Voci dalla rete

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Lisa
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Voci dalla rete

Perlungavita.it diventa grande, si fa nuovi amici, li accoglie in casa propria, li ringrazia per aver accettato l’ invito a costruire una preziosa rete di persone che guardano alla vecchiaia in modo positivo. Tutte le persone che fanno parte di queste “Voci” hanno già scritto per PLV dalla loro finestra aperta.

  • Ivano Baldini, presidente dell’Associazione AlzheimER Emilia Romagna, ha già raccontato, oltre alla sua vita, cosa è, cosa fa questa organizzazione. Su PLV ci farà conoscere esperienze nuove promosse dai familiari.
  • Diana Catellani ha accettato di aprire un altro suo blog, oltre a quello personale “nonnaonline” per raccontare il suo percorso con gli strumenti digitali, tra ostacoli e soddisfazioni.
  • Rita Rambelli è stata l’apripista, per testimoniare che gli anni sono una convenzione anagrafica, ma che si può andare “ Oltre l’età” per continuare ad essere curiosi del mondo.
  • Rosanna Vagge, anche lei già collaboratrice, medico e amante della scrittura , racconta le sue esperienze e la sua vita accanto ai vecchi delle residenze protette, ma non solo. In questa piacevole compagnia continuo le mie riflessioni sulla qualità della cura nei servizi, parlando di assistenza domiciliare.
  • Lisa Orlando, architetto, con una tesi sulla casa  idonea per gli anziani con l'Alzheimer, amante della lettura della montagna, ma anche della gioia dello scrivere: poesie, articoli, libri.Nel frattempo ha ottenuto un master in Comunicazione.
  • Ida Accorsi, insegnante di asilo nido in pensione, appassionata di Gianni Rodari e di confronti intergenerazionali coltiva i suoi interessi con l'aiuto del web.

rosanna vaggeScrive Giorgio Bert, medico, co-fondatore di Slow Medicine che, secondo Ildegarda di Bingen (1098-1179), monaca alquanto singolare, musicista, poetessa, filosofa, linguista, medico, il corpo non può essere paragonato a una macchina, similitudine che divenne dominante qualche secolo dopo e rimase in auge fino a quasi i giorni nostri. Il corpo somiglia invece a una pianta e il medico a un giardiniere. Se una macchina si rompe non può aggiustarsi da sola; se una pianta viene danneggiata o ferita, essa può in larga misura curare e guarire sé stessa senza interventi esterni (la vis medicatis naturae).
Questa frase, tratta dall’articolo “L’arte medica tra direttività e visione sistemica: medico meccanico o medico giardiniere?” pubblicato su “Riflessioni sistemiche” N. 14 del 2016, mi ha scatenato una marea di pensieri, intrecciati ad immagini di anziani imploranti alla ricerca di uno sguardo compassionevole, nascosto sotto la visiera o di un sorriso complice, celato dalla mascherina piuttosto che di una semplice carezza, capace di generarti quella benefica sensazione di contatto fisico che può avvenire solo a pelle nuda.
Scrive ancora Giorgio Bert: il medico giardiniere è molto diverso da un medico meccanico: se una pianta soffre non si precipita a caricarla di interventi, di rimedi, di pesticidi, ma comincia col domandarsi (e domandarle!): “ Di che cosa hai bisogno? Più sole? Più ombra? Più acqua? Un terriccio diverso? Nutrimento? Eliminazione di parassiti? Quali sono le sue risorse naturali che possono venire esplorate e incentivate?”. La pianta sa cose che il giardiniere ignora. La relazione tra i due è la “cura” e come ogni relazione non è scientifica (è irripetibile, variabile, modificata dal contesto e dal tempo, non riproducibile, non misurabile …). Scambio. Reciprocità. Armonia. Equilibrio.
Elementi tutti che la pandemia ha ridotto ai minimi estremi, se non del tutto cancellati.
Ma è tutta colpa del Coronavirus? Mi chiedo.
Sappiamo bene che la salute non è un fatto esclusivamente biologico, ma un prodotto che riconosce numerosi determinanti diversi: storici, culturali, familiari, lavorativi, economici, sociali, ambientali, climatici, demografici …
Sappiamo inoltre che è necessario distinguere tra la malattia vera e propria, quella che l’antropologo Guerci definisce l’etichetta dotta della malattia, la diagnosi (in inglese “disease”) e la percezione soggettiva di un malessere, disagio, sofferenza, cioè il vissuto della malattia, al quale non possiamo apporre alcuna etichetta (in inglese “illness”).
Una differenza che non è affatto di poco conto, considerato che nella “disease” si è soliti identificare sedi specifiche dell’organismo che vengono colpite o tutt’al più l’organismo intero (malattie cosiddette sistemiche), mentre nella “illness” la “sede”, se così si può definire, non è individuabile in quanto, nella maggioranza dei casi, si colloca nella relazione tra organismo e ambiente esterno.
Ma non è tutto, esiste anche la “sickness” , che è la malattia di un membro della società nella misura in cui è percepita e presa in carico dalla comunità, dall’ambiente sociale del malato.
Il concetto di sickness è forse enigmatico per la mentalità occidentale. Scrive Antonio Guerci nel suo Breve saggio sulle rappresentazioni e costruzioni della variabilità umana dal titolo “Dall’Antropologia all’Antropopoiesi” (Cristian Lucisano Editore, 2011).
Lo spiega con un esempio che ci deve far riflettere.
Noi, appartenenti alla civiltà occidentale, utilizziamo spesso la locuzione tessuto sociale per descrivere situazioni umane particolari prendendo in prestito, senza rendercene conto, un termine estrapolato dall’istologia (tessuto) e connotando un insieme di elementi indipendenti (cellule/individui), ognuno delimitato dalla propria membrana (cellulare/prossemica) con all’interno i propri organi vitali, tutti delegati ad una funzione (fisiologica/lavorativa).
In numerose altre società la situazione è del tutto differente e l’immagine figurata che fornisce una connotazione più precisa é quella del sincizio, vocabolo anch’esso preso in prestito dall’istologia, che vede, all’interno di una comune massa citoplasmatica, organuli cellulari dispersi nel liquido, condivisi da ogni spazio e in ogni spazio della società-sincizio. Ogni componente della compagine e ogni sua attività avviene in comunione e in condivisione, e scopo ultimo è la sopravvivenza del gruppo, comunità, villaggio, clan, grande famiglia.
È facile presumere che in società così strutturate i vissuti, di malattia e di morte, assumano fisionomie molto differenti. E così gli interventi mirati alla salute pubblica.
Tessuto 1Sincizio
Ebbene, tornando alla pandemia che ci sovrasta ormai da mesi, e considerato che viviamo nel mondo occidentale, dove la medicalizzazione integrale della società è una dei tratti distintivi, non dobbiamo meravigliarci se il Coronavirus ha avuto un impatto così devastante sulla vita sociale di ogni individuo con controlli medici sempre più stretti finalizzati alla prevenzione della diffusione del contagio.
La “disease”, rappresentata dal riscontro della positività al tampone per la ricerca del fatidico Sars- Cov-2, ha vinto sulla Illness, almeno nella maggior parte degli individui, fra cui alcuni anziani addirittura ignari di aver contratto l’infezione, altri asintomatici mentre la sickness ha portato ad un unico e univoco comportamento, rappresentato dalla loro esclusione dalla vita di comunità e dal confinamento dei membri colpiti in aree apposite.
Che fine ha fatto la relazione di cura?
Che è scambio, reciprocità, armonia, equilibrio.
Gli operatori sanitari, tutti, si sono adoperati e continuano a farlo con dedizione e impegno ammirevole per far fronte alla situazione, ma questo non è abbastanza per uscire da uno stato emergenziale che coinvolge tutti gli aspetti della nostra vita.
Pensando solo alle persone etichettate “positive” ricoverate nelle strutture Covid, dalle connotazioni più svariate, navi, caserme, Hotel, RSA e quant’altro, è facile comprendere come sia difficile, soprattutto per chi ha i sensi offuscati dall’avanzare dell’età, sentirsi accuditi e curati da individui mascherati, non più identificabili nel loro ruolo specifico, limitati nei movimenti e nella produzione verbale dalla bardatura, capace di celare ogni emozione, come la tenerezza di uno sguardo o il tono soave della voce.
La rilevazione dei parametri fisiologici, la somministrazione della terapia, spesso eccessiva o perpetuata ben oltre il tempo necessario, le medicazioni, i cambi posturali, l’igiene della persona assorbono tutto il loro tempo a disposizione, a discapito della relazione di Cura, con la C maiuscola, l’unica che ci permette di comprendere ciò di cui le persone hanno bisogno nei momenti di sofferenza e di aggiungere quella spinta emotiva che ci fa desiderare di restare in questo mondo.
Perché è proprio così. Se, nella fase acuta della malattia, quando la diagnosi è fatta, il medico può permettersi di essere meccanico applicando i protocolli terapeutici, pur con le possibili differenze legate a parametri ben definiti, come l’età anagrafica o la presenza di co-morbilità, nella fase di evoluzione, in cui tutto si mescola e si complica, quando si tratta di stabilire la prognosi, il medico deve diventare giardiniere, saper ascoltare anche chi non ha voce, riflettere e chiedersi, utilizzando ciò che la scienza ci insegna: “Avrà sete? Avrà fame? Soffrirà di solitudine? Avrà perso la voglia di vivere o addirittura si sarà dimenticato di essere vivo?”.
Succede che, nella corsa sfrenata per arginare la diffusione del contagio e rispondere ai bisogni assistenziali cosiddetti primari, ci si dimentichi dell’importanza degli affetti più cari di cui sono state private le persone etichettate come positive al virus Covid-19, anche se con lieve sintomatologia correlabile all’infezione o addirittura asintomatiche. Figuriamoci quelle con sintomi gravi.
I giovani, con qualche sfuriata comportamentale, specie per quelli che già vivono un disagio sociale per le più svariate ragioni, hanno chance per superare il periodo di reclusione forzata, ma tanti vecchi non ce la possono fare e, se sopravvivono, lo fanno a scapito della loro qualità di vita, perdendo l’autonomia o acquistando l’etichetta di deteriorato mentale.
È doveroso però sottolineare che nella maggioranza dei casi non è l’infezione virale da Covid-19 a determinare il peggioramento clinico, ma la perdita della voglia di vivere che porta al rifiuto di alimentarsi, di bere e di relazionarsi con il mondo esterno, almeno nel modo ritenuto adeguato, costringendo gli operatori sanitari ad intervenie con farmaci (indispensabili spesso i sedativi), cateteri, sonde, punzecchiature per posizionare accessi venosi periferici e centrali che, inevitabilmente, aggiungono sofferenze e riducono ulteriormente le scarse risorse a disposizione di chi ha perso la motivazione di andare avanti.
Si chiama “sindrome da allettamento”, il nome non rende forse ai non esperti, ma è davvero grave e, non solo per la formazione delle tanto avversate lesioni da decubito, quanto per la compromissione dell’intero organismo che, non raramente, va incontro ad una condizione di disidratazione totale (a cui diamo il nome di iperosmolare) che porta a morte se ce ne accorgiamo troppo tardi.
Per accorgersene bisogna essere giardinieri e intervenire in tempo utile, anticipare le conseguenze peggiori e irreversibili.
Mi direte, anche il meccanico si accorge se manca l’acqua nel motore di un’autovettura e di conseguenza provvede a riempirne il serbatoio, ma la differenza sta nel fatto che la macchina non si può procurare l’acqua da sola; se il serbatoio è vuoto, il motore si fonde e il patatrac è fatto.
L’organismo umano, invece, ce la mette tutta per recuperare l’acqua che manca e mantenere adeguata la circolazione del sangue, prioritaria per la sopravvivenza. Il corpo umano è costituito in gran parte di acqua, inteso come elemento fisico, H2O, che sta in gran misura nelle cellule e nell’interstizio tra di esse, cioè nei tessuti. L’acqua totale si riduce con l’avanzare dell’età, rimanendo comunque intorno al 50% del peso corporeo nei grandi vecchi, valore che si commenta da solo e che evidenzia quanto sia indispensabile per la vita questo elemento. Se manca, il sodio nel sangue si concentra fino a valori di gran lunga superiori alla norma, richiamando l’acqua che si trova all’ interno delle cellule nel tentativo estremo di preservare il circolo ematico. Non sempre o per lo meno non subito la pressione arteriosa che noi misuriamo con grande solerzia si abbassa al punto da metterci in allarme per la semplice ragione che l’organismo attiva tutte le risorse in suo possesso (ormoni e altre sostante) capaci di costringere i vasi sanguigni e mantenere la funzione di trasporto di ossigeno agli organi vitali. Si attivano i reni che riducono fino ad annullare la produzione di urina, a scapito dell’eliminazione dei cosiddetti cataboliti, prodotti di scarto del metabolismo che, accumulandosi nel sangue, provocano effetti tossici. L’insufficienza renale e l’alterazione degli ioni che, insieme all’acqua si spostano dall’interno all’esterno del comparto cellulare, sconquassano tutto l’organismo e conducono a quella condizione irreversibile che noi medici chiamiamo stato di shock che può essere definito, in altre parole, il preambolo della morte.
Il giardiniere si accorge se ad una pianta manca l’acqua, ma per far questo deve osservarla, ascoltarla, accarezzarla, oserei dire incoraggiarla e non perdere mai la speranza che possa farcela a riprendersi.
Così deve fare il medico, l’infermiere, il fisioterapista, gli operatori socio-sanitari tutti e tutti insieme.
Pietro e mogliePietro ce l’ha fatta, nonostante i lunghi giorni in cui è stato costretto ad un letto, sedato e legato, affinché non si strappasse le flebo indispensabili per la sua sopravvivenza. 
È tornato a casa, ha potuto riabbracciare la moglie e questa è la più grande soddisfazione che un professionista della cura possa avere.
La Cura, tanto più in un contesto pandemico, non può essere limitata a contrastare l’infezione virale e le altre patologie spesso coesistenti nello stesso individuo, con cocktail di farmaci, non privi di effetti collaterali e di interazioni dannose, che riducono le risorse insite in ognuno di noi e minano pesantemente le capacità di recupero.
In molti casi, pur avendo ottenuto la “guarigione virologica” da infezione da virus Sars- Cov- 2 sancita dalla conquista del “tampone negativo”, le persone anziane, colpite da una cascata di complicanze che si susseguono senza tregua, non sempre ce la fanno a superarle e a riconquistare quel benessere al quale attribuiamo il nome altisonante di “salute”. Alcune, ahimè, soccombono, private persino del diritto ad una morte dignitosa.
Di solito rifuggo dall’ attribuire colpe all’uno o all’altro così come dalle semplificazioni, ma, in questo caso, mi continua a risuonare nella mente la stessa domanda “E’ sempre colpa del coronavirus?”.
Non so rispondere, come sempre, ma so che continuerò ad essere un medico-giardiniere finché il destino me lo concederà.

 

ida accorsiIdaLamberto“C'era due volte il barone Lamberto”: l'intera narrazione si svolge attorno allo spericolato tentativo, messo in atto dal barone novantaquattrenne insieme al fido maggiordomo Anselmo, di evitare un ormai inevitabile trapasso.
L'isola di San Giulio, il Lago d'Orta e i suoi dintorni sono protagonisti, insieme al barone, del racconto: non solo il paesaggio lacustre, ma anche molti dei circostanti centri abitati (da Verbania, a Domodossola, a Gravellona Toce) vengono citati a più riprese in quella che pare una piccola ode alla provincia natale di Gianni Rodari.
In effetti, per chi abbia visitato l'isola – sede di un monastero benedettino e percorsa da suggestive mulattiere, lungo le quali regnano il verde e il silenzio – non è difficile pensarla come la custode di qualche mistero, come quello che permette al facoltoso barone di restare in vita e che in parte resta velato anche alla fine del libro.
Di ritorno da un viaggio in Egitto, durante il quale hanno consultato un vecchio mago, Lamberto e Anselmo scelgono accuratamente e assumono sei persone: esse hanno il compito (per il quale sono largamente ricompensate) di ripetere senza sosta, a turno e in gran segreto, il nome del barone; dopo qualche tempo, il corpo di quest'ultimo comincia inspiegabilmente a ringiovanire: la morte, così prossima a Lamberto prima del viaggio in Egitto, sembra allontanarsi sempre di più, per lasciare spazio a una seconda giovinezza che il barone trascorre praticando ogni tipo di attività fisica. Ma qualcuno non sembra entusiasta della curiosa trasformazione: il nipote Ottavio, ansioso di mettere le mani sull'eredità dello zio, e i cosiddetti Ventiquattro Elle, un gruppo di banditi senza scrupoli che irrompono sull'isola e prendono in ostaggio il barone... Il crescendo narrativo sarà inaspettatamente risolto dall'intervento di Delfina, l'unica fra i sei 'dipendenti' di Lamberto (tenuti all'oscuro del fine per il quale sono chiamati a ripetere il suo nome) che si chieda insistentemente il perché della propria strana occupazione.
In “C'era due volte il barone Lamberto” (come del resto in molte delle altre opere di Rodari) la leggerezza dello stile non deve ingannare: molti sono gli spunti di riflessione suggeriti da questa spassosa vicenda, che più volte nel corso della lettura regala al lettore di qualunque età sorrisi molto divertiti.
Estremamente significativo, ad esempio, è il personaggio di Delfina, nettamente contrapposto a quello del barone: mentre Lamberto ha passato i propri 'primi' novantaquattro anni a fare e pensare ciò che gli altri gli imponevano, e quindi non ha mai davvero seguito le proprie aspirazioni, la ragazza dimostra di non lasciarsi influenzare dalla superficialità e dall'indifferenza altrui, e non rinuncia mai a ragionare con la propria testa, preferendo interrogarsi sempre sul perché delle cose. Delfina è l'unica dei molti personaggi del libro a non essere una macchietta (spesso lo è perfino Lamberto, infantilmente occupato a recuperare il tempo perduto).
Un altro intrigante spunto di riflessione è dato dall'osservazione del carosello che si crea attorno e all'interno dell'isola, i cui toni grotteschi si accentuano quando Lamberto diventa ostaggio dei Ventiquattro Elle.
La folla, i politici, i direttori delle banche di proprietà del barone e i loro segretari, giornalisti e fotografi, il barcaiolo Duilio e perfino i bambini: tutti diventano parte di uno spettacolo in cui interpretano se stessi, e, al contempo, sono descritti in modo tale che la peculiarità di ognuno, accentuata fino al ridicolo, ne sdrammatizza la maschera, togliendole credibilità.
Questa è una delle grandi doti di Rodari, tanto preziose dal punto di vista educativo: apparentemente non c'è giudizio nel suo affrescare situazioni e persone, nemmeno quando si tratta di un omicida come Ottavio; il giudizio certo è presente, ma non determina i contorni del personaggio. La maschera, in altre parole, resta una maschera: nel suo essere immancabilmente fedele a sé stessa risulta tanto ridicola da non richiedere più nemmeno un'esplicita condanna morale da parte di autore e/o lettore. La mancanza di un marcato giudizio moraleggiante è uno degli ingredienti che determinano l'intelligente leggerezza propria degli scritti rodariani.
In “C'era due volte il barone Lamberto”, la morte è una presenza discreta ma costante: nel soprannome del barcaiolo Duilio, chiamato Caronte, nella continua minaccia da parte di Ottavio e dei Ventiquattro Elle, nel pretesto narrativo che sta alla base stessa del racconto e che è costituito dal tentativo del protagonista di sfuggirle... e nel punto centrale della vicenda, in cui il barone, inevitabilmente, muore. Si tratta di un momento estremamente interessante, soprattutto per la sobrietà e la semplicità con cui Rodari lo descrive: "Egli respira a fatica, sente che la gola gli si stringe, acuti dolori gli scoppiano nel petto. Allunga la mano per tirare il cordone del campanello e non ci riesce. Vorrebbe chiamare Anselmo, ma la bocca è come murata. [...] «Dormono, - pensa il barone, - e io muoio». Ma non fa in tempo a spaventarsi, perché è già morto."
Nel brano c'è pathos, non dramma; c'è tempo per la sorpresa, ma non per la paura: tutto ciò è inusuale, per la nostra contemporaneità, eppure estremamente importante perché sia favorito, nel bambino, un rapporto 'adulto' con l'idea del trapasso.
Ben più complesso del morire sembra essere il vivere, misteriosamente reiterato dal fatto che "l'uomo il cui nome è pronunciato resta in vita” (1): forse il segreto di Lamberto sta nella sensazione tanto speciale che si prova a sentir pronunciato il proprio nome: come dice il barone, "dà soddisfazione, come a grattare dove prude"...

 Incipit (2)

“In mezzo alle montagne c'è il lago d'Orta. In mezzo al lago d'Orta, ma non proprio a metà, c'è l'isola di San Giulio. Sull'isola di San Giulio c'è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio (ha novantatré anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong, Singapore, eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e così avanti fino alla zeta di zoppía. Accanto a ogni malattia Anselmo ha annotato le medicine da prendere, a che ora del giorno e della notte, i cibi permessi e quelli vietati, le raccomandazioni dei dottori: «Stare attenti al sale, che fa aumentare la pressione», «Limitare lo zucchero, che non va d'accordo con il diabete», «Evitare le emozioni, le scale, le correnti d'aria, la pioggia, il sole e la luna».

Epilogo (3)
Le favole di solito cominciano con un ragazzo, un giovinetto o una ragazza che, dopo molte avventure, diventano un principe o una principessa, si sposano e danno un gran pranzo. Questa favola invece comincia con un vecchio di novantaquattro anni che alla fine, dopo molte avventure, diventa un ragazzino di tredici anni. Non sarà uno sgarbo al lettore? No, perché c’è la sua brava spiegazione.
Il lago d’Orta, nel quale sorge l’isola di San Giulio e del barone Lamberto, è diverso dagli altri laghi piemontesi e lombardi. È un lago che fa di testa sua. Un originale che, invece di mandare le sue acque a sud, come fanno disciplinatamente il Lago Maggiore, il Lago di Como e il lago di Garda, le manda al nord, come se la volesse regalare al Monte Rosa, anziché al mare Adriatico.
Se vi mettete a Omegna, in piazza del Municipio, vedrete uscire dal Cusio un fiume che punta diritto verso le Alpi. Non è un gran fiume, ma nemmeno un ruscelletto. Si chiama Nigoglia e vuole l’articolo al femminile: la Nigoglia. Gli abitanti di Omegna sono molto orgogliosi di questo fiume ribelle e vi hanno pescato un motto che dice in dialetto: La Nigoja la va in su / e la legg la fouma nu. (in italiano: La Nigoglia va all’insù/e la legge la facciamo noi.)
Mi sembra detto molto bene. Sempre pensare con la propria testa. Si capisce che poi, alla fine dei conti, il mare riceve le sue spettanze: difatti le acque della Nigoglia, dopo una breve corsa a nord, si gettano nello Strona, lo Strona le porta al Toce che le versa nel lago Maggiore e di qui, via Ticino e Po esse finiscono nell’Adriatico. L’ordine è ristabilito. Ma il lago d’Orta è contento lo stesso di quello che ha fatto. È sufficiente come spiegazione di una favola che obbedisce solo a sé stessa? Speriamo di sì.
Resta poi da aggiungere che i ventiquattro direttori generali delle Banche Lamberto, rientrati nelle loro sedi, si affrettarono ad assumere persone di ambo i sessi e a pagarle perché ripetessero a turno, giorno e notte, i loro riveriti nomi. Speravano così di guarire dalle loro malattie e di far camminare il tempo all’indietro. Invano. Chi aveva i reumatismi, se li doveva tenere. A chi era calvo, non spuntò alcun capello in capo, né biondo né bruno. Chi aveva compiuto i sessantacinque anni, non recuperò un solo minuto. Certe cose succedono una volta sola. A dire la verità, poi, certe cose possono succedere solo nelle favole.
Non tutti saranno soddisfatti della conclusione della storia. Tra l’altro non si sa bene che fine sarà Lamberto e cosa diventerà da grande.
A questo, però, c’è rimedio. Ogni lettore scontento del finale può cambiarlo a suo piacere, aggiungendo al libro un capitolo o due. O anche tredici.
Mai lasciarsi spaventare dalla parola.
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Note
(1) cit.Pag.23
(2) pag. 7
(3) pagg. 100/101

C'era due volte il barone Lamberto adatto a bambini dai dieci anni in su. Editore Einaudi

Schermata 2020 11 19 alle 12.42.26

 

 

 

 

 

 

 

 

 Edizione 2010-Illustrazioni Altan

Schermata 2020 11 19 alle 12.59.15

diana catellaniSe qualche anno fa avessi sentito parlare di resilienza, forse non avrei capito di che cosa si stesse dissertando; ora invece è diventato un termine molto usato, direi quasi di moda.
Se un tempo si parlava di resilienza solo come termine tecnico per indicare la capacità di materiali vari a resistere alle sollecitazioni, ora è un termine usatissimo in psicologia.
Con la pandemia in atto, ci si stanno presentando, infatti, situazioni inedite e totalmente impreviste, che richiedono capacità di adattamento, di risoluzione dei problemi nuovi, di creatività senza le quali si rischia di essere sopraffatti dall’angoscia e dal senso della propria fragilità e inadeguatezza. In una sola parola ci viene richiesto di essere resilienti.
Chi è solo come me ha ancora più probabilità di precipitare nell’abulia e nella depressione. Io, costretta dalle circostanze, ho dovuto fortunatamente accostarmi per tempo alle nuove tecnologie e allora posso accedere ad eventi, dibattiti, conferenze e a tutto quel mondo un po’ caotico di internet, che offre comunque tante sollecitazioni e tante risorse.
Noi anziani, è risaputo, facciamo più fatica a cambiare le nostre abitudini e a imparare nuovi comportamenti. Lo si vede benissimo durante le videochiamate, che vanno sotto il nome di webinar.
Ho avuto modo di partecipare a uno di questi eventi in cui erano collegati molti bambini: erano del tutto a loro agio e sapevano gestire alla perfezione i loro interventi utilizzando correttamente tutti gli strumenti offerti dalla piattaforma in uso.
In un’altra occasione, invece, ero in collegamento con donne non più giovanissime di ogni parte d’Italia ed è stato molto divertente: mentre la relatrice sciorinava tutto il suo sapere e si sforzava di esporre con chiarezza e competenza concetti molto profondi e impegnativi, sentivi ogni tanto strani rumori stridenti e fastidiosissimi per i troppi microfoni aperti. E non valeva a nulla invitare ripetutamente le partecipanti a chiuderli (non sapevano come fare, evidentemente). Ma più divertente è stato quando, all’ora di cena, si è sentito prima squillare un campanello di qualcuno che, forse a Roma o forse altrove, suonava alla porta per rientrare a casa e poco dopo, forse sempre dallo stesso computer, venivano lanciati nell’etere tranquillizzanti rumori domestici: qualcuna delle partecipanti stava lavando delle stoviglie e cucinando qualcosa per cena. Questo ha scatenato l’ilarità di molte partecipanti e due di loro si sono messe a conversare, scambiandosi saluti camerateschi mentre la relatrice cercava faticosamente di ignorarle.
Certo ci vuole tempo per trovare soluzioni nuove, ma da questo dipende la nostra capacità di superare questa crisi che ci mette a dura prova. Bisogna essere resilienti come le canne al vento. Questa frase che ho sentito mi ha richiamato il romanzo di Grazia Deledda, ma mentre per lei gli uomini sono come canne battute inesorabilmente dal vento di un destino incontrollabile, noi ora dobbiamo essere come le canne, che sanno piegarsi sotto la sferza del vento, ma poi rialzano il capo appena ritorna la calma.
Spero di saper essere come queste canne, ma non sarà facile.

rosanna vaggeL’emergenza Covid non pare abbia alcuna intenzione di recedere, lo spauracchio della seconda ondata autunnale assume giorno per giorno sempre più evidenza, le curve riportanti i numeri dei contagi, degli ospedalizzati, di quelli in terapia intensiva, dei morti, numeri rigorosamente basati sulla positività dei tamponi, ora salgono, ora scendono lievemente per poi raggiungere un plateau e infine impennarsi in picchi che lasciano aperta solo la strada della scaramanzia. I media declamano che altri paesi stanno peggio di noi, come la Francia e la Spagna, come se l’antico detto popolare “mal comune mezzo gaudio” potesse essere consolatorio per l’intero paese Italia che primeggia in abilità preventive per la tutela del bene comune.
È davvero così? Mi chiedo con grande amarezza, perché il mezzo gaudio non l’ho mai digerito, in qualunque situazione fosse applicato. Non ho mai digerito, ad essere sinceri, nemmeno i “ma”, quelli legati al “non si può fare altrimenti”, peggio ancora se pronunciati dopo la premessa “hai ragione, si dovrebbe … ma …” e giù ostacoli a non finire come lo Stato, la Regione, i Comuni, i Sindacati, le Assicurazioni, i Tribunali, i capi, i colleghi, i vicini e chi più ne ha ne metta. Mai e poi mai in nome del buonsenso, della giustizia, del rispetto, dell’etica professionale. Il tutto, se non altro, alla faccia della par condicio.
Avete mai sentito parlare di Liguria ai telegiornali nazionali? Riguardo ai contagi, intendo. La Liguria è piccola, curva, riservata, popolata da tanti vecchi. Sarà per questo? Certo la tragedia del ponte Morandi l’ha portata agli onori della cronaca, ora a fare "audience" ci pensa il salone Nautico, ma mai viene annoverata nell’elenco delle regioni più colpite dal coronavirus. Eppure questi sono i dati:


LIGURIA COVID
Un bel primato, considerato che è prima su 4 indicatori negativi, seconda nel 5° indicatore, anch’esso negativo e ben 11esima sull’unico indicatore che possiamo definire con il segno positivo riguardando le persone testate ogni 100.000 abitanti. Il test è riferito ovviamente al tampone molecolare.
Non a caso il Genoa è la squadra di calcio più colpita, essendo saliti a 22, tra giocatori e staff, i positivi al coronavirus in data 3 ottobre.
Il risultato è che, dopo un breve periodo di tregua tra la fine di agosto ed i primi di settembre, riprende il ping pong dei pazienti in cui si riscontra il tampone positivo, molti dei quali presentano disabilità fisica o psichica, tra le RSA e/o i reparti ospedalieri ed i Centri sul territorio, ben pochi, che sono autorizzati ad accoglierli. Peccato che anziché di palline, si tratti di esseri umani, in carne ed ossa, trasferiti da un posto all’altro, spesso distante dal loro abituale domicilio, ai quali non resta che essere disorientati e confusi, per un presente sconfortante ed un futuro incerto, anche se perfettamente integri dal punto di vista cognitivo, per lo meno quello definito dai test mentali ai quali facciamo abitualmente riferimento nelle valutazioni geriatriche, come il più gettonato Mini Mental State Examination. Figuratevi per quelli che non sono più integri, ai quali abbiamo attribuito l’etichetta, spesso indelebile, di deteriorati mentali con più o meno evidenti alterazioni comportamentali.
A questo proposito, non posso fare a meno di pensare al concetto più estensivo della cognizione, intesa come la capacità di interagire con l’ambiente esterno, condizione che, insieme all’autopoiesi, cioè la capacità di generarsi dall’interno, caratterizzano i sistemi viventi (Maturana HR, Varela F: Autopoiesi e cognizione. Marsilio Editori, 1985).
Secondo questa teoria i sensi rappresenterebbero gli elementi strutturali da cui prende origine il processo cognitivo, a partire dalle espressioni più lievi, come la capacità dell’ameba di percepire differenti concentrazioni di zucchero in un liquido e di muoversi verso il gradiente maggiore per soddisfare il suo bisogno di energia e nutrimento, fino a quelle più complesse come la capacità di fare calcoli, prendere decisioni, percepire il profumo di un fiore o innamorarsi (da un articolo di Antonio Bonaldi: Materia, mente e salute, 12 novembre 2018).
Secondo la teoria dei sistemi complessi, la vita sarebbe una proprietà che emerge dalla sinergia di tre domini, l’ambiente, la cognizione, l’unità auto poietica, come illustrato nella diapositiva sottostante tratta da una mia relazione dal titolo “La salute è informazione e consapevolezza” presentata ai Corsi di Cultura di Chiavari nel febbraio 2019.
RosannaCOGNIZIONE
Non voglio affatto apparire presuntuosa appropriandomi di concetti che percepisco a malapena, più con il cuore che con l’intelletto, ma, se è vero che tutto è interconnesso, se le relazioni con l’ambiente circostante sono fondamentali per tutti gli esseri viventi, se uomo e natura costituiscono una totalità indivisibile, sono convinta che sia necessario perseguire l’ obiettivo salute in ben altro modo, e non solo limitarsi al distanziamento o al confinamento dei contagiati, o alla ricerca sfrenata per trovare un vaccino, come sta avvenendo in questa pandemia.
Affrontare la pandemia solo attraverso i servizi sanitari non può essere sufficiente e molte falle del sistema si sono rese evidenti.
Insomma, la ruota non gira.
Basta pensare alle persone che vivono in situazioni logistiche tali da non poter garantire l’isolamento domiciliare, nuclei di 10 o più individui conviventi nello stesso appartamento o in comunità di accoglienza dove il contagio è inevitabile. I più sono giovani, i sintomi scarsi, ma basta un po’ di tosse o qualche linea di febbre per ricorrere al pronto soccorso, qualcuno viene ricoverato e poi? Resta il tampone positivo, l’impossibilità di ritorno a casa ed inizia una corsa contro il tempo alla ricerca di un luogo in grado di accogliere il malcapitato fino a che non ottenga due tamponi negativi a distanza non inferiore alle 24 ore l’uno dall’altro. Se ha ancora sintomi o bisogno di ulteriori controlli clinici, poco importa, è fondamentale che sia in regola con quanto stabiliscono le disposizioni che sanciscono la guarigione virologica da infezione Covid-19.
Succede proprio così a famiglie originarie del Bangladesh o del Marocco o del Senegal che in alto numero popolano il centro di Genova e non solo.
Se nei primi mesi di pandemia, non diversamente dal passato, il problema era “il vecchietto dove lo metto?”, in questa seconda fase il problema si allarga ai migranti, alle badanti, al personale dei trasporti, a chi non ha fissa dimora o è di passaggio.
E gli studenti? Le classi in quarantena? La ricerca spasmodica dei contagiati dopo contatto con il cosiddetto “caso”? Poco importa se il contatto è più o meno stretto, con o senza dispositivi, intanto è sempre meglio fare di tutte le erbe un fascio e chi più ne ha ne metta.
Così la ruota non gira. E la valutazione clinica rimane sfumata, confinata ai margini del percorso decisionale centrato sulla positività del tampone molecolare per la ricerca del fatidico virus con la corona. Il risultato di una analisi di laboratorio diventa inevitabilmente più importante dell’auscultazione del torace del malato o dell’ascolto delle sue esigenze. Non si può fare altrimenti, è la regola, si dice.
“Prioritaria la salute!”, proclamano i ministri, i senatori, i deputati, gli assessori, i leader dei partiti politici, tutti indistintamente. Logica conseguenza è che bisogna dare largo spazio alla medicina e a tutto ciò che la compone.
Giusto, penso io, è fuori discussione che il sistema sanitario abbia avuto e continuerà ad avere un ruolo straordinario per il benessere delle persone, ma non possiamo dimenticare neanche per un solo attimo che la salute è molto di più dell’assenza di malattia e riguarda l’intera vita.
La salute, infatti, dipende soprattutto da determinanti che di regola sono ritenuti estranei o poco influenti sulla “produzione” di quantità e di qualità di vita di una popolazione, mentre sono mitizzati altri che al contrario hanno scarsa rilevanza.
La diapositiva sottostante, tratta dagli articoli dello stimato economista Gianfranco Domenighetti, purtroppo scomparso, riporta il contributo di ciascuno di questi determinanti alla longevità e, come si può notare, il settore sanitario è quotato per non più del 15%.
CONTRIBUTO LONGEVITA
Ben più importanti sono i fattori socio-economici che contribuiscono fino al 50% alla nostra longevità, cosa che, se riflettiamo, appare persino ovvia. Solo per fare un piccolo esempio, come può stare bene una persona che è senza lavoro o, ancor peggio, non ha un tetto sotto il quale ripararsi, anche se non è stato contagiato dal coronavirus?
La salute è una proprietà dei sistemi complessi definita emergente, che significa che sorge in modo spontaneo e non prevedibile attraverso lo studio analitico dei singoli componenti del sistema; come tutte le proprietà emergenti (la vita, la coscienza, il tempo, il pensiero), sfugge ad ogni definizione esclusiva o meglio, ognuno di noi, ha la propria definizione, ugualmente vera.
La scienza medica ci ha insegnato a riconoscere molte alterazioni che ci fanno perdere la salute (le malattie) e in molti casi ha messo a punto espedienti efficaci per porvi rimedio (le cure), ma la salute non riguarda solo la medicina, riguarda la vita e quindi per ottenere salute dobbiamo occuparci della vita in tutte le sue manifestazioni.
Se ce lo dimentichiamo, la ruota non gira.

 

ida accorsiUna breve premessa prima di parlare del racconto. Il 23 ottobre 2020 Gianni Rodari avrebbe compiuto 100 anni! Un autore geniale, completo, narratore, giornalista e studioso, ma che fa parte di quella non grandissima schiera di Maestri che questo Paese, non onora come dovrebbe e che qualcuno vorrebbe dimenticare! Io, invece, (e non sono la sola, per fortuna,) lo voglio ricordare, perché è uno degli autori più importanti della nostra letteratura, che ha speso la sua vita per abbattere ogni barriera che limitasse la creatività, ogni muro che recintasse il pensiero, ogni luogo comune che mortificasse le parole.
Abbiamo il dovere di raccontare Gianni Rodari alle generazioni che hanno la fortuna di poterlo leggere e la sfortuna di non poterlo conoscere. Lui diceva che: “Se una società basata sul mito della produttività (e sulla realtà del prodotto) ha bisogno di uomini a metà – fedeli esecutori, diligenti riproduttori, docili strumenti senza volontà – vuol dire che è fatta male e che bisogna cambiarla. Per cambiarla occorrono uomini creativi, che sappiano usare la loro immaginazione”. Queste sue parole sono state dette e pubblicate 46 anni fa e spiegano il perché è importante ricordarlo e raccontarlo con passione e gratitudine.
“Gelsomino nel paese dei bugiardi” è stato pubblicato per la prima volta nel 1958 dagli Editori Riuniti con le illustrazioni di Raul Verdini e nel corso degli anni ha avuto innumerevoli ristampe; una significativa anticipazione del tema è contenuta nella filastrocca “Il paese dei bugiardi” scritta su “l’Unità” il 23 agosto 1956. In un paese dove per ordine del sovrano tutto funziona al contrario ed è proibito dire la verità, arriva Gelsomino dalla voce potentissima che con l’aiuto di simpatici amici sconfigge la prepotenza e fa trionfare la sincerità.
In questo libro Rodari dà prova della sua straordinaria capacità di esplorare con occhio critico la realtà sociale e di muovere con brio e finezza di stile verso un universo fantastico costruito sull’altruismo, sulla generosità, sull’amicizia: Gelsomino con la sua voce e la sua simpatia ci invita a guardare con ottimismo al futuro. (consigliato ai ragazzi dai 7 anni.)

La trama
Fin da bambino Gelsomino ha avuto una brutta voce potentissima, che è stata per lui fonte di innumerevoli problemi: era capace di rompere i vetri delle finestre e le lavagne della scuola, di modificare le traiettorie del pallone durante le partite di calcio, di far cadere anzitempo i frutti dagli alberi. Per sfuggire alla cattiva fama che si è procurato presso i suoi concittadini, Gelsomino ormai giovanotto si trasferisce in un altro paese, dove le cose vanno a rovescio: i generi alimentari si vendono nelle cartolerie, si accetta in pagamento denaro falso e si rifiuta quello buono e nessuno chiama le cose con il loro nome. Qui fa la conoscenza di un gatto parlante con tre zampe, di nome Febo disegnato da una bambina con un gessetto su un muro, dal quale è stato liberato per un potente colpo della voce di Gelsomino. Zoppino gli spiega che Giacomone, il re di quel paese, prima di impadronirsi del trono era stato un pirata, e che per impedire che si parlasse delle sue precedenti imprese furfantesche aveva imposto ai suoi sudditi che nessuno dicesse più la verità, sotto pena di finire in prigione o in manicomio.
Gelsomino entra in una cantina che ha trovato aperta per riposarsi. Zoppino, nel frattempo, prima ruba un avanzo di pesce alla vecchia gattara Zia Pannocchia, poi s'introduce alla reggia, dove scopre che i fluenti e ammirati capelli arancione di re Giacomone non sono altro che una parrucca, e che il sovrano è calvo. Non resiste alla tentazione di scrivere questa verità su un muro, dopodiché viene catturato da Zia Pannocchia che lo porta a casa, cucendolo ad una poltrona per punirlo del suo furto. Viene però liberato da Romoletta, la nipote della gattara che l'aveva disegnato, che lo conduce dal pittore Bananito per rifinirlo meglio ed evitare che il gesso di cui Zoppino è fatto si consumi. Bananito, che in ossequio alla legge della menzogna ha dipinto persone e oggetti dall'aspetto assurdo, in preda ad una crisi vorrebbe distruggere le sue opere, ma è fermato dall'improvvisa comparsa di Gelsomino, che cerca un posto dove nascondersi. Egli infatti era stato scoperto dal maestro Domisol, direttore del teatro cittadino, che notando la potenza della sua voce aveva pensato di farne una stella del bel canto, ma alla sua prima esibizione aveva demolito completamente il teatro.
Zoppino consiglia a Bananito di limitarsi a togliere dai quadri i particolari ridondanti, anziché distruggerli, e si verifica un altro prodigio: le immagini così corrette si staccano dalle tele e diventano vere. Bananito per riconoscenza dipinge un'altra zampa a Zoppino. Zia Pannocchia e Romoletta sono arrestate e condotte in manicomio per aver insegnato ai gatti a miagolare ed anche Gelsomino è ricercato per aver distrutto il teatro. Egli fugge per i tetti assieme a Zoppino ma scivola e cade sul balcone di Benvenuto-Mai seduto, un cenciaiuolo dall'aspetto di un vecchietto di settantacinque anni ma che in realtà ne ha solo dieci perché invecchia ogni volta che si siede. Questi dà ricetto a Gelsomino finché non è guarito. Intanto Bananito ha ripreso il suo lavoro mettendosi a ricreare la realtà per strada. Viene prima imprigionato per aver dipinto delle immagini veritiere, ma poi è invitato a corte, dove re Giacomone spera che gli possa dipingere in testa dei capelli veri per poter rinunciare alla parrucca, e nominato ministro; tuttavia si rifiuta di dipingere dei cannoni e viene rinchiuso in manicomio, da dove Zoppino lo fa evadere con la complicità di Benvenuto, che per intrattenere una guardia si siede fino a morire di vecchiaia.
Per liberare Zia Pannocchia e Romoletta, Gelsomino si mette a cantare di fronte al manicomio, provocandone la distruzione; la devastazione coinvolge anche il palazzo reale, dal quale fuggono la corte e lo stesso Giacomone in incognito, che si libera delle sue parrucche gettandole in un fiume. La popolazione, presso la quale il senso della verità non era ancora del tutto spento, è liberata dal regime delle bugie.
Gelsomino riprende a studiare per diventare un vero cantante lirico, Zia Pannocchia diventa la direttrice di un istituto per gatti abbandonati e Romoletta studia da maestra. La guerra che Giacomone aveva dichiarato ad uno stato confinante contando sui cannoni che Bananito gli avrebbe dipinto viene convertita, su suggerimento di Gelsomino, in una partita di calcio.
***
Tratto da pag. 63 del racconto: “Se un pittore sa il suo mestiere le cose belle diventano vere.”
– Credevo, – mormorò tristemente Bananito, – credevo di essere un pittore.
Ma sarà meglio che cambi mestiere.
E sceglierò un mestiere col quale i colori c'entrino il meno possibile.
Per esempio, farò il becchino, e avrò a che fare solo con il nero.
– Anche nei cimiteri ci sono i fiori, – osservò Gelsomino.
– Su questa terra, di nero proprio nero e soltanto nero non c'è niente.
– Il carbone, – disse Zoppino.
– Ma a dargli fuoco diventa rosso, bianco, azzurro.
– L'inchiostro nero è nero e basta.
– Ma con l'inchiostro nero si possono scrivere storie colorate e allegre.

 

gelsomino paese bugiardi prima ed. 1958

rosanna vaggeSto pensando da giorni a cosa scrivere nella rubrica di Per Lunga Vita per non essere noiosa e monotona, ma non riesco a distogliere la mente dal Centro post acuti Covid che dirigo da oltre 6 mesi e che ad oggi ha accolto qualche centinaia di persone, di tutte le età e nazionalità, risultate positive al famigerato tampone per la ricerca del virus Sars-Cov-2.
Mi perdonerete, pertanto, se parlerò ancora di questo periodo pandemico e vi racconterò delle storie, frammenti di vita di altri, che vivo nel quotidiano e che mi impongono interrogativi ai quali, come sempre, non so rispondere.
Nei mesi scorsi, in particolare maggio e giugno, i pazienti che venivano accolti erano prevalentemente anziani e, nella maggior parte dei casi provenivano dalle Residenze Protette e RSA sparse sul territorio, altri vivevano al proprio domicilio assistiti da familiari e badanti. Avevano contratto il virus e la conseguente infezione respiratoria nei modi più svariati, ma l’accesso al Pronto Soccorso o il ricovero ospedaliero per traumi o patologie intercorrenti di vario genere era senza dubbio la causa predominante.
Questo mi porta ad una prima considerazione che è esattamente l’opposto di quella che è scaturita dalla mente dei dirigenti politici della mia regione. Anziché pensare a blindare i vecchi nelle strutture erigendo barriere sempre più invalicabili e formare il personale di assistenza sulle “infezioni ospedaliere”, che significa medicalizzare la vita ancora di più di quello che è già, investirei sulla de istituzionalizzazione e sulle cure domiciliari, potenziando il territorio di servizi dedicati che permettano percorsi diagnostico-terapeutici tempestivi finalizzati al mantenimento dell’autonomia della persona.
Non è difficile comprendere come mesi e mesi di allettamento protratto, dove è concessa al massimo la mobilizzazione in poltrona, interrotti di tanto in tanto da qualche compassionevole video-chiamata, in ambienti asettici, in cui teoricamente non potresti valicare, anche per quelli in grado di camminare, la porta della stanza di reclusione, lascino nel cuore una sofferenza tale da farti morire dentro ancor prima che sopraggiunga la morte fisica o la possibilità di ritornare nell’abituale residenza dopo la cosiddetta “guarigione virologica”.
Ritornare dove? A casa propria non è più possibile, nonostante si siano ottenuti doppi, tripli, quadrupli tamponi negativi, nemmeno per quelli che la possedevano in precedenza e venivano accuditi da parenti, amici o badanti. Le condizioni cliniche e logistiche sono cambiate e, tra queste, la fa da padrone la perdita dell’autonomia, inevitabile dopo il periodo di immobilizzazione forzata, alla quale segue la perdita della badante, che ha dovuto arrangiarsi come poteva e magari ha fatto rientro al paese d’origine e in ultimo la perdita del domicilio per chi non viveva in famiglia o non era proprietario, per la disdetta in anteprima del contratto d’affitto, considerata l’incertezza del domani.
Insomma, gira che ti rigira, di perdita sempre si tratta e, causa la crisi economica in cui si trova l’intero paese, comprendo bene come i famigliari che accudivano con fatica i loro vecchi in ambito domestico, cerchino in ogni modo di accelerare le richieste di indennità di accompagnamento e ottenere il ricovero definitivo in convenzione con le ASL nelle strutture socio-sanitarie, quelle con funzioni di mantenimento a vita. Succede così che Lazzaro, che ha ottenuto la guarigione clinica e virologica dalla polmonite da Sars-Cov-2 da oltre 5 mesi, debba ancora attendere chissà quanto tempo per entrare in una RSA a costi agevolati, nonostante i parenti si siano dati un gran da fare per intraprendere l’iter burocratico necessario. Privatamente il posto c’è, ma il costo si aggira intorno ai 3000 euro al mese, Lazzaro ha una pensione di 600 euro e i figli poco di più per cui vien da sé che i conti non tornano.
Come è possibile perdersi in tali lungaggini burocratiche? Tanto più che il tasso di occupazione dei letti nelle residenze socio-sanitarie si è ridotto notevolmente per l’eccedenza di mortalità che si è registrata durante il picco pandemico? A questo domanda non riesco a immaginare una risposta che non sia deludente per il mio concetto di moralità.
Non va meglio per i vecchi che erano già in precedenza istituzionalizzati. A rallentare il tutto, ci pensano le zone “buffer”, create per evitare la diffusione del virus, che costringono l’ospite rientrante ad ulteriori 8 giorni di isolamento prima che possa accedere alle aree residenziali comuni e riprendere le consuete abitudini di vita. E poco importa se non ha sintomi di infezione da mesi e ha effettuato una ventina di tamponi che non hanno rilevato alcun virus.
Così accade, e non raramente, che la sorte ci metta lo zampino e si assista, quando meno te lo aspetti, ad una ripositivizzazione del tampone dopo gli 8 giorni di buffer per cui l’ospite viene nuovamente trasferito nel Centro Covid, in attesa della guarigione virologica sancita dal doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore l’uno dall’altro. A Rita è successo per ben 3 volte, Giovanni si è limitato a 2 e Adolfina ci ha rimesso la pelle, ma nessuno saprà mai se è stato il Covid o l’andirivieni.
Perché il referto di un esame di laboratorio, nella fattispecie il tampone molecolare per la ricerca del Sars-Cov-2 deve essere più importante della clinica? Mi chiedo, con perplessità e disappunto.
L’orgoglio di essere medico che, nonostante alcune vicende spiacevoli della mia vita professionale, si è rafforzato a mano a mano che crescevano i capelli bianchi, mi impedisce di apprendere appieno perché debbano sempre prevalere gli aspetti giuridico-normativi, non certo privi di conflitti di interesse, a quelli dettati unicamente dal comune buonsenso.
A questo proposito, mi vengono in mente due diapositive, tratte dalla relazione di presentazione dell’Associazione di Promozione Sociale “I Fili” nel febbraio 2013 dal titolo “Il volto umano della medicina” in cui si sottolinea la difficoltà, ma anche l’indispensabilità di conciliare il punto di vista personale con quello impersonale, che significa, in altre parole, indirizzare le scelte politiche in modo che gli obbiettivi di salute pubblica e individuale si avvicino il più possibile. 
DICOTOMIAPUNTI DI VISTA

Ebbene, il coronavirus, ha distanziato ancor di più la dicotomia intrinseca dell’animo umano e la crisi economica conseguente ha aperto un solco profondo in cui è stata sepolta la solidarietà.
Questo triste pensiero si fa va varco sempre più frequentemente nella mia mente, ma forse è solo dovuto alla stanchezza del momento.
Ho l’impressione che in ogni situazione di emergenza, o presunta tale, si crei nell’opinione della gente comune una sorta di lassismo che porta a subire con passiva rassegnazione il destino che la società riserva ad ognuno di noi, quasi come esso stesso non ci appartenesse. Mentre la classe dirigente appare più impegnata a salvare la faccia e, ancor di più la poltrona o lo sgabello, piuttosto che interessarsi ed impegnarsi con atti concreti per il bene comune.
Ma passiamo ad un’altra grossa fetta della popolazione, composta di persone di diverse nazionalità, madri e padri di famiglia che vivono spesso in condizioni precarie (e tra questi ci sono molti italiani), ai giovani migranti accolti in comunità o dispersi come clandestini nel territorio, talvolta minorenni o presunti tali, ai lavoratori marittimi, ai senza fissa dimora e senza tetto.
Il coronavirus, i media lo hanno declamato a gran voce tanto da rendersi ridicoli, non fa differenza tra i diversi ceti sociali o discendenze etniche, ma a fare la differenza sono le disposizioni di legge applicate a chi non ha alcuna possibilità di provvedere per conto proprio all’isolamento.
E così succede che chi approda in Italia per sfuggire al destino drammatico che gli riserva il paese di origine e viene acciuffato dalle Forze dell’Ordine nelle stazioni ferroviarie, nei porti o in qualsiasi altro luogo, per qualsivoglia violazione di legge, debba essere accompagnato al Centro Covid per il congruo periodo di quarantena, prima di considerarlo non diffusore della malattia. Trattandosi di un “isolamento fiduciario” cautelativo, l’allontanamento volontario è la regola, ma a questo segue l’obbligatorietà di una serie di segnalazioni che sottraggono tempo e denaro alla società intera, perché, si sa, in emergenza, le cose inutili sono anche dannose.
Poi ci sono le persone, a volte famiglie intere, che si spostano da una sede all’altra per raggiungere il paese di origine per i più svariati motivi, come è successo a 4 cittadini residenti a Bologna che erano diretti a Genova, all’imbarco per il Marocco, per partecipare al funerale di un parente. Uno di loro è risultato positivo al tampone e la partenza è stata forzatamente rinviata a data da destinarsi. Per ironia della sorte il “caso” con tampone positivo ha ottenuto la guarigione virologica prima degli altri 3 che hanno comunque dovuto attendere che passassero i 14 giorni dal contatto stretto, nonostante i tamponi siano sempre risultati negativi.
Anche Fatma, che ha terminato il settimo mese di gravidanza, è stata trasferita al Centro per proseguire l’isolamento, dopo un breve ricovero in Ospedale per sintomi respiratori compatibili per infezione da Covid-19 confermata dalla rilevazione del virus al tampone naso-faringeo. La curva di crescita del nascituro effettuata pre-dimissione non dimostrava alcuna anomalia, ma, considerato che la sua permanenza si sta prolungando per via della persistente positività dei tamponi, la preoccupazione che per qualche ragione possa partorire anticipatamente non mi lascia affatto tranquilla e prestissimo contatterò i colleghi del Centro nascite del vicino ospedale pediatrico per avere un punto di riferimento per qualsiasi evenienza.
E poi c’è la storia di Alwi, sbarcato clandestinamente sulle coste siciliane alla fine di agosto, privo di documenti che sono stati dispersi in mare insieme ai vestiti. Alwi è stato censito nel centro di prima accoglienza come cittadino tunisino di 23 anni ed invitato a sottostare al periodo di quarantena, ma si è allontanato volontariamente ed ha raggiunto la stazione ferroviaria di Principe a Genova, con l’intento di prendere un treno diretto in Francia, dove lo aspettano parenti a amici. Non ce l’ha fatta, la Polfer lo ha fermato, censito, questa volta, come un marocchino nato nel 2003, quindi minorenne, lo ha immediatamente segnalato alla procura dei minori per la presa in carico e in ultimo lo ha affidato al nostro Centro per terminare la sorveglianza prescritta per chi proviene dall’estero. A lui mancavano solo poco più di 24 ore.
24 ore non sono certo un problema, tanto più se il tampone è negativo. Il problema è però la minore età o presunta tale. Il ragazzo vuole andarsene, ma la barriera linguistica è invalicabile: parla solo arabo e biascica pochissime parole in inglese. Come fare a spiegare che è finito in un bel pasticcio e che, per giunta, ha ben poche possibilità di farla franca alla frontiera? E come fargli comprendere che cercheremo in ogni modo di agire per il suo bene? Ci facciamo aiutare da Amal, una signora marocchina che parla anche l’italiano e apprendiamo che Alwi non è né minorenne né marocchino, ma nato in Tunisia il 4 ottobre 1997. Cerchiamo di spiegargli che probabilmente c’è stata una errata identificazione e riusciamo ad ottenere via WhatsApp un documento scritto in arabo con tanto di fotografia riportante il numero, 4 e 1997. Inequivocabilmente si tratta della data di nascita, per me, ma non per il PM della procura dei minori, una scortese e arrogante persona che non ha voluto accogliere le mie richieste, verbali e scritte, ed ha proceduto all’accertamento dell’età anagrafica che, notoriamente, richiede tempi biblici, per poi non essere nemmeno dirimente. E così Alwi resterà minore chissà per quanto tempo, anche se il suo aspetto, tanto più ora che si è lasciato la barba incolta, è ben diverso da quello di un adolescente.
Per fortuna il Coronavirus mi ha fatto conoscere anche belle persone, come Giovanni, responsabile di una Onlus che si occupa dell’accoglienza degli migranti richiedenti asilo e Chiara, dell’ufficio stranieri del Comune che in breve tempo si sono occupati del caso, hanno effettuato le corrette procedure e mi hanno permesso di trasferirlo in una comunità per minori in attesa che l’iter, ormai avviato, volga a termine.
Chissà che fine farà Alwi?
Difficilmente né verrò a conoscenza, così come difficilmente dimenticherò la sua triste odissea.
Potrei raccontarvi altre piccole storie, ma preferisco fermarmi a riflettere su ciò che è giusto o ingiusto nell’agire quotidiano del prendersi cura, sapendo che non ne verrò a capo.
Ma questa è ancora un’altra storia.

Autrice del volume è Elena Accati già docente di Floricoltura presso l’Università di Torino, studiosa e ricercatrice nei settori della floricoltura e di parchi e giardini. Una donna e una studiosa, e come lei stessa ha detto “lavorare in un settore considerato un tempo come solo maschile non è stato facile”.
Nel romanzo Fiori in famiglia Elena Accati dà voce ad un’altra donna e scienziata Eva Mameli Calvino, madre del grande scrittore Italo Calvino.
La collana “Donne nella scienza” di Editoriale Scienza ha questo di davvero interessante e innovativo: l’aver dato spazio a donne che hanno cambiato la storia della scienza e di cui in pochi conoscono la storia, ed averlo fatto attraverso la penna di scienziate, di altrettante donne che si sono applicate alla scrittura per ragazzi per appassionare e raccontare alla nuova generazione quanto, anche nella scienza, si deve alle donne.
Leggendo Fiori in famiglia si ha subito la sensazione di trovarsi di fronte ad una botanica….e non solo perché il racconto di Eva è in prima persona, ma perché chi le dà voce, sa esattamente di cosa sta parlando, si rincorrono nomi scientifici e descrizioni minuziose di procedimenti ed esperimenti.
Eva Mameli Calvino era la mamma di Italo e se pochissimi la conoscono in questa veste forse ancora meno la conoscono come una delle scienziate più importanti del primo Novecento, prima donna in Italia ad ottenere la libera docenza in botanica, nel 1915!
Eva era una donna anticonformista e rigorosa che in anni di un altro secolo ha praticato una scelta di vita che in molti casi risulterebbe difficile ed anomala persino oggi: la dedizione completa e assoluta alla sua passione botanica e scientifica in cui ha ritagliato quello per la famiglia. Il marito di Eva era un agronomo, con cui condivideva progetti lavorativi, ricerca e scelte di vita privata, con Mario Calvino, di cui tutti si ricordano molto di più della moglie, ha avviato e condotto la stazione scientifica prima a Cuba (dove è anche nato Italo) e poi a Sanremo per dar vita alla prima stazione sperimentale di floricoltura con sede a Villa Meridiana, casa stessa dei Mameli-Calvino.
Avete presente tutti quei fiori per cui è famosa la riviera ligure? Ecco, quelli sono opera dei coniugi Calvino, in Liguria di fiori praticamente non ce n’erano!
“Prima in Liguria si coltivavano solo agrumi, vite e olivo e c’era grande povertà. Poi è nata la floricoltura e la Liguria è divenuta la Riviera dei fiori.”
“I numeri sono questi: nel 1925-26 la Borsa Fiori di Sanremo registrava tre varietà di rose “Ulrich Brunner”, “Frau Druschky” e “Mac Arthur”. Oggi la varietà di rose da giardino sono 7562!”
Il libro è davvero interessante e la sua lettura indubbiamente vi darà la sensazione, (anche grazie alla prima persona della narrazione), di trovarvi di fronte ad una grande donna, Le illustrazioni seguono il racconto come fotografie.
Un' idea "Fiori in famiglia" da regalare ai ragazzi che amano la botanica, è indicato dagli 11 anni e si trova anche in formato ebook.

Incipit del libro
[…] Fin da molto piccola fui colpita e attratta dalle medaglie di papà. Colonnello dei carabinieri, mio padre Giovanni era stato insignito, per il servizio prestato in occasione di terremoto e contro il brigantaggio in Calabria e in Sicilia, di tante medaglie che a me parevano bellissime. Mi sembrava un eroe da imitare. La mamma le custodiva gelosamente, adagiate su di un pannello foderato di velluto rosso, in un apposito mobile che chiamavamo la vetrina. Conteneva cose fragili e, ai miei occhi, preziose: tazzine da caffè dipinte, alcuni piatti, delle coppe in cui a volte venivano messi dei cioccolatini e due “reperti”. - Ma papà, perché sono in vetrina? Non sono una semplice pietra e una conchiglia? – chiesi un giorno. – No, - disse papà con affetto. - Vedi Evelina (così mi chiamava a volte) questa che tu chiami pietra è stata portata da un prozio archeologo che l’ha trovata durante una spedizione in Oriente: è un frammento di una tubatura dell’acqua calda per i tepidari di terme romane. L’altra è una conchiglia fossile raccolta in una zona in cui c’era il mare […]

Conosciamola meglio Eva Mameli Calvino, studiosa e pioniera nella conservazione della natura, prima docente universitaria alla cattedra di botanica in Italia
" Eva la maga buona che coltiva gli iris" così la chiamava il figlio Italo.

Giuliana Luigia Evelina Mameli, detta Eva, nasce il 12 Febbraio 1886 a Sassari, da una famiglia alto-borghese, quarta di cinque figli: la madre è Maria Maddalena Cubeddu, il padre Giovanni Battista è colonnello dei carabinieri. La famiglia Mameli è molto unita e l’educazione dei figli si basa su principi quali il valore dello studio e il massimo impegno nella vita e nella professione. Infatti Eva frequenta un liceo pubblico, tradizionalmente “riservato” ai maschi, e in seguito, particolarmente interessata alle scienze, s’iscrive al corso di Matematica presso l’Università di Cagliari, dove si laurea nel 1905. Alla morte del padre, alla quale è particolarmente legata, si trasferisce con la madre a Pavia presso il fratello maggiore, Efisio (1875-1957), uno dei futuri fondatori del Partito Sardo d’Azione, e già docente universitario, con il quale ha condiviso, nell’infanzia, lunghe passeggiate nei boschi e l’interesse per la natura. A Pavia Eva, ricordata come una donna brillante, appassionata, grande lavoratrice, frequenta il Laboratorio crittogamico di Giovanni Briosi (1846-1919), che si occupa di piante “inferiori”, studi ancora abbastanza unici in Italia. Eva si appassiona a tal punto da proseguire le sue ricerche come assistente volontaria anche dopo la laurea in Scienze Naturali nel 1907. Nel 1908 consegue nel frattempo il diploma presso la Scuola di Magistero e, due anni dopo, l’abilitazione per la docenza in Scienze Naturali per le scuole normali dove insegna per due anni. Ottiene la cattedra di Scienze presso la scuola normale di Foggia, chiede e ottiene il distaccamento presso il Laboratorio crittogamico dell’Università di Pavia. Vince però anche due borse di studio di perfezionamento che le permettono di continuare l’attività di ricerca. Nel 1911 le viene infatti assegnato il posto di assistente di Botanica e nel 1915, prima donna in Italia, consegue la libera docenza in questa disciplina. Il suo primo corso universitario ha come titolo La tecnica microscopica applicata allo studio delle piante medicinali e industriali.
La sua fama scientifica oltrepassa i confini nazionali, ma evidentemente non è il suo solo pensiero. Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale si attiva infatti come crocerossina e viene più volte decorata.
È l’immediato dopoguerra a metterla di fronte a scelte difficili: ha 34 anni, il suo maestro Briosi è morto e il fratello Efisio è tornato in Sardegna, per insegnare Chimica farmaceutica all’ateneo di Cagliari. La svolta decisiva è rappresentata, nell’aprile del 1920, dall’incontro con Mario Calvino (1875-1951), conosciuto alcuni anni prima grazie ad uno scambio epistolare su questioni di carattere scientifico. Mario è ricordato per il carattere serio e taciturno, e per i molteplici impegni scientifici, educativi e sociali: un “apostolo agricolo sociale”, lo definirà Eva nella sua biografia.
Mario è sanremese di nascita, ma nel 1908 si trasferisce in Messico e poi a Cuba, a Santiago de las Vegas, dove dal 1917 dirige una Stazione Agronomica sperimentale per la produzione di canna da zucchero. Calvino cerca un valido collaboratore di Genetica Vegetale. Senza indugi Eva Mameli accetta sia la sua proposta di matrimonio sia il trasferimento nel nuovo mondo: i due da questo momento iniziano un cammino comune caratterizzato costantemente dalla ricerca scientifica. A Cuba il 15 ottobre 1923 nasce il loro primogenito, Italo Giovanni, seguito da Floriano, nato nel 1927, in Italia. Nel 1925 la coppia ritorna infatti a San Remo, dove si occupa della nascente Stazione sperimentale di floricoltura “Orazio Raimondo”. Portano con loro palme, pompelmi e kiwi, che arrivano in Italia per la prima volta. I coniugi acquistano anche Villa Meridiana, a quei tempi quasi fuori città, il cui ampio giardino viene messo a disposizione della Stazione. Qui Eva ricopre il ruolo d’assistente e vicedirettrice, ma non rinuncia ad una vita professionale autonoma. Nel 1927 infatti vince il concorso per la cattedra di Botanica presso l’Università di Catania e poco dopo presso quella di Cagliari: viene nominata “professore non stabile” e direttrice dell’Orto botanico dell’Università degli Studi.
Dopo due anni però abbandona la carriera universitaria per dedicarsi esclusivamente alla Stazione sperimentale. Durante la seconda Guerra Mondiale, Eva e Mario «amanti delle sfide scientifiche e civili» (cfr. Mameli-Calvino, 2011) mentre i due figli salgono in montagna per combattere nella Resistenza, offrono asilo ai partigiani e nascondono alcuni ebrei, ragione per la quale Mario Calvino trascorre quaranta giorni in prigione ed Eva deve assistere a due “fucilazioni simulate” del marito da parte dei fascisti.
stazione sperimentale di floricultura SanremoDopo anni caratterizzati da un costante impegno anche nella divulgazione scientifica, nel 1951, alla morte di Mario, la direzione della Stazione passa nelle mani di Eva per otto anni. Sempre coltivando i suoi interessi floristici (è del 1972 il Dizionario etimologico dei nomi generici e specifici delle piante da fiore e ornamentali, opera unica tra i testi di botanica del nostro secolo), Eva, «la maga buona che coltiva gli iris» – come la chiamava il figlio Italo – muore a San Remo il 31 marzo 1978, all’età di 92 anni.
La prima di una lunga serie di pubblicazioni (oltre 200) di Eva Mameli Calvino risale al 1906. Si è occupata, con i suoi scritti, prima di lichenologia, micologia e fisiologia vegetale, poi di genetica applicata alle piante ornamentali, fitopatologia e floricoltura. Nel 1930 fonda assieme al marito la Società italiana amici dei fiori e la rivista «Il Giardino Fiorito», che dirigeranno dal 1931 al 1947. Nell’opera veramente esaustiva a cura di E. Macellari, edita a Perugia nel 2010, Libereso Guglielmi riesce a mettere bene in luce, nella Prefazione, il profilo di questa donna tenace, che ha dovuto lottare molto per affermarsi come scienziata e come accademica e in seguito per difendere la Stazione sperimentale dall’aggressione edilizia che comunque causerà una drastica riduzione della sua estensione.
Eva Calvino e figlioHa forse dovuto lottare anche con i suoi figli, come dimostrano le parole lapidarie di Italo nel racconto La Strada di San Giovanni (1962): «Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di buganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva». O ancora sentenzia, con una imminente nostalgia: «Mia madre era una donna molto severa, austera, rigida nelle sue idee tanto sulle piccole che sulle grandi cose […] L’unico modo per un figlio per non essere schiacciato da personalità così forti era opporre un sistema di difese. Il che comporta anche delle perdite: tutto il sapere che potrebbe essere trasmesso dai genitori ai figli viene in parte perduto».
Non troppo tenero con Eva Mameli è anche Libereso Guglielmi, l’uomo dal nome esperanto, giardiniere e naturalista, allievo prediletto di Mario Calvino, quasi un sostituto dei figli che avevano preferito altre professioni. Un gran personaggio, con una barba lunga e un modo di parlare semplice e coinvolgente. Figlio di anarchici, cammina spesso scalzo, scorrazzando nel giardino di villa Meridiana, entra in casa con i piedi inzaccherati di fango, gioca con le bisce e i rospi (come lo ricorda Italo in uno dei primi racconti, Un pomeriggio, Adamo). Eva lo sgrida di continuo e infatti lui la considera una donna severa, raccontandola così, in modo ironico e sferzante, in un’intervista rilasciata a Ippolito Pizzetti: «La madre era un po’ carognetta […] Eva Mameli Calvino, una piccolina [….], con quei bei grandi rotoli di capelli,[..]. Una volta me la sono trovata davanti con tutti i capelli sciolti e mi sono spaventato: sembrava un fantasma!» Anche se poi il nostro dichiara: «Era una grande botanica […] una delle potenti, però non era proprio botanica pura, faceva più la ricercatrice, era più biologa, una delle grandi biologhe italiane (…)».
Eppure appare chiaro quanto il figlio Italo, fra i maggiori scrittori italiani del ‘900 abbia ereditato da una madre così. Come viene ricordato nel volume Album Calvino: «Di lei [Eva Mameli] si ricorda che parlava un italiano di grande precisione ed esattezza, immune dall’approssimazione linguistica, grammaticale e sintattica che fatalmente accompagna la comunicazione orale: e anche questo è un dettaglio importante per spiegare l’economicità espressiva del figlio, il suo rifiuto di quanto è inesatto, opaco, sfuocato».

Negli ultimi anni Eva Mameli ottiene i giusti riconoscimenti e molti sono gli studi e le pubblicazioni che valorizzano la vita, le scoperte e le ricerche di questa donna che “dal giardino, e più complessivamente dalle consuetudini, uscì spesso, e per lidi lontani”.
Tessitrice di competenze attraverso gli oceani, scienziata rigorosa quanto attenta agli aspetti sociali del proprio lavoro, si prendeva però il tempo per dire a una bambina: “Vieni ti faccio vedere una chimera…” anche se si sottovaluta quanto la fama della riviera dei fiori di Sanremo in particolare debba al suo lavoro. Il 17 marzo 1972, confidava in una lettera a Olga Resevi-Signorelli: “Da più di due anni sto imbastendo un lavoro di etimologia botanica e ne avrò per altrettanti. Siccome ho compiuto gli 84 faccio più conto delle mie scartoffie che dei pesanti pasticci televisivi. Soltanto ciò che riguarda figli e nipotini mi attira. Ho 4 gioielli tra i 5 e i 12 anni tutti buoni e belli […]

Di sé Eva disse:
“Sembravo timida ma non lo ero per niente.
Dentro di me sentivo una gran voglia di imparare.
Non avevo ancora idea di cosa avrei fatto,
però sapevo che desideravo scoprire per essere utile.
A chi o a che cosa lo ignoravo,
ma l’idea di diventare qualcuno
mi accompagnò sempre in quegli anni."

 

NOTE
Fonti di riferimento: Per la biografia - Enciclopedia delle donne
Elena Macellari, Eva Mameli Calvino, collana Le farfalle, Ali&no Editrice, Perugia 2010
Elena Accati, Fiori in famiglia. Storia e storie di Eva Mameli Calvino, Donne nella scienza, Editoriale Scienza 2011
Eva Mameli Calvino, Mario Calvino, 250 quesiti di giardinaggio risolti, Introduzione di Tito Schiva, collana Virgola, Donzelli editore, Roma 2011
Ariane Dröscher, Mameli Calvino Eva Giuliana, voce on line in Scienza a due voci. Le donne nella scienza italiana dal Settecento al Novecento, dizionario delle scienziate italiane dell'Università di Bologna
P. Forneris - L. Marchi, Il giardino segreto dei Calvino. Immagini dall'album di famiglia tra Cuba e Sanremo, De Ferrari Genova 2004
L. Migliore, Mameli, Giuliana Eva, voce (online) in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma 2007
Elisabetta Strickland, Scienziate d'Italia. Diciannove vite per la ricerca, Donzelli, Roma 2011
Album Calvino, a cura di L. Baranelli e Ernesto Ferrero, Mondadori, Milano 2003
Ippolito Pizzetti, Libereso, il giardiniere di Calvino, Muzzio 2009

Foto:
A Sanremo la prima stazione sperimentale di floricoltura con sede a Villa Meridiana, la stessa casa dei Mameli Calvino.
Eva Mameli con il figlio Italo

immagine di copertina

 

 

rita rambelliCi siamo chiesti in cosa siamo cambiati dopo questa esperienza devastante ed inattesa dell’epidemia mondiale da COVID19? Se solo 8 mesi fa qualcuno ci avesse detto che sarebbe arrivata un’epidemia mondiale che avrebbe messo a dura prova la nostra salute ed anche la nostra vita, quella dei nostri cari e di tanti altri in tutto il mondo, avremmo risposto con un gesto scaramantico ed incredulo, eppure tutto questo è successo e continua a succedere e molte cose sono cambiate fuori e dentro di noi.
Secondo quanto rilevato dalla ricerca presentata in questi giorni a Milano dalla Associazione Nazionale delle Cooperative dei Consumatori Coop, gli italiani hanno vissuto il periodo del lockdown come in una bolla, aggrappati ai confort domestici e agli affetti familiari dove l’ultima spiaggia di consolazione delle restrizioni è stato il “cibo” e abbiamo riscoperto le regole dei nostri nonni, le 3R: risparmio, rinvio e rinunce.
Il Covid ha avuto sugli italiani l’effetto di una macchina del tempo trasportandoli avanti e indietro con molta rapidità rispetto alla normale evoluzione dei cambiamenti sociali. Da una parte abbiamo visto e ne abbiamo fatto parte, l’Italia delle rinunce, con l’arretramento della ricchezza pro-capite ritornata ai livelli di metà anni ’90 e la spesa in viaggi trascinata indietro di 45 anni, ai livelli del 1975, quando pochi progettavano vacanze fuori dai confini italiani.
Dall’altra parte c’è stata invece un’Italia che balza in avanti di 20 anni, velocizzando dinamiche in parte già esistenti, ma che non sarebbero mai cresciute così velocemente come in questi ultimi mesi. E’ questa l’Italia dello smartworking (+770% rispetto a un anno fa), dell’e-grocery, cioè della spesa quotidiana on-line (+132%), ma anche l’Italia della digitalizzazione a tappe forzate, non solo nella sfera privata ma finalmente anche nelle attività professionali (lavoro appunto ma anche didattica, servizi, sanità, video conferenze, ecc.) che genera una crescita stimata di questo segmento di mercato pari a circa 3 miliardi di euro tra 2020 e 2021.
Il fatto però di vivere in un mondo digitale ha come conseguenza che viviamo in un mondo chiuso e spesso autoreferenziale, come si dice “ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli..!!
L’elemento forse più insidioso però di questa situazione è che il restare prigionieri di situazioni sociali e informative chiuse ed autoreferenziali, diventa terreno fertile per l’informazione di parte e la proliferazione delle fake news e con l’esplosione nell’uso dei social. Il dilagare della fruizione di contenuti “on demand”, l’assenza di un confronto sociale ampio, sono elementi che coinvolgono e coinvolgeranno una parte sempre più ampia della popolazione.
Tutto si svolge tra le mura domestiche piuttosto che altrove, ci si nutre in casa e si va meno al ristorante (il 41% degli intervistati prevede di ridurre la spesa prevista nel prossimo anno alla voce ristoranti), ci si diverte e si incontrano amici e familiari o a casa propria o a casa loro, ritornando ad antiche abitudini che appartengono ai ricordi di chi di noi ha spento più candeline anche perché adesso abbiamo ricominciato a festeggiare i compleanni in casa e non più al ristorante, accontentandoci di condividere le foto della torta e gli auguri con gli amici di Facebook o di Twitter.
Nel caso poi dovessero mancare affetti familiari ci si adopera per riempire il vuoto: dai sondaggi risulta che 3,5 milioni di italiani durante il lockdown o subito dopo, hanno acquistato un animale da compagnia e 4.3 milioni pensano di farlo prossimamente. Magari anche perché portare a spasso il cane era una delle poche attività consentite..!
La casa come salvagente a cui tenersi stretti fa il paio con un’altra costante che distingue ancora nel postcovid gli italiani dagli altri cugini europei: l’amore per il cibo, forse l’unica cosa a cui, anche nell’emergenza e in una evidente contrazione generalizzata degli acquisti, gli italiani non rinunciano.
La preparazione domestica dei cibi è probabilmente anche la nuova strategia di molti per non rinunciare alla qualità e contemporaneamente alleggerire il proprio budget familiare. Le trasmissioni di cucina sulle Tv e sul web, sono sempre più seguite e molti di noi hanno rispolverato le vecchie ricette delle nonne, compreso il pane, i biscotti o la pizza, tanto che c’è stato un periodo in cui non si trovava più il lievito di birra nei supermercati. Chi l’avrebbe detto sei mesi fa che avremmo dimenticato di fare colazione con il Mulino Bianco….!!

 

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