I vecchi e il medico di Rosanna Vagge

il blog di Rosanna Vagge

rosanna vaggeC’era una volta il medico condotto, che girava di casa in casa a far visita ai pazienti nei paesi e nelle città, portando con sé la classica valigetta con tutto il necessario. Era rispettato, amato, a volte intimamente temuto. Ci si aspettava da lui che interpretasse i sintomi, che valutasse i segni attraverso un esame clinico accurato e che fosse presago di quello che sarebbe potuto succedere, insomma che formulasse la sua sentenza che veniva accettata senza ombra di dubbio, sia che lasciasse o meno speranza di vita. Certo, quando possibile, il medico erogava anche terapie, ma questo aspetto prescrittivo passava in secondo piano rispetto alla diagnosi ed alla prognosi.
Credo che la mentalità di allora confidasse molto sulle intrinseche capacità di guarigione delle persone, per cui il medico poneva l’accento più sui comportamenti, come il riposo e l’alimentazione, utili per superare il periodo di defaillance piuttosto che sui pochi farmaci allora disponibili, farmaci che venivano riservati ai casi clinici più impegnativi.
Solo di tanto in tanto il medico ricorreva alla diagnostica strumentale, limitata generalmente all’esecuzione di una radiografia del torace o dell’addome e raramente, e dopo accordi telefonici con i medici ospedalieri, richiedeva il ricovero sulla base della sola valutazione clinica. Insomma si assumeva le sue responsabilità utilizzando i mezzi allora in suo possesso. L’atteggiamento era di tipo paternalistico, il sapere medico veniva calato dall’alto e al paziente non restava che affidarsi a lui, ma il clima era indubbiamente rassicurante. D’altra parte sapere che “si è fatto tutto il possibile”, indipendentemente dall’esito talvolta infausto, non è cosa da poco e questo era il messaggio che un buon dottore riusciva a trasmettere. 

rosanna vaggeLe parole mi piacciono, sono una chiacchierona e, per logica conseguenza, mi escono dalla bocca in modo piuttosto fluido e talvolta ingombrante. Pregio o difetto che sia, non intendo interrogarmi su questo, ma riflettere sul significato, sostanziale, completo che ogni parola sottende e sulla relazione che esiste tra parola-pensiero-azione.
In un mio precedente scritto dal titolo “La gerarchia delle parole”  pubblicato su questo blog nell’aprile 2017 mi sono centrifugata il cervello nel chiedermi “se le parole hanno un qualche ordine che le rende diverse e diversificabili che condiziona in qualche modo il passare dal dire al fare”, articolo che consiglio di leggere, nel caso decideste di proseguire, in quanto utile premessa a questo che sto per scrivere.
Ebbene, mi sono imbattuta casualmente in una poesia di Vittorio Lingiardi, psichiatra, tratta da “Alterazioni del ritmo” ed ecco scatenarsi in me un groviglio di pensieri, strampalati in maniera inversamente proporzionale al rigore che caratterizza il metodo delle scienze esatte.

rosanna vaggeE’ fuori di ogni dubbio che il crollo del ponte Morandi ha lasciato una ferita aperta nel mio cuore di genovese.
Quando ero adolescente, lo zio Ercole, macchinista delle Ferrovie dello Stato, amico e collega di mio padre, ci portava con la sua auto che aveva acquistato dopo il pensionamento, ad ammirare la magnificenza del ponte, appena costruito, capace di unire la zona ovest a quella est della città. Eppure non erano certo da poco i disagi che la costruzione dell’opera aveva provocato al suo appartamento, sito ad un piano alto delle cosiddette “case dei ferrovieri”, dove risiedeva con l’anziana madre e due sorelle, entrambi zitelle. Infatti uno degli enormi piloni che sorreggevano il Morandi passava davanti alle finestre di due stanze attigue affacciate sulla via principale ed era talmente vicino che, sporgendoti, lo potevi toccare con una mano. Così la luce penetrava a fatica e la vista del cemento sopra la testa non aveva proprio nulla di spettacolare.

rosanna vaggeHo scritto tante volte su questo argomento, ma ci voglio ritornare perché l’esperienza umana e professionale di vita che inesorabilmente si accresce col moltiplicarsi dei miei capelli bianchi mi obbliga a urlare al mondo che mi circonda, e in particolare a quello sanitario, di contare fino a 10 - almeno fino a 10 - prima di annunciare, per iscritto o verbalmente, nefaste sentenze sulle persone che necessitano del nostro aiuto.
Comprendo che la tendenza attuale sia quella di mettere le mani avanti - non si sa mai cosa possa accadere - e di difendersi da tutto e tutti; comprendo pure che un novantenne pieno di acciacchi abbia più probabilità di lasciare questa terra in tempi brevi rispetto a un baldanzoso giovane, ma, mi chiedo, e parlo come medico, se non si possa trovare un equilibrio tra le possibili e temibili conseguenze di un evento clinico che colpisce una persona cara, tanto più se avanti con gli anni e la fiducia nelle capacità individuali della stessa, affinché, con l’aiuto della scienza e della tecnologia moderna, oltre che degli amici e familiari che le sono accanto possa farcela a recuperare e a ritrovare il proprio benessere.

rosanna vaggeIn famiglia, negli anni della mia fanciullezza, i proverbi, i modi di dire, le metafore erano all’ordine del giorno.
Nonna Rosina diceva spesso “E’ proprio vero che come si nasce si muore” riferendosi alla difficoltà che ognuno di noi ha di cambiare carattere. Era convinta, cioè, che se uno nasceva con qualche caratteristica, nel bene e nel male, se la portasse dietro fino alla morte. Di tanto in tanto, diceva anche “Il buongiorno si vede dal mattino”, attribuendo a questa frase un significato analogo alla precedente. Quando si rivolgeva a noi tre nipoti, di cui io ero la maggiore, enunciando detti di tal fatta, l’espressione del suo volto diventava arcigna, ma sotto sotto era possibile intravedere una certa benevolenza, oltre alla convinzione che non avrebbe smesso di provare a “raddrizzare le zampe ai grilli”.

rosanna vagge“IL VECCHIETTO DOVE LO METTO?” leggo su una locandina del settimanale “Il Levante” di ritorno dal consueto allenamento di corsa. Incomincia ad albeggiare ed io sono sola, avendo già salutato le restanti componenti di quella combriccola, capace di alzarsi alle 5 del mattino, quasi tutti i giorni, e di condividere fatiche e pazzia.
Mi fermo all’istante, anzi mi paralizzo. La stessa domanda ce la ponevamo spesso, anni fa, quando lavoravo in pronto soccorso e vi era la cronica carenza di posti letto a disposizione nei reparti di degenza. Per fortuna, oserei dire, i vecchietti ne avevano di tutte un po’, di patologie, per cui potevano essere ricoverati, quasi indifferentemente, in medicina o in neurologia o in pneumologia o in chirurgia generale, purché si avesse l’accortezza, per evitare ripercussioni “primariali”, di sottolineare alla voce “ ipotesi diagnostica” la malattia più consona al reparto prescelto. Le donne, per fortuna in maggioranza, avevano una chance in più degli uomini, perché, alla disperata, potevano essere collocate in Ginecologia, mentre il reparto di Urologia era dotato di un numero molto ridotto di posti letto.

rosanna vaggeAbbastanza spesso compaiono sui social network immagini di anziani sorridenti che si scambiano effusioni amorose passeggiando in luoghi idilliaci, sottotitolate con frasi sensazionalistiche del tipo: ”Addio alle case di riposo: arriva il cohousing per anziani” (da Eticamente) oppure “Niente più casa di riposo: la nuova tendenza è invecchiare con i propri amici” (da Fabiosa).
Confesso che non posso fare a meno di leggerli, questi articoli, che esordiscono quasi tutti allo stesso modo, sottolineando la catastrofica previsione dell’invecchiamento della popolazione mondiale e l’inevitabile frenesia della società attuale che rende difficoltosa la “gestione” degli anziani, non più risorsa di saggezza ed esperienza, ma solo un peso da sopportare. Ed ecco che, “in questo panorama non proprio luminoso” – cito testuali parole - si fanno strada soluzioni alternative che prendono spunto da modelli realizzati in altri paesi, Danimarca, Olanda, Stati Uniti, persino Giappone.

rosanna vagge“Il concetto di cura non coincide con la terapia e la diagnosi, ma comprende, oltre la parte scientifica, una fetta non misurabile che non può essere descritta che narrandosi. Questa fetta è rappresentata dalle emozioni: sofferenza, paura, speranza, malessere nonostante tutto funzioni”.
Sono frasi che ho annotato in un quaderno nel corso di un seminario sulla medicina narrativa, tematica che mi ha sempre interessato, anche ai tempi in cui lavoravo in ospedale e mi occupavo di malati acuti e critici, tanto è vero che spesso riportavo, a conclusione delle mie relazioni, le frasi tratte dai libri di Giorgio Cosmacini ( ed.Cortina Raffaello) ed in particolare il pensiero espresso nelle diapositive sottostanti.

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