Può essere vero che parlare di vecchi soli, di nonne che aiutano i nipoti autistici, di anziani colpiti da demenza in questa contingenza economica e politica, può essere una non-notizia.
È però, pure vero che gli ultimi a veder riconosciuti diritti e opportunità rischiano di più nelle crisi perché depauperati di supporti specie per il decrescere delle risorse pubbliche.
Rischiano di più perché si stanno impoverendo le reti di solidarietà, si abbassa il livello di accettazione del diverso, qualunque sia la diversità rilevata.
Per paradosso, per non confrontarsi con la diversità s’individua “l’untore”, il portatore di disgrazie, in primis, in un “vaccino”, chiamato in causa come responsabile, che sostituisce “l’ira degli dei”, ovviamente scatenata dai pro vaccino.
Tutte le patologie, tra cui l’autismo, che ancora non hanno avuto una soluzione dalla scienza sarebbero da attribuite ad un “entità” manipolata da forze occulte, da qualcosa /qualcuno non controllabile, come le divinità antiche.

Mi è sovvenuta questa riflessione dopo che in un post in un social, probabilmente di una persona raziocinante, ci si chiedeva se pure il morbo d’Alzheimer, poteva essere conseguenza di un vaccino, magari l’antinfluenzale, richiamato in questi giorni.
Se le persone, in buona fede, più insicure, più influenzabili in assenza di risultati risolutivi possono farsi convincere alla caccia all’untore, dall’altra gli esperti ufficiali della scienza preferiscono, per non rischiare, posizionarsi su due livelli diversi.
Se si ritengono scienziati esperti avvertono i famigliari che non c’è niente da fare- sino a che la scienza non avrà trovato una soluzione- se non aspettare l’ultimo atto; se apprezzano visibilità e informazione, pubblicano con grande enfasi i risultati di tutte le ricerche, senza circoscrivere l’esatta validità e verificabilità.
La divulgazione è importante, ma non può prescindere da una sua etica, che in questi tempi sta mostrando tutta la sua fragilità.
L’informazione, come ripeto spesso, che giunge alle persone è doppiamente pericolosa perché invita alla rassegnazione, ma nello stesso tempo sparge ansia e preoccupazione a piene mani così ognuno, ad ogni episodio anomalo, s’interroga immediatamente sulla possibile malattia in agguato, attingendo da quelle più richiamate.
Sicuramente, specie per gli anziani, serve a moltiplicare esami, diagnosi, farmaci a fronte di episodi, reali o immaginati, nei comportamenti quotidiani spesso provocati proprio da ansie, stress, paure.
Le demenze e le loro origini sono sicuramente uno dei nodi irrisolti della nostra epoca.
Richiamano la paura che nei decenni scorsi accompagnava la diagnosi di un “cancro”, termine onnicomprensivo, sinonimo di qualcosa di maligno e incurabile “un brutto male”. Poi la scienza e la pratica hanno costruito una realtà multiforme in cui vi sono condizioni incurabili, ma altre cui con terapie diverse è possibile mettere riparo, con esiti positivi definitivi.
Questo salto non è ancora avvenuto per le demenze.
Si rilevano sintomi d’esordio più o meno precoci, s’informa che non c’è soluzione perché la patologia è degenerativa.
Quando va bene si offrono palliativi, il più delle volte dei contenimenti psicologici, farmacologici, ambientali.
Questa visione di una patologia ancora non debellabile influenza le politiche sociali e sanitarie della P.A., condizionata nelle risorse e spesso poco lungimirante negli obiettivi.
I soggetti privati dal canto loro marciano troppe volte sul guadagno sicuro, facendo leva sulle difficoltà pubbliche nel rispondere ai bisogni delle persone.
Il “non c’è niente da fare” induce a individuare solo contenitori d’accoglienza- più o meno accettabili- per gli anziani con autosufficienti, tanti annunci di RSA e villaggi Alzheimer, ma pochissimi progetti di assistenza flessibile e personalizzata.
Tra la diagnosi più o meno precoce e lo stadio finale pare che niente possa essere previsto, promosso, programmato.
I contenitori, più o meno grandi, sono la sola strada percorribile nella programmazione di politiche sociosanitarie?
Solo le grandi società di gestione, private o cooperative che siano, possono essere i soggetti privati con cui interloquire?
Le belle e varie esperienze diffuse sul territorio nazionale di assistenza a persone non autosufficienti, anziani ma non solo, non possono essere studiate per costruire una gamma di interventi sui quali definire rapporti tra pubblico e privato, modalità di intervento e di finanziamento, clausole contrattuali e sistemi di controllo?
Si può uscire da una perenne fase sperimentale- spesso gestita da soggetti locali, volontari, piccole cooperative, associazioni di promozione sociale- di tipologie di aiuto personalizzate e tracciare modelli organizzativi e gestionali su cui confrontarsi?
Abbiamo dati precisi e confronti tra i costi, solo economici e finanziari, per persona in una RSA o ad esempio in una cohousing (termine inglese moderno per gruppi appartamento o comunità alloggio)? Dei costi umani già si sa, sono inaccettabili.
Nella realtà odierna coesistono pochissime gestioni pubbliche in cui fare ricerca e innovazione, tantissime realtà in concessione a soggetti privati o cooperativi, con assurdi bandi in cui esiste solo, nei fatti, un controllo formale, una crescita esponenziale di “contratti” in cui solo nella fase di assegnazione si prospettano i contorni dell’accordo, ma tutta la gestione è poi, per un tempo lunghissimo, lasciata alle scelte del gestore. E il controllo di qualità spesso brilla per assenza nella PA.
Poi ci sono le case famiglie, fuori sino ad ora da ogni regolamentazione, luoghi principali di abusi e violenze.
Quando si iniziò a parlare nei primi anni ’80 di Case protette, Centri diurni poi RSA, nei diversi livelli istituzionali si tracciarono contorni e contenuti di questi servizi sui quali il soggetto pubblico si misurava con apporto dei gestori privati.
Si usciva da una stagione di grandi fermenti culturali e sociali, che aveva visto la chiusura degli ospizi, dei manicomi nell’acquisizione condivisa che i grandi numeri confliggono con la personalizzazione, l’umanizzazione, il rispetto delle persone e la qualità dei servizi. Confliggono anche con efficienza e efficacia.
Oggi queste tipologie d’aiuto, nate per determinati bisogni, in un momento specifico, rispondono ai bisogni delle persone? Non sarebbe necessario rivedere l’intero impianto dell’assistenza alla non autosufficienza?
Quando vedo ripresentarsi in tante regioni italiane, conosciute in passato per la qualità dei servizi, gli accordi pubblico/privato per grandi contenitori (siano edifici o pseudo villaggi) per residenti con demenza, perché questa è la destinazione, mi interrogo con angoscia: oltre agli untori resuscitiamo anche lazzaretti e ospizi?


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