Sempre più spesso appaiono sui giornali notizie di abusi e violenze su anziani non autosufficienti, all’interno di appartamenti- perché non si possono chiamare servizi!- allestiti “clandestinamente”.
Sono definiti come “case famiglie”, spazi alloggiativi che pur citati tra i servizi socioassistenziali hanno una fisionomia approssimativa. Non sono previste autorizzazioni per il funzionamento ma solo una semplice comunicazione di avvio dell’attività al Comune di ubicazione, lasciata nei fatti alla volontà del gestore.
Ciascun Comune si è dotato o avrebbe dovuto farlo, di un regolamento in cui prevedere i documenti necessari, i requisiti e le modalità di funzionamento e gestione, le forme di controllo e di vigilanza.

Dopo che, in un breve lasso di tempo, in Emilia Romagna sono state denunciati i gestori di due “casa-famiglia” per abusi e maltrattamenti nei confronti di anziani non autosufficienti lì domiciliati, l’assessorato della RER ha annunciato la predisposizione di un documento, “Indirizzi regionali per i regolamenti locali sulle Case famiglia “elaborato da Regione e ANCI Emilia-Romagnacon la collaborazione e la condivisione di Organizzazioni sindacali, Associazioni di pazienti e famigliari, esperti dei Comuni e delle Aziende Usl, Comitati Consultivi Misti.
Dopo la denuncia ei successivi provvedimenti giudiziari serve chiedersi perché emergono queste lacune in vari stadi del sistema di protezione sociale in particolare per le persone in difficoltà nel gestirsi la quotidianità per carenze fisiche e cognitive e relazionali con il mondo esterno e con i servizi.
Possono essere individuate nel clima sociale esistente nel paese, nella scarsa efficacia dell’azione di prevenzione e assistenza pubblica, nei deterioramenti, se non anche inadeguatezze congenite che il sistema di accreditamento e vigilanza ha mostrato nel tempo.
Nel clima sociale influiscono:
1.La generale rarefazione delle relazioni tra le persone dalla rete parentale al condominio, dal quartiere ai luoghi di ritrovo.
2.Le difficoltà anche per le associazioni di volontariato a ridefinire un loro spazio e un loro obiettivo in un contesto impermeabile e diffidente rispetto a tutte le interazioni.
Con la decrescente efficacia degli interventi di protezione sociale, pur nell’esistenza di positive e interessanti esperienze in vari ambiti, la PA ha perso la conoscenza dell’impatto degli stessi e del loro funzionamento e di conseguenza la possibilità di individuare parametri di qualità per:
1)Una scarsa conoscenza, specie nelle grandi città ma non solo, delle condizioni di vita di persone a rischio, che sono intercettate e incontrate solo quando la situazione precipita per qualche episodio improvviso;
2)Una drastica riduzione delle risorse a disposizione degli Enti pubblici, in particolare i Comuni titolari di questa funzione;
3)Le esternalizzazioni della gestione dei servizi, con un passaggio sempre più frequente dall’appalto di gestione alla concessione pluriennale;
4)Il ricorso crescente ai servizi privati accreditati per l’erogazione delle prestazioni
Queste premesse generali hanno consolidato:
a)Un sistema di valutazione della qualità dei servizi che, estraneo al loro funzionamento quotidiano, si è impantanato nella definizione di requisiti e parametri edilizi e organizzativi ultraminuziosi, ma teorici, che spesso bloccano l’operatività;
b)Un’impossibilità di sperimentare e introdurre innovazioni, necessarie per le nuove patologie ( malattie cognitive e demenze ad esempio);
c)Un sistema di controllo e vigilanza che riproduce gli stessi limiti delle norme regolamentari e lascia alla discrezionalità e interpretazioni dei funzionari predisposti, dando loro spesso un potere decisorio mal gestito;
d)Carenze di personale all’interno degli enti che non ha favorito, anche nell’ambito dei servizi socio assistenziali, la possibilità di rioccupare, con risorse e formazione adeguate, gli operatori prima occupati nella gestione, nelle funzioni di controllo e vigilanza;
e)L’impossibilità di estendere il controllo a quelle strutture come le case- famiglia, per le quali non è richiesta l’autorizzazione al funzionamento.
È difficile accettare che, per rispondere all’aumento degli anziani non autosufficienti, si possano programmare solo contenitori, più o meno idonei, più o meno grandi.
Una rete flessibile di proposte anche abitative, così come un supporto dei servizi territoriali alla famiglia o all’anziano per la permanenza nella propria casa possono risposte alternative per persone parzialmente o totalmente non autosufficienti. Bisogna crederci e investire.
La ricchezza esperienziale nei territori conferma quante possono essere le risposte flessibili ai diversi bisogni della popolazione non autosufficiente, da essere assunte come punti di riferimento.
In una diversa configurazione delle modalità di gestione degli interventi (pubblici, accreditati, privati, volontari) tutto il sistema dei controlli e della vigilanza dovrebbe essere sottoposto, in alcuni punti nodali, ad una revisione sia nell’impianto concettuale che nelle azioni pratiche.
A)La molteplicità di soggetti coinvolti richiederebbe l’assegnazione a commissioni indipendenti, come in altri Stati di cultura anglofona ( dall’Australia alla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti al Canada) delle funzioni di autorizzazione e vigilanza. La terzietà delle commissioni garantirebbe una estraneità della stessa ai rapporti contrattuali tra gestori e committenti.
Questo non sostituisce il diritto/ dovere dei contraenti di verificare il rispetto degli adempimenti contrattuali stipulati nei diversi atti. È però condizione perché il benessere degli assistiti non sia barattato con clausole contrattuali, con accordi spesso anche derivanti da scelte, che niente hanno a che fare con la qualità dei servizi.
B)La condizione di salute di un soggetto, le sue capacità di autogestirsi, la sua qualità di vita rispetto alle proprie aspettative sono aspetti che difficilmente possono essere valutati solo con scale, peraltro molto datate, che esaminano le attività della vita quotidiana o il ricorso a specifici strumenti e ausili. Ormai è convinzione diffusa che le risorse di una persona, più o meno deteriorata, s’intrecciano con le sue emozioni, la sua storia, le sue capacità di resilienza, integrandosi con i parametri fisici e cognitivi oggi utilizzati.
C) La terzietà della commissione rispetto ai soggetti gestori e/o titolari di competenze prefigura una presenza di professionisti competenti e formati. Quando nella valutazione si integrano indicatori “numerici” (edilizi, piante organiche, minutaggi di assistenza) con indicatori intangibili, ma rilevabili sommando esperienza, aggiornamento, capacità di osservazione la necessità di un costante aggiornamento risulta indispensabile.
D) Una campagna promozionale informativa rivolta ai cittadini sui requisiti essenziali di qualità dei servizi, perché- sperando che abbiano l'opportunità di poterlo fare- attuino le scelte migliori.
Le fake news nel settore abbondano, spesso anche nelle referenze contrattuali, ma possono anche essere rilevate e denunciate.

 

 

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