Cinque articoli selezionati sui giornali di febbraio.
Due sono di “cronaca”: scoperta l’ennesima casa-lager per anziani, nell’Appennino Bolognese; il presidente Mattarella grazia due anziani ultra ottantenni che avevano ucciso la moglie con demenza ( il terzo ottuagenario graziato aveva ucciso il figlio tossicodipendente).
Tre sono di varia classificazione, sul nostro futuro prossimo, molto prossimo.
La prima. In Giappone gli anziani soli e poveri compiono qualche piccolo crimine per poter andare in prigione dove cibo e cure sono garantiti, anche con un certo confort, anche se hai l’Alzheimer.

La seconda, in un blog di scienza, si sofferma sulle previsioni, stante l’attuale conoscenza scientifica, sul numero di pazienti con demenza che dai 40 milioni attuali quasi quadruplicherà nel 2050 con una ipotesi di 140 milioni di individui colpiti.
La terza è di satira “ Satira preventiva” come la chiama l’autore Michele Serra. Titolo: “Aiuto, l’Italia invasa dai vecchi”. Incipit: chi li ha fatti entrare?” parlando dei vecchi.
Le notizie di “cronaca” sono con titolo a una colonna nelle pagine nazionali dei maggiori giornali. Le altre tre in spazi riservati, in “Primo Piano” o nel blog dedicato.
Potrei fermarmi qui perché anche la rilevanza e la collocazione delle notizie o degli articoli parlano: i vecchi di oggi sono soli, devono affrontare, senza il necessario aiuto, una malattia invalidante e angosciante come la demenza del coniuge, oppure essere confinanti in spazi inadeguati, sottoposti ad abusi e maltrattamenti. A proposito: perché si scoprono continuamente questi orrori solo in Emilia Romagna, da Parma a Ravenna, da Bologna a Ferrara? Non credo che l’Emilia Romagna sia questo luogo deputato di brutture. Altrove cosa succede?
La notizia sui vecchi giapponesi autoreclusi è un bell’articolo di “colore” sul dramma della solitudine tra folklore e tradizioni del paese e la realtà odierna.
Le cifre e il dramma sociale dietro le quinte anche nel Paese del Sol Levante ha connotati tragici: si cercano luoghi di “deportazione” in altre paesi.
SErraPoi c’è la “satira” di Serra che descrive una realtà futura ovvia, ma accantonata. È una società che cambia i suoi connotati, i suoi stili di vita, i suoi bisogni e le sue relazioni. Possiamo far finta di niente?
Il peso umano ed economico delle demenze è sì oggetto di confronto tra gli studiosi, ma non appare sugli schermi dei programmatori politici, sociali, economici.
Se tra 20/ 30 anni in Italia circa un terzo degli abitanti avrà più di 65 anni, saranno degli alieni perché nessuno oggi ha delineato quanto cambierà la nostra società. Qualche buontempone assicura che nel 2050 solo l’1% della popolazione lavorerà, ma sicuramente la popolazione dovrà mangiare, spostarsi, curarsi. E se più di un terzo, avrà più di 65 anni potrà forse sperare di essere considerato vecchio solo dopo i 75 anni, ma comunque non sarà in piena forma.
Un terzo di cittadini “inattivi” o come tale considerati dalla società, quanto può incidere, nel bene e nel male sul tessuto sociale?
Non è pensabile che tutto possa essere lasciato alla spontaneità, alle culture locali, alle relazioni famigliari e locali, perché anche quelle si saranno già trasformate ad esempio con la mobilità lavorativa.
I vecchi nei prossimi decenni- non considerando quei privilegiati che nell’accentuarsi delle diseguaglianze si sono collocati nella élite- non godranno di tutte le coperture pensionistiche, sanitarie, sociali che oggi, pur con continue riduzioni possono essere considerati quasi universali per gli ultra sessantenni. La generazione post bellica ha fruito, anche grazie ai propri sacrifici, delle garanzie dello stato sociale, che oggi va sempre più evaporando.
È di questi giorni la notizia che in Svezia si avvia un esperimento per favorire l’occupazione e la salute delle donne lavoratrici e valorizzare con stipendio il lavoro di custodia/educazione delle nonne.
In fondo l’Italia è il paese in cui tutto si affida alla famiglia, che gioca sicuramente un ruolo importante, ma se in futuro i nonni devono continuare a lavorare per raggiungere il diritto alla pensione e poi anche per integrarla, non potranno essere la stampella del nucleo, se non inseriti in un circuito sociale e lavorativo che riconosca sia il legame familiare sia il contributo offerto.
Le previsioni annualmente confermate dell’aumento della percentuale di popolazione anziana nei prossimi decenni non hanno stimolato alcuna riflessione né nell’attuale compagine governativa né in quelle precedenti.
Ritorno alle notizie dell’inizio e provo a riordinarle sotto un titolo onnicomprensivo: i vecchi dove li metto?
Partiamo dalle urgenze non più rinviabili.
1)I vecchi non autosufficienti, soli anagraficamente e/o nella realtà come, da chi, in che modo sono tutelati nei diritti individuali e nelle protezioni sociali (dignità, salute, patrimonio, abitazione, pasti, relazioni etc.)? La rete dei servizi, nell’attuale organizzazione e dimensione, è in grado di garantire rilevazione dei bisogni, controllo delle erogazioni proprie e di terzi?
La risposta d’acchito è negativa, ma nei fatti sono tante le belle esperienze in atto che spesso rimangono solo allo stato sperimentale e cadono all’esaurirsi dei finanziamenti progettuali, fiori all’occhiello al momento dell’inaugurazione.
C’è però, a mio parere, un indirizzo d’origine molto preoccupante. Si stanno cercando e allestendo le soluzioni più facili con contenitori/ contenitivi in cui la flessibilità è solo sinonimo di caos, di approssimazione, incompetenza quando non anche truffa. Sono le soluzioni più deresponsabilizzanti per il servizio pubblico, che ha scelto di non investire, non tanto e non solo economicamente, ma soprattutto in programmazione, elaborazione, progettazione, competenze anche per esercitare funzione di controllo a salvaguardia dei diritti dei cittadini, specie se più deboli.
2) Una modifica così impattante della composizione anagrafica della popolazione dovrebbe imporre una rilettura delle occupazioni future, delle competenze necessarie, delle organizzazioni del lavoro che da un lato dovrebbero prevedere l’aumento dei posti di lavoro , ma nello stesso tempo garantire una vita dignitosa a quella parte di popolazione che avrà bisogno di assistenza, in cui tutti “nonne e nonni” compresi recuperano ruoli sociali e autostima. Sarebbe anche una delle scelte più economiche per la prevenzione e promozione della salute.
Tutti devono impegnarsi a inventare “Start up” o qualcuno può anche essere stimolato, con stipendi e organizzazioni adeguate, ad impegnarsi nei servizi alla persona?
3) La promozione della salute, parlando di una popolazione che invecchia, sono un obiettivo di tutela del cittadino, ma anche di rigore economico. In Italia la speranza di vita è tra le prime in Europa e nel mondo, ma gli italiani vivono peggio degli altri gli ultimi anni dell’esistenza. Se accanto a quelle poche proposte di contenimento nei Centri Diurni e nelle RSA, si iniziasse a progettare e programmare, interventi per mantenere attivi il più possibile chi rischia un’invalidità permanente, fisica o cognitiva, tutti se ne avvantaggerebbero: vecchi, famigliari, cittadini e il Paese Italia.