Girata la boa dei sessanta anni, uno più o uno meno, quali prospettive ha una donna, quali esperienze spera o s’immagina di poter ancora vivere, quali spazi nuovi può conquistare, mantenere e/o difendere?
Esiste un terzo tempo, dopo la gioventù e la maturità, prima di diventare “vecchi” che, secondo gli ultimi proclami sanitari, potranno dirsi tali solo dopo i settantacinque anni? Questo terzo tempo per i “giovani anziani” sarà diverso per gli uomini e per le donne?
Nel giro di pochi mesi si sono sommati alcuni eventi editoriali, che non possono essere solo coincidenze: Lidia Ravera promuove e dirige una collana editoriale, “Terzo tempo” (qui) dopo la pubblicazione del suo ultimo libro (qui) “L’amore che dura”.
Ilaria Tuti esce con “Ninfa dormiente” una nuova indagine di Teresa Battaglia, una commissaria sessantenne in lotta perenne con i primi sintomi dell’Alzheimer.
In questi libri, pur nella forma di romanzo, si parla di donne sessantenni e di voci centrali per la vita di una persona: l’amore, la salute, gli affetti.

Di altri tasselli dell’identità di una persona, donna, over sixty, cosa sappiamo?
Si parla di lei perché caregiver predestinata (scontata l’assenza di aiuti pubblici!!) per gli anziani genitori o babysitter dei nipoti, sempre in funzione di compiti “predestinati” per altri componenti della famiglia.
Cosa sappiamo di lei come persona, qual è il suo stato di salute, la sua condizione sociale ed economica, quali sono le sue relazioni amicali, i suoi divertimenti e i suoi interessi, i suoi progetti? E dall’altro versante: quali ostacoli incontra nella sua famiglia, nella società, ma anche nella sua formazione?
Confermano gli ultimi dati ISTAT  che “Si registra un aumento della componente femminile sul totale dei residenti all’aumentare dell’età: la quota di donne è del 52,8% tra i giovani anziani, sale a 57,1% tra gli anziani ed arriva al 67,7% tra i grandi vecchi”.
La salute delle donne (cause di malattia, prevenzione, cura, farmaci, ricerca) è materia nuovissima a livello mondiale, sconosciuta in Italia sino ad ora, tranne alcune lodevoli iniziative a livello locale e regionale.
Solo il 21 giugno u.s. è stato trasmesso dal Ministero della sanità alla Conferenza Stato regioni il primo decreto della legge (Legge 3/2018- legge Lorenzin): “Piano nazionale per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere, che “si propone di fornire un indirizzo coordinato e sostenibile per la diffusione della Medicina di Genere mediante divulgazione, formazione e indicazione di pratiche sanitarie che nella ricerca, nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura tengano conto delle differenze derivanti dal genere” promuovendo e sostenendo ricerche psico-sociali, biomediche e farmacologiche basate sulla differenza di genere perché siano trasportate nella pratica sanitaria”.
La medicina di genere è per eccellenza una medicina mirata sulla centralità della persona, con le sue caratteristiche e identità fisiche, psicologiche, economiche, sessuali. Se in generale tali obiettivi sono accantonati nella medicina in generale, lo sono ancor più se parliamo di identità di genere e all’interno di questa della salute delle donne non più in età fertile. Tale ignoranza aumenta proporzionalmente con l’età e le donne ultraottantenni sono esseri assessuati, involucri senza identità.
Un dato è assodato in materia di salute: la donna ha una speranza di vita più lunga, ma vive questa disponibilità maggiore di tempo in condizioni precarie e di sofferenza. Perché? Oltre alle varie ipotesi che si elaborano, di quali analisi e ricerche possiamo disporre?
Non meno sconosciuta è la condizione economica e sociale delle donne, neo pensionate e in attività per ancora qualche tempo.
Un recente provvedimento governativo, noto come “Quota 100” che consente l’uscita anticipata dal lavoro con determinati requisiti, dalle notizie riportate dai giornali, non ha pubblicato dati divisi per uomini e donne.
La maggioranza delle domande viene dal settore pubblico dei servizi (scuola, sanità sociale) dove prevalentemente sono donne.
Quali elementi sono raccolti dall’INPS, a quali fini e con quali possibilità di lettura?
Serve ricordare che i dati raccolti dall’ISTAT hanno negli ultimi anni quasi annullato ogni informazione riguardo le “statistiche di genere” – metodologia sostenuta con altre direzioni e ricercatori- e, secondo gli esperti, il clima generale è in netto peggioramento. Sembra che anche indicatori importanti condivisi a livello mondiale, debbano modificarsi in ossequio all’orientamento di forze politiche del governo.
Rimane ancora del tutto sconosciuta l’identità più intima e unica della persona con i suoi progetti, i suoi desideri e aspettative, che le donne ultrasessantenni sentono, immaginano, perseguono.
Tutto pare risolversi- a favore del mercato-in qualche screening ulteriore, magari offerto dal sistema assicurativo, sull’uso degli integratori, sull’adozione di uno stile di vita corretto o nei trattamenti di bellezza e nel ringiovanimento estetico, sicuramente componente spesso anche dell’autostima e del proprio benessere, ma non indicatore unico.
Non è pensabile che tutto il futuro possa e debba rinchiudersi in un impegno assistenziale, oltre quando volontariamente e piacevolmente messo a disposizione dei famigliari.
Non bastano programmazione e costruzione di spazi e iniziative ad hoc, che se possono sollecitare partecipazione rischiano di riproporre esclusioni ed emarginazioni.
Servono proposte culturali, in senso ampio, occasioni e spazi d’incontro in cui per i temi proposti le donne possano spendere il loro tempo nella misura e con chi intendono farlo.
Se l’uomo al bar o a pesca o in polisportiva ha comunque un’offerta di incontri tradizionali consolidati, dove la donna può andare, sapendo che può incontrare persone, scambiare opinioni, praticare i propri interessi che siano il cucito o la lettura dei libri, l’astronomia o il teatro, le attività di volontariato o le passeggiate salutari?
In questi ultimi tempi ci si è accorti (nei convegni) del dramma, perché tale è nel nostro tempo, della solitudine, foriera di altri pericoli, delle persone in particolare delle donne.
Quando è iniziato questo isolamento, scelto o imposto?
Ha origini causali: il pensionamento, la vedovanza, la partenza dei figli per altri luoghi?
Quali sono le circostanze che l’aggravano: la mancanza di relazioni (condominio, vicinato, parentali), le condizioni economiche e le autonomie fisiche e il diverso combinarsi tra di loro?
Quanto influisce la cultura patriarcale assimilata che vuole la donna priva di ogni trasporto affettivo, amoroso o sessuale, separata o vedova, ancor più se ha superato l’età fertile?
Sono tante domande, pochissimi i dati e le informazioni, inesistenti o quasi le ipotesi di lavoro.

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