Riprendo dal saggio e dall’intervista ad Alessandro Rosina su “ Il futuro non invecchia”: “Nessuna generazione può stare meglio contro le precedenti e senza le successive” ed ancora “La civiltà umana inizia quando …. Si trova ad escogitare qualcosa che nessuno altro essere vivente aveva fatto prima. Anziché andare a cercare il cibo inizia a portare il cibo a se.....Diventa progressivamente stanziale, costruisce abitazioni in villaggi sempre più ampi e cinti da mura sempre più alte e solide”. Rosina cita un grande scrittore Italo Calvino che 46 anni prima di lui, nel suo libro “Le città invisibili” parla della città di Melania ove la popolazione si rinnova , non tutta contemporaneamente, ma in un susseguirsi continuo.

Calvino parla così delle sue citta invisibili “… quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che possono valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, ma questi scambi non sono solo scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi”. Nel capitolo “La città e la memoria. 3” vi è la descrizione di Zaira, una delle 55 città fantastiche e surreali, che è “fatta delle misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato...Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei paralumi, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole.”
Salvatore Settis nel suo saggio “Se Venezia muore” (Einaudi 2014) in copertina afferma: “Le città storiche sono insediate dalla resa ad una falsa modernità, dallo spopolamento, dall’oblio di sé. Di questa minaccia, e dei rimedi possibili, Venezia è supremo esempio.  Dobbiamo ritrovarne l’anima, rivendicare il diritto alla città..I mutamenti frenetici, imposti da ragioni produttive e di mercato violano il contesto naturale e lo spazio sociale, mortificano il diritto alla città e la democrazia".
E ancora le navi da crociera non entravano a San Marco e l'acqua alta di questi ultimi giorni ne è una tragica conferma.
Nell’intrecciarsi dei temi di Rosina, che parla di demografia sociale, al rincorrersi di citazioni tra Settis e Calvino, rimbalzano urgenze e avvertimenti pressanti: non si cresce rinnegando il passato, stravolgendo la storia delle nostre città – separando il corpo (le mura, i palazzi, le strade) dall’anima (gli abitanti, le origini, i ricordi, le storie)- per le mode effimere che si chiamino crociere, movide, dehors, selfie con il monumento.
Né si può accettare come modernità ineluttabili e incontrastabili l’uso dilagante degli alloggi per i soggiorni temporanei di turisti e manager privilegiati che stravolgono gli affitti e allontanano i residenti impossibilitati a reggere quei prezzi e i giovani che si trasferiscono per studiare. 
Né arricchisce la città la scomparsa- sostituiti dai locali etnici tutti uguali, ambigui nel loro rapido apparire- di quei negozi che, custodi di una storia, di una tradizione alimentare o di stili di vita, erano anche sentinelle vigilanti sulla strada per il vecchio che si sentiva mancare, o semplicemente per offrire una sedia a chi si sentiva stanco.
Anni fa alcune città all’estero, ma anche in Italia avviarono progetti nei Centri Storici per dare visibilità, con un simbolo, a chi gestiva negozi e attività sulla strada disponibile ad un atto di civiltà e solidarietà, verso chi in strada aveva qualche difficoltà, anche solo per offrire un bicchiere d’acqua.
Perché le principali vittime di questo stravolgimento sono gli anziani, quelli che ancora rimangono nel loro vecchio appartamento, da ristrutturare, prigionieri di tante scale senza ascensore, impossibilitati a chiedere aiuto se colti da malore, spaventati anche da una politica becera che fa della paura lo strumento per acchiappare voti.
Ma i vecchi, e non solo loro, sono considerati corpi estranei nelle città, da contenere nelle residenze assistenziali.
Li vedi camminare lenti, rasenti ai muri per non essere travolti, su percorsi scelti da tempo, con meno ostacoli e buche, per non camminare su lastricati di sassi.
Quale vecchio o vecchia penserà di uscire la sera per andare a uno spettacolo o al cinema, con la paura di qualche pericolo, reale o falsato?
Nel 2010 l’OMS lanciò la campagna ( qui sul sito dell’ISS le informazioni e qui un articolo dell'epoca), che dovrebbe concludersi il prossimo anno, per una città a misura di anziano -age friendly- segnalando alcuni aspetti su cui era necessario lavorare: partecipazione sociale, rispetto ed inclusione, comunicazione ed informazione, ma anche supporto della comunità, servizi sanitari, l’accesso ai trasporti pubblici, la presenza di panchine su cui sedersi negli spazi aperti, ma anche bagni accessibili negli esercizi pubblici e altro ancora.
Purtroppo, almeno nella fase iniziale nessuna città italiana aderì al progetto. Successivamente entrarono Udine e forse altre di cui non c’è traccia progettuale
Poi per “paura dell’invasione” le panchine sono state via via eliminate, sostituite da quegli arredi “ostili” che impediscano sedute normali; l’accesso a bagni pubblici è spesso condizionata dal consumo di una bevanda, l’appartamento se non di proprietà è reclamato dal proprietario per trasformarlo in una offerta turistica.
Se una città, piccola o grande, che ha un suo patrimonio culturale, architettonico o anche gastronomico non sa difendere queste sue peculiarità, sarà risucchiata in un calderone di spazi e momenti tutti uguali, ovunque si collochino, che livellano la vita delle persone, presenti per qualche ora o giorno, o residenti permanenti .
Ancora una volta saranno gli anziani che non escono per il week-end per raggiungere la seconda casa a trovarsi ristretti e costretti, oltre che sommersi dal rumore, a rinchiudersi nei propri spazi.
Vale il concetto di “domiciliarità” di cui è custode “La bottega del Possibile”:
“La domiciliarità della persona comprende la persona stessa con la sua globalità, unicità, irripetibilità e tutto ciò che la circonda che significa la casa con i suoi affetti, ricordi, esperienze, gioie e sofferenze… ma va oltre … rappresenta il rapporto con l’esterno, con ciò che la circonda, l’ambiente, il paesaggio, il paese, le relazioni, la cultura locale.
La domiciliarità è lo scenario della persona, è il contesto dotato di senso per la persona stessa".

 

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