Recupero dal testo di luglio queste parole: “mutamenti demografici, ageismo, spesa pubblica e privata, cronicità, vecchiaia e le integro con “longevità, etica, responsabilità, nuovi anziani, società futura”.
È un secondo capitolo sul tema dell’invecchiamento, integrato con gli stimoli da letture (qui) più o meno (qui) e (qui) recenti.
Affiancare alle ricerche, magari con aggiornamenti e investimenti, sulla non autosufficienza e sulle demenze una riflessione estesa ad un campo ampio di interlocutori attuali e futuri, consueti o inusuali, aiuterebbe ad alzare la testa per fare dei problemi anche drammatici attuali (assistenza, caregiver, costi delle famiglie, assenza di terapie risolutive per le demenza) un’occasione per esplorare altri percorsi.
In mancanza di politiche nazionali condivise e con la frammentazione esasperata di quelle regionali, l’assistenza e la cura delle persone rischiano di avvilupparsi su sé stesse, riproponendo, come un mantra, le esperienze anche interessanti sinora maturate, “sdrammatizzando” le demenze con iniziative pubbliche “popolari” e/o cesellando l’agire pratico, anche con brillanti intuizioni, che si ripeteranno per un periodo imprevedibile nei prossimi mesi/anni.

L’offerta complessiva di reti e servizi per affrontare vecchiaia e non autosufficienza rimane ancorata a un’idea di "un vecchio" che più si adatta ai grandi anziani odierni, che a quei "giovani anziani," figli del baby boomer postbellico che saranno i “grandi vecchi” nei prossimi decenni.
A più riprese, ho commentato interventi (pubblici o convenzionati) per la non autosufficienza in Emilia come in Liguria, in Lombardia come in Veneto, mirati solo sulle strutture residenziali più e meno “contenitive”. Segnalavo il rischio di ritrovare nel giro di qualche anno un “patrimonio edilizio consistente” di grossi casermoni rigidi nella struttura e nella gestione, che per le logiche dell’inerzia dell’organizzazione ripeteranno all’infinito, con sempre minore efficacia assistenziale, protocolli di cura sclerotizzati nel tempo.
Rimarrebbero o si aggraverebbero i problemi più urgenti: costi per le famiglie, il carico lavorativo e psicologico per i caregiver, il fiorire di pseudo offerte assistenziali (come le case-famiglia) fuori da ogni controllo. Il ristagno del Paese si riflette ovviamente anche sulle politiche sociali.
Poche le tracce nei programmi di iniziative pubbliche o nei progetti che attingono ai Fondi europei di ricerche che riescano a connettere la lettura del presente con la realtà futura.
Poche, se non nulle, le presenze di soggetti pubblici italiani impegnati nei diversi Centri di ricerca che all’estero stanno indagando e investendo. Probabilmente ci saranno tanti studiosi italiani, ma rari gli enti istituzionali (dalle Università ai Centri di ricerca, dalle Associazioni scientifiche alle strutture statali predisposte).
Significativa a tal proposito tutta l’esperienza italiana del Piano nazionale delle demenze.
Da quanto so le ricerche attuali ( la geroscienza o scienze della vita, le biotecnologie o l’intelligenza artificiale con il sostegno di importanti investimenti finanziari) stanno esplorando, con metodologie e prospettive diverse, territori comuni:
-la durata della vita e le diverse opportunità che servono per renderla vivibile e piacevole;
-gli apporti di una visione sistemica in cui biologi, medici, sociologi e psicologi, ingegneri e programmatori informatici indagano sui “giovani anziani attuali” per conoscere cosa chiederanno (non solo di cosa avranno bisogno) nel futuro per predisporre risposte adeguate;
-la possibilità di innestare su questa popolazione dei prossimi decenni uno sviluppo economico e sociale.
Si parla nel libro “Cambio di paradigma-uscire dalla crisi pensando al futuro” di Mauro Magatti della necessità, anche se con riferimenti più marcati all’economia, di superare l’attuale crisi guardando al futuro. Dice l’autore: siamo in un momento di vuoto di analisi e ipotesi, sia sulla crisi sia sul come uscirne. È un terreno fertile perché nuove idee possano confrontarsi, senza remore e appesantimenti.
Anche le politiche sociali si muovono su un terreno reso sterile dalla mancanza di interventi organici al passo con i tempi, senza idee per il futuro che non siano di contenimento dei danni fisici per le persone ed economici per le famiglie e la spesa pubblica.
Cosa sappiamo degli anziani odierni, nati nel periodo postbellico?. Li consideriamo in quanto caregiver (le donne soprattutto) perché impegnati ad assistere i vecchi genitori o i nipoti, perché i figli poi hanno fatto nascere la propria prole già in età avanzata, per i criteri attuali.
Hanno ottenuto solo recentemente il riconoscimento dagli studiosi che sino a settantacinque anni sono giovani anziani. Significa che tra qualche anno, forse liberi da impegni famigliari, saranno vecchi. Come vorrebbero vivere la loro vecchiaia? Quali le loro disponibilità economiche, visto che sono l’unica e forse ultima generazione che ha goduto di protezione sociale e pensionistica?
Quali sono le aspettative e i programmi? Quali le condizioni di vita che ritengono indispensabili per poter godere del prolungamento della stessa? Cosa sanno di ciò che si sta progettando e ricercando nei vari istituti e laboratori di ricerca diffusi nel mondo? Le possibili conquiste scientifiche che incideranno sulla qualità della vita del genere umano, specie se in età avanzata, da chi e come potranno essere fruibili? Avverrà e si accentuerà una diseguaglianza per ricchezza e conoscenza? Chi governerà la ricerca, im mix pubblico/privato o le leggi del mercato e del consumo?
All’interno di queste domande emergono temi diversi, trasversali e universali:
- etici (diritto di scelta, testamenti biologici, diritto alle cure senza discriminazioni)
- sociali (accesso ai servizi assistenziali e sanitari al momento del bisogno, modalità di fruizione
- economici (disponibilità di risorse, tipologia di consumi, accesso ai servizi generali (trasporto, lavoro, casa)
Chi oggi è in grado di presentare una previsione anche approssimativa su quali saranno le caratteristiche della generazione degli ultraottantenni nei prossimi decenni?
Chi ha interrogato queste persone, chi si fa carico di costruire una cultura che nelle diverse posizioni occupate, modifica gli attuali costrutti mentali e stereotipi sugli anziani, plasmati solo sui bisogni assistenziali o, come ora, sulle creme per nascondere rughe o attrezzi per rafforzare i muscoli?
Gli sviluppi tecnologici e le ricerche scientifiche per rincorrere la longevità non sono più una chimera del mago di turno, ma una realtà che impegna risorse umane e finanziarie e marcia a grande velocità.
Chi (ovviamente in senso ampio) in questo paese può attivare questo percorso di confronto e costruzioni di una società inclusiva per tutti? Chi può vigilare perchè la ricerca e i suoi risultati siano sempre  rispettose delle scelte etiche e  morali della cura e della volontà individuale della persona?

 

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