Voci dalla rete

lisa orlando

Ida
Accorsi

Diana
Catellani

Rita
Rambelli

Rosanna
Vagge

Lisa
Orlando

Voci dalla rete

Perlungavita.it diventa grande, si fa nuovi amici, li accoglie in casa propria, li ringrazia per aver accettato l’ invito a costruire una preziosa rete di persone che guardano alla vecchiaia in modo positivo. Tutte le persone che fanno parte di queste “Voci” hanno già scritto per PLV dalla loro finestra aperta.

  • Ivano Baldini, presidente dell’Associazione AlzheimER Emilia Romagna, ha già raccontato, oltre alla sua vita, cosa è, cosa fa questa organizzazione. Su PLV ci farà conoscere esperienze nuove promosse dai familiari.
  • Diana Catellani ha accettato di aprire un altro suo blog, oltre a quello personale “nonnaonline” per raccontare il suo percorso con gli strumenti digitali, tra ostacoli e soddisfazioni.
  • Rita Rambelli è stata l’apripista, per testimoniare che gli anni sono una convenzione anagrafica, ma che si può andare “ Oltre l’età” per continuare ad essere curiosi del mondo.
  • Rosanna Vagge, anche lei già collaboratrice, medico e amante della scrittura , racconta le sue esperienze e la sua vita accanto ai vecchi delle residenze protette, ma non solo. In questa piacevole compagnia continuo le mie riflessioni sulla qualità della cura nei servizi, parlando di assistenza domiciliare.
  • Lisa Orlando, architetto, con una tesi sulla casa  idonea per gli anziani con l'Alzheimer, amante della lettura della montagna, ma anche della gioia dello scrivere: poesie, articoli, libri.Nel frattempo ha ottenuto un master in Comunicazione.
  • Ida Accorsi, insegnante di asilo nido in pensione, appassionata di Gianni Rodari e di confronti intergenerazionali coltiva i suoi interessi con l'aiuto del web.

IL GRUPPOSono le 8,30 del mattino e gli ospiti di casa Morando sono accompagnati nel locale multiuso e invitati a sedersi un po’ più distanti gli uni dagli altri rispetto al solito, come è opportuno fare in questo periodo di pandemia, ma anche per evitare qualche sanzione di troppo.
Da mesi, ormai, oltre alle assillanti richieste di procedure, report, avvisi di vario genere, può capitare che spuntino, di punto in bianco, inviati speciali dell’ASL, della Protezione Civile o di qualche altro ente preposto al controllo, capaci di monopolizzare la mattinata per ispezionare centimetro per centimetro la residenza ed inventarsi modifiche strutturali, costose e inutili, per arginare la diffusione del coronavirus.
Infatti, nella fase 1, Casa Morando ha dovuto riservare due camere con bagno attiguo e allestirle come area Covid con tanto di porta in PVC, zona filtro, uscita esterna coperta da materiale in plexiglas come stabilisce la norma, fortunatamente mai utilizzate. Nella fase 2, cambiate le disposizioni regionali, la stessa area è diventata “buffer”, cioè cuscinetto, per contenere eventuali nuovi ospiti che, se anche non hanno avuto alcun sintomo di infezione ed hanno tampone e sierologia negativa, devono restare rinchiusi per altri 8 giorni, assistiti da personale dedicato e bardato da astronauta fino ad una nuova determinazione del tampone a conferma della negatività. Solo allora potrà accedere nei restanti locali e incontrarsi con gli altri ospiti.
Come si fa, mi chiedo, ad accogliere una persona in tale modo? Pazienza, i due posti disponibili rimarranno vuoti fino a data da destinarsi.
A parte queste considerazioni, un po’ ribelli, che con l’avanzare dell’età riesco sempre meno ad arginare, mi soffermo ad osservare lo sguardo dei miei vecchi ed, avvicinandomi ad uno ad uno, con il sorriso nascosto dalla mascherina, propongo loro una intervista per sapere come hanno vissuto questo periodo di reclusione e isolamento. Perché, anche se Maria Grazia, la Direttrice, ha fatto di tutto e di più per farli sentire a loro agio, il distacco da parenti e amici e la rinuncia alle uscite, solo per fare alcuni esempi, hanno provocato un netto cambiamento nelle abitudini degli ospiti di Casa Morando.
Franca, la gattara, quieta e misurata, è la prima a rispondere alla mia domanda ed esordisce così: ”Questo periodo l’ho passato molto male, tutto limitato, arrivare sempre col fiato sospeso. Oggi si sa tutto perché c’è la televisione, una volta non si sapeva, magari sarà successo lo stesso … chissà! Comunque non ci sono parole per descrivere quello che sta succedendo!”.
“Hai paura?” Aggiungo io. La risposta è netta: “Non ho mai avuto paura perché penso che siamo abbastanza protetti”.
CarloÈ la volta di Carlo, allegro, intraprendente, solidale, capace di rasserenare le persone e di confortarle anche nei momenti più bui. Sembra smanioso di rispondere, ma, alla mia domanda sul coronavirus, i suoi occhi si rattristano e sentenzia: “Da un giorno all’altro non siamo più usciti, per la sicurezza della nostra vita. Non sono tranquillo, sono preoccupato, mi sento in bilico, non sono sicuro di niente, neanche adesso. Ho avuto paura perché quando non c’è tranquillità non si sta bene. Ricordo la guerra del ’40, il peggio, avevo 18-19 anni, più o meno, e anche allora non ero tranquillo, come adesso, anche se sembra che sia finito. Qui comunque si è vissuto abbastanza bene. La cosa che non mi è piaciuta è non avere parole per l’avvenire e vedere tutti mascherati è una cosa brutta. Anche molto spiacevole è sentire il numero dei morti alla televisione”.
Carla, entrata in residenza poco prima che scoppiasse il putiferio pandemico, sorride con ironia e dice: ”Questo periodo l’ho passato qui, che dire? Succede nella vita! Non è come la guerra, lì sì che eravamo limitati, eravamo giovani, soffrivamo. Ora siamo vecchi e le limitazioni si sentono meno. Io non ho affatto paura. La paura non serve, le cose se devono succedere, succedono e avere paura è del tutto inutile”.
Passo a Rita, 94 anni ben portati, una donna ancora in gamba che ha scelto di vivere in comunità perché a casa propria aveva ben poca compagnia e di tanto in tanto si lasciava prendere dalla tristezza e invadere da quel senso di impotenza che è poco gradito a chiunque. “Il periodo è stato brutto” dice scrollando il capo “soprattutto non si poteva uscire, fare le solite cose, vedere gente. La paura è tanta ma c’è anche la sicurezza di essere protetti”.
Pietro ascolta, in silenzio, le parole degli intervistati. Poi, ad un tratto, si alza dalla sedia aiutandosi con il bastone, si avvicina a me e scandisce sicuro di sé queste parole: “Io sono stato bene, come al solito. L’unica cosa che mi ha infastidito è di non poter andare a casa. Paura no, per niente”.
NINATocca a Nina, verso la quale sento una profonda compassione per la triste vita che le è toccata. Ha perso l’unica figlia, grande concertista internazionale, a seguito di una malattia devastante a soli 35 anni di età e da allora ha annegato i suoi dispiaceri nell’alcol fino a non sapere più nemmeno che nome avesse. Dopo un lungo periodo di ricovero in Psichiatria, è entrata in Casa Morando e siamo diventate amiche e confidenti.
È sempre cordiale, premurosa, attenta alle mie mosse, ma mai invadente.
Ecco il suo pensiero: “Come prima cosa sono rimasta allibita, preoccupata, sconvolta. Ho avuto l’impressione che la natura volesse scombinare le cose. Un cataclisma! Non ho capito cosa stava succedendo, ma di una cosa sono certa: se fossi stata a casa mia sarei stata peggio. Mi stupisce anche che di fronte a certe tragedie c’è gente che rimane indifferente. Comunque non ho mai avuto paura, è successo, fa parte della vita”.
Nita è seduta su una sedia, in disparte, come sempre. E’ una brontolona, strapparle un sorriso è veramente cosa ardua. Gli acciacchi che indiscutibilmente si porta dietro non le permettono di essere serena, né tanto meno di dormire di notte e purtroppo le sue riferite allergie o intolleranze alle medicine e pure alle caramelle, proprio così, lasciano ben poco spazio alla terapia farmacologica, cosa che contribuisce ad amplificare la sua sfiducia e disistima nei confronti di tutto il personale sanitario, me compresa.
Esordisce sostenendo che il periodo l’ha vissuto male, senza poter vedere nessuno, soprattutto le persone e che forse a casa sua sarebbe stata meglio. Poi mi lascia di stucco perché prosegue dicendo: ”Mi sono però sentita protetta. Tutte le settimane la disinfezione dei locali. Paura? No, non ne ho avuta. Dicono che finirà. Tu ci credi?”
Annuisco, mentre i miei occhi continuano a esprimere lo stupore di aver udito con le mie orecchie una affermazione positiva di Nita nei confronti di casa Morando.

LucianaMentre cerco qualche altro ospite in grado di darmi una risposta, mi imbatto in Luciana, che cammina avanti e indietro nel corridoio, appoggiandosi al corrimano. Di lei ho parlato nell’articolo dal titolo “Luciana, l’operaia di una catena di montaggio” pubblicato su Per Lunga Vita il 17 dicembre del 2017. La fermo e a bruciapelo le chiedo cosa ne pensa del coronavirus. Scoppia in una fragorosa risata, poi, come fa solitamente, si ferma davanti allo specchio, saluta con la mano la sua immagine riflessa e inizia a borbottare parole incomprensibili.
L’importante è essere sereni!! Penso io.
Inaspettatamente incontro la Sig.ra Bruna, di ritorno dalle sue puntuali uscite di primo mattino per fare la spesa, carica di sacchetti, che nessuno può toccare. Bruna, un ex insegnante di 93 anni, residente in Casa Morando da oltre 11 anni, a parte far la spesa nei negozi alimentari del circondario, si barrica nella sua camera e legge tre quotidiani ogni giorno, più libri di vario genere. Non si fida di nessuno, è schiva di tutto e tutti e, in questo periodo pandemico, dopo che è stata beccata in strada dalla polizia locale da sola e senza mascherina, non è stato affatto semplice spiegare alle forze dell’ordine le consolidate convinzioni della bizzarra vecchietta che guidano i suoi altrettanto insoliti comportamenti. Per fortuna la vicenda si è conclusa con un articolo dal titolo “Il caso” sul Secolo XIX che definirei senza infamia e senza lode.
Con non poca titubanza, chiedo a Bruna se posso rubarle pochi minuti per conoscere il suo pensiero su quanto sta succedendo e lei mi sorride, con aria furbesca e risponde così: ”Io questo periodo di coronavirus l’ho passato come al solito, sono sempre uscita. Spero solo che passi presto, però ho letto sui giornali del probabile ritorno del contagio in autunno. Speriamo di no”.
“Si ricorda che Lei ha avuto problemi con i vigili urbani quando l’hanno fermata?” Aggiungo io.
Ah sì! Ma sa, i bambini sotto i 6 anni non portano la mascherina … io non la posso portare”.
“Ma Lei ha un po’ più di sei anni?” Replico io.
“Ma …. Faccia Lei !"Mi risponde ironicamente e se ne va sorridendo; poi si volta di scatto e puntando il dito contro di me afferma “Si ricordi! Io sono un codice 1721 e pure C3!”.
E già! E’ anche figlia di Napoleone Bonaparte e discendente degli Asburgo, e si è sempre rifiutata di assumere i farmaci che gli specialisti ritenevano opportuni per limitare le sue stranezze.
Menomale, penso io ! Se l’avessero inondata di Serenase o qualche altro antipsicotico, chissà se sarebbe ancora al mondo? Se sì, non avrebbe certamente la stessa grinta.
Ed ecco che mi viene in mente la parola “vitalità”, intesa come quella energia fisica e morale che ci spinge a restare al mondo e a comportarci ognuno a modo proprio.
Credo che il segreto di Casa Morando sia proprio il fatto di essere vitale: di permettere ad una persona di chiudersi in camera, di innaffiare i fiori, di accarezzare un gatto, di aiutare in cucina, di ballare, ridere scherzare, ma anche litigarsi, criticare, tenere i musi e tante altre cose. Credo anche che la vitalità possa essere contagiosa, così come il coronavirus.
Maria Grazia, la Direttrice, coadiuvata da Angela, l’infermiera, nonostante i ridotti stimoli imposti dall’isolamento, hanno fatto il possibile affinché gli ospiti si mantenessero vitali e li hanno sempre resi partecipi di quanto stava accadendo nella convinzione che il senso di responsabilità non appartenga solo ai sani di mente e che questo sia indispensabile per affrontare nel migliore dei modi le situazioni di emergenza. Dal lavaggio delle mani, al distanziamento fisico, alla misurazione della temperatura, alla spiegazione del perché non si potevano fare entrare parenti e amici, ogni procedura ed ogni aggiornamento venivano esplicitati in modo semplice e chiaro ottenendo la collaborazione dei più, se non di tutti.
Le risposte lo testimoniano, hanno riconosciuto il difficile periodo, hanno avuto paura, chi più chi meno, ma non se la sono passata troppo male e soprattutto si sono sentiti protetti.
Il loro vissuto è per noi la migliore gratificazione.
Grazie, Maria Grazia, Angela e tutti gli operatori!
Un grazie di cuore anche al Presidente Francesco e ai consiglieri che ci permettono di realizzare ciò in cui crediamo.

Long-Term Care è il primo studio europeo che mette a confronto i vari Stati sulle politiche dei governi nel sostenere i diritti delle persone anziane con bisogni di assistenza e sostegno. I risultati di questa ricerca sono illustrati nel rapporto “From disability rights towards a rights-based approach to Long-term care in Europe, Building an index of rights-based policies for older people”.
Dai principali risultati emersi si evidenziano e si confermano le criticità dell’Italia in questo settore. L’unico ambito in cui otteniamo il punteggio massimo è la “libertà di decisione e di movimento” ma sinceramente non condivido fino in fondo questa valutazione perché ritengo che le difficoltà economiche di molte famiglie in Italia condizionino molto la libertà di scelta sulla qualità della vita delle persone anziane.


L’Indice dei diritti delle persone anziane (ROPI)

L’Indice dei diritti delle persone anziane (ROPI) è una misura composita multidimensionale organizzata in domini (box 1) che esaminano il quadro giuridico e politico dei vari paesi nonché i meccanismi di attuazione volti a garantire il rispetto dei diritti delle persone anziane.
Rita i diritti

Nei risultati complessivi per il ROPI – espressi in categorie numerate da 1 a 3, dove a numero più alto corrispondono standard migliori (tabella 2) – la Svezia raggiunge il punteggio indice più alto (2.2). La Finlandia si posiziona al secondo posto, leggermente in vantaggio rispetto a Slovenia, Irlanda e Austria. La Polonia ha il punteggio più basso (1.8). In particolare, nessuno dei paesi appartiene alla fascia di punteggio più alta (2.6-3.0) o più bassa (1.5-1.0) e anche la variazione tra i punteggi dei paesi è contenuta (tra 2,2 e 1,8 nell’indice complessivo). È interessante notare che non vi è alcun raggruppamento geografico evidente nei risultati della classifica generale.
Risultati ROPI

Tabella 2 – Risultati complessivi per il ROPI per i 12 paesi partecipanti

Dai risultati del ROPI si evidenziano margini di miglioramento nella maggior parte dei paesi. Le possibilità di miglioramento sembrano essere maggiori, in media tra i paesi, per i domini IV (Vita, libertà, libertà di movimento), V (Privacy e vita familiare), IX (Standard di vita adeguato), e X (Reclami e risarcimenti).

La posizione di arretratezza dell’Italia nel ROPI
Nei risultati complessivi per il ROPI (Indice dei diritti delle persone anziane) l’Italia mostra un punteggio medio di 1.8, collocandosi all’11° posto su 12 dei paesi indagati. Lo studio evidenzia le debolezze e le criticità dell’Italia nella maggior parte delle aree esaminate dallo strumento, strettamente connesse ai diritti all’assistenza da parte delle persone anziane non autosufficienti.

Più precisamente, l’Italia evidenzia le peggiori performance al ROPI nei domini inerenti la libertà di scelta (specificatamente alla possibilità di scelta dei gestori di assistenza e a tutto il tema delle Disposizioni Anticipate di Trattamento), il mantenimento dei legami familiari, soprattutto in riferimento a leggi che favoriscano il mantenimento dei legami familiari anche durante l’assistenza e le politiche di informazioni sui diritti delle persone anziane e sulla tutela degli stessi. Non solo, anche le aree inerenti la tutela da abusi e maltrattamenti, la libertà di pensiero e di espressione, il livello di salute garantito, con preciso riferimento alle politiche di Long-Term Care e la garanzia di un adeguato standard di vita, soprattutto in relazione al supporto abitativo protetto, risultano per l’Italia tutte aree deboli al ROPI.
Il tema della partecipazione e dell’inclusione sociale così come l’area relativa alla parità di accesso ai servizi di assistenza, siano essi domiciliari, semiresidenziali o residenziali risultano essere sufficientemente garantite ma, da osservare e monitorare. L’Italia mostra invece un ottimo risultato nella regolazione all’utilizzo delle contenzioni, fisiche o chimiche.

Il Quadro Di Valutazione Degli Indicatori Di Risultato: il quadro di sintesi
Il Quadro di valutazione degli indicatori di risultato misura le prestazioni del paese in termini di risultati effettivi, vale a dire i risultati raggiunti nell’adempimento dei diritti fornendo, quindi, una visione d’insieme del rispetto dei diritti nella realtà.
Svezia e Finlandia (quest’ultima nonostante i valori mancanti) ottengono i risultati migliori tra i paesi inclusi nel quadro di valutazione, in quanto presentano il numero più elevato di indicatori con valori “buoni ma da monitorare”. Il Quadro di Valutazione degli indicatori di risultato mostra, per quasi tutti i paesi, risultati più positivi rispetto al ROPI. Nonostante, ad esempio, gli scarsi risultati in termini di accesso alle cure a lungo termine per molti paesi, l’opinione degli anziani sulla qualità dei servizi di assistenza nel loro paese è comunque positiva. ( Tabella 13)

Rita I domini
Tabella 13- I domini e gli indicatori del quadro di valutazione sull’indicatore di risultato

In conclusione, il gruppo di ricerca evidenzia la necessità di disporre di maggiori dati sugli indicatori chiave per sopperire alle attuali lacune, allo scopo di migliorare le conoscenze sull’effettivo rispetto dei diritti delle persone anziane ed adottare politiche di Long-Term Care adeguate per garantirne la tutela.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento vi allego il link per leggere l’intera relazione ma vi anticipo la sintesi dei risultati.

https://www.luoghicura.it/dati-e-tendenze/2020/06/long-term-care-e-diritti-degli-anziani-in-europa-italia-debole/

La bambina di vetro“La bambina di vetro” è il nuovo testo scritto e illustrato da Beatrice Alemagna; pubblicato per la prima volta in Francia nel 2002 ed edito in Italia da TopiPittori nel 2019.
La storia, (come l’autrice stessa ci racconta nella prefazione del libro) è stata ispirata da “Giacomo di Cristallo” del geniale Gianni Rodari, testo che fin da bambina ho amato e sognato di illustrare.
Si potrebbe dire che Gisèle, la protagonista di questo libro, sia la sorellina francese di Giacomo (nata a Parigi e mai pubblicata prima d’ora in Italia). A differenza dl suo gemello italiano, Gisèle non viene messa in prigione ma solo esclusa e costretta a cercare un luogo da poter chiamare “casa”. La bambina di vetro non è una storia che parla di quanto sia potente la verità, ma di fiducia in se stessi e di coraggio, doti che coloro che oggi lottano nella vita non dovrebbero mai perdere. (1)
"Giacomo di Cristallo" è una delle note favole al telefono di Gianni Rodari; nelle prime righe della sua storia possiamo leggere:
“Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente. Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l’aria e l’acqua. Era di carne e d’ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente”. (2)
Anche la bambina di vetro nasce trasparente e fragile, come si evince dal parallelismo che segue:
“Un giorno, in un villaggio vicino a Bilbao e a Firenze, nacque un bambino di vetro. Anzi, una bambina. Era così carina con i suoi grandi occhi, così perfetta con le sue piccole mani, così pura e luminosa… ma così trasparente! Brillava, scintillava, si confondeva con gli oggetti, cambiava colore al tramonto e sotto il sole si trasformava in mille riflessi”.
In aggiunta alle poetiche parole dell’Alemagna, vediamo anche un uso delle illustrazioni pittoresco e peculiare, che assorbe completamente la nostra attenzione, tra un gioco di colore dato dalle sfumature di un azzurro cielo e il suo tratto grafico che ci ricorda il suo celebre albo illustrato “Un leone a Parigi”.
Interessante inoltre notare come ci sia la stessa autrice all’interno delle pagine, in particolare nella valigia di Gisèle dove si notano le due parti del suo cuore (e delle sue patrie): Parigi con una piccola Tour Eiffel – un souvenir – e l’Italia con un vecchio francobollo delle Poste Italiane.

Troppa trasparenza
Non è solo l’apparato iconografico a stregarci, tutto l’oggetto libro ci catapulta nel racconto e ci fa stare attenti. Sfogliando il testo, infatti, vediamo scorrere il tempo della bambina di vetro che, crescendo, porta con sé paure e dubbi su se stessa, una scoperta intima di sé che purtroppo, però, non rimane così intimistica e questo perché anche i suoi pensieri sono trasparenti e capaci di essere letti da tutti.
A diventare limpidi ed evidenti, non sono però solo i pensieri di Gisèle, ma anche il racconto che, pagina dopo pagina, mette in luce i dolori della bambina facendo diventare il libro stesso trasparente, creando una mimesi totale con la protagonista della storia e con l’oggetto libro in sé, attraverso il tatto e la vista.
Ogni suo pensiero era letto e studiato dagli altri, che la criticavano e accusavano, pensando che dovesse imparare a tenerli per sé, finché un giorno la bambina se ne andò pronta per scoprire dove potesse stare senza essere giudicata dagli altri. Ma, ovunque lei andasse, i problemi ritornavano e le persone non la capivano. Così un giorno, si stancò di fuggire, e tornò a casa.
Anche se la verità è spaventosa e la gente preferisce ignorarla. (3)

La verità spaventa
Questo libro a figure ci insegna parecchie cose: innanzitutto quanto sia importante lavorare su se stessi e sull’accettarsi, in un momento storico in cui i social network e i media danno come messaggio ai ragazzi quello di essere perfetti e omologati, quando invece la diversità è e deve essere ciò che ci distingue dagli altri, ciò che ci rende speciali, non negativamente differenti.
In una società in cui l’esclusione è all’ordine del giorno, dove l’abbattimento delle barriere e il fatto che:
«tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali» (4).
Sono solo parole al vento, un libro in cui una ragazza capisce che ha il diritto di rimanere a casa sua esattamente come le altre persone, serve a noi adulti e agli adulti di domani.
Inoltre ci mostra come la verità spaventi le persone, abituate a vivere tra ipocrisie e decise nel richiamare i bambini quando, senza alcun filtro, dicono ciò che pensano sia rispetto a chi incontrano, sia rispetto a chi vorrebbero essere o diventare.
Gisèle, da donna ormai indipendente, ha il suo lieto fine, le spetta questo lieto fine. Non si può purtroppo dire lo stesso per “Giacomo di cristallo”, che al contrario andò in galera per i suoi pensieri fluttuanti, anche se poi successe qualcosa di straordinariamente magico (o meglio, giusto):
“Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione.
Ma allora successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente che passava accanto alla prigione vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo, e continuava a leggere i suoi pensieri. Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire. Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.” (5)
"La bambina di vetro" può essere inserito all’interno di un percorso interdisciplinare negli ultimi anni della scuola primaria in cui si voglia parlare dell’inclusione a scuola e per far scoprire ai bambini la loro unica identità, tenendo bene a mente le parole delle Indicazioni Nazionali:
Poiché comunità educante, la scuola genera una diffusa convivialità relazionale, intessuta di linguaggi affettivi ed emotivi, ed è anche in grado di promuovere la condivisione di quei valori che fanno sentire i membri della società come parte di una comunità vera e propria. La scuola affianca al compito «dell’insegnare ad apprendere» quello «dell’insegnare a essere». L’obiettivo è di valorizzare l’unicità e la singolarità dell’identità culturale di ogni studente. La presenza di bambini e adolescenti con radici culturali diverse è un fenomeno ormai strutturale e non può più essere considerato episodico: deve trasformarsi in un’opportunità per tutti. (6)
È un libro sicuramente da proporre, dai sette anni in su, dotato di illustrazioni molto belle ed anche consigliato a chiunque abbia voglia di fare un viaggio nella propria intimità, per imparare a vedere la verità che ci circonda.

Note
(1) Dalla prefazione de La bambina di vetro, B. Alemagna, TopiPittori, Milano, 2019.
(2 )G. Rodari, Favole al telefono, Einaudi, Torino, 2010, p. 142
(3 )G. Quarenghi, La bambina dei libri, TopiPittori, Milano, 2019
(4) Costituzione Italiana, art. 3
(5) G. Rodari, op.cit., p. 144
(6) MIUR, Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, Le Monnier, 2012, p. 10

Nell’ultima settimana di febbraio, quando la Lombardia è diventata “zona rossa”, anche l’Università della Terza Età ha dovuto chiudere i battenti. Si pensava inizialmente che la cosa non sarebbe durata molto ….
- Forse un paio di settimane- ci dicevamo. Ma non è andata così e la nostra amata UTE non ha più ripreso le lezioni.
Ora il periodo di isolamento totale è finito, ma per la nostra Associazione restano molte incognite. La prima riguarda la sede: i locali in cui si tengono le lezioni bisettimanali sono di proprietà della Fondazione “Casa Prina”, la RSA di Erba, la quale potrebbe avere bisogno della sala (che ha sempre messo a dell’UTE per una modica cifra annuale), per poter mettere in pratica le rigide regole governative sul distanziamento degli ospiti.
Ammettendo comunque che potessimo disporne ancora, la sala non può certo contenere 70/80 persone (media delle presenze) assicurando le distanze di sicurezza. In città inoltre nessuna sala conferenze potrebbe offrirci questa possibilità.
La seconda incognita riguarda i soci: la loro età va dai cinquanta agli oltre ottanta anni e nella nostra zona regna ancora molta paura; se in autunno ci fosse una recrudescenza dei contagi, quanti sarebbero disposti a iscriversi di nuovo?
Ipotizzando la riapertura con un numero di iscritti sufficiente a consentire il proseguimento dell’attività, bisognerà pensare a cambiare tutta la gestione delle attività: si è pensato a turnazioni, all’uso delle registrazioni delle lezioni, o a iscrizioni suddivise per corsi; potremmo forse anche utilizzare le tecnologie per la didattica a distanza, (canali Facebook o Youtube, o videoconferenze) ma quanti anziani sarebbero in grado di utilizzarla? Molti di loro vedono nei computer delle diavolerie fatte apposta per emarginarli, per farli sentire inadeguati.
Tutto questo rende il futuro dell’UTE molto incerto, ma credo che saremo in molti a cercare di fare il possibile perché questa associazione non muoia e continui ad offrire agli anziani di Erba e dintorni, come ha fatto per oltre 25 anni, un luogo di aggiornamento di notevole livello culturale e un’occasione preziosa di socializzazione.
Non va meglio, tuttavia, per le altre realtà territoriali che si basano sul volontariato pensiamo solo agli oratori o ai centri estivi: si possono organizzare attività solo per piccoli gruppi, che non devono mai interagire tra di loro, ma per ogni gruppo sono necessari educatori e adulti responsabili. Dove trovare tutte queste persone, che siano anche qualificate per questi ruoli? La prima conseguenza è la lievitazione dei costi per le famiglie, che spesso non sono in grado di sostenerli e decidono perciò di non iscrivere i loro bambini, che passeranno un’estate davanti a TV, play-station e telefonini a giocare a distanza con amici virtuali.
Le video conferenze, che hanno imperversato nei mesi scorsi, ora stanno lasciando il posto a timidi tentativi di riunioni in presenza, con misurazione delle temperature, mascherine, gel igienizzanti, sedie a debita distanza e tutto assume un’aria oltremodo surreale.

ida accorsiQuello che doveva essere l'anno delle grandi celebrazioni rodariane ha incontrato sulla sua strada l'inaspettata emergenza mondiale. Mi sono chiesta tante volte in queste settimane: cosa avrebbe detto il Maestro Gianni?? Forse, come aveva fatto di fronte ad altre sciagure e ingiustizie, ne avrebbe preso atto, tenendo in mano la penna e nella mente la speranza. Così, tra chiusure e difficoltà si continua a ricordarlo, e, ognuno come può, a onorarlo.
Maggiormente in questo momento sento il bisogno di rileggere Rodari il poeta, lo scrittore, il visionario, sempre dalla parte dei ragazzi, che ha regalato al mondo opere indimenticabili e la più bella e rivoluzionaria delle verità: la fantasia ci rende liberi.
Per lui conversare con i ragazzi era una necessità per capirne i comportamenti e per penetrare nella loro psicologia; un’occasione per ricevere stimoli e collaudare quanto andava scrivendo. Voleva che il suo lavoro nascesse dalla base. Non gli bastava guardare il mondo, desiderava andargli incontro ed entrarci.
Gli alunni, non conoscendolo di persona, al primo impatto subivano il fascino del personaggio e perdevano la spontaneità, ma Rodari cercava subito di smitizzare facendosi chiamare “Gianni”, poi con battute spiritose, si metteva sul loro stesso piano; creava il bisogno di sapere e aiutava a penetrare concetti profondi con linguaggio comprensibile e coinvolgente. Era un improvvisatore formidabile, un comico nato. Si vantava, con una punta di orgoglio, di assomigliare un po’ a Totò.
A scuola con Gianni RodariAnche quando raccontava più volte uno stesso fatto o una favola, introduceva varianti compiendo un lavoro sul lavoro.
Usava espressioni popolari, sfruttava i luoghi comuni, immetteva nella narrazione dati ambientali o ‘rubati’ all’interlocutore, toccando gli argomenti verso i quali gli adolescenti erano più sensibili e interessandosi ai loro vissuti.
Pur avendo in mente certi obiettivi, operava senza uno schema fisso. Era un maestro in tutti i sensi, stava a scuola con lo spirito dell’allievo che vuole apprendere dagli altri, sapeva ascoltare e dare consigli pratici agli insegnanti, senza per questo considerarsi depositario di verità assolute. Non volendo mai dire una parola conclusiva, era continuamente disponibile alla verifica.
Insegnava senza imposizioni: scherzando, gareggiando, stuzzicando la curiosità, in quell’atmosfera l’aula diventava un vivace luogo di ricerca, un laboratorio di invenzioni fantastiche.
Con lui non esistevano problemi di disciplina. Si guadagnava l’autorità e induceva al rispetto delle regole con l’intelligenza, la cultura, la simpatia, l’amicizia, tra le sue finalità vi era quella di rendere i bambini autonomi, sinceri, capaci di pensare in maniera diversa l’uno dall’altro.
Il suo grande credo era di fare della scuola un momento di vita.
Educatore, che sentiva la scuola come la sua grande famiglia, è stato tra i più convinti difensori dei diritti dei bambini.
Dopo tutta questa lunga presentazione, voglio parlare della sua opera più importante la “GRAMMATICA DELLA FANTASIA - Introduzione all’arte di inventare storie” - l’unico suo volume teorico, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1973 da Giulio Einaudi Editore
Nasce ufficialmente a Reggio Emilia (città che Rodari apprezzò molto in quanto le sue scuole accoglievano a braccia aperte lui e le sue idee; frequenti le sue visite in Emilia Romagna) dalla paziente trascrizione a macchina da parte di una stagista di alcuni appunti rimasti a lungo dimenticati. Gli appunti in questione, scritti intorno agli anni 1940, facevano parte della raccolta del "Quaderno della fantasia". Vennero recuperati in seguito a un convegno che si tenne proprio nella città emiliana dal 6 al 10 marzo 1972.
L'opera si sviluppa in 45 capitoli.
Nella quarta di copertina della prima edizione, si riportavano queste parole dell'autore:
"Quello che io sto facendo è di ricercare le "costanti" dei meccanismi fantastici, le leggi non ancora approfondite dell'invenzione, per renderne l'uso accessibile a tutti. Insisto nel dire che, sebbene il Romanticismo l'abbia circondato di mistero e gli abbia creato attorno una specie di culto, il processo creativo è insito nella natura umana ed è quindi, con tutto quel che ne consegue di felicità di esprimersi e di giocare con la fantasia, alla portata di tutti."
Da questa ricerca, che Rodari ha condotto per molti anni, è nata la Grammatica della fantasia, una proposta concreta che intende rivendicare all'immaginazione lo spazio che deve avere nella vita di ciascuno.
Tra i tanti capitoli cito quello dell’ L'errore creativo dedicato alle potenzialità creative e pedagogico-didattiche dell'errore. Difatti, secondo Rodari in ogni errore riposa la possibilità di una storia come testimonia l'esempio della scarpina di Cenerentola che invece di essere di pelliccia, per un errore di trascrizione, è diventata una fantastica scarpina di vetro. Come già aveva sostenuto nel suo Libro degli errori, persino l'errore ortografico può offrire lo spunto per ogni sorta di storia dai risvolti comici o anche essere l'occasione per un'istruttiva riflessione come nel caso della parola I-ta-glia, nella quale quella brutta g appare come un eccesso nazionalistico. Molti errori dei bambini, poi, sono in realtà creazioni autonome, utili ad assimilare una realtà sconosciuta. Sono errori che fanno ridere e ridere degli errori, ci fa riflettere Rodari, è già un modo di prenderne le distanze. Inoltre un'unica parola può suggerire innumerevoli errori e quindi innumerevoli storie. Per esempio, dalla parola automobile potrebbe derivare ottomobile, altomobile, ettomobile, autonobile, ecc.
Pertanto Rodari ritiene che il proverbio "Sbagliando s'impara" dovrebbe essere rimpiazzato da uno nuovo che dica "Sbagliando s'inventa".

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L'AUTONOBILE
Pareva una macchina
precisa a tante altre,
invece, ecco qua,
si scopre che è un'autoNobile.
Sarà marchesa, contessa,
baronessa,
chissà.
Dallo stato delle gomme,
dalla ruggine della carrozzeria
sospetto che si tratti
di una nobiltà
decaduta alquanto.
Non dubito che ai suoi bei giorni
sia stata ricevuta
a corte, con la meglio aristocrazia;
che abbia avuto dame di compagnia,
il maggiordomo, l'ancella
il lacchè,
Sarà stata anche bella
il giorno delle nozze..
Ma adesso l'aspetta lo sfasciacarrozze.
Tuttavia, tuttavia,
è sempre un'autoNobile:
lo puoi vedere dalle buone maniere,
dalle maniglie fini e affusolate
dalle povere portiere sgangherate.

rita rambelliIn questi giorni è partita un’iniziativa denominata IMMAGINA
https://immagina.eu/di-la-tua/ , uno spazio aperto dove elaborare, proporre, condividere idee e progetti per una società nuova, che sia in grado affrontare le molteplici sfide della contemporaneità. Si partecipa al dibattito compilando il modulo che appare cliccando il tasto “partecipa” che compare nella pagina.
Io credo che ci sia molto da dire e da proporre sul tema del futuro degli anziani, e quindi sul nostro futuro, e quindi invito tutti a scrivere e contribuire a questa raccolta di idee seguendo l’invito: Immagina il tuo domani, insieme a noi
Io ho scritto e questo è stato il mio contributo.

Essere “vecchi” in Italia oggi
Prima delle tragiche morti a migliaia degli anziani nelle strutture piccole e grandi per COVID-19, la situazione non era sicuramente migliore, avevamo tantissime segnalazioni alle Procure per soprusi nei confronti degli anziani ospiti di case famiglia o di case di riposo in tutta Italia.
Certo i maltrattamenti nei confronti di inermi anziani o disabili nelle strutture che dovrebbero proteggerli e tutelarli suscitano un'indignazione particolare nell'opinione pubblica, ma l'allarme sociale che ne traiamo è ancora basso, quasi che non si volesse scoperchiare un vaso di pandora mentre si dovrebbe aprire una riflessione seria sul fatto che l'istituzionalizzazione non è sinonimo di protezione, e tanto meno di benessere. Per non parlare poi dei costi sociali che impone e che risultano sempre più insostenibili in una società che invecchia. Oltre all’istituzionalizzazione, il modello di assistenza agli anziani non autosufficienti prevalente in Italia è ancora “restare nella propria casa, accuditi dai familiari o da una badante”.
Le badanti in Italia sono circa un milione di cui solo 1/3 regolarmente registrate presso l’Inps con almeno un contributo versato nell’anno e costano alle famiglie circa 10 miliardi di euro all’anno, che vanno tutti all’estero, in quanto le badanti sono tutte straniere, prevalentemente dei paesi dell’est (Romania, Polonia, Ucraina, ecc.) e mandano a casa tutti i guadagni perché non spendono niente in Italia.
Già questo fatto ci dovrebbe far pensare…in quanto da alcune ricerche risulta anche che a livello nazionale sono 120.000 le famiglie di persone non autosufficienti che hanno dovuto rinunciare alla badante per motivi economici. Infatti per molti, l’impegno economico è diventato insostenibile.
Migliaia di famiglie hanno utilizzato tutti i risparmi per pagare l’assistenza a un anziano non autosufficiente, alcune famiglie hanno dovuto vendere l’abitazione (spesso la nuda proprietà) per trovare le risorse necessarie, altre famiglie si sono indebitate per pagare l’assistenza e sono molte migliaia le reti familiari che si “autotassano” per pagare l’assistenza del familiare non autosufficiente. A tutto questo si aggiunge che anche quando si ricorre alla badante, l’85% degli italiani sottolinea che è comunque necessario un massiccio impegno dei familiari per coprire giorni di riposo, festivi, ferie, ecc.
In Italia c'è un esercito di alcuni milioni di persone che assiste volontariamente una persona cara non autosufficiente. Un lavoro a tutti gli effetti, estremamente importante per la società, ma i caregiver in Italia sono lasciati soli, invece di essere protetti da leggi e servizi, come avviene in molti altri paesi europei.
Non ci sono posti sufficienti nelle strutture pubbliche, e quelle private risultano spesso troppo costose, con una costo medio mensile di € 2.500.

Riflessioni finali e proposte
Da questo quadro emerge la necessità di cambiare le politiche nei confronti degli anziani e delle loro famiglie, trasformando gli attuali problemi in opportunità e soprattutto in lavoro per le aziende del settore e per i giovani diplomati e laureati in materie infermieristiche e sociali.
Sono consapevole che sarebbero necessarie risorse finanziarie consistenti e crescenti, in considerazione del costante aumento dell’invecchiamento della popolazione, ma occorre trovare il modo per reperire tali risorse perché effettivamente il peso economico per gli anziani e per le loro famiglie è ormai troppo alto rispetto ai redditi e alle pensioni e per molti sarà difficilmente sostenibile in futuro, quindi non si può restare fermi, perché non è sufficiente stupirsi e indignarsi, ma occorre lavorare per diffondere nuove idee e sviluppare nuovi progetti.
Non ci sono ricette miracolose, ma io credo che si possa partire da alcune idee e suggerimenti su quello che è stato fatto in altri paesi europei come la Danimarca.
Il percorso da intraprendere con una nuova legge è di avviare un processo di cambiamento globale in cui coinvolgere Enti pubblici e privati, Fondazioni bancarie, Università, Terzo settore, Ordini professionali (medici, ingegneri, architetti, ecc.), informatici e specialisti della domotica, per creare un futuro diverso e più dignitoso per chi ha lavorato una vita e ha diritto ad una vecchiaia ed una morte dignitosa.

Dalla Danimarca nuove idee per il futuro
La Danimarca è riconosciuta a livello internazionale e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come uno dei paesi più all’avanguardia nel campo dell’umanizzazione dell’assistenza e libera scelta degli anziani. La normativa danese sull’assistenza socio sanitaria fa riferimento alla “carta dei valori danese” che interessa tutti i servizi e tutti i cittadini. Dice sostanzialmente che:
“Tu hai diritto ad avere:
• cure personalizzate;
• aiuto e supporto per le attività quotidiane (pulizia, cibo e altre attività…);
• aiuto per mantenere e/o recuperare le abilità fisiche, sociali e mentali;
• la riabilitazione dopo la malattia;
• due colloqui l’anno dopo i 75 anni (per pianificare il tuo futuro..);
• l’assistenza infermieristica a domicilio;
• l’home care o di vivere in una nursing home;
• scegliere la tipologia di servizio che più ti si addice e se deve essere pubblico o privato…
In caso di non autosufficienza e disabilità, hai il diritto di avere:
• presidi e personale dedicato;
• l’assistenza sempre ad ogni ora (anche la notte, durante le festività e le vacanze estive ecc.);
• l’assistenza dev’essere personalizzata sui tuoi bisogni, confezionata su misura per te …”
La Danimarca non registra evasione fiscale e la loro pensione minima è di circa 800 Euro. La popolazione è costituita da circa 5. 250.000 abitanti di cui 1.5 mil. sono gli over60enni.
I loro servizi di eccellenza sono l’home care (assistenza domiciliare) che raggiunge il 20 % degli anziani (in Italia il 2%), le nursing home ed i centri diurni.
La finalità dei servizi danesi è di pensare all’anziano innanzitutto come risorsa che concorre alla programmazione, gestione ed erogazione dei servizi. La logistica, l’organizzazione dei servizi e le pratiche quotidiane sono finalizzate a mantenere più a lungo possibile vitali le abilità residue degli anziani a livello cognitivo, di relazione e fisico.
Per comprendere appieno gli elevati standard di qualità dei servizi socio sanitari integrati offerti ai danesi, anziani e disabili, è necessario soffermarsi brevemente su alcuni aspetti e sui livelli organizzativi del Paese.
Le politiche sull’assistenza socio sanitaria danese agli anziani sono orientate dal Consiglio degli Anziani del Comune, si tratta di un organo elettivo che affianca il Consiglio comunale e la Giunta.
Ogni danese che ha compiuto sessanta anni è elettore del Consiglio degli anziani (da rilevare che l’età pensionabile è sessantasette anni).
Le nursing home, che assicurano anche l’home care, non hanno nulla a che vedere con le nostre tradizionali case di riposo e le strutture protette per non autosufficienti.
Oggi sono 1.200 di cui 150 gestite dal no profit. Sono strutture costituite in media da ottanta miniappartamenti realizzati con domotica per persone di ogni età disabili o affette da demenza. Sono attrezzati con servizi di riabilitazione, laboratori e attività ludico ricreative rivolte anche all’esterno.
Ogni miniappartamento, di circa 55-60mq, è fornito di angolo cottura, letto ortopedico e bagno per disabili, il mobilio e le suppellettili sono invece dell’anziano o del disabile. In ogni punto dell’abitazione è possibile non solo chiamare il personale con un apposito campanello ma, in caso di necessità, trasportarlo con un sollevatore elettrico agganciato al soffitto.
Fuori la porta del miniappartamento c’è il campanello e una targa personalizzata con nome e cognome dell’abitante, nessuno può entrare senza che l’anziano o il disabile lo desideri.
L’anziano o il disabile:
• sostiene l’affitto del miniappartamento la cui cifra è costituita da una percentuale fissa sul reddito/pensione stabilita dal Comune;
• decide il livello ed il ritmo delle pulizie del suo alloggio, quali servizi “acquistare” (il corso di addestramento al personal computer, il corso di ginnastica, quello di pittura o cucina ecc.);
• può uscire all’esterno sempre e comunque (se necessario utilizzando la sedia a rotelle elettrica e la navetta della struttura):
• se è in grado può fare la spesa e provvedere ai pasti per proprio conto e usufruire della lavanderia interna con macchine a gettone, ecc.
La sala da pranzo della nursing home è aperta tutto il giorno e fornisce pasti a buffet secondo gli orari che ciascun anziano o disabile decide autonomamente e se necessario, anche nel suo miniappartamento.
Il familiare può essere ospitato della nursing home per quindici giorni in miniappartamenti riservati.
I prezzi dei pasti, della lavanderia o di altri servizi sono estremamente accessibili e stabiliti dal Comune anche nel caso in cui la nursing home sia gestita dal no profit. Gli arredi e la logistica sono funzionali ma anche accoglienti con la presenza di voliere, acquari e numerose piante. Tutte le strutture sono dotate di giardini e terrazze.
Dagli anni Ottanta in poi le nursing home si sono trasformate in centri polivalenti aperti alla popolazione, con palestre per la riabilitazione, per l’ergoterapia, laboratori di bricolage, musica, computer, tessuti, falegnameria, biliardo, biblioteche, arte ecc.
Responsabili delle nursing home sono infermieri, fisioterapisti o ergoterapisti ed educatori.

I centri diurni comunali sono invece finalizzati a rimettere in gioco l’anziano come risorsa, sono aperti alla popolazione di ogni età, fungono infatti anche da doposcuola e sono gestiti proprio grazie all’aiuto dei pensionati. Dedicano particolare attenzione allo studio della cultura locale, alla pratica dei mestieri tradizionali, alla creatività e al mantenimento delle abilità residue di anziani e disabili.
Il centro diurno danese è attrezzato di falegnameria, scuola e laboratorio di musica dove i giovani possono incidere compact disk, laboratorio artistico e di tessitura, sala biliardo, teatro, aula con postazioni informatiche per l’addestramento all’utilizzo della posta elettronica e di internet, zona didattica, sala pranzo a buffet aperta ai cittadini, bar.
I centri privati sono soggetti agli stessi standard dei servizi pubblici in merito a qualità, efficienza e all’adeguamento dei prezzi dei servizi che utilizza la popolazione. Solo una piccola percentuale di danesi comunque sceglie i servizi privati. Notevole ruolo hanno a livello nazionale e locale le federazioni degli anziani (club locali per pensionati). Due sono quelle con maggior peso politico, ciascuna ha circa 450.000 soci e svolge funzioni di indirizzo delle politiche socio sanitarie e nella tutela degli anziani e disabili.

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rosanna vagge Mi frullano in testa mille pensieri, intrecciati e confusi, vorrei dirvi tante cose riguardo all’esperienza che sto vivendo in questo drammatico periodo pandemico, ma non trovo le parole per esprimere ciò che provo, un misto di avvilimento, rabbia, impotenza, ma anche soddisfazione, fiducia e speranza che mi rende orgogliosa di quello che sto facendo nella RSA post acuti Covid di cui mi è stata affidata la direzione sanitaria.
Al di là del nome, che può apparire persino altisonante, si tratta di un Centro capace di accogliere persone anziane, con diversi gradi di disabilità, che, per aver contratto infezione da Covid, richiedono un periodo di assistenza sanitaria definita di basso e medio grado prima di poter rientrare al proprio domicilio o, se in precedenza istituzionalizzate, nella comunità dove risiedevano.
In genere vengono accolti ultraottantenni affetti da qualche malattia cronica, come il diabete, l’ipertensione arteriosa, le cardiopatie, le patologie neurologiche alle quali si associano inevitabilmente decadimento cognitivo e disturbi comportamentali più o meno gravi.
Vecchie e vecchi afferiti al Pronto Soccorso per vari motivi, chi per un trauma, chi per sintomi respiratori, chi per altre malattie a esordio acuto che sono poi smistati nei vari reparti specialistici a diversa intensità di cure e, accertata la positività del tampone naso-faringeo per Coronavirus, distribuiti nelle aree di crisi costruite ad hoc dove permangono per un periodo più o meno lungo, a volte superiore al mese, per essere poi nuovamente trasferiti nei centri post acuti Covid, anch’essi studiati ad hoc fino alla negativizzazione di due tamponi successivi. Il tutto senza preavviso, con prelevamenti a sorpresa da parte di personaggi travestiti da astronauti e in assenza della rassicurazione dei loro cari.
È stato, infatti, stabilito che solo a queste condizioni l’individuo può entrare nel pool dei guariti e non essere più minaccioso per la diffusione del contagio nell’intera società.
Peccato che a questo punto, per molti di loro, debilitati dal prolungato allettamento e isolamento, nonché dai farmaci somministrati generosamente per lenire le loro sofferenze, il rientro al domicilio è addirittura improponibile e i servizi sociali e i familiari, se esistono, devono attivarsi per sistemarli in qualche altra struttura “pulita”, quelle che si definiscono più elegantemente “Covid free”.
Ma non è tutto perché i criteri di ammissione nelle strutture socio-sanitarie del territorio richiedono dei requisiti stringenti, cioè la negatività del doppio tampone non oltre le 72 ore precedenti, un tempo troppo breve per ottenere i risultati dal laboratorio. E come se non bastasse le RSA accoglienti devono organizzare al loro interno delle aree cosiddette “buffer”, una sorta di cuscinetto dove “porre”, dice proprio così l’algoritmo riassuntivo della regione, cioè sistemare, mettere, alla stregua di un qualunque oggetto, il vecchietto non ancora “pulito”. Lì dovrà stazionare, per altri 8 giorni, fino alla ripetizione del tampone il cui esito sarà determinante per definire il successivo percorso: se negativo potrà finalmente accedere nelle zone “non focolaio” definitive o no, secondo le situazioni; se positivo dovrà essere “posto” in un Centro Covid e il circolo vizioso si completa per riprendere la sua corsa contro il tempo.
Sì, è proprio così, l’espressione calza a pennello: un inseguimento senza tregua di un risultato il cui significato, a detta degli scienziati, è ancora tutto da definire.
“E adesso dove mi portate! Voglio camminare con le mie gambe!” Gridava Gilda, agitandosi nella lettiga mentre era ancora sull’autoambulanza. Avrei voluto abbracciarla, stringerle le mani, rassicurarla con il contatto fisico, ma non mi restava che ricorrere alle parole: “Buongiorno! Da dove viene?” Le domandai a bruciapelo “Io sono di Santa Brigida” mi rispose pronta ed io ancora, mentendo “So, dove è Santa Brigida, un gran bel posto!” Poi le chiesi quanti anni aveva e lei rispose che avrebbe compiuto 81 anni il 5 dicembre prossimo. Appariva più rilassata, dopo questo breve scambio di parole, ma, a un tratto, sollevò il collo alla ricerca del mio volto seminascosto dalla mascherina chirurgica e mi fissò con sguardo incredulo per il tempo che le fu concesso prima di sparire nell’ascensore. I suoi occhi invocavano aiuto! Chissà da quanto tempo non vedeva una persona vestita normalmente! E senza visiera!
Dalla documentazione clinica dell’Ospedale presso il quale era stata ricoverata sono venuta a conoscenza che avrebbe compiuto 89 anni e non 81 alla data enunciata con tanto orgoglio e che il marito con il quale conviveva era morto per infezione da Covid ma nessuno aveva avuto il coraggio di comunicarglielo. Era rimasta sola al mondo e le avevano nominato d’ufficio un amministratore di sostegno, un’avvocatessa affinché le trovasse una sistemazione in qualche Istituto, quando e se avesse avuto il privilegio di finire nell’elenco dei guariti.
Che tristezza!
In questo breve tempo sono venuta a conoscere altre storie, tutte diverse tra loro ma analoghe per solitudine, disperazione, privazione di ogni libertà. Ho potuto inoltre constatare che l’infezione da Covid, sancita dalla positività del tampone naso-faringeo, in molti casi, anche nei grandi vecchi, era caratterizzata da sintomi lievi che regredivano in pochi giorni mentre le conseguenze più devastanti avvenivano a seguito delle misure da intraprendere per evitare la diffusione del contagio.
Come possono le persone anziane, tanto più se ammalate, sopportare tutto ciò?
Distaccate dai loro affetti, isolate, private di ogni riferimento ambientale e umano, sballottate a destra e a manca, non sulla base dei loro bisogni clinico-assistenziali, ma sulla base del risultato di un’indagine laboratoristica.
I quotidiani locali riportano che dal 20 febbraio al 5 aprile nelle RSA Ligure si sono registrati 800 decessi, dei quali solo 240 imputati al Covid. Una sperequazione grossolana, in linea con quanto avvenuto nelle altre regioni più colpite dalla diffusione del virus, che impone senza dubbio un’ampia riflessione sulle procedure imposte per affrontare l’emergenza pandemica e sull’organizzazione dell’intero sistema sanitario.
Siamo proprio sicuri che sia il virus a uccidere? O piuttosto giochino un ruolo importante anche la mancanza di tempestività ed essenzialità che si è verificata in un contesto emergenziale così farraginoso?
Soprattutto nelle RSA di grandi dimensioni, quelle dove tutto è omogeneizzato e l’individualità della persona finisce nel calderone collettivo fino a scomparire del tutto.
Che sia necessario ripensare il mondo dell’assistenza alla terza età, lo sostiene a gran forza anche l’assessore regionale alla sanità, nonché vicepresidente della regione Liguria, Sonia Viale, come si legge in un’intervista dal titolo “Urge la riforma delle RSA. Viale vuole voltare pagina” a firma Corrado Ricci, pubblicata in data 15 maggio sul sito www.opigenova.it.
Il concetto è chiaro e non per niente nuovo anche se viene rilanciato alla luce delle criticità riscontrate nelle RSA durante l’emergenza coronavirus e soprattutto allo stillicidio dei decessi degli anziani .
“Occorre avviare la progressiva riconversione di quelle residenze che, per limiti strutturali e organizzativi, non possono garantire adeguati standard di qualità“ Dice testualmente, ponendo l’accento su due temi: la formazione del personale, che deve essere preparato per affrontare situazioni complesse e le dimensioni delle strutture, che devono essere grandi, se non proprio come Il Pio Albergo Trivulzio, che in Liguria non ci starebbe, almeno superiori ai 100 letti, per garantire equilibrio tra qualità e sostenibilità economica. Precisa inoltre che ”È ormai indispensabile la presenza di personale preparato sulle infezioni ospedaliere, anche con corsi mirati come avviene in ambito ospedaliero […] occorre traguardare l’obiettivo di strutture sicure, anche solo per bloccare la diffusione di una banale influenza”.
Pur comprendendo il contesto in cui tali parole sono state pronunciate e la necessità dei media di dare messaggi forti e sensazionali, mi risulta difficile da accettare come il concetto dell’assistenza e cura dei vecchi nelle strutture socio sanitarie possa essere ricondotto in modo così semplicistico al controllo della diffusione delle infezioni. Suggerirei all’assessore di considerare, oltre la “banale influenza”, anche la qualità della vita in tutti i suoi aspetti, quell’essenza della vita, così diversa per ognuno di noi, che non può né deve essere banalizzata, mai, nemmeno in emergenza.
Mi chiedo poi, con una punta di avvilimento, se blindare le persone più vulnerabili in luoghi sicuri, sia l’unica soluzione per salvaguardare la loro salute e la loro vita, tanto più che i vecchi sono spesso del tutto inconsapevoli di quanto sta avvenendo e soffrono pesantemente della perdita dei punti di riferimento.
Un triste pensiero mi frulla nella mente: nel quattordicesimo secolo, quando la peste falcidiò un terzo della popolazione dell’intera Europa, la paura della morte rivelò nel più terribile dei modi i limiti della capacità umana di sopportazione e tolleranza generando comportamenti spietati verso coloro che erano stati colpiti dalla malattia.
I tempi sono cambiati, le conoscenze di oggi non sono affatto paragonabili a quelle di allora, ma l’animo umano è sempre lo stesso e, in questo mondo in cui il mercato della salute in nome della qualità dei servizi ha spesso la meglio su tutto il resto, credo che occorra fare molta attenzione affinché non emergano comportamenti speculativi e interessi economici a favore di pochi e a danno di molti.
Indubbiamente è necessario voltare pagina, ma c’è modo e modo di farlo. Io le pagine le volterei all’indietro, ad una ad una, pensando ai vecchi che hanno perso la vita senza una carezza, senza avere accanto un volto conosciuto, agli stessi quando erano bambini, adolescenti, giovani uomini e donne in tempo di guerra, alle loro lotte per la libertà, per la ricostruzione del paese. Pagina dopo pagina, mi soffermerei all’inizio di ogni capitolo e ringrazierei i vecchi per quello che ci hanno insegnato, in nome della dignità di ogni individuo.
Abbiamo perso una generazione di persone oneste, determinate, coraggiose, capaci di sopportare e tollerare quanto di più ingiusto c’era al mondo, persino il distacco dal loro ambiente di vita e dall’affetto dei loro cari. Ed ora vogliamo rinchiudere i sopravvissuti e i vecchi che verranno in recinti sempre più ampi e lussuosi, separati da mura che solo personale esperto in pandemia può superare?
Politici, decisori, amministratori, riflettete bene sulle vostre proposte!
Al punto in cui siamo arrivati, io credo che non sia più possibile andare avanti sulla stessa strada nella convinzione che tutte le tendenze antiche e/o attuali debbano necessariamente prolungarsi nell’avvenire, dilatandosi e amplificandosi.
Sono parole del Prof. Antonio Guerci, pronunciate durante un intervento sul tema della vecchiaia e sul concetto di “Arco della vita” ed io prendo spunto da lui per esprimere quello che è anche il mio pensiero.
“Oggi non è possibile parlare della vecchiaia senza parlare della società intera. È inquietante osservare che le conoscenze attorno all’invecchiamento evolvono assai più rapidamente sul versante delle scienze medico-biologiche e tecnologiche rispetto a quelle delle scienze umane e sociali. Arriveremo tra breve alla contraddizione che vedrà la medicina e l’ingegneria genetica capaci di ritardare la senescenza, quando le scienze sociali saranno incapaci di proporre dei modelli d’organizzazione collettiva che permettano di accogliere degnamente gli anziani, di offrire loro un ruolo e una utilità sociale”.
Sono passati quasi 10 anni dal convegno promosso a favore dell’invecchiamento attivo proprio nella città di Genova, ma al di là di qualche iniziativa locale sparsa sul territorio, ben poco si è pensato e nulla si è fatto di quanto l’antropologo proponeva: un esercizio di prospettiva tanto più difficile da realizzare in quanto deve coinvolgere il lungo termine e bisogna rifuggire dalla doppia tentazione di ricreare un passato fossile e di anticipare un futuro morto.
Avrei preferito che l’emergenza pandemica potesse aprire un varco nelle menti dei decisori e indurli, unendo forze ed esperienza in un’ottica interdisciplinare, a ripensare a modelli diversi dall’istituzionalizzazione per offrire assistenza e cure ai nostri vecchi.
Non è successo e nel mirino sono cadute le case di riposo e RSA considerate prive dei requisiti organizzativi e strutturali, nonché di personale adeguatamente formato.
Ci sarà un’altra occasione?
Nel mio inveterato ottimismo, spero proprio di sì, perché questa svolta, non mi soddisfa affatto e mi lascia con l’amaro in bocca.

 

diana catellaniI giornali dicono che questa pandemia, ha indotto molta gente a comprare o a riprendere in mano il libro di Albert Camus "LA PESTE” e non me ne stupisco: è un romanzo bellissimo, scritto divinamente, e racconta bene molte situazioni che stiamo vivendo in questi giorni.
La vicenda è ambientata ad Orano, in Algeria, e racconta come si manifesta una terribile epidemia di peste: i primi segni, ratti trovati morti per le strade, non vengono presi in considerazione da nessuno, poi cominciano a morire le persone: prima pochi casi con sintomi analoghi, poi il contagio dilaga.
Il protagonista è un medico, il dr. Rieux, che per primo intuisce il dramma che si sta scatenando e che con i colleghi si sottopone a turni interminabili in ospedale, sperimentando lo strazio di non poter evitare la morte dei tanti che via via vengono colpiti. Interi quartieri vengono chiusi e chi è all’interno delle zone in quarantena si sente prigioniero e desideroso di allontanarsi e chi è rimasto separato dai propri affetti, si sente quasi “amputato” di una parte importante di sé e della sua vita (negli anni 40 del ‘900 non c’erano ancora le tecnologie che oggi ci consentono di comunicare con facilità con amici e parenti).

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