Mille parole per l'eguaglianza

Siamo nel mezzo del  periodo vacanziero, dovremmo anche rilassarci. Ho scelto di scrivere di libri, scelti per mio interesse personale, ma anche suggeriti da coincidenze o sollecitazioni da parte di colleghi.
Ad ognuno di queste ragioni dedico uno spazio, perché il mio scopo non è recensire o fare la critica letteraria, ma  esprimere le mie valutazioni e le motivazioni che le promuovono.

Mi sono riletta, per scrivere queste "Mille parole" tutti i precedenti articoli di questa rubrica e ho pensato che era giunto il momento di entrare nel merito dell'organizazione di alcuni servizi, per porre alcuni interrogativi, per condividere riflessioni. La mia area professionale è sempre stata quella organizzativa-gestionale: servizi residenziali, assistenza domiciliare, centri sociali e culturali e tutte le forme d'intervento che interessano gli anziani e la non autosufficienza. A lungo mi sono occupata della costruzione dei rapporti con gli ospedali, con i servizi territoriali sanitari, delle prime collaborazioni con il mondo dell'associazionismo.

Quando agli inizi degli anni '80 iniziò il processo di de-istituzionalizzazione (forse anche l'unico) di cui ho parlato più volte, con la chiusura dei manicomi, degli orfanatrofi e brefotrofi, degli ospizi per vecchi a seguito anche dei numerosi scandali di maltrattamenti ai ricoverati, tra le prime conquiste furono iscritti il riconoscimento diritti individuali costituzionali: libertà di religione, credo politico, diritto al voto da potersi esprimere liberamente senza coercizione, parità di genere.

Vorrei ripartire parlando di caregiver- dal curarsi al curare, al prendersi cura- con le implicazioni a grappolo, che discendono da una visione laica del welfare.
Il caregiver, si dà sempre per scontato che sia la donna. Succede nella quasi totalità dei casi. Esistono anche figli e fratelli che hanno accudito il proprio congiunto, spesso sin dalla giovane età.

Esiste un concetto di laicità dello stato sociale, come per la categoria più ampia della laicità dello Stato? Oppure il modello non presenta ambiguità?
Lo "Stato sociale", specie negli ultimi anni è stato identificato nei temi del lavoro, degli ammortizzatori sociali e delle pensioni. Oltre a questi ambiti è visto- in una coincidenza economica e politica di cultura liberista e di una scarsa elaborazione di nuove politiche sociali- come sinonimo di interventi assistenziali riparativi e non rigenerativi per i bisognosi, per chi sta male e non ha soldi, per chi non ha un lavoro e non riesce ad essere un selfmade man.

Sono tanti i partecipanti quando si parla di salute e assistenza, dai microcosmi familiari per la cura per un congiunto, agli incontri assembleari delle diverse associazioni ed enti, pubblici e privati, per la individuazione della domanda e dell'offerta, per costruire o modificare le tipologie dei servizi e alla fine, stendere il progetto di programmazione pubblica di servizi sociosanitari.

esperti-di-troppoAvevo sospeso la precedente nota sulla partecipazione degli utenti e sulla sua qualità.
Riparto da qui per cercare di proporre principi e requisiti, soffermandomi sui tre attori: il singolo, i familiari, le associazioni.
La persona che interfaccia con un servizio o un professionista- amministrativo, sociale o sanitario o con qualsiasi altra competenza abbia- chiede:

Sono apparsi recentemente, su http://www.lavoroculturale.org/category/focus/reparto-agitati/ , a firma di Riccardo Ierna e Luca Negrogno due articoli(1) in cui sono richiamati alcuni nodi del modo di essere dei servizi e della partecipazione degli utenti e familiari.
Riassumo la riflessione posta in alcune parole chiave: inclusione, partecipazione, empowerment, utenti, familiari, volontariato, territorio, comunità, negoziazione degli interessi, programmazione.

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