerca del profitto, parole che pesano enormemente sulle nostre scelte e sono in grado di alterare i nostri comportamenti.
Insomma un insieme di elementi imprescindibili e intrecciati rende molto difficile stabilire ciò che è appropriato in sanità, figuriamoci in tempo di emergenza pandemica, in un contesto economico disastroso a livello mondiale, come quello odierno.
Ben venga il vaccino, quello che sia, per rallentare se non interrompere la deriva di separazione, sequestro, innalzamento di muri, discriminazione, frammentazione e parcellizzazione che abbiamo intrapreso. Che ha portato a isolamento, deprivazione degli affetti, ansia da separazione, confusione, incomprensioni, conflittualità, mettendo in rilievo quanto le dicotomie, in primo mente-corpo possano vanificare i fini che ci prescriviamo, a partire dalla tanto ambita appropriatezza.
Per tutti questi motivi, annodati e ingarbugliati, il vaccino anti-Covid non è stato accolto con troppo entusiasmo né dal personale né dagli ospiti di Casa Morando: dubbi sull’efficacia e durata dell’eventuale azione protettiva, coesistenza di allergie o altre patologie su base immunitaria, paura di fare da cavie che esplodevano dopo la lettura del modulo del consenso informato, tutto ciò era presente nella totalità dei soggetti in grado di fare delle scelte, altri percepivano il clima di incertezza e perplessità, dimostrandosi rassegnati o del tutto indifferenti.
Alla fin fine, dopo aver coinvolto nella decisione i parenti più stretti ed i medici di famiglia, in linea con quanto disposto dalla procedura e soprattutto dalla mia coscienza, ed aver risposto sì alla domanda “Ma tu te lo fai?” l’adesione è stata del 90% per gli ospiti e quasi del 70% per il personale, dati ritenuti soddisfacenti dagli organi istituzionali che hanno apprezzato pure la mia capacità, da esperta matematica, di conoscere addizioni e tabelline. Infatti in data 14/01/2021 in Casa Morando sono stati vaccinati N. 19 ospiti + N. 5 operatori per un totale di N. 24 persone (6 x 4 = 24, quindi multiplo di 6).
Tutto secondo le regole imposte, ma “con l’aggiunta di quel pizzico di sale in più che rende le cose gustose (anche quelle che proprio non lo sono)”, queste le parole del Presidente Francesco rivolte alla Direttrice Maria Grazia.
La foto sottostante è una piccola testimonianza del clima sereno e gioioso che regnava durante la seduta vaccinale: Carlo intonava il ritornello della canzone popolare genovese “Olidin Olidena”, Luciana rideva a crepapelle impressionata dal mio copricapo bizzarro che in realtà era un soprascarpe e Armando, il nuovo arrivato, appena uscito dall’area buffer, scrutava attonito l’ambiente, come a voler dire “Qui sono tutti matti!”, ma, per lo meno, non era triste. Al termine, caffè e biscottini in abbondanza.

 vaccino Morando

Il tutto nella convinzione che la disposizione d’animo influisca fortemente sulla guarigione, in questo caso sulla risposta immunizzante dell’organismo, esattamente come sosteneva il medico veneziano Vicentini, che, più di due secoli fa, aveva introdotto nella Repubblica Serenissima una pratica antivaiolosa “soave”.
A quei tempi la pratica tradizionale per prevenire il vaiolo consisteva nell’innesto di materiale purulento delle pustole umane per provocare una eruzione cutanea a scopo depurativo. Tutto ciò si basava sull’ipotesi “scientifica” che l’agente morboso fosse di origine interna all’organismo e che uno spurgo copioso avrebbe dato maggiori garanzie di risanare il corpo definitivamente. Gioco forza era praticare tagli, innesti di fili infetti, impiastri e fasciature, vescicature già di per sé caustiche che rendevano l’inoculazione a dir poco una pratica cruenta con effetti devastanti. Correva il 1768 e il progetto Slow “Fare di più non significa fare meglio “non era ancora nato.
Ma per fortuna c’è un tal Francesco Vicentini che, insieme ad un altro medico di nome Gatti, suo mentore, non la pensa affatto allo stesso modo e si dimostra molto scettico sull’altrui bisogno di teorizzare senza costrutto “sull’inutile ricerca di cose al nostro intelletto inaccessibili, come per esempio cercando, qual sia la natura del veleno vaioloso […]. Tali ricerche sono imperscrutabili, ed inutili [...] tanti Secoli di meditazioni Filosofiche [...] non hanno ancora data una plausibile spiegazione...”. E sulla malattia da altri considerata una “gagliarda depurazione...” dell'organismo, commenta così: “io non potrò mai collocare tra le depuratrici operazioni di natura un male che ammazza almeno la decima parte di quelli che attacca; e maltratta la maggior parte del restante di essi...”.
Il medico illuminato predilige l’approccio empirico basato sull’osservazione e sul confronto con i colleghi europei e in altri parti del mondo ed è fautore dell’inoculazione preventiva, ma aborrisce le pratiche cruente caldeggiando la procedura soave, come condizione irrinunciabile per l’esito positivo dell’innesto. Spiega inoltre ai suoi superiori che l’esperienza sua e dei colleghi ha mostrato come le circostanze che rendono la malattia più o meno pericolosa siano, oltre alla via attraverso cui il morbo entra nell’organismo, anche la disposizione del soggetto, la qualità e la quantità del contagio: “è facile vedere quanto vantaggiosi effetti produr possano […] le grate distrazioni; e quanto all'incontro nocivo esser debba il non necessario tetro apparato di malattia...”. Tutto per i pazienti deve essere confortante, a partire dalla scelta delle persone dedicate alla loro cura “diligenti, ed amorose […] dell'uno e dell'altro sesso …”, e che esse “abbiano pazienza, e premura e vigilanza nel servire, e trattenere quei piccoli Malati...”.
Ai fini del rapido recupero salutare, per Vicentini, è anche importante il movimento, ma: “se l’esercizio ha da esser utile, dee essere accompagnato da distrazione...”. Non serve far soffrire il paziente, quando è sufficiente una sola “puntura d’ago [...] Nessun apparecchio Solenne, e spaventante; nessun dolore, nessun pericolo di piaghe, ed ulcere...”. Infatti i bambini inoculati all’Ospedale dei Mendicanti, potevano giocare e muoversi a loro gradimento e per favorire lo svago, considerato terapeutico, Vicentini aveva cambiato il sito dell’innesto dalla mano al braccio. “La maggior difficoltà di questo affare è stata la disciplina di questi ragazzi. Vivacissimi [...] maleducati [...] È un miracolo se non nacquero più gravi disordini da questa cagione...”. Queste le conseguenze della sua pratica soave, riportate con le sue parole.
Ma non è tutto, infatti Vicentini, che senza dubbio potremmo definire “slow”, fa anche riferimento al ruolo del medico, condizionato nell’azione dalla sua impostazione in diverso grado teorica o empirica, ma anche più o meno interessato a protrarre lucrosamente i tempi dell’operazione, esaltando o creando difficoltà non necessarie. A questo riguardo riferisce che “quando l’Innesto passò dall’Asia in Europa, dalle mani delle Madri semplici a quelle de’ Medici, le false Teorie, e la impostura s’intrusero a guastarlo...”, mentre in generale l’inoculazione “non riesce nemmeno travagliosa, se tale non la rende un improprio trattamento...”.
Questa avvincente testimonianza dal titolo “La Repubblica Serenissima introduce una profilassi antivaiolosa soave …”, tratta da documenti storici e scritta dalla cara amica Silvia Stagnaro, è stata pubblicata sul volume: Gagliarde spese... incostanza della stagione. Carteggio Giovanni Querini – Caterina Contarini 1768 – 1773 (a cura di A. Fancello M. Gambier. Venezia, Gambier&Keller, 2013).
È proprio vero che l’animo umano è sempre lo stesso, penso io, nonostante il progredire della scienza, tra conferme e smentite, e l’avanzare inarrestabile delle innovazioni tecnologiche. Cambiano i tempi, cambiano le procedure, ma l’agire quotidiano di ognuno di noi è dettato fondamentalmente da quei fattori umani che non saranno mai scalfiti dallo scorrere dei secoli.
Il 2021 passerà alla storia come l’anno della vaccinazione – antiCovid, arrivata prima di quanto ci aspettassimo proprio nel mese di gennaio e spero anche come l’anno della fine della pandemia, della ripresa economica, della nascita di un nuovo welfare più attento ai bisogni fisici e affettivi delle persone.
Perché “chi ben inizia è alla metà dell’opera”. Lo diceva nonna Rosina.

 

rosanna vaggeDomenica 6 dicembre 2020
Ho deciso di concedermi una giornata di riposo, credo di averne proprio bisogno dopo mesi in cui non riesco a staccare la mente dalla pandemia Covid, dagli incessanti impegni lavorativi, ma soprattutto dalla preoccupazione di come andremo a finire.
Essendo da sempre convinta che la motivazione sia la forza trainante della vita, cerco di evitare i momenti di sconforto e di avvilimento sostituendoli con pensieri positivi oppure, e questo mi viene ancora più facile, con rabbia e voglia di azione, tanto più violenta quanto più la problematica è di natura valoriale. Mi viene voglia di appiccare il fuoco a destra e manca, per distruggere o purificare, chissà, come fossi in preda ad un delirio di onnipotenza ma, vi rassicuro, fino ad ora sono riuscita a contenere questo mio lato oscuro, ed al massimo ho distrutto le presine da cucina, non accorgendomi che erano troppo vicine al fuoco acceso sotto la pentola. Confesso anche che essere chiamata Che Guevara o definita rivoluzionaria anarchica, come non pochi fanno, non mi disturba affatto, anzi lo considero un vanto.
Sto aspettando Bianca, la mia quarta nipotina, concepita in piena pandemia. L’annuncio del suo arrivo è stato dato il 2 giugno scorso, in occasione del primo compleanno del fratellino Tommaso ed ora ogni giorno è buono per nascere, ma con un limite dettato dalla prevenzione del rischio: sabato 12 dicembre.
E già, il concetto di rischio assilla il mondo odierno in modo sempre più pregnante. Rischio inteso come la possibilità che si verifichi un fatto negativo e non certo di àlea, che può essere definita come una sorta di scommessa verso ciò che è incerto, come illustra la diapositiva sottostante, tratta da un intervento dell’antropologo Felice Di Lernia, che ho presentato ad un corso di formazione sul rischio clinico.
La società del rischio rende estremamente complesse le decisioni nei singoli sistemi funzionali (politica, diritto, scienza, economia) e, se non bastasse produce la sospensione della pratica del cambiamento. Lo sostiene Niklas Luhmann nel suo libro intitolato appunto “Sociologia del rischio”.
Una previsione che mi desta una certa preoccupazione, considerato che il libro è stato pubblicato nel 1991, e che mi induce a presupporre, se è vero ciò che asserisce, quanto il rischio aggiuntivo e non prevedibile correlato alla pandemia Covid possa paralizzare ancora di più il cambiamento.
ALEA O PERICOLOLA SOCIETA DEL RISCHIO

Un cambiamento a mio parere indispensabile, per il quale da sempre lotto con tutti i mezzi che ho a disposizione, indirizzato soprattutto a porre un freno allo strapotere della medicina che conduce alla medicalizzazione della vita ed alla mercificazione della salute.
Dalla nascita alla morte tutto deve essere previsto e organizzato, concretizzando la frase del sociologo tedesco riportata nella diapositiva: “Il futuro è sempre di più descritto con il concetto di rischio”.
Come possono le persone accettare l’incertezza e l’imprevedibilità della vita?
In un futuro, peraltro, paradossalmente sempre più incerto e imprevedibile per mano dell’uomo, della corruzione, dell’ipocrisia, del conflitto di interessi, della logica di un mercato sempre più spietato che non lascia spazio al rispetto dell’intero pianeta.
Mia nonna Rosina direbbe, mi par di sentirla, con il suo accento marchigiano: “Male voluto non è mai troppo” o la variante “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso”, cosa che mi irritava non poco quando arrivavo dolorante per qualche ferita da eccesso di vivacità, ma, comprendo ora, quanto fosse importante inculcare ad un bambino il senso di responsabilità che sembra sempre più venir meno a favore della ricerca incessante di un capro espiatorio.
È sempre colpa di qualcuno o di qualcosa e ciò induce, per logica conseguenza, a comportamenti difensivi da parte di ogni individuo oltre al tentativo di eliminare quel qualcosa o quel qualcuno che è additato come colpevole.
L’ enorme crescita delle innovazioni tecnologiche che è avvenuta negli ultimi decenni, ha inasprito, se si può usare questo termine, la dicotomia Cartesiana tra mente e corpo, fisicità e spiritualità, frammentando ciò che è indivisibile e perdendo di vista l’intero a favore del dettaglio. In poche parole, l’obiettivo salute, che raccoglie il tutto e non solo una parte, è andato a farsi friggere.
La deriva era già in atto da tempo, non possiamo nasconderlo. Il Coronavirus ha fatto semplicemente traboccare il vaso colmo di acqua, comportandosi come l’ultima goccia ed evidenziando in modo clamoroso le disuguaglianze, le iniquità, le disonestà e le ipocrisie del mondo intero, senza alcuna eccezione.
Tornando a Bianca, quando è nato il mio primo figlio, Franco, esattamente 41 anni fa, non si faceva ancora l’ecografia, il termine della gravidanza era previsto alla fine del nono mese, calcolato in base all’ultima mestruazione e la data prevista del parto era collocata più o meno a metà delle 3 settimane di margine di cui la natura dispone. Il corredo era di colore neutro, bianco o giallino, qualche capo azzurro in chi osava di più, bandito il rosa e il detto “Maschio o femmina quello che sia, viva Gesù, viva Maria” andava alla grande. Le previsioni del sesso erano basate sulla forma della pancia, più o meno a punta e, in quanto al parto, si faceva riferimento alle fasi lunari. Esami del sangue durante la gravidanza? Ben pochi e riservati soprattutto alle persone con patologie già note per evitare le complicanze più gravi, come la temuta gestosi gravidica. Insomma l’attenzione era rivolta alla persona e non standardizzata in nome del rischio, inteso ovviamente come pericolo e non di ciò che è aleatorio. Quest’ultimo termine sembra essere diventato inaccettabile per il paradigma culturale dell’era post moderna.
Ora la gravidanza non è più di 9 mesi, ma di 40 settimane, sui siti web trovi tutti i dettagli della crescita del feto giorno per giorno e la data del parto è codificata in base ai parametri ecografici, capaci di misurare ogni millimetro del corpo e calcolarne il peso; sono offerti gratuitamente, sempre che il medico curante non sbagli la sigla da apporre sul ricettario rosso, esami del sangue, translucenza nucale, screening del diabete gestazionale, senza contare quelli invasivi come l’amniocentesi e la villocentesi, da riservarsi a casi specifici. Con minime differenze tra un centro nascite e l’altro le procedure sono standardizzate: indipendentemente dalle fasi della luna, dopo 40 settimane + 1 o + 2 ha inizio il monitoraggio e, se le contrazioni non arrivano, arriva invece a breve l’induzione con fettucce o flebo.
Le cose si complicano ulteriormente in questo periodo, perché oltre ai consueti rischi, si aggiunge lo spauracchio del risultato del tampone al virus Sars- Cov- 2, tampone che, quando la gravidanza giunge al termine, viene ripetuto ogni settimana in quanto risulta essere determinante per il parto, dal momento che la maggior parte degli Ospedali non dispone di sale a norma per accogliere le partorienti positive. Elisa, mia figlia, ha scelto prudenzialmente l’Ospedale Pediatrico, Covid free o presunto tale, fino ad ora le è andata bene, sempre negativa, ma deve ancora sottoporsi ad un altro tampone e ad un altro monitoraggio per cui l’apprensione rimane elevata.
Domenica 13 dicembre 2020
È arrivata Bianca, alle 15,01 del 10 dicembre.
La natura è stata provvidenziale, Bianca non ha aspettato la luna nuova del 14 dicembre ed ha anticipato di due giorni la data stabilita per il ricovero e l’induzione del parto; si è inoltre guadagnata la stanza singola, non essendo stato ancora disponibile il referto del tampone di Elisa, eseguito, su programmazione, poche ore prima del parto. Così tutti abbiamo potuto tirare un bel sospiro di sollievo, attraverso la mascherina.
È la mia quarta nipotina, è sana e bella: sono felicissima.
Ma non stiamo esagerando?
In nome del rischio, fissiamo regole standardizzate e con margini ristretti di ogni situazione che riguarda la nostra vita, dimenticandoci ciò che è indivisibile e non misurabile: il benessere di ogni individuo.
“C’ È BISOGNO DI AFFETTO” leggo sulla testata di Corfole, Corriere del Levante, del dicembre 2020.
Come sottotitolo riporta: “Un ospedale ha riconosciuto l’importanza della vicinanza dei propri cari: riprese le visite dei famigliari nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Cisanello di Pisa, anche per i pazienti Covid, ovviamente con tutte le precauzioni del caso”.
Mia nonna Rosina, la cui cultura scolastica si è fermata alla terza elementare, direbbe, storcendo il naso: “Hanno scoperto l’umidità nei pozzi?”
Certo che c’è bisogno di affetto, di empatia, di rispetto delle scelte e dei valori che ognuno di noi conserva nel proprio cuore e che permangono, ancor più radicati, quando l’intelletto ci abbandona.
La maggior parte dei nostri anziani che ci hanno lasciato dopo giorni e giorni di allettamento in Ospedale, trasferiti da un reparto all’altro o nelle strutture Covid, pur assistiti nei bisogni primari e curati con farmaci, non sono morti per infezione da Sars -Cov-2, ma per la perdita della voglia di vivere, abbandonati e privati dei loro affetti e di ogni motivazione.
Di questo ne sono convinta, ne sono convinti i miei giovani collaboratori e pressoché la totalità di coloro che, a vario titolo, gravitano nel mondo sanitario.
Il più grande errore nel trattamento delle malattie è che ci sono medici per il corpo e medici per l’anima, anche se le due cose non dovrebbero essere separate” sosteneva Platone 2400 anni fa.
Forse mi giudicherete arretrata, ma la penso proprio così.
E mi associo all’appello del collega Antonio Panti, medico di famiglia fiorentino, oggi in pensione, che dice ”Occorre un sussulto organizzativo che coniughi rispetto e sensibilità umana con prudenza e buon senso”.
Finora il Coronavirus non ci ha insegnato proprio niente, penso sconfortata, ma subito mi appare nella mente la piccola Bianca e mi torna il sorriso.
Andiamo avanti.

rosanna vaggeScrive Giorgio Bert, medico, co-fondatore di Slow Medicine che, secondo Ildegarda di Bingen (1098-1179), monaca alquanto singolare, musicista, poetessa, filosofa, linguista, medico, il corpo non può essere paragonato a una macchina, similitudine che divenne dominante qualche secolo dopo e rimase in auge fino a quasi i giorni nostri. Il corpo somiglia invece a una pianta e il medico a un giardiniere. Se una macchina si rompe non può aggiustarsi da sola; se una pianta viene danneggiata o ferita, essa può in larga misura curare e guarire sé stessa senza interventi esterni (la vis medicatis naturae).
Questa frase, tratta dall’articolo “L’arte medica tra direttività e visione sistemica: medico meccanico o medico giardiniere?” pubblicato su “Riflessioni sistemiche” N. 14 del 2016, mi ha scatenato una marea di pensieri, intrecciati ad immagini di anziani imploranti alla ricerca di uno sguardo compassionevole, nascosto sotto la visiera o di un sorriso complice, celato dalla mascherina piuttosto che di una semplice carezza, capace di generarti quella benefica sensazione di contatto fisico che può avvenire solo a pelle nuda.
Scrive ancora Giorgio Bert: il medico giardiniere è molto diverso da un medico meccanico: se una pianta soffre non si precipita a caricarla di interventi, di rimedi, di pesticidi, ma comincia col domandarsi (e domandarle!): “ Di che cosa hai bisogno? Più sole? Più ombra? Più acqua? Un terriccio diverso? Nutrimento? Eliminazione di parassiti? Quali sono le sue risorse naturali che possono venire esplorate e incentivate?”. La pianta sa cose che il giardiniere ignora. La relazione tra i due è la “cura” e come ogni relazione non è scientifica (è irripetibile, variabile, modificata dal contesto e dal tempo, non riproducibile, non misurabile …). Scambio. Reciprocità. Armonia. Equilibrio.
Elementi tutti che la pandemia ha ridotto ai minimi estremi, se non del tutto cancellati.
Ma è tutta colpa del Coronavirus? Mi chiedo.
Sappiamo bene che la salute non è un fatto esclusivamente biologico, ma un prodotto che riconosce numerosi determinanti diversi: storici, culturali, familiari, lavorativi, economici, sociali, ambientali, climatici, demografici …
Sappiamo inoltre che è necessario distinguere tra la malattia vera e propria, quella che l’antropologo Guerci definisce l’etichetta dotta della malattia, la diagnosi (in inglese “disease”) e la percezione soggettiva di un malessere, disagio, sofferenza, cioè il vissuto della malattia, al quale non possiamo apporre alcuna etichetta (in inglese “illness”).
Una differenza che non è affatto di poco conto, considerato che nella “disease” si è soliti identificare sedi specifiche dell’organismo che vengono colpite o tutt’al più l’organismo intero (malattie cosiddette sistemiche), mentre nella “illness” la “sede”, se così si può definire, non è individuabile in quanto, nella maggioranza dei casi, si colloca nella relazione tra organismo e ambiente esterno.
Ma non è tutto, esiste anche la “sickness” , che è la malattia di un membro della società nella misura in cui è percepita e presa in carico dalla comunità, dall’ambiente sociale del malato.
Il concetto di sickness è forse enigmatico per la mentalità occidentale. Scrive Antonio Guerci nel suo Breve saggio sulle rappresentazioni e costruzioni della variabilità umana dal titolo “Dall’Antropologia all’Antropopoiesi” (Cristian Lucisano Editore, 2011).
Lo spiega con un esempio che ci deve far riflettere.
Noi, appartenenti alla civiltà occidentale, utilizziamo spesso la locuzione tessuto sociale per descrivere situazioni umane particolari prendendo in prestito, senza rendercene conto, un termine estrapolato dall’istologia (tessuto) e connotando un insieme di elementi indipendenti (cellule/individui), ognuno delimitato dalla propria membrana (cellulare/prossemica) con all’interno i propri organi vitali, tutti delegati ad una funzione (fisiologica/lavorativa).
In numerose altre società la situazione è del tutto differente e l’immagine figurata che fornisce una connotazione più precisa é quella del sincizio, vocabolo anch’esso preso in prestito dall’istologia, che vede, all’interno di una comune massa citoplasmatica, organuli cellulari dispersi nel liquido, condivisi da ogni spazio e in ogni spazio della società-sincizio. Ogni componente della compagine e ogni sua attività avviene in comunione e in condivisione, e scopo ultimo è la sopravvivenza del gruppo, comunità, villaggio, clan, grande famiglia.
È facile presumere che in società così strutturate i vissuti, di malattia e di morte, assumano fisionomie molto differenti. E così gli interventi mirati alla salute pubblica.
Tessuto 1Sincizio
Ebbene, tornando alla pandemia che ci sovrasta ormai da mesi, e considerato che viviamo nel mondo occidentale, dove la medicalizzazione integrale della società è una dei tratti distintivi, non dobbiamo meravigliarci se il Coronavirus ha avuto un impatto così devastante sulla vita sociale di ogni individuo con controlli medici sempre più stretti finalizzati alla prevenzione della diffusione del contagio.
La “disease”, rappresentata dal riscontro della positività al tampone per la ricerca del fatidico Sars- Cov-2, ha vinto sulla Illness, almeno nella maggior parte degli individui, fra cui alcuni anziani addirittura ignari di aver contratto l’infezione, altri asintomatici mentre la sickness ha portato ad un unico e univoco comportamento, rappresentato dalla loro esclusione dalla vita di comunità e dal confinamento dei membri colpiti in aree apposite.
Che fine ha fatto la relazione di cura?
Che è scambio, reciprocità, armonia, equilibrio.
Gli operatori sanitari, tutti, si sono adoperati e continuano a farlo con dedizione e impegno ammirevole per far fronte alla situazione, ma questo non è abbastanza per uscire da uno stato emergenziale che coinvolge tutti gli aspetti della nostra vita.
Pensando solo alle persone etichettate “positive” ricoverate nelle strutture Covid, dalle connotazioni più svariate, navi, caserme, Hotel, RSA e quant’altro, è facile comprendere come sia difficile, soprattutto per chi ha i sensi offuscati dall’avanzare dell’età, sentirsi accuditi e curati da individui mascherati, non più identificabili nel loro ruolo specifico, limitati nei movimenti e nella produzione verbale dalla bardatura, capace di celare ogni emozione, come la tenerezza di uno sguardo o il tono soave della voce.
La rilevazione dei parametri fisiologici, la somministrazione della terapia, spesso eccessiva o perpetuata ben oltre il tempo necessario, le medicazioni, i cambi posturali, l’igiene della persona assorbono tutto il loro tempo a disposizione, a discapito della relazione di Cura, con la C maiuscola, l’unica che ci permette di comprendere ciò di cui le persone hanno bisogno nei momenti di sofferenza e di aggiungere quella spinta emotiva che ci fa desiderare di restare in questo mondo.
Perché è proprio così. Se, nella fase acuta della malattia, quando la diagnosi è fatta, il medico può permettersi di essere meccanico applicando i protocolli terapeutici, pur con le possibili differenze legate a parametri ben definiti, come l’età anagrafica o la presenza di co-morbilità, nella fase di evoluzione, in cui tutto si mescola e si complica, quando si tratta di stabilire la prognosi, il medico deve diventare giardiniere, saper ascoltare anche chi non ha voce, riflettere e chiedersi, utilizzando ciò che la scienza ci insegna: “Avrà sete? Avrà fame? Soffrirà di solitudine? Avrà perso la voglia di vivere o addirittura si sarà dimenticato di essere vivo?”.
Succede che, nella corsa sfrenata per arginare la diffusione del contagio e rispondere ai bisogni assistenziali cosiddetti primari, ci si dimentichi dell’importanza degli affetti più cari di cui sono state private le persone etichettate come positive al virus Covid-19, anche se con lieve sintomatologia correlabile all’infezione o addirittura asintomatiche. Figuriamoci quelle con sintomi gravi.
I giovani, con qualche sfuriata comportamentale, specie per quelli che già vivono un disagio sociale per le più svariate ragioni, hanno chance per superare il periodo di reclusione forzata, ma tanti vecchi non ce la possono fare e, se sopravvivono, lo fanno a scapito della loro qualità di vita, perdendo l’autonomia o acquistando l’etichetta di deteriorato mentale.
È doveroso però sottolineare che nella maggioranza dei casi non è l’infezione virale da Covid-19 a determinare il peggioramento clinico, ma la perdita della voglia di vivere che porta al rifiuto di alimentarsi, di bere e di relazionarsi con il mondo esterno, almeno nel modo ritenuto adeguato, costringendo gli operatori sanitari ad intervenie con farmaci (indispensabili spesso i sedativi), cateteri, sonde, punzecchiature per posizionare accessi venosi periferici e centrali che, inevitabilmente, aggiungono sofferenze e riducono ulteriormente le scarse risorse a disposizione di chi ha perso la motivazione di andare avanti.
Si chiama “sindrome da allettamento”, il nome non rende forse ai non esperti, ma è davvero grave e, non solo per la formazione delle tanto avversate lesioni da decubito, quanto per la compromissione dell’intero organismo che, non raramente, va incontro ad una condizione di disidratazione totale (a cui diamo il nome di iperosmolare) che porta a morte se ce ne accorgiamo troppo tardi.
Per accorgersene bisogna essere giardinieri e intervenire in tempo utile, anticipare le conseguenze peggiori e irreversibili.
Mi direte, anche il meccanico si accorge se manca l’acqua nel motore di un’autovettura e di conseguenza provvede a riempirne il serbatoio, ma la differenza sta nel fatto che la macchina non si può procurare l’acqua da sola; se il serbatoio è vuoto, il motore si fonde e il patatrac è fatto.
L’organismo umano, invece, ce la mette tutta per recuperare l’acqua che manca e mantenere adeguata la circolazione del sangue, prioritaria per la sopravvivenza. Il corpo umano è costituito in gran parte di acqua, inteso come elemento fisico, H2O, che sta in gran misura nelle cellule e nell’interstizio tra di esse, cioè nei tessuti. L’acqua totale si riduce con l’avanzare dell’età, rimanendo comunque intorno al 50% del peso corporeo nei grandi vecchi, valore che si commenta da solo e che evidenzia quanto sia indispensabile per la vita questo elemento. Se manca, il sodio nel sangue si concentra fino a valori di gran lunga superiori alla norma, richiamando l’acqua che si trova all’ interno delle cellule nel tentativo estremo di preservare il circolo ematico. Non sempre o per lo meno non subito la pressione arteriosa che noi misuriamo con grande solerzia si abbassa al punto da metterci in allarme per la semplice ragione che l’organismo attiva tutte le risorse in suo possesso (ormoni e altre sostante) capaci di costringere i vasi sanguigni e mantenere la funzione di trasporto di ossigeno agli organi vitali. Si attivano i reni che riducono fino ad annullare la produzione di urina, a scapito dell’eliminazione dei cosiddetti cataboliti, prodotti di scarto del metabolismo che, accumulandosi nel sangue, provocano effetti tossici. L’insufficienza renale e l’alterazione degli ioni che, insieme all’acqua si spostano dall’interno all’esterno del comparto cellulare, sconquassano tutto l’organismo e conducono a quella condizione irreversibile che noi medici chiamiamo stato di shock che può essere definito, in altre parole, il preambolo della morte.
Il giardiniere si accorge se ad una pianta manca l’acqua, ma per far questo deve osservarla, ascoltarla, accarezzarla, oserei dire incoraggiarla e non perdere mai la speranza che possa farcela a riprendersi.
Così deve fare il medico, l’infermiere, il fisioterapista, gli operatori socio-sanitari tutti e tutti insieme.
Pietro e mogliePietro ce l’ha fatta, nonostante i lunghi giorni in cui è stato costretto ad un letto, sedato e legato, affinché non si strappasse le flebo indispensabili per la sua sopravvivenza. 
È tornato a casa, ha potuto riabbracciare la moglie e questa è la più grande soddisfazione che un professionista della cura possa avere.
La Cura, tanto più in un contesto pandemico, non può essere limitata a contrastare l’infezione virale e le altre patologie spesso coesistenti nello stesso individuo, con cocktail di farmaci, non privi di effetti collaterali e di interazioni dannose, che riducono le risorse insite in ognuno di noi e minano pesantemente le capacità di recupero.
In molti casi, pur avendo ottenuto la “guarigione virologica” da infezione da virus Sars- Cov- 2 sancita dalla conquista del “tampone negativo”, le persone anziane, colpite da una cascata di complicanze che si susseguono senza tregua, non sempre ce la fanno a superarle e a riconquistare quel benessere al quale attribuiamo il nome altisonante di “salute”. Alcune, ahimè, soccombono, private persino del diritto ad una morte dignitosa.
Di solito rifuggo dall’ attribuire colpe all’uno o all’altro così come dalle semplificazioni, ma, in questo caso, mi continua a risuonare nella mente la stessa domanda “E’ sempre colpa del coronavirus?”.
Non so rispondere, come sempre, ma so che continuerò ad essere un medico-giardiniere finché il destino me lo concederà.

 

rosanna vaggeL’emergenza Covid non pare abbia alcuna intenzione di recedere, lo spauracchio della seconda ondata autunnale assume giorno per giorno sempre più evidenza, le curve riportanti i numeri dei contagi, degli ospedalizzati, di quelli in terapia intensiva, dei morti, numeri rigorosamente basati sulla positività dei tamponi, ora salgono, ora scendono lievemente per poi raggiungere un plateau e infine impennarsi in picchi che lasciano aperta solo la strada della scaramanzia. I media declamano che altri paesi stanno peggio di noi, come la Francia e la Spagna, come se l’antico detto popolare “mal comune mezzo gaudio” potesse essere consolatorio per l’intero paese Italia che primeggia in abilità preventive per la tutela del bene comune.
È davvero così? Mi chiedo con grande amarezza, perché il mezzo gaudio non l’ho mai digerito, in qualunque situazione fosse applicato. Non ho mai digerito, ad essere sinceri, nemmeno i “ma”, quelli legati al “non si può fare altrimenti”, peggio ancora se pronunciati dopo la premessa “hai ragione, si dovrebbe … ma …” e giù ostacoli a non finire come lo Stato, la Regione, i Comuni, i Sindacati, le Assicurazioni, i Tribunali, i capi, i colleghi, i vicini e chi più ne ha ne metta. Mai e poi mai in nome del buonsenso, della giustizia, del rispetto, dell’etica professionale. Il tutto, se non altro, alla faccia della par condicio.
Avete mai sentito parlare di Liguria ai telegiornali nazionali? Riguardo ai contagi, intendo. La Liguria è piccola, curva, riservata, popolata da tanti vecchi. Sarà per questo? Certo la tragedia del ponte Morandi l’ha portata agli onori della cronaca, ora a fare "audience" ci pensa il salone Nautico, ma mai viene annoverata nell’elenco delle regioni più colpite dal coronavirus. Eppure questi sono i dati:


LIGURIA COVID
Un bel primato, considerato che è prima su 4 indicatori negativi, seconda nel 5° indicatore, anch’esso negativo e ben 11esima sull’unico indicatore che possiamo definire con il segno positivo riguardando le persone testate ogni 100.000 abitanti. Il test è riferito ovviamente al tampone molecolare.
Non a caso il Genoa è la squadra di calcio più colpita, essendo saliti a 22, tra giocatori e staff, i positivi al coronavirus in data 3 ottobre.
Il risultato è che, dopo un breve periodo di tregua tra la fine di agosto ed i primi di settembre, riprende il ping pong dei pazienti in cui si riscontra il tampone positivo, molti dei quali presentano disabilità fisica o psichica, tra le RSA e/o i reparti ospedalieri ed i Centri sul territorio, ben pochi, che sono autorizzati ad accoglierli. Peccato che anziché di palline, si tratti di esseri umani, in carne ed ossa, trasferiti da un posto all’altro, spesso distante dal loro abituale domicilio, ai quali non resta che essere disorientati e confusi, per un presente sconfortante ed un futuro incerto, anche se perfettamente integri dal punto di vista cognitivo, per lo meno quello definito dai test mentali ai quali facciamo abitualmente riferimento nelle valutazioni geriatriche, come il più gettonato Mini Mental State Examination. Figuratevi per quelli che non sono più integri, ai quali abbiamo attribuito l’etichetta, spesso indelebile, di deteriorati mentali con più o meno evidenti alterazioni comportamentali.
A questo proposito, non posso fare a meno di pensare al concetto più estensivo della cognizione, intesa come la capacità di interagire con l’ambiente esterno, condizione che, insieme all’autopoiesi, cioè la capacità di generarsi dall’interno, caratterizzano i sistemi viventi (Maturana HR, Varela F: Autopoiesi e cognizione. Marsilio Editori, 1985).
Secondo questa teoria i sensi rappresenterebbero gli elementi strutturali da cui prende origine il processo cognitivo, a partire dalle espressioni più lievi, come la capacità dell’ameba di percepire differenti concentrazioni di zucchero in un liquido e di muoversi verso il gradiente maggiore per soddisfare il suo bisogno di energia e nutrimento, fino a quelle più complesse come la capacità di fare calcoli, prendere decisioni, percepire il profumo di un fiore o innamorarsi (da un articolo di Antonio Bonaldi: Materia, mente e salute, 12 novembre 2018).
Secondo la teoria dei sistemi complessi, la vita sarebbe una proprietà che emerge dalla sinergia di tre domini, l’ambiente, la cognizione, l’unità auto poietica, come illustrato nella diapositiva sottostante tratta da una mia relazione dal titolo “La salute è informazione e consapevolezza” presentata ai Corsi di Cultura di Chiavari nel febbraio 2019.
RosannaCOGNIZIONE
Non voglio affatto apparire presuntuosa appropriandomi di concetti che percepisco a malapena, più con il cuore che con l’intelletto, ma, se è vero che tutto è interconnesso, se le relazioni con l’ambiente circostante sono fondamentali per tutti gli esseri viventi, se uomo e natura costituiscono una totalità indivisibile, sono convinta che sia necessario perseguire l’ obiettivo salute in ben altro modo, e non solo limitarsi al distanziamento o al confinamento dei contagiati, o alla ricerca sfrenata per trovare un vaccino, come sta avvenendo in questa pandemia.
Affrontare la pandemia solo attraverso i servizi sanitari non può essere sufficiente e molte falle del sistema si sono rese evidenti.
Insomma, la ruota non gira.
Basta pensare alle persone che vivono in situazioni logistiche tali da non poter garantire l’isolamento domiciliare, nuclei di 10 o più individui conviventi nello stesso appartamento o in comunità di accoglienza dove il contagio è inevitabile. I più sono giovani, i sintomi scarsi, ma basta un po’ di tosse o qualche linea di febbre per ricorrere al pronto soccorso, qualcuno viene ricoverato e poi? Resta il tampone positivo, l’impossibilità di ritorno a casa ed inizia una corsa contro il tempo alla ricerca di un luogo in grado di accogliere il malcapitato fino a che non ottenga due tamponi negativi a distanza non inferiore alle 24 ore l’uno dall’altro. Se ha ancora sintomi o bisogno di ulteriori controlli clinici, poco importa, è fondamentale che sia in regola con quanto stabiliscono le disposizioni che sanciscono la guarigione virologica da infezione Covid-19.
Succede proprio così a famiglie originarie del Bangladesh o del Marocco o del Senegal che in alto numero popolano il centro di Genova e non solo.
Se nei primi mesi di pandemia, non diversamente dal passato, il problema era “il vecchietto dove lo metto?”, in questa seconda fase il problema si allarga ai migranti, alle badanti, al personale dei trasporti, a chi non ha fissa dimora o è di passaggio.
E gli studenti? Le classi in quarantena? La ricerca spasmodica dei contagiati dopo contatto con il cosiddetto “caso”? Poco importa se il contatto è più o meno stretto, con o senza dispositivi, intanto è sempre meglio fare di tutte le erbe un fascio e chi più ne ha ne metta.
Così la ruota non gira. E la valutazione clinica rimane sfumata, confinata ai margini del percorso decisionale centrato sulla positività del tampone molecolare per la ricerca del fatidico virus con la corona. Il risultato di una analisi di laboratorio diventa inevitabilmente più importante dell’auscultazione del torace del malato o dell’ascolto delle sue esigenze. Non si può fare altrimenti, è la regola, si dice.
“Prioritaria la salute!”, proclamano i ministri, i senatori, i deputati, gli assessori, i leader dei partiti politici, tutti indistintamente. Logica conseguenza è che bisogna dare largo spazio alla medicina e a tutto ciò che la compone.
Giusto, penso io, è fuori discussione che il sistema sanitario abbia avuto e continuerà ad avere un ruolo straordinario per il benessere delle persone, ma non possiamo dimenticare neanche per un solo attimo che la salute è molto di più dell’assenza di malattia e riguarda l’intera vita.
La salute, infatti, dipende soprattutto da determinanti che di regola sono ritenuti estranei o poco influenti sulla “produzione” di quantità e di qualità di vita di una popolazione, mentre sono mitizzati altri che al contrario hanno scarsa rilevanza.
La diapositiva sottostante, tratta dagli articoli dello stimato economista Gianfranco Domenighetti, purtroppo scomparso, riporta il contributo di ciascuno di questi determinanti alla longevità e, come si può notare, il settore sanitario è quotato per non più del 15%.
CONTRIBUTO LONGEVITA
Ben più importanti sono i fattori socio-economici che contribuiscono fino al 50% alla nostra longevità, cosa che, se riflettiamo, appare persino ovvia. Solo per fare un piccolo esempio, come può stare bene una persona che è senza lavoro o, ancor peggio, non ha un tetto sotto il quale ripararsi, anche se non è stato contagiato dal coronavirus?
La salute è una proprietà dei sistemi complessi definita emergente, che significa che sorge in modo spontaneo e non prevedibile attraverso lo studio analitico dei singoli componenti del sistema; come tutte le proprietà emergenti (la vita, la coscienza, il tempo, il pensiero), sfugge ad ogni definizione esclusiva o meglio, ognuno di noi, ha la propria definizione, ugualmente vera.
La scienza medica ci ha insegnato a riconoscere molte alterazioni che ci fanno perdere la salute (le malattie) e in molti casi ha messo a punto espedienti efficaci per porvi rimedio (le cure), ma la salute non riguarda solo la medicina, riguarda la vita e quindi per ottenere salute dobbiamo occuparci della vita in tutte le sue manifestazioni.
Se ce lo dimentichiamo, la ruota non gira.

 

rosanna vaggeSto pensando da giorni a cosa scrivere nella rubrica di Per Lunga Vita per non essere noiosa e monotona, ma non riesco a distogliere la mente dal Centro post acuti Covid che dirigo da oltre 6 mesi e che ad oggi ha accolto qualche centinaia di persone, di tutte le età e nazionalità, risultate positive al famigerato tampone per la ricerca del virus Sars-Cov-2.
Mi perdonerete, pertanto, se parlerò ancora di questo periodo pandemico e vi racconterò delle storie, frammenti di vita di altri, che vivo nel quotidiano e che mi impongono interrogativi ai quali, come sempre, non so rispondere.
Nei mesi scorsi, in particolare maggio e giugno, i pazienti che venivano accolti erano prevalentemente anziani e, nella maggior parte dei casi provenivano dalle Residenze Protette e RSA sparse sul territorio, altri vivevano al proprio domicilio assistiti da familiari e badanti. Avevano contratto il virus e la conseguente infezione respiratoria nei modi più svariati, ma l’accesso al Pronto Soccorso o il ricovero ospedaliero per traumi o patologie intercorrenti di vario genere era senza dubbio la causa predominante.
Questo mi porta ad una prima considerazione che è esattamente l’opposto di quella che è scaturita dalla mente dei dirigenti politici della mia regione. Anziché pensare a blindare i vecchi nelle strutture erigendo barriere sempre più invalicabili e formare il personale di assistenza sulle “infezioni ospedaliere”, che significa medicalizzare la vita ancora di più di quello che è già, investirei sulla de istituzionalizzazione e sulle cure domiciliari, potenziando il territorio di servizi dedicati che permettano percorsi diagnostico-terapeutici tempestivi finalizzati al mantenimento dell’autonomia della persona.
Non è difficile comprendere come mesi e mesi di allettamento protratto, dove è concessa al massimo la mobilizzazione in poltrona, interrotti di tanto in tanto da qualche compassionevole video-chiamata, in ambienti asettici, in cui teoricamente non potresti valicare, anche per quelli in grado di camminare, la porta della stanza di reclusione, lascino nel cuore una sofferenza tale da farti morire dentro ancor prima che sopraggiunga la morte fisica o la possibilità di ritornare nell’abituale residenza dopo la cosiddetta “guarigione virologica”.
Ritornare dove? A casa propria non è più possibile, nonostante si siano ottenuti doppi, tripli, quadrupli tamponi negativi, nemmeno per quelli che la possedevano in precedenza e venivano accuditi da parenti, amici o badanti. Le condizioni cliniche e logistiche sono cambiate e, tra queste, la fa da padrone la perdita dell’autonomia, inevitabile dopo il periodo di immobilizzazione forzata, alla quale segue la perdita della badante, che ha dovuto arrangiarsi come poteva e magari ha fatto rientro al paese d’origine e in ultimo la perdita del domicilio per chi non viveva in famiglia o non era proprietario, per la disdetta in anteprima del contratto d’affitto, considerata l’incertezza del domani.
Insomma, gira che ti rigira, di perdita sempre si tratta e, causa la crisi economica in cui si trova l’intero paese, comprendo bene come i famigliari che accudivano con fatica i loro vecchi in ambito domestico, cerchino in ogni modo di accelerare le richieste di indennità di accompagnamento e ottenere il ricovero definitivo in convenzione con le ASL nelle strutture socio-sanitarie, quelle con funzioni di mantenimento a vita. Succede così che Lazzaro, che ha ottenuto la guarigione clinica e virologica dalla polmonite da Sars-Cov-2 da oltre 5 mesi, debba ancora attendere chissà quanto tempo per entrare in una RSA a costi agevolati, nonostante i parenti si siano dati un gran da fare per intraprendere l’iter burocratico necessario. Privatamente il posto c’è, ma il costo si aggira intorno ai 3000 euro al mese, Lazzaro ha una pensione di 600 euro e i figli poco di più per cui vien da sé che i conti non tornano.
Come è possibile perdersi in tali lungaggini burocratiche? Tanto più che il tasso di occupazione dei letti nelle residenze socio-sanitarie si è ridotto notevolmente per l’eccedenza di mortalità che si è registrata durante il picco pandemico? A questo domanda non riesco a immaginare una risposta che non sia deludente per il mio concetto di moralità.
Non va meglio per i vecchi che erano già in precedenza istituzionalizzati. A rallentare il tutto, ci pensano le zone “buffer”, create per evitare la diffusione del virus, che costringono l’ospite rientrante ad ulteriori 8 giorni di isolamento prima che possa accedere alle aree residenziali comuni e riprendere le consuete abitudini di vita. E poco importa se non ha sintomi di infezione da mesi e ha effettuato una ventina di tamponi che non hanno rilevato alcun virus.
Così accade, e non raramente, che la sorte ci metta lo zampino e si assista, quando meno te lo aspetti, ad una ripositivizzazione del tampone dopo gli 8 giorni di buffer per cui l’ospite viene nuovamente trasferito nel Centro Covid, in attesa della guarigione virologica sancita dal doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore l’uno dall’altro. A Rita è successo per ben 3 volte, Giovanni si è limitato a 2 e Adolfina ci ha rimesso la pelle, ma nessuno saprà mai se è stato il Covid o l’andirivieni.
Perché il referto di un esame di laboratorio, nella fattispecie il tampone molecolare per la ricerca del Sars-Cov-2 deve essere più importante della clinica? Mi chiedo, con perplessità e disappunto.
L’orgoglio di essere medico che, nonostante alcune vicende spiacevoli della mia vita professionale, si è rafforzato a mano a mano che crescevano i capelli bianchi, mi impedisce di apprendere appieno perché debbano sempre prevalere gli aspetti giuridico-normativi, non certo privi di conflitti di interesse, a quelli dettati unicamente dal comune buonsenso.
A questo proposito, mi vengono in mente due diapositive, tratte dalla relazione di presentazione dell’Associazione di Promozione Sociale “I Fili” nel febbraio 2013 dal titolo “Il volto umano della medicina” in cui si sottolinea la difficoltà, ma anche l’indispensabilità di conciliare il punto di vista personale con quello impersonale, che significa, in altre parole, indirizzare le scelte politiche in modo che gli obbiettivi di salute pubblica e individuale si avvicino il più possibile. 
DICOTOMIAPUNTI DI VISTA

Ebbene, il coronavirus, ha distanziato ancor di più la dicotomia intrinseca dell’animo umano e la crisi economica conseguente ha aperto un solco profondo in cui è stata sepolta la solidarietà.
Questo triste pensiero si fa va varco sempre più frequentemente nella mia mente, ma forse è solo dovuto alla stanchezza del momento.
Ho l’impressione che in ogni situazione di emergenza, o presunta tale, si crei nell’opinione della gente comune una sorta di lassismo che porta a subire con passiva rassegnazione il destino che la società riserva ad ognuno di noi, quasi come esso stesso non ci appartenesse. Mentre la classe dirigente appare più impegnata a salvare la faccia e, ancor di più la poltrona o lo sgabello, piuttosto che interessarsi ed impegnarsi con atti concreti per il bene comune.
Ma passiamo ad un’altra grossa fetta della popolazione, composta di persone di diverse nazionalità, madri e padri di famiglia che vivono spesso in condizioni precarie (e tra questi ci sono molti italiani), ai giovani migranti accolti in comunità o dispersi come clandestini nel territorio, talvolta minorenni o presunti tali, ai lavoratori marittimi, ai senza fissa dimora e senza tetto.
Il coronavirus, i media lo hanno declamato a gran voce tanto da rendersi ridicoli, non fa differenza tra i diversi ceti sociali o discendenze etniche, ma a fare la differenza sono le disposizioni di legge applicate a chi non ha alcuna possibilità di provvedere per conto proprio all’isolamento.
E così succede che chi approda in Italia per sfuggire al destino drammatico che gli riserva il paese di origine e viene acciuffato dalle Forze dell’Ordine nelle stazioni ferroviarie, nei porti o in qualsiasi altro luogo, per qualsivoglia violazione di legge, debba essere accompagnato al Centro Covid per il congruo periodo di quarantena, prima di considerarlo non diffusore della malattia. Trattandosi di un “isolamento fiduciario” cautelativo, l’allontanamento volontario è la regola, ma a questo segue l’obbligatorietà di una serie di segnalazioni che sottraggono tempo e denaro alla società intera, perché, si sa, in emergenza, le cose inutili sono anche dannose.
Poi ci sono le persone, a volte famiglie intere, che si spostano da una sede all’altra per raggiungere il paese di origine per i più svariati motivi, come è successo a 4 cittadini residenti a Bologna che erano diretti a Genova, all’imbarco per il Marocco, per partecipare al funerale di un parente. Uno di loro è risultato positivo al tampone e la partenza è stata forzatamente rinviata a data da destinarsi. Per ironia della sorte il “caso” con tampone positivo ha ottenuto la guarigione virologica prima degli altri 3 che hanno comunque dovuto attendere che passassero i 14 giorni dal contatto stretto, nonostante i tamponi siano sempre risultati negativi.
Anche Fatma, che ha terminato il settimo mese di gravidanza, è stata trasferita al Centro per proseguire l’isolamento, dopo un breve ricovero in Ospedale per sintomi respiratori compatibili per infezione da Covid-19 confermata dalla rilevazione del virus al tampone naso-faringeo. La curva di crescita del nascituro effettuata pre-dimissione non dimostrava alcuna anomalia, ma, considerato che la sua permanenza si sta prolungando per via della persistente positività dei tamponi, la preoccupazione che per qualche ragione possa partorire anticipatamente non mi lascia affatto tranquilla e prestissimo contatterò i colleghi del Centro nascite del vicino ospedale pediatrico per avere un punto di riferimento per qualsiasi evenienza.
E poi c’è la storia di Alwi, sbarcato clandestinamente sulle coste siciliane alla fine di agosto, privo di documenti che sono stati dispersi in mare insieme ai vestiti. Alwi è stato censito nel centro di prima accoglienza come cittadino tunisino di 23 anni ed invitato a sottostare al periodo di quarantena, ma si è allontanato volontariamente ed ha raggiunto la stazione ferroviaria di Principe a Genova, con l’intento di prendere un treno diretto in Francia, dove lo aspettano parenti a amici. Non ce l’ha fatta, la Polfer lo ha fermato, censito, questa volta, come un marocchino nato nel 2003, quindi minorenne, lo ha immediatamente segnalato alla procura dei minori per la presa in carico e in ultimo lo ha affidato al nostro Centro per terminare la sorveglianza prescritta per chi proviene dall’estero. A lui mancavano solo poco più di 24 ore.
24 ore non sono certo un problema, tanto più se il tampone è negativo. Il problema è però la minore età o presunta tale. Il ragazzo vuole andarsene, ma la barriera linguistica è invalicabile: parla solo arabo e biascica pochissime parole in inglese. Come fare a spiegare che è finito in un bel pasticcio e che, per giunta, ha ben poche possibilità di farla franca alla frontiera? E come fargli comprendere che cercheremo in ogni modo di agire per il suo bene? Ci facciamo aiutare da Amal, una signora marocchina che parla anche l’italiano e apprendiamo che Alwi non è né minorenne né marocchino, ma nato in Tunisia il 4 ottobre 1997. Cerchiamo di spiegargli che probabilmente c’è stata una errata identificazione e riusciamo ad ottenere via WhatsApp un documento scritto in arabo con tanto di fotografia riportante il numero, 4 e 1997. Inequivocabilmente si tratta della data di nascita, per me, ma non per il PM della procura dei minori, una scortese e arrogante persona che non ha voluto accogliere le mie richieste, verbali e scritte, ed ha proceduto all’accertamento dell’età anagrafica che, notoriamente, richiede tempi biblici, per poi non essere nemmeno dirimente. E così Alwi resterà minore chissà per quanto tempo, anche se il suo aspetto, tanto più ora che si è lasciato la barba incolta, è ben diverso da quello di un adolescente.
Per fortuna il Coronavirus mi ha fatto conoscere anche belle persone, come Giovanni, responsabile di una Onlus che si occupa dell’accoglienza degli migranti richiedenti asilo e Chiara, dell’ufficio stranieri del Comune che in breve tempo si sono occupati del caso, hanno effettuato le corrette procedure e mi hanno permesso di trasferirlo in una comunità per minori in attesa che l’iter, ormai avviato, volga a termine.
Chissà che fine farà Alwi?
Difficilmente né verrò a conoscenza, così come difficilmente dimenticherò la sua triste odissea.
Potrei raccontarvi altre piccole storie, ma preferisco fermarmi a riflettere su ciò che è giusto o ingiusto nell’agire quotidiano del prendersi cura, sapendo che non ne verrò a capo.
Ma questa è ancora un’altra storia.

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