All’inizio dell’anno in corso si erano ripartiti gli stanziamenti previsti nel FNA per il 2018 e si erano avviati gli incontri per la definizione dei criteri per gli stanziamenti nel 2019 di 573 milioni che avrebbero dovuto, secondo gli impegni del Governo allora in carica, essere alla base di un Piano nazionale per la non autosufficienza, (disabili e anziani), punto di riferimento e cornice per gli interventi regionali. Di norma in questo Fondo è stanziato dal Ministero del lavoro e delle politiche speciali una quota di circa 10 milioni dedicata alla ricerca di progetti e azioni per la vita indipendente, parlando di disabili.
Il Piano potrebbe/dovrebbe essere occasione per ridisegnare i contorni di una linea di politiche sociali e sanitarie, finora assente, che prenda atto del mutato quadro demografico, sociale ed economico di questo Paese per il crescente aumento di persone ultra65enni (o ultr75enni, se piace di più).

Il tema della non autosufficienza non può infatti essere affrontato partendo dalla fine, quando la cronicità è ormai irreversibile. Se la prevenzione è l’arma vincente per ritardare il decadimento fisico e psichico, questa non può cominciare quando si è già sulla soglia della vecchiaia, ma dalla promozione di una cultura diffusa che non vede la vecchiaia o anche solo il suo avvicinarsi come l’inizio di una perdita di autonomie fisiche e cognitive, di ruolo, di considerazione e partecipazione alla vita e allo sviluppo del paese.
È chiaro che un approfondimento di tale portata coinvolge e interroga forze diverse del Paese dai sindacati datoriali a quelli dei lavoratori, dagli istituti previdenziali agli investitori immobiliari (che case serviranno nei prossimi decenni?) oltre che le rappresentanze politiche e sociali.
Sicuramente costruire la struttura e la cornice di un simile cambiamento avrà tempi più lunghi delle decisioni sulle linee del Piano per la non autosufficienza e sui criteri di ripartizione del fondo, ma potrebbe essere uno stimolo per una modifica e riorganizzazione del welfare italiano e delle strutture  e infrastrutture sociali.
Sarebbe una manifestazione di una volontà di non muoversi sempre sull’emergenza.
In questo contesto ci si sta interrogando da più parti, sulle mutazioni indotte dal cambiamento demografico, per le quali gli attuali schemi di intervento nella prevenzione e nell’assistenza alla non autosufficienza sembrano non rispondere alla domanda e ai bisogni della popolazione.
Mi sorgono almeno tre domande/dubbi iniziali molto generali:
1) Il potenziamento- auspicato e promesso da più parti- della Sanità pubblica, di cui gli anziani sono i “consumatori” più assidui, con l’ integrazione con la spesa sociale riconducibile all’assistenza alla cronicità, è risposta sufficiente e adeguata per far fronte da una parte alle mutate esigenze della popolazione e dall’altra alle caratteristiche della medicina prossima e futura?
Non si rischia di disperdere in un’unica voce interventi e servizi innovativi che si sono sperimentati nel territorio, proprio per la maggiore flessibilità e capacità di rispondere alla domanda?
Nel Report di ottobre della Fondazione Gimbe, presentato al congresso della FIMMG-METIS si parla di 42 miliardi di spesa sociale riconducibile al grande “contenitore” delle cure per la cronicità.

2) È possibile offrire un’assistenza adeguata ai vecchi e prima ancora una prevenzione dei sintomi non solo sanitari del decadimento fisico e psichico della persona, con l’attuale ventaglio di tipologia/ azioni/ organizzazione di interventi?
In queste ultime settimane sono apparsi, in luoghi e incontri diversi, alcuni interrogativi.
Su una piattaforma social appare un post che s’interroga se conviene continuare ad investire in Residenze sanitarie e non rafforzare altre forme assistenziali, come l’assistenza domiciliare o altri interventi territoriali verso i quali sembra indirizzarsi una parte della domanda?
Il post prendeva spunto da un grafico sulla spesa per l’assistenza del Servizio Salute e welfare svedese. I dati riportati evidenziavano come questa diminuisse per le nursing home mentre aumentava per i servizi territoriali (domiciliare Cohousing, Centri diurni etc.).
Su PLV si sono illustrate diverse esperienze rivolte ad offrire risposte non standardizzate sia per anziani che vogliono restare al proprio domicilio, ma necessitano di un aiuto più flessibile e organizzato rispetto alle ore di assistenza domiciliare, sia per chi sceglie una vita più comunitaria. Abbiamo parlato dell’esperienza condotta dalla Bottega del Possibile a Piossasco (qui)
Più volte si sono raccontati i protagonisti( o meglio le protagoniste) promotrici delle cohousing per anziani con demenza, che in forme diverse sono sorte nel Paese, da Udine ( DeMaison)  a Modena (Ca’ nostra).
Sono coinvolti in queste esperienze una molteplicità di soggetti, che agiscono anche con ruoli che si definiscono nei vari progetti.
Da questa varietà di servizi e di risposte non sempre del tutto strutturate, nasce un terzo interrogativo.

3) All’interno di quale architettura i vari soggetti (pubblico sociale e sanitario, terzo settore, volontariato, imprese private, Fondazioni, privati singoli ( ad esempio i caregiver) nonché associazioni di rappresentanza, possono agire nel rispetto delle varie competenze, disponibilità e rappresentatività?
Che ruolo gioca il soggetto pubblico? Quali servizi rientrano nell’offerta pubblica, per gestione diretta o convenzionata? Come si esercitano le forme di controllo? Quali le spese a carico del servizio pubblico e quali a carico dei privati?
Le esperienze sopra richiamate traggono origine e coinvolgono una molteplicità di attori che in ciascuna assolvono  funzioni diverse. Alcune rientrano nel sistema pubblico di offerta, altre sono a gestione privata.
Le differenze non sono solo tra le tipologie di servizi ma anche sul sistema socio sanitario regionale.
Se dovessi tracciare le tappe di questo percorso di innovazione e cambiamento sui diversi ambiti della nostra società aprirei almeno tre tavoli di lavoro:
a) Come affrontare il presente e il futuro di una società che nel giro di qualche decennio avrà un terzo di popolazione ultrasessantacinquenne, con ricadute sulla struttura sociale, economica e culturale del paese.
b) Quale le finalità e i requisiti dei servizi che dovranno rispondere sia alla domanda di prevenzione e salute, sia a quella assistenziale e quali le integrazioni e gli intrecci.
c) Quali ruoli e compiti saranno a carico dei soggetti che partecipano alla creazione e gestione di questa offerta.
Alla fine di tutto ciò c’è una constatazione. L’Italia di oggi non è più quella in cui furono approvati prima la legge istitutiva del SSN (Legge n.833/1978) e poi la Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali di riforma del sistema assistenziale (Legge 328/2000). Erano frutto anche del confronto proficuo tra le forze politiche, sociali ed economiche.
Oggi, più che al confronto, il dibattito sembra tendere alla separazione e ai distinguo. Però c’è sempre una speranza

 

 

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