Si pubblicano quotidianamente sul tema “anziani” numerosi articoli. Quasi tutti hanno come argomento “la salute” anzi la “cattiva salute”. Parole ricorrenti “cronicità, invecchiamento della società, denatalità” accompagnate ovviamente dai dati economici sulla spesa che è/sarà/ dovrebbe essere sostenuta dal SSN e dalle famiglie (ISTAT-qui).
Con una quasi ovvia conclusione: gli anziani ultrasessantacinquenni malati cronici (l’80% dell’intera categoria di pazienti cronici) non si curano più per ragioni economiche, ma anche per gli ostacoli, le procedure amministrative respingenti, il difficile accesso ai servizi.(Osservasalute qui).
Abbondiamo di numeri e informazioni, anche se spesso differiscono solo per la metodologia di rilevazione e non per la ricerca di indicatori significativi (rischiando anche di essere noiosa cito sempre la condizione della donna in generale e quella anziana in particolare, in tutti i campi esaminati) su due macro aree: il quadro demografico e la salute, sempre intrecciate e sempre testimonianza di un peggioramento della situazione. L’aumento della speranza di vita diventa una sciagura per il paese, per di più riguarda le donne “notoriamente” non protagoniste e produttive nella vita del paese.

In altri termini gli anziani sono un peso per questa società, che le politiche pubbliche sociali, sanitarie ed economiche devono cercare di tenere sotto controllo.
È in questa atmosfera e cultura istituzionale che da quasi vent’anni non si elabora una politica per la non autosufficienza (Sergio Pasquinelli- Welforum qui) che significa in primo luogo prevenire e ritardare la perdita di autonomia e di salute (sempre a proposito dei costi della sanità!) e dall’altra non si riesce a modificare la griglia di lettura dell’invecchiamento della società in termini di risorse, produttività, occasioni di sviluppo, ma anche crescita culturale delle persone al pari con le innovazioni che nessuno riuscirà a fermare.
Ciò potrebbe essere anche volano per combattere l’ageismo (stereotipi e pregiudizi sull’immagine dell’anziano) che tutti denunciano come base per le discriminazioni e l’abbandono (sociale, sanitario, culturale) in cui sono lasciati i vecchi.
È difficile però trovare studi e ricerche per combattere questo clima, quando potrebbero aprire non solo strade di convivenza e integrazione sociale tra la popolazione, ma anche percorsi di sviluppo economico, tecnologico e medico.
Gli stessi professionisti che per lavoro si confrontano con uomini e donne anziani, spesso dimenticano che chi hanno di fronte per una patologia o un disagio sociale, in quanto anziani portano sulle spalle tante altre discriminazioni e difficoltà: impossibilità a raggiungere i luoghi delle prestazioni, non accesso alla comunicazione digitale, scarsità di risorse e autonomie personali ed economiche.
L’anziano, come ogni paziente, è la sua patologia, ma più degli altri ha difficoltà a difendere la propria identità.
Ho ripreso sulla bacheca Facebook di Per lunga vita, per ricordare Giorgio Nebbia, morto recentemente, sia l’intervista che ci rilasciò nel 2012 come “protagonista del ‘900” sia l’articolo che aveva scritto per questa pagina, nel 2013, su consumi degli anziani e sviluppo economico (qui). Nebbia ambientalista ed ecologista era uno studioso delle merci, sostenitore, per combattere la massa di rifiuti di una circolarità del prodotto, costruita coinvolgendo dall’industriale al consumatore. Parlando dei “consumi” non studiati per questa fascia di persone si riferiva a tutti gli ausili e le tecnologie per superare perdite di autonomia, ma anche al ripensamento della organizzazione urbana per superare barriere, ostacoli che si sono sempre misurati sui disabili adulti.
Questo tema oggi è ripreso da qualche studioso, ma purtroppo assente anche nelle strategie delle Reti più avanzate per uno sviluppo sostenibile (vedi assemblea annuale dell’ASVIS) che formulano i propri obiettivi non tenendo conto dello sconvolgimento demografico dei prossimi decenni, di cui gli anziani sono componente determinante.
Potrà essere letta questa come un rivendicazionismo di maniera, ghettizzato tra tutte quelle discrepanze e discriminazioni segnalate sul funzionamento di questa società.
È in realtà una fotografia dell’arretratezza di una elaborazione sociale e politica, che si traduce in una miopia sclerotizzata nel programmare sia una diversa partecipazione dei cittadini compresi gli anziani alle scelte delle politiche pubbliche, sia l’ammodernamento e l’informatizzazione dei servizi pubblici, sia lo sviluppo economico e produttivo dell’Italia.
Raramente si sono incrociati e confrontati nel corso di questi anni programmi e strumenti tecnologici introdotti nell’organizzazione dei servizi e della pubblica amministrazione e l’accesso ad essi delle persone. Una lettura solo un po’ attenta coglierebbe in Italia il divario tra le potenzialità delle piattaforme introdotte (si pensi alla sanità in particolare) e i vantaggi ottenute dai cittadini nella loro interazione con il sistema dei servizi.
Su una bassa cultura digitale del paese si sono introdotti, programmi avanzati di informatizzazione e gestione delle procedure, senza minimamente preoccuparsi che coloro che per età e patologie- gli anziani- più ne abbisognano potessero fruirne in maniera adeguata. Devono ancora una volta affidarsi a terzi o rimettersi in fila davanti agli sportelli.
Da quando, oltre venti anni fa, si iniziò a parlare di domotica sino a giungere ai progetti odierni 5.0 da qualunque parte ci si collochi, si assiste ad una comunicazione a senso unico, in cui gli esperti esaltano le performance dei nuovi programmi, i soggetti gestori e potenziali acquirenti ammirano le potenzialità, mentre i fruitori finali sono fuori dalla porta.
Il livello di cultura digitale che si registrava vent’anni fa nei paesi scandinavi, è ancora un traguardo lontano per l’Italia, soprattutto se si considera la popolazione anziana. Se le previsioni ISTAT prevedono che “nel 2050 la quota di ultra65enni sul totale della popolazione potrebbe ulteriormente aumentare rispetto al livello del 2018 (pari al 23 %) tra 9 e 14 punti percentuali, secondo ipotesi più o meno ottimistiche” possiamo pensare che i cinquantenni odierni possano essere cittadini “digitalizzati” se sin da ora non si prende in considerazione il problema? E, interrogativo ancor più stringente, in una società fortemente pervasiva e invasiva per le opportunità del digitale, come potranno i cittadini “non digitalizzati” essere tutelati e difesi dalle intromissioni non richieste?
Ed infine se il riconoscimento della piena cittadinanza degli anziani passa nel considerarli protagonisti dello sviluppo economico, produttivo e sociale del paese occorre operare perché in una società 5.0 essi non siano vittime della “coercizione” sui consumatori per l’acquisto di prodotti e servizi definiti da altri e non dai fruitori finali.

 

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