alessandro rosinaAlessandro Rosina- Docente universitario e saggista. Studia le trasformazioni demografiche, i mutamenti  sociali, la diffusione di comportamenti innovativi.

Iniziamo dal titolo di un suo libro: “Il futuro non invecchia”  per una riflessione sulla società italiana, proiettata in un futuro con un’alta percentuale di “anziani”, dai giovani anziani ai grandi anziani.
Riprendo, sperando di avere ben inteso, alcuni concetti o valutazioni riportati nel suo saggio: a) non è possibile fermarsi nell’evoluzione del mondo e tornare indietro perché comporterebbe rinnegare le conquiste che hanno sconfitto la mortalità infantile e prolungato la vita; b) le persone invecchiano, ma vivono anche più a lungo (in buona salute), la popolazione evolve continuamente ma, in un’analisi statistica, può anche ringiovanire; c) ad un certo punto la popolazione si riequilibrerà e trionferà la longevità. Cosa significa questo e cosa succederà poi?

L’Umanità sta attraversando una fase unica della propria storia, che va sotto il nome di Transizione demografica. Questo processo è iniziato in Europa e si è poi esteso a tutto il pianeta. Corrisponde al passaggio da un mondo in cui il numero medio di figli per coppia era pari a cinque o superiore e la durata media di vita oscillava tra i 30 e i 35 anni. Questa era ancora la condizione di tutti i paesi del mondo nella prima metà del XIX secolo, ovvero fino a poche generazioni fa. La transizione prevede che i rischi di morte siano quasi azzerati dalla nascita fino all’entrata in età anziana e che la fecondità scenda fino a posizionarsi attorno a due. Quando, infatti, la probabilità di morte in età prematura è trascurabile, sono sufficienti due figli per sostituire i genitori e mantenere così in equilibrio il rapporto tra generazioni. La riduzione della mortalità porta ad un aumento della popolazione, ma anche al suo invecchiamento progressivo perché si vive più a lungo. La riduzione delle nascite porta invece ad una riduzione della crescita, ma accentua ulteriormente l’invecchiamento della popolazione perché aumenta il peso degli anziani rispetto alle generazioni più giovani. Si tratta di un processo irreversibile (a meno di non tornare a vivere poco e ad avere tanti figli) che porta quindi a una nuova composizione della popolazione con maggiore presenza di persone “ricche di età”. Mentre però la longevità non ha necessariamente un punto di arrivo, la fecondità oltre un certo livello non può scendere altrimenti si rischia l’estinzione. Supponendo quindi che la fecondità si stabilizzi attorno o poco sotto i due figli per coppia, la riduzione delle nuove generazioni andrebbe a stabilizzarsi mentre la durata di vita può continuare ad aumentare grazie ai miglioramenti medici, all’innovazione tecnologica, ad una maggiore attenzione verso la prevenzione, la qualità dei consumi e nuovi stili di vita. Questo significa che l’accelerazione verso l’invecchiamento è dovuta alla riduzione delle nascite, che produce squilibri demografici, ma poi a regime dovrebbe agire solo l’aumento della longevità, che va affrontata come sfida di aggiungere qualità agli anni di vita in più.

Lei parla di tempo storico ( e di tempo individuale).
Nel tempo storico ci sono le varie epoche che si sono susseguite, in cui le persone hanno conquistato grandi traguardi, in quella che lei definisce la “Transizione demografica”, perché sono i parametri demografici che evidenziano i cambiamenti.
Lei nomina, tra gli altri, due processi: la ridotta fecondità e la longevità, che se ho ben compreso, sono i mutamenti più significativi nel nostro tempo storico.
La fecondità, afferma, non è più casuale, ma all’interno delle scelte individuali, soprattutto delle giovani donne.
La longevità è frutto dei progressi scientifici e tecnologici e della sconfitta delle malattie.
Però sono due processi che invece di essere vissuti come progresso sembrano diventare una tragedia. Perché la longevità non è colta come una conquista e un’opportunità?
Se la fecondità scende e rimane troppo sotto i due figli per donna, produce come conseguenza uno squilibrio nel rapporto tra generazioni e soprattutto riduce la popolazione giovanile e al centro della vita lavorativa. Invece, se la fecondità rimane solida, la popolazione che via via entra nell’età produttiva non si riduce e l’espansione in avanti delle età della vita è tutta vita guadagnata da riempire di opportunità e qualità.
L’aumento della longevità ha alla base la sconfitta della mortalità prematura e ha reso da condizione comune a caso raro la morte di un figlio prima dei genitori. È quindi un sogno per l’umanità realizzato quello di celebrare la nascita di un figlio e sapere che con alta probabilità potrà arrivare all’età dei nonni ed andar oltre. Quello che però ogni nuova generazione deve chiedersi è quale valore individuale e collettivo dare a questo “andar oltre”, mettendo le persone in grado di cogliere le migliori opportunità in ogni fase di una lunga vita attiva. Ma con strumenti anche per dare dignità al tratto finale, spostato sempre più in avanti.

Lei parla di generazioni, cioè di quell’insieme di individui che, all’interno di una certa fascia d’età, hanno influito in maniera determinante sui cambiamenti sociali, economici e demografici: la generazione della fine dell’800 e primi del novecento è artefice della rivoluzione industriale; la generazione degli anni ’20 del boom economico, dopo la seconda guerra mondiale; la generazione dei baby boomers, molto numerosa, s’identifica con i giovani che volevano cambiare il mondo. Questi sono oggi quei “giovani vecchi” accusati di non voler cedere il “potere”. Poi le successive generazioni- i Millenials e la generazione Z- paiono non aver più obiettivi. C’è sempre un mutamento generazionale anche se non caratterizzato da avvenimenti epocali? Può una generazione fare senza la precedente o non confrontarsi con quella che la segue?
Come scrivo nel libro, “nessuna generazione può star meglio contro le precedenti e senza le successive”. Ogni generazioni deve giocarsela, mettendo anche in conto la possibilità di fallire, del tutto o in parte, nel cogliere e vincere le sfide del proprio tempo. Ma è doveroso anche che le generazioni precedenti consentano a quelle entranti di trovare risorse, spazi e strumenti adeguati per trarre il meglio di sé.
L’errore principale che può fare una comunità è indurre le nuove generazioni ad adattarsi al mondo di oggi, a quello che il presente offre, mentre vanno, al contrario, incoraggiate a mantenere alta l’ambizione di cambiare la realtà per costruire un futuro più in sintonia con propri desideri e potenzialità.
È quindi necessario che adulti e anziani riconoscano alle nuove generazioni di essere portatori di nuovo valore, ma anche che i giovani riconoscano alle generazioni precedenti il valore di quanto è stato ad essi trasmesso. È il negarsi questo valore reciproco che blocca la crescita del bene comune.

A fronte di un’ipotesi che vedrà persone lasciare un lavoro attivo, con la prospettiva di avere ancora 20/25 anni di vita in buon stato di salute e giovani che, in una ridotta presenza di “ascensori sociali”, rischiano di essere confinati nell’età più attiva e produttiva ( dai 30 ai 40 anni) in lavori poco gratificanti e precari, quali i possibili punti di congiunzione e di reciproco vantaggio? Quali le politiche che possono non solo evitare una spaccatura tra generazioni, ma anche essere promotrici di crescita economica e sociale?
Si deve puntare alle opportunità di ciò che crea valore con le persone favorendo prima di tutto adeguata formazione nell’età giovanile, ma promuovendo anche salute e impegno attivo lungo tutto il corso di vita. Si deve quindi al contempo puntare sulla possibilità che gli attuali 25enni tra vent’anni, quando ne avranno 45, possano essere in modo solido e qualificato al centro della vita attiva del paese. Ma va anche valorizzata una lunga vita attiva nelle età considerate tradizionalmente anziane. Agire in questa direzione non significa pretendere che chi ha 65 anni sia in grado di fare le stesse cose (e allo stesso modo) di quando ne aveva 45, ma metterlo nelle condizioni di fare meglio e di più rispetto a un 65enne di vent’anni fa.
Se, in particolare, la fase più matura dell’età adulta va considerata un terreno via via sempre più fertile che in passato, è però anche vero che per dare i suoi migliori frutti deve essere coltivata con nuovi efficaci strumenti. Questi strumenti, che vanno sotto il nome di Age management, sono ancora poco promossi e sviluppati nel contesto italiano. Comprendono al loro interno anche misure che favoriscono la collaborazione tra generazioni all’interno di aziende e organizzazioni.

È quella sempre più personale, ma anche per questa prendo spunto dal suo libro.
Tra le dieci parole (più una) che iniziano per “f”, che sceglie nell’ultimo capitolo “per un futuro che non invecchia” io ne estraggo quattro: forza/fragilità, fiducia, femminile, felicità. Perché influenzano il futuro e perché le ha scelte?
Spesso quando pensiamo al futuro lo immaginiamo caratterizzato da nuove conquiste tecniche che aumentano la nostra capacità di fare. Ma il fare di successo, come viene sottolineato nel libro, non può essere disgiunto dal valore generato che sta in stretta relazione con l’essere e con l’essere in relazione. Per costruire allora una lunga vita di successo è necessario riconoscere le proprie fragilità e trarre forza dalla capacità di imparare dai propri errori all’interno di un processo di continua crescita personale. Questo vale ancor di più nella dimensione femminile. Rispetto al passato è sempre meno la forza fisica che conta, mentre l’aspetto emotivo più che fragilità può essere un valore aggiunto dell’intelligenza che arricchisce l’essere e il fare.
Le donne sono la componente della società che maggior spinta può dare a un nuovo modello sociale e di crescita che anziché sulla quantità punti sulla qualità. Senza però fiducia in sé stessi, negli altri e nel futuro, tale crescita non è possibile, perché ci si trova schiacciati in difesa. La capacità di combinare tutte queste “f” fa la differenza tra rassegnarsi al futuro che capita o contribuire a costruire un futuro in cui riconoscersi e che lasci qualcosa di positivo dopo di sé.
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