Una notizia è apparsa sui giornali a fine agosto. Una coppia di anziani, lui 74 anni, lei 67, lui ammalato di tumore, lei di SLA, si sono suicidati in una stanza d’albergo a Carpi (Modena). Ha suscitato per qualche giorno alcuni commenti, poi tutto è finito lì.
Quella tragedia è stata solo l’ultima di una serie di ritrovamenti di corpi di coppie anziane, che decidono di porre fino alla propria esistenza, o con un doppio suicidio o qualche volta un omicidio/suicidio, perché non hanno più le forze e la volontà di continuare quella vita che immaginavano per loro nei giorni a venire.
Ho fatto una breve ricerca in internet. A luglio a Ivrea una coppia di anziani è stata trovata morta a diversi giorni dal decesso, avvenuto probabilmente per cause naturali, senza che nessuno se ne accorgesse.
A Roma altra coppia di anziani (74 e 77 anni) è stata trovata senza vita, in questo caso un omicidio/ suicidio, causa forse le difficoltà economiche che avrebbero impedito di pagare ancora l’affitto.
Poi, solo perché non sono risalita oltre, a Milano a marzo ancora una coppia, due architetti, di 87 e 75 anni hanno messo fine alla propria vita. L’ipotesi anche in quel caso omicidio/ suicidio.

Di più non sia sa in nessuna di queste tragedie, perché poi la notizia scompare velocemente dalle pagine dei giornali. Qualche parola di commiserazione, poi commento finale, come si suol dire, “hanno deciso loro”. Anche se forse in alcuni casi (omicidio/suicidio) non è dato sapere se per entrambi era una scelta consapevole.
Probabilmente dietro questi suicidi o omicidi/ suicidi, emersi da una sola schermata sul computer, altri anziani, che vivevano da soli, sono stati trovati dopo giorni o mesi, nel loro letto. Queste notizie non vanno neppure sui giornali, una volta accertato che non ci sono state effrazioni e/o violenze.
Sono quattro tragedie maturate per ragioni diverse.
C’era una prospettiva di una vita di dolore, per i coniugi di Carpi, forse il timore di diventare di peso ai famigliari, per quella non autosufficienza totale ormai prossima.
C’era la minaccia di perdere la casa dove abitavano per i coniugi di Roma, se non fossero più riusciti a pagare l’affitto, per ragioni economiche.
C’erano forse ancora ragioni di salute per i coniugi di Milano, entrambi ancora attivi nel loro lavoro di architetti.
C’era forse una morte naturale di uno dei coniugi di Ivrea, che ha trascinato anche il decesso dell’altro, forse quello non autosufficiente.
Un filo percorre tutte queste storie individuali, ma anche sociali: la solitudine che, di volta in volta, si acuisce per la presenza di aggravi ulteriori: malattie inguaribili alle quali non si ha più la forza di opporsi, difficoltà economiche che riducono anche i già limitati contatti sociali, indifferenza della comunità perché nessuno si domanda perché quel vecchio o quella vecchia non si vedono più per strada o dal panettiere.
La solitudine è ingigantita quando non si trovano risposte negli altri, siano singole persone o enti per i quali la cura delle persone dovrebbe essere la finalità del loro intervento e quando, banalmente e semplicemente, non ci sono più legami e solidarietà.
Il doppio suicidio dei coniugi di Carpi rinvia ad una scadenza di questi giorni: una modifica che, proprio per alleviare la solitudine e tragicità di assumere decisioni sul fine vita proprio e/o di una persona cara, il parlamento dovrebbe apportare, prima del 24 settembre all’articolo n.580 del Codice penale sul suicidio assistito, in risposta all’ordinanza delle Corte Costituzionale n. 207/2018.
Dobbiamo accettare come ineluttabile e ineludibile perché sono state scelte personali?
La libertà di scelta della persona sulla propria vita è un principio da salvaguardare sovra ogni cosa, ma deve essere accompagnata, se richiesto, da un intervento che ne allevi le sofferenze fisiche e psichiche. Il suicidio dei due coniugi, pur se consapevole e perseguito, doveva avvenire in una stanza d’albergo, senza alcuna assistenza o vicinanza?
Il pensiero corre a Pier Giorgio Welby e alla battaglia sua, della moglie e delle Associazioni che l’hanno sostenuto per aver diritto ad una morte “umana” quando la vita non era più tale.
Per le altre coppie, come per tanti altri anziani, la solitudine, cercata o “imposta” poteva avere cause diverse. Di certo però, senza fare riferimento alle scarse notizie che riportate negli articoli dei giornali, il commento dei vicini di casa, sono sempre gli stessi: brave persone, una coppia silenziosa, gentili e tranquilli, e cose simili.
È difficile sempre tracciare un confine tra il manifestare disponibilità e il non essere invadenti.
Certo è che oggi nel dubbio la scelta, anche sbandierata, è sempre “di farsi gli affari propri”.
Non rientra nei requisiti di una vita migliore risiedere in un luogo in cui si possono intrecciare relazioni con i vicini, senza dover pensare alle risse delle riunioni condominiali.
Ma il “buon abitare” è un primo grado di una convivenza civile, è il primo antidoto. Se n’era già parlato in questi spazi in un’intervista allo psicologo di comunità Elvio Raffaello Martini e in un articolo .del sociologo Walter Orsi.
Se il “buon abitare” è un primo gradino che può dare opportunità di incontro lo sguardo si allarga alla strada, al quartiere, alle organizzazioni di volontariato.
C’è un interrogativo da porsi da parte dei soggetti che operano in questo campo. È vero che sono tanti i bisogni reali e vitali, che gli anziani, specie i “grandi vecchi” manifestano, ma aiutarli a combattere la solitudine, aprire loro spiragli sul mondo esterno non è un antidoto all’insorgere di patologie più gravi?
Rispondere a desideri e aspettative è forse una perdita di tempo rispetto ai bisogni primari?
Non amo molto i termini “socializzazione”, “inclusione” ( anche se si usano anche per praticità) perché fanno parte di un vocabolario che richiama sempre un bisogno letto e rilevato da un soggetto esterno.
Se le relazioni personali, di comunità rientrano in questo ambito, difficilmente potranno trovare risposte sufficienti. Se diventano obiettivi e stili di vita di un luogo piccolo o grande, anche di una comunità condominiale potranno ottenere risultati maggiori.
Su questo terreno può trovare una sua condivisione ed espansione anche quella cultura di un welfare che, invece che dalle strutture residenziali, pur necessarie in alcuni casi, parte dal concetto della domiciliarità in tutte le sue declinazioni.
Su questo ci sono già tante riflessioni, credo non sufficientemente elaborate e sperimentate, perché oltre all’esperienze esistenti, se non vogliamo che s’irrigidiscano in modelli preconfezionati, serve definirne contorni e obiettivi, ma lasciare spazio alle specificità e opportunità locali e , perché no, anche alla fantasia se questa coglie una domanda esistente.

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