Voci dalla rete

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Lisa
Orlando

Voci dalla rete

Perlungavita.it diventa grande, si fa nuovi amici, li accoglie in casa propria, li ringrazia per aver accettato l’ invito a costruire una preziosa rete di persone che guardano alla vecchiaia in modo positivo. Tutte le persone che fanno parte di queste “Voci” hanno già scritto per PLV dalla loro finestra aperta.

  • Ivano Baldini, presidente dell’Associazione AlzheimER Emilia Romagna, ha già raccontato, oltre alla sua vita, cosa è, cosa fa questa organizzazione. Su PLV ci farà conoscere esperienze nuove promosse dai familiari.
  • Diana Catellani ha accettato di aprire un altro suo blog, oltre a quello personale “nonnaonline” per raccontare il suo percorso con gli strumenti digitali, tra ostacoli e soddisfazioni.
  • Rita Rambelli è stata l’apripista, per testimoniare che gli anni sono una convenzione anagrafica, ma che si può andare “ Oltre l’età” per continuare ad essere curiosi del mondo.
  • Rosanna Vagge, anche lei già collaboratrice, medico e amante della scrittura , racconta le sue esperienze e la sua vita accanto ai vecchi delle residenze protette, ma non solo. In questa piacevole compagnia continuo le mie riflessioni sulla qualità della cura nei servizi, parlando di assistenza domiciliare.
  • Lisa Orlando, architetto, con una tesi sulla casa  idonea per gli anziani con l'Alzheimer, amante della lettura della montagna, ma anche della gioia dello scrivere: poesie, articoli, libri.Nel frattempo ha ottenuto un master in Comunicazione.
  • Ida Accorsi, insegnante di asilo nido in pensione, appassionata di Gianni Rodari e di confronti intergenerazionali coltiva i suoi interessi con l'aiuto del web.

rita rambelliIn Italia abbiamo uno strano concetto del significato di “libertà”, perché da una parte ascoltiamo da mesi persone che protestano contro l’obbligo del greenpass perché lede il loro diritto alla libertà di decisione se vaccinarsi o meno, questo a fronte di un grave problema di salute pubblica e nello stesso tempo apprendiamo che la Corte Costituzionale nega a persone gravemente malate e costrette a gravi sofferenze senza speranza di miglioramento, il diritto e la libertà di porre fine alla loro vita in modo dignitoso in nome della difesa delle persone deboli e vulnerabili!?
Tutto questo è un controsenso perché se queste persone non fossero deboli e fragili e quindi incapaci di realizzare da sole questo desiderio, non chiederebbero aiuto per poter mettere fine alle loro sofferenze perché lo avrebbero già fatto da sole senza chiedere il permesso a nessuno!!
Il testo della proposta di referendum prevede una parziale abrogazione dell'art. 579 del codice penale -omicidio del consenziente - che impedisce la realizzazione di quella che viene chiamata “eutanasia attiva”, sul modello adottato in Belgio e nei Paesi Bassi. L’eutanasia è attiva quando il decesso di una persona è indotto attraverso la somministrazione di farmaci che inducono la morte, oppure dallo stop alle cure necessarie per mantenere in vita il malato.
Il laconico e asettico comunicato con il quale, ieri sera, l’Ufficio comunicazione e stampa della Corte Costituzionale ha divulgato la decisione di dichiarare inammissibile il quesito referendario sull’eutanasia lascia trapelare con chiarezza le ragioni che hanno ispirato la decisione di non lasciar votare i cittadini.
Un milione e 240 mila le sottoscrizioni a favore della proposta referendaria durante una delle campagne di raccolta più animate e più seguite della storia repubblicana. Numeri che rendono con chiarezza quanto la questione sia sentita dalla popolazione e che dimostrano quanto il tema del fine vita assuma una trasversalità ideologica e generazionale.
L’inammissibilità è stata decisa “perché, a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili
Il richiamo alla tutela minima della vita umana rende evidente che, a parere della Consulta, l’eventuale (e probabile, se si fosse votato) approvazione del referendum avrebbe limitato il diritto fondamentale della tutela della salute previsto dall’art. 32 della Carta costituzionale ed il dovere di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’individuo (tra questi, appunto, il diritto alla salute e alla vita) contenuto nell’art. 2.
Con la pretesa, o il pretesto, di tutelare le persone deboli e vulnerabili, in realtà si vuole mantenere ferma una ingiustificabile disparità di trattamento tra quei cittadini che possono darsi la morte da sé, così esercitando liberamente il proprio diritto all’autodeterminazione, e quelli che, per le proprie particolari condizioni psicofisiche (ad esempio, persone affette da tetraplegia o da SLA), non sono materialmente in condizioni di dare seguito in prima persona al proprio proposito di concludere la propria vita.
La Consulta ha preferito mantenere lo status quo, ritenendo queste persone, vittime incolpevoli di gravi malattie, non meritevoli di quella stessa tutela dei diritti inviolabili previsti dall’art.2 della Costituzione.

diana catellaniCome sarà successo a tanti, ho dovuto recentemente rottamare il mio vecchissimo televisore per acquistarne uno nuovo, tecnologicamente adatto alle nuove modalità di trasmissione televisiva.
E così, visto che la pandemia consiglia di limitare le proprie uscite, ho cominciato a collegarmi più spesso con RAIPLAY; in seguito, mia figlia ha condiviso con me il suo account su Netflix e io ne approfitto per collegarmi quando so con certezza che lei è occupata in altre faccende.
Così facendo, ho scoperto, con una certa sorpresa,di essere stata per molto tempo ostaggio di un pregiudizio: infatti ero rimasta tristemente impressionata dai film italiani riconducibili ai cosiddetti “cinepanettoni” e a quelle commedie abbastanza scollacciate interpretate da vari “comici”. Per questo, quando si trattava di scegliere un film classificabile “commedia italiana” o “comico italiano” o anche semplicemente “italiano”, passavo oltre più veloce di un lampo.
Ora mi sono convinta invece che c’è anche altro nel cinema nostrano e questo “altro” è infinitamente migliore di certa filmografia da me citata prima.
Il motivo di questo cambiamento di giudizio è da ritrovare nelle pellicole visionate in questi ultimi tempi e voglio parlare di alcune di esse che mi hanno particolarmente interessato.

LE CONFESSIONI: regia di Roberto Andò e tra gli interpreti Toni Servillo e Pierfrancesco Favino.
Si svolge in un resort di lusso dove sono convenuti per un summit le personalità più potenti del mondo, quelli che possono decidere i destini dell’umanità. Il motivo di quella convocazione non è noto, ma si sa che è molto importante. Tra gli invitati c’è stranamente un matematico fattosi monaco, Salus (Toni Servillo), molto apprezzato per i suoi scritti.
La notte prima del summit il governatore del fondo monetario mondiale convoca nella sua suite d’albergo il monaco e, dopo un intenso colloquio con quest’ultimo, si suicida.
Tutti convenuti precipitano nella confusione più totale e nel disorientamento e ad uno ad uno arrivano a confessare a Salus le loro miserie, i loro fallimenti, le loro insicurezze. Il summit non avrà luogo e Salus appare come colui che, pur essendo il più povero di tutti (dice di non possedere altro che il suo saio) è l’unico a saper dare un senso alla propria vita e a viverla con serena intensità.

MIO FRATELLO, MIA SORELLA: regia di Roberto Capucci , attori principali Claudia Pandolfi e Alessandro Preziosi.
Nel suo testamento, Giulio, un noto professore universitario, lascia la casa di sua proprietà ai due figli che non si vedono da venti anni. La loro coabitazione è difficile anche perché Tesla si sta a poco a poco annientando nell’accudimento del figlio (schizofrenico o autistico?). Chi soffre di più di questa situazione è la figlia di Tesla che da anni si sente del tutto ignorata dalla madre e coglie l’occasione per andare a vivere da sola nel camper che le ha lasciato il nonno.
La coabitazione forzata porterà a chiarire tante cose non dette tra fratello e sorella e alla fine riusciranno a ritrovarsi e a capirsi. Il finale del film è piuttosto nebuloso: sa di forzatura e pare affermare che la vita può tornare normale solo con la morte del ragazzo disabile e questo, se purtroppo è vero in tante situazioni, non è però accettabile.
Deve esistere un modo per consentire a chi ha persone disabili in famiglia di poter continuare a vivere, magari con il supporto di strutture di assistenza improntate al rispetto per la vita e per la dignità di ogni essere umano.

MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI: Regia di Stefano Cipani e tra gli interpreti Alessandro Gassman e Isabella Ragonese.
Anche questo film mette al centro il problema della disabilità, visto dalla parte di Jack, il fratello sano di Gio’, il bambino down. Se da piccolo Jack vive con entusiasmo l’arrivo di questo fratellino speciale, una volta diventato adolescente, sente sempre più la fatica di portarlo con sé, di accudirlo e il suo imbarazzo arriva al punto di dire ai suoi amici che, sì, ha avuto un fratello, ma ora è morto.
Questa bugia è solo la prima di una lunga serie e alla fine Jack non potendo più reggere questo gioco crudele, affronta la realtà e, con l’aiuto della famiglia tutta, riesce ad accettarla.
IL tema non è dei più semplici, ma viene sempre trattato con estrema sensibilità e delicatezza. Questa pellicola ha avuto molti riconoscimenti e credo che siano ben meritati.

Ho potuto vedere anche altri film italiani, magari girati con pochissima spesa (2/3 attori, ambientazione all’interno di una casa), ma questo non ha impedito di creare una storia coinvolgente e ricca di suspence.
Direi invece che il film di Sorrentino “E’ stata la mano di Dio”, tanto magnificato da alcuni critici, non mi ha coinvolto e penso che non sarà premiato agli Oscar dove rappresenterà l’Italia.
Il bello della vita è che c’è sempre qualcosa da imparare ogni giorno e io da poco ho imparato che la dicitura “film italiano” può segnalare ottimi film.

 

 

rita rambelliMolte cose oggi di moda vengono dal Giappone: dal cibo (sushi, tempura, ramen, ecc), ai fumetti Manga che sempre di più incontrano il favore dei nostri adolescenti, ai video giochi, alle arti marziali, alle auto elettriche o alle moto più veloci, ecc.
Tra tutte queste cose che ci arrivano dal Giappone e che hanno suscitato interesse in Italia c’è anche un concetto che dovrebbe aiutarci a vivere meglio.
Parlo dell’Ikigai, ovvero il concetto giapponese dell’importanza di “trovare la ragione per vivere e per cui svegliarsi la mattina.”
Tutti noi in diversi momenti della nostra vita ci siamo posti la fatidica domanda: cosa ci facciamo qui? Qual è lo scopo del nostro essere al mondo?
In Giappone l’idea di avere uno scopo nella vita è racchiusa nel termine Ikigai che possiamo sintetizzare con le nostre più famigliari frasi “ragione per vivere” o “ragione della propria esistenza“.
I giapponesi ritengono che ogni persona abbia il suo scopo nella vita e arriva il momento in cui è necessario farci i conti andando a ricercarlo attivamente, per questo questa teoria si sforza di spiegare l’importanza per una vita lunga e felice, di trovare il proprio scopo nella vita, cosa si vuole davvero fare e su cosa investire energie e tempo.
Prendere coscienza di questo e portarlo avanti nella propria quotidianità si ritiene possano migliorare l’esistenza sotto diversi aspetti: non solo soddisfazione e senso di appagamento ma anche maggiore salute e soldi.
Nel paese del Sol Levante il concetto di ikigai è di fondamentale importanza e sull’isola di Okinawa, la regione più meridionale e soleggiata del Giappone nota perché lì risiede una delle popolazioni più longeve al mondo, il termine “ikigai” viene tradotto come “un motivo per alzarsi la mattina”.
Il termine è formato da due parole ikiru (vita) e kai (la realizzazione di ciò che si spera) ma può indicare anche genericamente la persona che si ama (in effetti anche questa è un’ottima ragione per cui svegliarsi la mattina!).
L’ikigai è per la maggior parte dei giapponesi un qualcosa su cui vale davvero la pena investire anche se scoprire il proprio scopo nella vita può richiedere tempo e fatica.
C’è chi quasi subito riconosce le proprie aspirazioni e attitudini, chi invece piano piano deve farle emergere per poter prenderne coscienza.
Per trovare il proprio ikigai dobbiamo porci e rispondere a queste 4 domande:
1. Che cosa ami, qual è la tua passione?
Questa è una domanda fondamentale da porci che può essere lo stimolo fondamentale e il vero “motivatore” della nostra esistenza anche e soprattutto nel mondo moderno quando spesso siamo portati invece a concentrarci sulla soddisfazione troppo rapida di desideri spesso del tutto materiali. Chiedetevi dunque: cosa mi piace veramente?
Cosa farei se non avessi il problema di dover guadagnare e potessi davvero seguire il mio cuore in completa libertà?
2. In cosa sei bravo?
Questa potrebbe essere la domanda chiave per tirare fuori la propria vocazione. Per molti, la risposta può essere la stessa della prima domanda ma per altrettanti non lo è. Si tratta di una questione più pratica e meno emotiva, perché tutti sappiamo, almeno in parte, per cosa siamo portati. Passione e talento non sempre coincidono: potremmo ad esempio voler essere un attore perché magari questa è la nostra passione ma ci troviamo spinti ad essere invece un organizzatore di spettacoli perché è ciò che facciamo meglio. Questa è la nostra vocazione.
3. Cosa vuole il mondo da te?
Questa è probabilmente la domanda più difficile. In sostanza si tratta di capire qual è la vera missione o compito che abbiamo sulla terra. Quel qualcosa utile non solo a noi stessi per evolvere ma che aiuterà anche gli altri e il pianeta stesso a diventare un posto migliore.
4. Con cosa puoi procurarti da vivere? Qual è la tua professione?
L’ultima domanda è la più pratica e anche abbastanza semplice perché tutti (o quasi) ad un certo punto della propria vita hanno dovuto lavorare per potersi procurare i soldi necessari a vivere.
Naturalmente le risposte a queste domande possono sovrapporsi ma possono essere anche molto diverse quindi è necessario trovare un equilibrio tra tutte le cose anche se non è sempre facile ad esempio seguire la propria passione e allo stesso tempo procurarsi del denaro con qualcosa in cui si è realmente bravi. Anche seguire la propria missione ma non essere in grado di contribuire alle spese della propria famiglia o al contrario avere molti soldi ma sentirsi insoddisfatti in quanto a passioni e aspirazioni, sono strade che non funzionano e non portano a raggiungere l’ikigai.
Ho cercato di pensare a quale età avrei dovuto pormi queste domande, forse se me le fossi poste in tempo avrei fatto scelte diverse, ma, come si dice, ormai è tardi !!
La cosa che mi ha consolato è rendermi comunque conto che mi sono sempre alzata volentieri la mattina felice di affrontare gli impegni di quella nuova giornata e quindi forse non tutto è stato sbagliato..!!!

 

 

rosanna vaggeMentre stavo riordinando le cartelle sul mio p.c., mi sono imbattuta in una vecchia presentazione dal titolo “Vivere l’urgenza” di cui mi ero dimenticata l’esistenza. D’istinto ho aperto il file e, scorrendo velocemente la prima parte che trattava l’evoluzione della medicina nel corso dei secoli, sono rimasta particolarmente colpita dalle diapositive che evocano l’epidemia di peste nel medioevo ed i danni che ne conseguirono

 

 

 

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La caccia ai colpevoli, le accuse agli ebrei di avvelenare i pozzi, le processioni dei flagellanti con l’inevitabile diffusione del contagio, la fuga incessante di notai e medici dalle città, insomma la paura della devastazione della morte aveva indubbiamente il sopravvento e le reazioni della gente ne erano una conseguenza.
Il confronto con la pandemia da coronavirus è inevitabile: il mondo cambia, ma i fattori umani rimangono inesorabilmente invariati nel tempo. Ricerco allora un’altra mia vecchia presentazione sulla relazione medico-paziente, cavallo di battaglia di quando lavoravo in emergenza- urgenza. La mia attenzione si sofferma sulla sua evoluzione, dal paternalismo all’autodeterminazione dei cittadini, sul consenso informato ed il concetto di responsabilità professionale ed un groviglio di pensieri mi attorciglia la mente.
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E’ indubbio che la relazione medico-paziente, già sofferente per la supremazia tecnologica e scientifica rispetto ai fattori umani, abbia subito un’ulteriore sferzata in questo periodo di pandemia in cui paradossalmente la comunicazione, ampliata a dismisura, ha finito per essere inefficace e addirittura fuorviante. Senza considerare che se la relazione tra esseri umani è importante, per non dire essenziale, per promuovere la salute psichica e fisica nonostante le avversità e la malattia, i principi sui quali si basa non sono affatto gli stessi in emergenza o in cronicità e così le decisioni da intraprendere sia nel singolo individuo che nella comunità.

Immagine7 emergenzaE già, in emergenza il rapporto medico paziente è caratterizzato da un alto grado di asimmetria, fino a costituire un rapporto di forza, istituzionale. Ed il rischio dell’asimmetria non è affatto irrilevante, né per il medico né per il paziente. Il primo infatti tende a spostare il rapporto di forza dalla “persona” alla “malattia”, il secondo rischia di sentirsi “parte lesa” e non allearsi al medico. Inoltre c’è da considerare che, anche se il grado di pericolosità della malattia è modesto, la persona è emotivamente scossa e, non di rado, la sua lucidità e quella dei suoi familiari è offuscata.
E’ proprio così, l’etichetta Covid positivo appiccicata alla persona, di qualunque età e ceto sociale, ha di fatto annullato ogni possibilità di condivisione di un percorso sanitario e assistenziale personalizzato e omologato l’intera categoria dei contagiati all’isolamento forzato, non certo fiduciario, spesso in sedi ben lontane dal domicilio abituale.
Le persone più abbienti, in genere autonome o con rete familiare consistente capace di sopperire alle carenze assistenziali istituzionali, sono talvolta riuscite a trovare soluzioni alternative per ridurre il disagio della permanenza nelle cosiddette Aree Sanitarie Temporanee costruite ad hoc, ma per i tanti vecchi che popolano la Regione Liguria non è stato lo stesso. E non solo per motivi sanitari e assistenziali legati al Covid e alla co-morbilità, ma piuttosto per la fragilità nella sua accezione più ampia, in particolare sociale: tra questi gli anziani che vivevano soli, pur con qualche acciacco, spesso in zone lontane dai centri urbani o quelli , e non sono pochi, in condizioni economiche precarie e persino i senza fissa dimora.
Ebbene la relazione, la tanto auspicata alleanza terapeutica è svanita nel nulla: difficili se non impossibili i colloqui col paziente, con i conoscenti, con gli assistenti sociali, persino il confronto con i sanitari quando necessario, insomma una cascata di situazioni scomode per tutti che inevitabilmente ha prodotto i suoi effetti, non sempre riparabili.
Mai come in questo periodo ho sentito piangere al telefono amici e familiari! Eppure ho lavorato anni e anni in Pronto Soccorso e non sono state poche le brutte notizie, quelle che hanno il sapore dell’inaccettabile, che ho dovuto comunicare. La disperazione per non poter essere vicini ai loro cari, tener loro la mano, incitarli alla guarigione, assisterli nei momenti più difficili e accompagnarli alla morte con dignità e rispetto, oltre che la fiducia in coloro che hanno fatto il possibile per salvarlo.
Non dobbiamo dimenticare mai che la relazione è terapeutica e tanto più una persona ha bisogno di aiuto, tanto più è in grado di percepire la qualità della relazione.
Perché, come sostiene Giorgio Bert, se la malattia è un problema biologico, il malato è una persona e nell’esperienza soggettiva della malattia , nel vissuto individuale (illness per gli anglosassoni) è racchiuso un universo di senso privarsi del quale impoverisce la possibilità di comprensione e di intervento da parte della scienza medica.
E non servono le stanze degli addii “per non andarsene da soli”, per citare il titolo di un articolo uscito sul Secolo XIX in data 18 gennaio , per la presentazione, con tanto di foto, della stanza allestita al Policlinico San Martino a disposizioni dei parenti dopo il decesso dei loro cari. L’articolo, a mio parere, è davvero sconfortante e a peggiorare il tutto, come in una macabra farsa, è un refuso nel sottotitolo: “Una ex sala operatoria a disposizione dopo i decessi dei parenti”.
Dove andremo a finire? Mi chiedo sconcertata e triste.
Mi accorgo poi che la stessa frase in inglese “Covid-19: where do we go from here?” è riportata sull’autorevole rivista scientifica The Lancet nell’editoriale dell’ultimo numero 2021, citato nell’articolo , pubblicato sul Blog Salute Internazionale, “La scienza e la politica” di Pietro Dattolo, Presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze.
Il sottotitolo non lascia dubbi all’interpretazione: “In questa pandemia la scienza ha fatto il suo dovere, mentre la politica ci sta portando al disastro”.
La scienza ha prodotto i vaccini, ma i leader politici non sono riusciti a trovare gli accordi per una distribuzione equa a livello mondiale sicchè le disuguaglianze tra paesi ricchi e poveri si sono amplificate a dismisura. Ciò ha permesso alla variante Omicron di avere la meglio e accanirsi proprio contro le Nazioni che avevano fatto il pieno di vaccini, come gli USA, in cui la copertura vaccinale è la più bassa tra i paesi industrializzati per l’ ostilità contro i vaccini che si è venuta a creare, in nome della libertà individuale e della libertà d’impresa.
I motivi di questo apparente paradosso sono tutti politici, spiega l’autore dell’articolo, ma la politica appartiene agli esseri umani e non può prescindere da quei fattori (chiamati appunto “umani”) che motivano i nostri comportamenti .
A mio parere, il venir meno del principio di autonomia dell’intera comunità non è stato affatto irrilevante nel determinare a cascata le reazioni che tutti conosciamo, mettendo gli uni contro gli altri, enfatizzando le divergenze di opinioni, generando confusione e sfiducia, alimentando un clima di conflittualità dal quale si fa fatica ad uscire.
Ma la salute, come la pandemia è globale e, secondo la teoria della complessità, è una proprietà emergente che non si spiega con la somma dei singoli elementi che la determinano, perché la salute non riguarda solo la medicina ma la vita, con tutte le sue infinite sfumature.
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E’ prevalso da parte della politica il metodo “Divide et impera”, ignorando i diritti di ogni individuo in relazione ai farmaci, vaccini, diagnostici, dispositivi di protezione e dimostrando il completo fallimento del programma di cooperazione a favore dei paesi più poveri.
E non c’è tanto da meravigliarci se nel sistema complesso in cui siamo immersi, la voce più grossa è stata quella dell’Economia perché da sempre le altre leggi che lo governano, l’etica e l’equità , hanno avuto maggiore difficoltà ad esprimersi. La diapositiva sottostante, che per infinite volte ho riportato nei corsi di “Primo soccorso aziendale” diretti ai cittadini, rappresenta questo concetto.

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E’ facile trovare spazi strutturati e tecnologie se si hanno i soldi per acquisirli, mentre è molto più impegnativo far crescere le altre due voci, organizzazione e professionalità, semplicemente perché sono inerenti agli esseri umani con tutti i loro pregi e difetti, le loro emozioni, i loro limiti, le loro capacità.
Non dobbiamo dimenticare che il finanziamento della medicina preventiva discende dalla politica, mentre quello della medicina d’emergenza discende dalla morale.
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La pandemia da coronavirus e il susseguirsi delle sue varianti ha paradossalmente unito prevenzione e acuzie sia nel singolo individuo che nelle comunità ed ha drammaticamente evidenziato l’importanza dei determinanti della salute.
Due anni di pandemia non ci hanno insegnato nulla, conclude Pietro Dattolo nell’articolo sopra citato.
Io voglio essere più ottimista, credere nell’essere umano e pensare che prima o poi il coronavirus ci abbia insegnato a riflettere affinché “ scienza e coscienza” possano correre insieme dandosi la mano.

 

 

 

 

rita rambelliÈ vero che abbiamo poco tempo e che, se ne avessimo in misura maggiore, riusciremmo a fare di più e meglio? Ci lamentiamo sempre di avere poco tempo e di non riuscire a fare ciò che vorremmo. Ma è veramente così?
Secondo Seneca nel De Brevitate Vitae, non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne sprechiamo molto. Il filosofo latino ribalta il paradigma: la vita non è breve, siamo noi a renderla tale, sprecando il tempo che abbiamo a disposizione.
La vita infatti è lunga a sufficienza, per compiere mirabili imprese, se solo imparassimo a farne buon uso ed a viverla in modo proficuo. Soltanto quando giungiamo alla fine, ci rendiamo conto che la vita è passata, senza che ce ne siamo accorti. Per il filosofo latino perciò è breve la vita che viviamo davvero. Tutto il resto è tempo, che passa, ma non è vita. Questo concetto si ricollega a quanto sosteneva anche Rita Levi Montalcini che parlando della durata della vita che si allungava grazie alle nuove scoperte della medicina, sosteneva che non dobbiamo solo aggiungere anni alla vita, ma dobbiamo aggiungere vita agli anni.
Per la psicologia il tempo si dilata o si comprime, perché cambia la nostra percezione temporale. Questa sensazione è causata da vari fattori, quali per esempio l’età, le aspettative, le emozioni, la cultura. Il tempo della vita non è parcellizzato in ore e minuti ma invece è un continuum, in cui ogni istante può avere per ciascuno di noi una durata diversa. La percezione del tempo infatti è soggettiva e deriva dall’esperienza di ciascuno: è innegabile che un’ora sulla sedia del dentista sembra infinita, mentre un’ora passata in piacevole compagnia appare brevissima.
La sensazione soggettiva del tempo poi dipende anche da altri fattori, quali l’età, le aspettative, le emozioni e anche la cultura.
Pensiamo per un momento come anche le diverse emozioni ci diano l’impressione che il tempo si dilati o si comprima. Quando ci si sente tristi, si ha l’impressione che il tempo non passi mai, nella gioia invece sembra che il ritmo temporale sia accelerato. Per non parlare poi di come le nostre paure, le nostre insicurezze e le nostre contraddizioni influiscano sulla nostra percezione del tempo.
Un’altra osservazione importante è che la persona più anziana ha una percezione del tempo diversa rispetto a quella più giovane. Proprio con l’avanzare dell’età si ha effettivamente l’impressione che il tempo fugga.
Ciò è dovuto non solo al fatto che si ha la consapevolezza di averne meno a disposizione, ma, secondo la scienza, dipende dalla velocità o dalla lentezza con cui le immagini vengono elaborate dal nostro cervello.
Come dimostrato dalle ricerche scientifiche la mente giovane riceve più immagini in un giorno della stessa mente in età avanzata. Detto in altro modo, se la durata della vita è misurata in termini di numero di immagini percepite durante la vita, allora la frequenza delle immagini mentali in giovane età è maggiore che in vecchiaia.
La mente quindi percepisce il “cambio di tempo”, quando l’immagine percepita cambia. Oltre al limite organico bisogna considerare anche la differenza del tipo di vita di un giovane e di quella di un anziano. Quest’ultimo infatti ha meno sollecitazioni. La consapevolezza del fatto che il tempo passa in fretta solo quando si è privi di nuovi stimoli può permetterci di capire il motivo del nostro disagio con l’aumentare dell’età e di trovare delle possibili soluzioni alla nostra sensazione di insufficienza del tempo. Dovremo, per esempio, ricercare nuove esperienze, come viaggiare in posti nuovi, intraprendere nuove attività, frequentare gente diversa, per continuare a riempire di immagini il nostro cervello. Anche se proprio i limiti imposti dall’età non rendono tutto questo sempre possibile, è comunque importante che ci si impegni al massimo per ricercare, nella propria quotidianità, stimoli nuovi ed attività diversificate. Una vita attiva tra l’altro genera sempre nuovi stimoli, come in una reazione a catena.
Se per esempio decido di andare a vedere una mostra d’arte sull’impressionismo, sono stimolata a prepararmi prima, leggendo vari studi sulla corrente e sui suoi rappresentanti, e dopo sono spinta a parlarne o ad approfondire eventuali stimoli ricevuti, arricchendo così la mia vita.
Quindi, spesso non è il tempo che manca, ma l’interesse, la voglia di impegnarci.
Quante volte abbiamo sentito dire questa frase e probabilmente l’abbiamo usata anche noi: “Mi dispiace, non ho tempo”.
In realtà a volte è una scusa per non fare determinate cose e stiamo prendendo in giro noi e gli altri. Lo dimostra il fatto che, quando qualcosa ci sta a cuore, troviamo subito il tempo per farla: non esiste la mancanza di tempo, esiste la mancanza di volontà e di motivazione ed è questa che ci fa stabilire le priorità: quando diciamo di non avere tempo, in realtà affermiamo che quella determinata cosa non è per noi una priorità.
Dicendo di non aver tempo, si vuole giustificare la vita frenetica e l’accumularsi degli impegni, quando invece è solo una scusa per non affrontare i problemi o per sfuggire alle proprie responsabilità. Anche quando procrastiniamo, giustificandoci con la mancanza di tempo, in realtà è il nostro io più profondo che teme di affrontare quella questione o magari ha paura del cambiamento e ci spinge a rimanere nella zona di comfort.
Ciò di cui abbiamo bisogno infatti non è il tempo, ma un dialogo onesto e sincero con noi stessi per affrontare con coraggio nuove esperienze di vita.

rosanna vaggeNel corso della mia vita mi sono sempre interrogata sul significato della parola “limite”, tante volte sentita nominare in ambito familiare, fin dagli anni della mia fanciullezza. Nonna Rosina è stata indubbiamente determinante con i suoi detti e proverbi, calati sempre a fagiolo nelle situazioni più disparate. Non le sfuggiva nulla ed ogni rimprovero o ammonizione per qualche comportamento che non le andava a genio, e, più raramente, anche qualche lode, era l’occasione per insegnare a me e a mio fratello, vicini in età, qualcosa sul senso del vivere comune, una sorta di lezione di educazione civica. Oltretutto ci azzeccava sempre, guidata dal buon senso, anche in campi non certo di sua competenza come quello sanitario. Quando, con una sola occhiata cupa, pronunciava la seguente frase: “Hai la faccia che non mi piace … covi!” immancabilmente, nell’arco di alcune ore, a me o a mio fratello saliva la febbre o capitava qualche altro inconveniente.
“C’è un limite a tutto” l’ho sentito dire mille volte da nonna Rosina.
Il limite alla pazienza, alla sopportazione, alla tolleranza risuonava nelle nostre menti bambine come un avvertimento, un invito a cambiare rotta, a non insistere su atteggiamenti non graditi, dal momento che il limite, inteso come confine da non oltrepassare, era stabilito dalla nonna stessa.
Il limite alla disubbidienza, all’arroganza, alla pretesa, alla cocciutaggine, pur essendo comunque un avvertimento, ci insegnava, ripensandoci con sguardo adulto, ad assumere la responsabilità di ogni nostra azione valutandone le possibili conseguenze per non sconfinare nel terreno altrui e magari avere la peggio.
Insomma, dai oggi, dai domani, mi è stato ben inculcato il concetto che un limite esiste per tutto e per tutti e che se è possibile demarcare il confine tra ciò che è punibile o sanzionabile e non in alcune circostanze, come ad esempio il codice della strada, ben più difficile è stabilire regole standardizzate quando il limite fa riferimento alle relazioni tra esseri umani.
Sta di fatto che, in questo periodo pandemico, in cui la mia vita è stata ed è tuttora assorbita da rilevanti impegni e responsabilità professionali, nei pochi spazi in cui i miei pensieri scorrono liberamente, questi ricordi di fanciullezza sono riaffiorati nella mia mente, commisti ai soliti interrogativi che rivolgo a me stessa, con forse meno ingenuità rispetto al passato, ma conservando un certo stupore che rasenta a volte l’incredulità.
Trovo un po’ di consolazione scorrendo veloce il libro di Remo Bodei intitolato appunto “LIMITE” e riesco a cogliere, pur con i limiti della mia ignoranza filosofica, alcuni spunti di riflessioni che mi possono essere di aiuto concreto nelle scelte professionali che devo affrontare quotidianamente, oltre che di supporto psicologico nell’accettare la grande variabilità dell’animo umano.
“Fino a che punto posso inoltrarmi nel raggiungere i miei obiettivi o nell’esaudire i miei desideri?”
“Dove si trova, se si trova, la linea di demarcazione tra il buono e il cattivo, tra il lecito e l’illecito?”
Queste domande, che sento vive dentro di me, sono riportate al Cap. III - Imparare a distinguere, pag 115 dell’edizione Il Mulino 2018, domande che, secondo Bodei, sono destinate a non avere risposte convincenti e univoche in quanto nell’epoca odierna “siamo di fronte a un vero e proprio politeismo dei valori, a uno scontro tra posizioni per principio incompatibili, sebbene di fatto normalmente conciliate grazie a sottintesi e, talvolta, tortuosi compromessi pratici. Il punto è che – una volta usciti dai binari della tradizione, in base ai quali è la trasgressione stessa a dettare la misura dello scarto rispetto alla norma – non si può più contare né su saldi punti di riferimento, né su netti criteri di giudizio.” Aggiunge poi che, se non è stato facile rispondere a tali questioni neppure nel passato, “oggi la difficoltà è conclamata a causa dell’inflazione delle possibili soluzioni. In mancanza di regole oggettive o intimamente condivise, gli individui sono pertanto sempre più indotti ad adattarsi ad una paradossale morale provvisoria permanente”.
Ebbene, queste frasi, a mio parere, si collocano a pennello nell’emergenza pandemica da Coronavirus che ha semplicemente acuito una tendenza alla dismisura che non solo ha riguardato la natura, ma anche rovesciato, sul piano etico, il modello della filosofia classica, basato sugli ideali della temperanza, come sostiene Orazio che riassume il principio di ogni condotta con queste parole “Vi è una misura nelle cose, vi sono precisi confini oltre i quali e prima dei quali non può consistere il giusto”. Tutto ciò lo troviamo a pag. 99-100 del libro di Bodei. Più avanti, nel paragrafo “Vietato vietare” dello stesso capitolo Bodei scrive : “[…] i limiti da rispettare non cessano di esistere e non smettono di interrogare le coscienze, ponendole di fronte al conflitto tra assolutezza e relatività delle norme, tra la loro origine divina e umana o tra il miope interesse personale e l’esigenza, spesso sopita, di maggiore lungimiranza e apertura verso gli altri. Proprio perché la morale, al pari del diritto, è una faticosa, fragile e mutevole costruzione umana, essa deve essere difesa dalle prevaricazioni, dagli abusi e dal caos”.
E non è tutto. Bodei aggiunge che non esiste uno spazio omogeneo di verità morali, ma uno spazio complesso, caratterizzato da una pluralità di valori specifici a rete, entro i quali muoversi sinapticamente per collegarli a contesti più ampi. Parla di una complessità che intreccia l’universale con il particolare, l’uno con il molteplice e cita Tolstoj in Resurrezione che asserisce che “[…] ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre sé stesso”.
Non vorrei apparire presuntuosa ma, nel mio ruolo professionale che svolgo ormai da quasi due anni, inerente l’emergenza Covid, mi sento quotidianamente intrappolata tra le maglie di una rete invisibile in cui le uniche sinapsi possibili avvengono sulla base della solidarietà, del coraggio, della tolleranza, della compassione che condivido con coloro che, come me, toccano con mano la sofferenza fisica e psichica di chi è colpito dall’infezione del fatidico Sars-Cov- 2, gravata a volte a dismisura dalle disposizioni normative per evitare il diffondersi del contagio. Impenetrabili mi risultano le maglie della rete nei confronti di una burocrazia rigida, inflessibile, indifferente, oserei dire disumana, sempre pronta a porre ostacoli ad ogni proposta basata sul semplice buon senso, ritardando o addirittura impedendone la realizzazione.
Questo a mio parere è inaccettabile perché se emergenza è, lo è per tutto e non si può quando conviene fare di tutte le erbe un fascio e quando non conviene appellarsi a ferree regole alle quali non è possibile trasgredire seppur ritenute all’univoco ingiuste o per lo meno inappropriate al contesto.
Su questo devo ammettere di essere irremovibile: le norme che amministrano la nostra società ( e per norme intendo le delibere istituzionali a vari livelli, le modalità di approvvigionamento delle risorse, i rimborsi economici, le procedure dei trasferimenti, i criteri per accedere ai servizi disponibili e tanto altro ancora) siano del tutto incapaci di stare al passo con l’emergenza, peraltro declamata sventolando la bandiera dell’etica oltre che della scienza, incapaci di articolarsi nella comprensione di casi particolari, che non sono affatto rari, incapaci di ridurre sofferenze inutili ed evitabili, sprechi di risorse umane ed economiche. Insomma, in sintesi estrema, capaci solo di andare contro tendenza togliendo la speranza ai cittadini e minando la fiducia sociale, elemento imprescindibile per il bene della comunità.
Bodei, al paragrafo intitolato” Limiti esistenziali” sottolinea che oggi, rispetto al passato, esistono molti più confini cancellati o incerti: sfumano le differenze tra le età della vita e tendono ad eclissarsi o a perdere di solennità alcuni riti di passaggio come, ad esempio, quelli che segnavano la transizione degli individui dalla fanciullezza all’età adulta. Resiste la festa dei quindici anni delle ragazze nei paesi latino-americani e solo ora ne colgo appieno il significato simbolico, essendone venuta a conoscenza per il fatto di aver sposato un argentino . Confesso che, a suo tempo, mi è parsa addirittura come una usanza barbara e, con una buona dose di stolta sfacciataggine, non ho risparmiato critiche per le cospicue spese che comportava alle quali non rinunciavano neppure le famiglie meno abbienti.
Il contesto culturale gioca indubbiamente un ruolo fondamentale nel benessere individuale e deve essere considerato nelle scelte strategiche che la società promuove. Su questo non ci piove.
L’incerta divisione ormai intervenuta tra le tre canoniche età della vita (giovinezza, maturità, vecchiaia) è spiegata dal filosofo dal fatto che la giovinezza, complice l’ insicurezza economica, si prolunga oltre i termini tradizionali, dall’altro perché la vecchiaia si sforza di mimare una vitalità che non possiede. I figli e i nonni conquistano maggiore importanza, reale e simbolica, a scapito dei padri e più in generale delle persone di mezza età, ponendo con maggiore evidenza il problema del ricambio generazionale e della ridistribuzione delle risorse.
Un problema, questo, che è emerso in modo forte in questi ultimi due anni, in cui le RSA o più in generale le strutture residenziali degli anziani sono state oggetto delle attenzioni della politica allo scopo di difendere i vecchi, sia potenziando le misure di sicurezza per evitare il contagio, tamponi a raffica e isolamento, sia privilegiando la scelta di vaccinarli per prima. In generale non c’è alcun dubbio che le misure adottate siano state efficaci in termine di riduzione della mortalità, ma, se consideriamo altri parametri, come, ad esempio, la qualità della vita, possiamo affermare la stessa cosa? Quanti vecchi, riscontrati positivi al tampone nelle circostanze più svariate, spesso a seguito di accessi al Pronto Soccorso per traumi o altri inconvenienti non gravi, hanno perso la loro autonomia, o addirittura la vita, per l’isolamento prolungato nonostante il decorso dell’infezione da Sars- Cov- 2 fosse asintomatico o quasi? Il tutto senza considerare l’allontanamento forzato dal loro habitat, la mancanza di affetti, la solitudine, la perdita della motivazione di vivere.
È proprio così perché il tampone la fa da padrone su tutto il resto, è come l’asso che prende tutto quando si gioca a briscola.
Le persone positive, seppur asintomatiche per l’infezione da Coronavirus, non possono accedere a servizi considerati differibili, percorsi diagnostici per traumi o malattie concomitanti non di rado all’esordio, radioterapia, chemioterapia, riabilitazione neuromotoria, cardiologica e così via. Patologie altre che salgono agli onori della cronaca solo per il peso che hanno sulla prognosi di coloro che risultano contagiati dal coronavirus, senza affatto considerare che tale peso potrebbe essere ridotto se fossimo in grado di assicurare cure appropriate basate sulla prevenzione, sull’ anticipazione e accuratezza diagnostica e sulla tempestività d’intervento. Per raggiungere al meglio questi obiettivi anche nel periodo emergenziale in cui ci troviamo è indispensabile, da un lato, la stretta alleanza tra personale sanitario, pazienti e familiari, dall’altro la fattiva collaborazione tra ospedali, pronto soccorso, istituti riabilitativi, servizi residenziali e domiciliari.
Ebbene, in linea generale, ritengo che tutti gli aspetti valoriali che sottendono le relazioni tra i professionisti della cura stiano crescendo sempre di più assumendo un ruolo fondamentale nel superare questo drammatico momento storico. Peccato che crescano a dismisura, è proprio il caso di dirlo, anche gli aspetti meramente burocratici, peraltro imprescindibili in una società, che non fanno alto che mettere i bastoni tra le ruote proprio alla realizzazione di quel bene comune che si vantano di tutelare.
Ma questo è solo un mio parere.
Ebbene, devo ammettere che, dopo questo saltare di palo in frasca, ho perso il senso del limite e addirittura mi interrogo sulla sua esistenza.
Mi viene in mente un altro detto popolare “Non c’è limite al peggio”, ma subito rifuggo dai pensieri negativi e torno la solita inveterata ottimista.
Ci saranno tempi migliori, speriamo solo di poterli godere.

 

 

diana catellaniDiana UTEL’Università della Terza Età di Erba A.P.S. è una ricchezza per la città di Erba: da 27 anni ormai offre alla popolaziome adulta occasioni di incontro, di socialità, di aggiornamento culturale.
Riesce a coinvolgere decine di docenti preparatissimi nelle discipline più varie: dalla storia alla letteratura, dalla fisica all’economia, dal diritto alla psicologia, dalla filosofia alla medicina.
Il prestigio che la nostra UTE si è conquistata fa sì che sia frequentata anche da persone che provengono dai paesi circostanti.
Tutto andava per il meglio e la nostra associazione aveva ottenuto anche un meritatissimo riconoscimento da parte delle autorità cittadine, che le hanno conferito l’Eufemino d’oro, onorificenza riservata a coloro che hanno contribuito a dare lustro alla città.
Tutto andava per il meglio, dicevo, anche se la crisi economica aveva sensibilmente ridotto gli iscritti, perché molti anziani erano impegnati a dare una mano alle famiglie giovani nella cura dei più piccoli, ma poi è arrivato il COVID19….
Anche per l’UTE, come per tante altre associazioni, è stato come essere travolti da un uragano: l’impossibilità di ritrovarsi nella nostra sede abituale ha imposto da subito l’interruzione delle lezioni e di ogni altra attività (le prove del coro e della compagnia teatrale, i corsi di inglese e di pittura, le gite e le visite a mostre e musei). Per mesi abbiamo solo potuto tenere contatti telefonici coi nostri soci che, chiusi in casa, soffrivano la solitudine e rimpiangevano i momenti di serenità passati insieme.
Poi, ci siamo fatti coraggio e i volontari del Consiglio Direttivo si sono attivati per fare lezioni on line. Non è stato facile adeguarsi all’utilizzo delle tecnologie, ma con l’impegno di tanti si è riusciti a recuperare la maggior parte delle lezioni perdute. Purtroppo per molti anziani l’uso del computer o dello smartphone è ancora un tabù, non tanto perché non abbiano le capacità per servirsene, quanto per una immotivata paura di far brutte figure, di comnbinare guai, per una invincibile diffidenza per queste “diavolerie” moderne.
Contrariamente a quanto è accaduto alla maggior parte delle Associazioni analoghe, siamo riusciti a mantenere viva la nostra UTE e, grazie anche ai social, a farla conoscere anche a persone più giovani, che attraverso i collegamenti on line hanno imparato ad apprezzare la nostra offerta culturale.
Durante tutta l’estate, ci siamo lambiccati il cervello per trovare nuove sedi che consentissero la ripresa delle attività in presenza nel rispetto delle disposizioni anticovid (disponibilità dei posti al 50%), ma non si è potuto trovare niente di meglio che ipotizzare la divisioni in due gruppi degli associati, permettendo loro l’accesso in sede a turni alterni: il primo gruppo al martedì e la ripetizione della stessa lezione al venerdì per il secondo gruppo. Sarebbe stato difficilissimo gestire quella situazione: sarebbe stato possibile avere la disponibilità dei docenti, ancora impegnati nelle scuole, per due giorni a settimana?
Ci stavamo impegnando a esplorare questa possibilità quando ci è venuto incontro il governo, con la modifica delle disposizioni riguardo alla capienza delle sale per attività culturali: finalmente si sarebbe potuto ricominciare con una programmazione normale.
Ora l’UTE ha ripreso le sue attività. Per le disposizioni di legge, l’accesso è riservato ai possessori di green pass e dobbiamo registrare ogni volta le presenze; ciò comporta un notevole impegno, ma tutti sono contenti di poter ritrovare vecchi e nuovi amici.
Gli iscritti sono diminuiti molto perché purtroppo il COVID ha colpito molto duramente la popolazione anziana qui da noi, come ovunque, inoltre non potendo più assicurare locali idonei ai gruppi delle attività complementari (coro, teatro, inglese, pittura), molti dei partecipanti ad esse non si sono più iscritti all’Associazione. Tuttavia ci sono molti nuovi soci, si può dire che ci sia quasi un ricambio generazionale: ci sono più uomini di prima e più donne appena entrate in età pensionabile.
L’UTE di Erba ha avuto molti elogi da parte di docenti e autorità per essere riuscita a sopravvivere al COVID e a continuare con coraggio a offrire un punto di riferimento alla popolazione anziana del territorio.

diana catellaniÈ da poco finita una calda, lunga estate che ha visto il nostro paese impegnato a proseguire la lunga battaglia contro la pandemia intrapresa con l’arrivo dei vaccini.
Ora pare che il senso di responsabilità della maggior parte della popolazione italiana sia valso ad arginare i contagi, anche se il COVID19 non è certo stato ancora debellato.
Parrebbe logico pensare che, visti i risultati, fosse ormai universalmente accettata l’idea dell’efficacia dei vaccini che la scienza ci ha messo provvidenzialmente a disposizione, invece no…. Tanti continuano a rifiutarli e ritengono una violazione della loro libertà l’adozione del green-pass, così vediamo le piazze invase da gente che ipotizza chissà quali macchinazioni e quali oscuri complotti dietro la pandemia e dietro l’invito a vaccinarsi.
Tra questi, ormai universalmente definiti NO-VAX e NO-PASS, si mescolano dei facinorosi che approfittano di questa difficile situazione per infiltrarsi tra i dissidenti, aizzare la folla e compiere vandalismi e azioni di squadrismo che ci riportano con angoscia a episodi ben noti accaduti giusti un secolo fa.

Sapevamo tutti che l’autunno sarebbe stato un momento difficile: molte aziende non sono riuscite a sopravvivere al lockdown e molti posti di lavoro sono andati perduti e, anche se la ripresa pare più forte delle previsioni, certo non potranno subito essere riassorbiti tutti quelli che sono stati espulsi dal mondo del lavoro.
Per quelli che resteranno ai margini sarà un ben duro inverno…. Aumenterà il prezzo del gas e dell’elettricità, aumenta già vertiginosamente il prezzo delle materie prime ed è perciò ragionevole aspettarsi un consistente e generalizzato aumento del costo della vita, cosa che complicherà molto la vita anche di chi vive di pensione.

In questo quadro piuttosto inquietante c’è però uno spiraglio di luce: noi dell’UTE potremo riprendere tutte le nostre attività quasi normalmente, anche se dovremo portare le mascherine, esibire il green-pass, disinfettare le mani all’ingresso
e sottoporci alla misurazione della febbre.
È una gran gioia per tutti potersi ritrovare, scambiare un saluto e qualche parola gentile con vecchi amici e conoscenze recenti; ogni inizio d’anno è sempre stato una festa per noi, ma questa volta sarà ancora più bello: la lontananza forzata, il lungo isolamento ci hanno fatto apprezzare molto di più la possibilità e la bellezza di ritrovarsi: prima ci sembrava cosa normale, dovuta, ora ci appare come una preziosa opportunità per rendere più belli questi mesi bui e freddi che ci attendono.

 

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