26 dicembre 2015

Schermata 2018 10 19 alle 19.37.33In questi ultimi giorni mia madre ha iniziato a parlare sempre più spesso di avvenimenti che hanno quasi la mia età. Io, che non li conosco, li trascrivo velocemente su una vecchia Moleskine e, ogni tanto, guardo mio padre per chiedere conferma su qualcosa che non mi convince del tutto. Scrivo di fretta e salto alcune pagine su cui la mia calligrafia ha segnato appunti indecifrabili, pensando che nella sua testa succeda una cosa simile: vecchi ricordi frettolosi che ne seguono altri indecifrabili, a volte strappati a metà.
Sebastiano, da quando è stato diagnosticato l’alzheimer di Lucia, si è preso cura di lei, da solo, sopportandone gli sbalzi d’umore e le prime lievi dimenticanze. A volte, però, le continue domande di Lucia lo spazientiscono e finisce che le risponde male. Così, a sua volta, lei replica e vanno avanti fin quando uno dei due non decide di lasciar perdere.
In questi giorni le cose vanno meglio. Lucia è felice del mio ritorno a casa e, così, la sua attenzione e le sue domande sono tutte indirizzate a me.
Ogni tanto, come se tutto fosse normale, racconta alcuni episodi della sua vita. A vederla oggi, nulla fa presagire il crollo che ci sarà dopo il ricovero di mio padre, fra poco più di tre mesi. A vederla oggi, nessuno potrebbe pensare che mia madre sia malata di alzheimer.
Mentre porto a tavola il caffè insieme a delle piparelle siciliane, Lucia ha appena finito di parlare al telefono con una vecchia amica e sta ancora sorridendo. Poi, facendo finta di nulla, si avvicina a mio padre, gli fa il solletico sul fianco e ride, mentre lui salta dalla sedia e impreca una, due volte.
L: «Sebastiano, ma ti ricordi che Elena mi aveva consegnato la tua lettera?»
S: «Certo che me lo ricordo, l’ho scritta.»
Mia madre diventa tutta seria e poi si gira verso di me.
L: «Tu non lo sai ma Elena faceva la ruffiana con me e con tuo padre.»
M: «In che senso?»
L: «Nel senso che faceva la ruffiana.»
M: «Cioè?»
L: «Ma cos’è, non capisci? Faceva la ruffiana.»
M: «Ah, la ruffiana» dico io, senza aver ancora inteso il senso.
L: «Eh, la ruffiana. Mi consegnava le lettere che tuo padre scriveva per me.»
M: «Ma dai, ti scriveva delle lettere?»
L: «Certo. Non lo sapevi?»
M: «No, non avete mai detto nulla.»
L: «Scriveva belle lettere d’amore ma io non gli rispondevo nemmeno.»
M: «Ma le avete ancora quelle lettere?»
L: «No, mi sa che sono state buttate parecchi anni fa.»
M: «Ma no, perché?»
S: «No, che buttate! Mi sembra che si sono perse durante qualche trasloco» replica mio padre, anche se con poca convinzione.
M: «Vastià, e che le scrivevi?»
S: «Fattelo dire da lei.»
L: «Ma sai che non me lo ricordo?»
M: «Come non te lo ricordi?»
L: «È che all’epoca, onestamente, non ricordavo nemmeno che tuo padre fosse capace di scrivere.»

Ridiamo e finiamo di bere il caffè. Poi Sebastiano si siede sulla poltrona mentre Lucia finisce di lavare i piatti e viene a sedersi accanto a me, a sfogliare una rivista. Dopo qualche minuto, alza gli occhi verso di lui e riprende.
L: «Vastià, ma tu ti ricordi la prima lettera che mi hai scritto?»
S: «Scrivevo a tante, ora faccio un po’ di fatica a ricordare bene la tua.»
L: «Sto buffone. Ma sai che non mi ricordo proprio cosa c’era scritto?», risponde Lucia sorridendo.
S: «Ti chiedevo di vederci da soli dietro ‘a via nova.»
L: «Ah, è vero. Ma io ci sono venuta dietro la via nova?»
S: «No, non ti sei presentata.»
L: «E tu, che hai fatto?»
S: «Ti ho scritto un’altra lettera.»
L: «Sai che non mi ricordo nemmeno questa?»
S: «Lucia, però all’epoca le mie parole non te le scordavi.»
L: «Certo che no! Non sai quante risate mi facevo con Elena quando le leggevo le tue lettere.»
Lui la guarda, sorride e non risponde, fingendo indifferenza. Lei, dopo pochi minuti, chiede di nuovo informazioni su quella lettera.
L: «Vastià, ma ti ricordi la prima lettera che mi hai scritto?»
S: «Ricordo solo che era meglio non scriverla», dice.
Ma poi sorride, col suo modo di fare, e gliela racconta. Per altre tre volte in un’ora e mezza.
© Marco Annicchiarico
12 gennaio 2017
Questa mattina sono morto due volte, una in meno di mio padre. Lucia, quando lo racconta, soffre come se fosse accaduto davvero; l’unica cosa che riesco a fare, in questi momenti, è distrarla, cercando di cambiare argomento. Rivivere il lutto, infatti, non è una cosa che l’aiuta a stare meglio, anzi.
La prima volta racconta che, prima di andarmene via per sempre, ho lasciato il letto sfatto e la camera in disordine, un po’ come capita in questi giorni; non si sa bene come sia successo, ma mia madre ha sentito dire dai vicini che sono finito sotto a una macchina, investito in pieno centro.
La seconda volta, addirittura, sembra che sia andato via di casa in piena notte, senza nemmeno salutarla. Lei, al risveglio, dopo aver appreso dal telegiornale della mia scomparsa, ha pianto seduta sul letto perché non era riuscita a salutarmi per l’ultima volta.
Lucia, però, non ha mai assistito al mio funerale. Dice che avrebbe sofferto troppo e, così, nei giorni successivi si è fatta raccontare tutto dagli altri parenti.
Tra l’altro non ha mai voluto svuotare il mio armadio e, visto che mi vuole bene, mi ha dato il permesso di poter usare i vestiti di Marco.
L: «Avete la stessa taglia e, alla fine, è come se fossi mio figlio anche tu.»
M: «Scusa, allora a questo punto ti posso chiamare mamma?»
Ci pensa e poi dice che va bene.
L: «Però fallo quando siamo da soli, altrimenti pensano che hai preso il posto di mio figlio. Sai, quelli sono gelosi.»
Sorrido, anche se è tutta la giornata che parla di me come se davvero non ci fossi più. Anche oggi, seguendo le indicazioni della terapista occupazionale, cerchiamo di fare con Lucia un po’ di “stimolazione cognitiva”. Questo tipo di intervento aiuta a rallentare il decorso della malattia e si può fare chiedendo al malato di svolgere un’attività che ha sempre amato e che quindi risulti piacevole, in grado di fornirgli un riscontro positivo da parte di chi sta intorno. Così, ho chiesto a mia madre se poteva fare delle polpette al sugo; in questo modo, visto che la cucina è sempre stato il suo regno, lei mantiene attive le sue abilità residue e svolge un’attività importante che aumenta la sua autostima. La cucina è l’unico modo in cui riusciamo a coinvolgerla. Con l’avanzare della malattia, le polpette di mia madre assumono una forma sempre meno tonda e più ovale, diventando ogni volta più grandi. Proprio come le dimenticanze nella sua testa.
Poi, dopo aver messo anche l’ultima polpetta nella pentola, poco prima di togliersi il grembiule, con una voce malinconica si guarda intorno e sussurra “a Marco le mie polpette ci piacevano molto“.
Così, un po’ per gioco e un po’ perché parlare di me la rende tranquilla e quasi la diverte, inizio a chiedere se mi può parlare di questo Marco.
M: «Lucì, è possibile che ne parli sempre?»
L: «Sai, è che a lui volevo molto bene.»
M: «E perché?»
L: «Perché lui era sempre gentile e mi diceva tutto. E poi si faceva voler bene da tutti.»
M: «Ma dai! Possibile? Io sapevo che Marco aveva un brutto carattere.»
L: «Ma quale brutto carattere? Non era lui quello col brutto carattere! Gli volevano tutti bene al piccolo. E poi chiamava tutti i giorni, non come quegli altri.»
M: «Io sapevo diversamente.»
L: «Ma che sapevi tu, che sapevi? Sua nonna lo portava anche all’asilo. Sai, era così attaccato con la nonna e anche con me, era attaccato con tutti.»
M: «Ho anche sentito dire che fosse una persona cattiva, che fingeva di fare il buon samaritano per fregare gli altri.»
L: «Dai non dire cazzate», dice ridendo.
M: «Ma almeno era bello?»
L: «Sì. Perché non ho le fotografie se no ti facevo vedere. E poi era anche un bonaccione, più di tutti gli altri.»
M: «Quindi non era cattivo come dicono?»
L: «Ma no, chi te l’ha detto? Da chi l’hai sentito? Dal culo tuo l’hai sentito.»
Scoppiamo a ridere. Intanto Giorgia mi guarda, incuriosita da queste domande strane. Poi Lucia riprende:
L: «Marco era un bonaccione ma non te lo voglio dire io.»
M: «Eh, dici che non vuoi dirlo tu ma continui a farlo.»
L: «Se lo vuoi sapere, quando viene Linella te lo faccio dire da lei.»
M: «Lo conosceva anche Lina?»
L: «Te l’ho detto, lui si faceva voler bene da tutti. Pensa che con la nonna era lu meglio nipote, guai se lo toccavano.»
Squilla il telefono e Giorgia va a rispondere.
L: «Quando trovi a Linella ce lo chiedi. E se adesso è lei, te lo faccio dire subito, così capisci.»
Al telefono, invece, è una ex collega di mia madre; Giorgia le passa il telefono e Lucia inizia a raccontare che tutto va bene, che proprio oggi è rientrata dall’Irpinia, dov’è andata a trovare i suoi genitori.
L: “Sì, i miei! Adesso stanno bene, grazie a Dio. E i tuoi, invece, come stanno i tuoi?”
Intanto Giorgia, cercando di soddisfare la sua curiosità su queste mie domande, si avvicina e a bassa voce mi chiede perché gliele stia facendo.
G: «Fa parte della terapia?»
M: «No.»
G: «Ah, non serve per aiutarla a ricordare qualcosa o a stare più calma?»
M: «No, assolutamente.»
G: «E perché le hai fatto tutte queste domande su di te?»
M: «È solo che, anche se non ha la più pallida idea di chi sia, ogni tanto mi piace sentirle dire che mi vuole ancora bene.»

11 giugno 2017

Schermata 2018 10 19 alle 19.41.18Anche se non dice nulla, questa sera Lucia è un po’ agitata. Questo pomeriggio ha chiesto a più riprese dove fosse suo padre, dov’era andato, con chi si trovava e quando sarebbe tornato: «Perché torna, vero?». Prima di riuscire a farle cambiare discorso, ho cercato di rispondere (un’infinità di volte) restando sul vago il più possibile. Verso sera abbiamo iniziato a giocare a carte e poi abbiamo visto in televisione l’amichevole dell’Italia. È stata una sua richiesta, visto che a Lucia piace cantare l’inno della nazionale di calcio, nonostante ormai non ricordi più molte di quelle parole.
Poi, dopo averle fatto vincere una partita a scopa, usando regole inventate di sana pianta, come se tutto le si fosse finalmente svelato, ha iniziato: «Ma senti un po’, il papà mio non c’è più, no?»
M: «No, è morto parecchio tempo fa.»
L: «Eh, perché mi ricordavo che…», ma poi si ferma senza finire la frase. Restiamo entrambi in silenzio per qualche minuto e poi le chiedo se per caso non l’abbia sognato.
L: «Eh, sì. Pensavo anch’io, dico…», ma in realtà non dice altro. Visto che le sembrava plausibile il discorso del sogno, insisto, cercando di prevenire qualsiasi tipo di ragionamento che mi possa mettere in difficoltà.
Infatti, è già successo in passato che mia madre si svegliasse in piena notte e venisse da me per raccontare qualcosa di assurdo. Io rispondevo sempre che l’aveva sognato, le mettevo una mano sulla spalla, sorridevo, e le dicevo di stare tranquilla, che era stato solo un brutto sogno. Poi, quando sembrava convinta, la portavo a fare un giro della casa, per farle vedere che era tutto a posto e non c’era nessun altro. Così, mi sono detto, proviamo a sfruttare questa tattica.
M: «Lucia, magari è che adesso l’hai sognato.»
L: «Mentre stavo lì a guardare lu coso pensavo che steva qua
M: «E allora sì, probabilmente è perché l’hai sognato. A volte ti capita che lo sogni e…»
L: «Sì, perché ho pensato che l’avevo sentito…» mi interrompe subito.
M: «Per quello. A volte infatti capita che lo sogni e poi vieni da me a chiedere “ma dov’è, era qua”. Così ti dico “no guarda che l’hai sognato” e poi mi dici “ah sì, è vero è vero”.»
A questo punto Lucia cambia argomento e finge interesse per la Nazionale: «Allora, quanto stanno questi altri?»
M: «Vince l’Italia 2-0 ma è una brutta partita.»
L: «Ma tu adesso vai a letto o?»
M: «O.»
L: «Che poi papà mi parlava di quello là.»
M: «Di quello là chi?»
L: «Di quello che c’era a casa.»
M: «E chi è quello che era a casa?»
L: «Perché, tu non lo conoscevi?»
M: «Boh, non ho capito di chi parli. A te cosa veniva questo qua?»
L: «Niente, non era nessuno. Papà l’aveva fatto venire a casa.»
M: «E quindi è venuto per un po’ e poi se n’è andato via?»
L: «Nooo, è stato parecchio, parecchio tempo. E poi, chi lo sa, se n’è andato.»
M: «Ma io ero già qua o sono arrivato dopo?», chiedo cercando di capire di chi potrebbe parlare.
L: «No, tu sei arrivato dopo. E io dicevo… Caspita, non mi ricordo il nome.»
M: «Fa niente, tanto un nome vale l’altro. Quindi è stato a casa per un po’ quando c’era papà ma poi se n’è andato via senza dire nulla.»
L: «Eh, senza dire nulla se n’è andato.»
M: «Vabbè meglio così.»
L: «Dici?»
M: «Dico.»
L: «E perché se n’è andato?»
M: «Secondo me quello non ti poteva sopportare e allora se n’è andato via. Tu che dici?»
Lucia ride e chiede un biscotto per il caffè.
L: «Perché ti prendi lu coso mio?», chiede indicando il tovagliolo.
M: «Lo butto perché è tutto sporco.»
L: «Ma che sporco e sporco.»
M: «Vedi?», le dico mostrandoglielo aperto. «È tutto stropicciato e sporco di sugo.»
L: «Naa, il tuo culo è sporco.»
Scoppiamo a ridere. Si mangia il biscotto e, prima di finirlo, ne prende un altro dal sacchetto. Con la scusa di un’occasione mancata dalla Nazionale, la distraggo e nascondo il sacchetto. Fosse per lei, da quando è malata, sarebbe capace di mangiarsi tutti i biscotti, uno dietro l’altro. Nell’alzheimer, soprattutto nei casi di demenza fronto-temporale, spesso viene compromesso il senso di sazietà. Quindi si attraversa un periodo famelico che poi, come per tutti i tipi di demenza, svanisce lasciando il posto al problema opposto.

L: «Pensa che papà disse va che stronzo.»
M: «E perché?»
L: «Perché è stronzo. Dice è venuto in casa, gli abbiamo dato da mangiare, l’abbiamo trattato bene e lui se n’è andato. Stu strunz
M: «Quindi aveva assunto qualcuno che lavorava con lui all’epoca?»
L: «Sì, ma poi non ha chiamato più nessuno. Papà non si manteneva coi soldi, quello che doveva dare gli dava. Quando questo se n’è andato disse ma vafammocc, ora li fazzo io e me li piglio io li soldi e così non ha pigliato nessun altro. È stato quel periodo là che… lui lavorava. Dice caspita li paghi e c’erano quelli che non erano contenti.»
Non la interrompo e la lascio parlare. Molte delle cose che sta raccontando, che continua a ripetere per tre, quattro, cinque volte, non sono vere ma non puntualizzo nulla perché so già che non serve. Fingo di essere interessato per farle raccontare quello che ha in testa. Mi piace pensare che, se tira fuori tutte queste storie, da sotto quei ricordi inventati potrebbero riprendere ancora forma i suoi ricordi, quelli veri.
L: «Poi un altro ragazzo sempre di Zungoli stava con papà, con lui, mangiava e così…»
M: «Ma imparava il lavoro da falegname?»
L: «Eh qualcosa imparavano. Allora piglia e se n’è andato, se n’è andato senza dire niente. Papà disse vafammocc, non aggia piglia chiù nisciuno.» Ride.
L: «Diceva capisco se non li pago, non è che fanno le cose per niente sti guagliuoni, disse mo non devo pigliare più nessuno, me l’aggia fa io. Tu sai chi è?»
M: «Dici questo che lavorava da tuo padre?»
L: «Eh.»
M: «No, mi dispiace.»
L: «Mi viene la cosa di di… di rivederlo a questo qua.»
M: «Ma non sai chi è.»
L: «Non mi ricordo nemmeno come si chiama. Mi ricordo solamente che sono stati con papà a lavoro e poi all’ultimo se n’è andato. Teneva na muglieranu figlio eppure papà qualche cosa gliela dava, non è che lo faceva venire a gratis.»
Poi si gira a guardare il mobile. Lo accarezza e sorride. Forse, penso, crede che sia stato costruito da suo padre.
L: «Ah Signore. Mi piace che hanno messo questi cosi da qua – dice mia madre indicando gli sportelli dove sono i piatti -. Speriamo che mantienn. Chissà, se ci mettiamo sotto qualche cosa?»
M: «No, non serve.»
L: «Là sotto, guarda. Mantiene, dici?»
M: «Sì, stai tranquilla che questi mantengono. Poi lì dentro c’è solo qualche piatto, nulla di pesante.»
L: «Mica come a te.»
M: «In che senso?»
L: «Ca sì pesante
M: «Eh, è che ho preso tutto da mia madre.»
L: «No, caro, da me non hai preso niente.»
Sorrido. «Quindi sai a te cosa vengo?», chiedo un po’ stupito.
L: «Che domanda stupida, certo che lo so: siamo cugini. Ma t’hanno cresciuto i miei genitori perché nemmeno i tuoi ti sopportavano e t’hanno lasciato in mezzo alla chiazza. Possibile che non te lo ricordi?»


3 marzo 2018
Schermata 2018 10 19 alle 19.31.12«Uagliò, ja che mamma m’aspetta.»
Lucia accende la luce della camera pronunciando queste parole e mi sveglia in piena notte. Ha in mano un maglione verde riempito a mo’ di fagotto con dentro di tutto: calze, mutande, maglie e fazzoletti.
«E quello?», chiedo.
«Ho preso solo chello che me serve, le altre cose le lascio qui a te. Ma poi mi vieni a trovare?»
Guardo l’ora sul telefono: sono le due e mezza e lì per lì rimpiango di non essere come quei figli che passano a trovare la madre malata una volta ogni sei/sette mesi.
Lucia intima di sbrigarmi e allora mi rivesto, impreco (non in quest’ordine) e usciamo a -2°. Per fortuna non piove e non nevica.
Quando entriamo in ascensore, l’illuminazione proietta sul suo volto disperato una luce che mi ricorda i quadri di Caravaggio ma forse è solo il sonno. Le scatto una fotografia e lei rimane impassibile.
Mia madre conosce la strada, così mi guida. Io sbadiglio e impreco, in quest’ordine. Attraversiamo la strada e passiamo davanti a un kebabbaro che fuma appoggiato alla porta del suo locale. Lucia racconta che la madre di quello lì passava da sua madre per imparare a cucire. Lo saluta e lui risponde, sorridendo. Io sarei quasi tentato di fermarmi per prendere un kebab, ché è nervosa anche la mia fame, ma lei continua veloce ché fa freddo e ha anche un po’ di paura. Per strada, in effetti, incrociamo diverse facce poco raccomandabili. Arriviamo fin quasi ai giardini, quelli vicino alla casa in cui vivevamo in affitto quarant’anni fa e poi, complice il rosso di un semaforo, giriamo a destra per tornare indietro.
«Ma sei sicuro che è chesta la strada?»
«Sì, sì, la conosco bene», rispondo.
Anche questa nuova terapia si è rivelata inefficace, nonostante sia riuscita a durare due giorni in più rispetto alle altre.
«Chi la sente stanotte a mia madre?» chiede piena di angoscia. Io, mentalmente, mi faccio la stessa domanda.
Penso alle parole di Thich Nhat Hanh sul trasformare la sofferenza, sul respiro consapevole, ma non mi è di molto aiuto.
In questo momento riesco a pensare solo che, alla fine, un malato di alzheimer come mia madre è un problema a carico del caregiver, che mette in stand-by la propria vita e scompare dal mondo per un tempo indefinito, perdendo qualsiasi diritto tranne quello di voto.
Molti di noi caregiver restano abbandonati a se stessi, spesso lasciano il lavoro (e io faccio parte di questo 66% dei casi) e si dedicano all’assistenza della persona malata per una media che può arrivare a toccare le 18 ore al giorno.
Di recente mi è capitato di dire a una rappresentante dell’ASST (l’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Milano) – cosa che non mi stancherò mai di ripetere – che secondo me sarebbe più logico (e utile) investire nella formazione dei caregiver, prepararli a quello che verrà. Lei ha risposto che non si può certo pensare di fare formazione “perché l’addestramento per questa malattia è difficile, perché si tratta di gestire qualcosa di diverso ogni volta. Ci si deve barcamenare a reagire e impostare una relazione, magari facendosi aiutare da gruppi di supporto psicologico/neurologico per avere un’interazione coi pazienti affetti da demenza”.
In tre parole: sono cazzi tuoi.
La settimana successiva, chissà se l’ha letto, i giornali hanno dato la notizia che in Giappone, entro la fine del prossimo anno, saranno formati e pronti a operare ben 8 milioni di caregiver, in modo da avere una struttura stabile e qualificata all’interno delle varie comunità locali per sostenere le persone affette da quella che è considerata la vera epidemia dei paesi sviluppati. L’addestramento per questa malattia sarà anche difficile ma, almeno, (altrove) c’è qualcuno che ci prova.
Il fatto è che, come diceva già tre anni fa il Professore Nicola Ferrara, “viviamo in uno Stato che ha preferito il fai-da-te: riconosce in maniera diffusa pensioni e indennità, ma lascia alle famiglie l’onere di gestire una malattia che toglie energia ogni giorno”.
Comincio quasi a incazzarmi, nel loop di questi pensieri, quando sento Lucia al mio fianco che inizia a singhiozzare e dire sottovoce «Non capisco più nulla». Così riporto la mia attenzione su di lei e le dico di stare tranquilla, che adesso stiamo per tornare a casa. Noto che in questo momento il suo passo è più lento e insicuro. Come il respiro. Una volta tornati in quella casa che non è la sua, restiamo seduti in cucina fino alle quattro. Guardiamo la televisione, leggiamo le ultime di Albano su una rivista. Provo persino a farla pitturare ma non le va e passiamo quasi mezz’ora in silenzio perché, qualunque cosa si dica, a lei viene da piangere e io non sono da meno. Non serve nemmeno la musica, né Renato Carosone né Massimo Ranieri. Faccio una tisana ma non la vuole. Non vuole nemmeno acqua o succo di frutta. Le vorrei dire di bere a canna il Talofen, che le fa bene, ma non credo che la neurologa sarebbe d’accordo, così mi rassegno.
Quando riesco a metterla a letto, biascica frasi del tutto incomprensibili: dice a ripetizione “coso”, aspettando una mia risposta, e io (proprio come mio padre) penso a ripetizione “che croce”, aspettando il suo sonno. Poi dice che è contenta che tra poche ore se ne va a casa e io spero che al risveglio possa non ricordare nulla, già sapendo che così non sarà.
Una volta a letto, in assenza di sonno, inizio ad ascoltare una registrazione in cui mio padre racconta di una Milano che non esiste più. Mi dico che ne verrebbe fuori un bel racconto ma, riflettendoci, non si parla di malattia, solo di vita e forse non c’entra nulla con questa rubrica. Ogni tanto interviene nei discorsi anche Lucia e penso a come sia diversa da quella che ho appena messo a letto.
Poi, quando riapro gli occhi alle otto e venti, me la ritrovo seduta accanto al letto, un maglione indossato al contrario e un paio di calze smagliate, senza gonna.
«Fa freddo», dice.
«Aspetta che ti aiuto a vestirti» dico un po’ stizzito, chiedendomi da quanto tempo sia lì, così.
«Poi, che facciamo? Andiamo a casa?»
«Non ti va di restare un po’ qui, insieme?»
«Sai come si dice? In casa sua uno fa chello ca’ vuole.»
Sorrido a lei e penso a Cristo e alla sua croce, poi vado a cercare i vestiti di Lucia. Ora la porto da Hug Milano, penso. Un abbraccio io, un abbraccio loro, e magari queste nubi scompariranno, almeno per un po’.

11 settembre 2018
Oggi è una giornata piuttosto particolare: in mattinata, infatti, in Tribunale ci sarà il giuramento dell’amministratore di sostegno esterno che, da oggi in poi, deciderà al posto dei figli cosa è meglio per Lucia. Per chi non lo sapesse, l’AdS esterno è un avvocato che viene nominato per evitare che “la conflittualità tra i membri della famiglia inibisca il corretto funzionamento della misura di tutela del malato”. Di solito viene richiesto da un familiare che contesta l’operato del caregiver: in questo caso, invece, l’ho richiesto io per tutelare, oltre a Lucia, anche me stesso. Ma questa è un’altra storia.
Nonostante mia madre di solito scenda dal letto almeno tre volte a notte e alle sei del mattino sia sveglia come se avesse dormito per un giorno intero, stamattina non ne vuole sapere di alzarsi. Io stesso, lo ammetto, ho fatto un po’ di fatica; ma il mio è sonno arretrato che si trascina da un bel pezzo.
L: «Ma mò ‘ndo aggia scì?»
M: «Andiamo a fare un giro e poi facciamo colazione fuori.»
L: «E vacci tu, io nun tengo voglia.»
Non insisto e la lascio stare ancora un po’ a letto. Dopo dieci minuti, però, ritorno all’attacco e questa volta le dico che dobbiamo prepararci perché ci aspettano in Comune. Si lamenta, impreca, protesta; allora le racconto, fingendo, che ci aspettano perché le devono dare dei soldi. Di fronte a questa prospettiva si alza e accetta di farsi cambiare da Giorgia, pur continuando a brontolare.
Prima di uscire sistema Cicciobello nel letto, appoggiandolo sul suo cuscino, e gli dice di aspettarla a casa tranquillo ché torna presto. Io, invece, lo guardo male e gli dico che se ci tiene al suo pon-pon bianco, deve venire con noi. Lui, a differenza di Lucia, mostra subito un sorriso di circostanza e mi segue senza lamentarsi.
Arriviamo in Tribunale con venti minuti di anticipo e, una volta davanti alla stanza, la T21, scopriamo che ci sarà parecchio da aspettare, visto che hanno un ritardo di quasi un’ora. Guardo Lucia e la vedo tutta sorridente insieme al piccolino. Nel corridoio, in attesa del nostro turno, mia madre avrà modo di spiegare più volte ai presenti come il suo bambolotto sia molto più bello di me, facendo scoppiare diverse risate, non mie.
«È bella, vero?»
«È bellissima», le risponde un avvocato sorridendo.
Esce anche il Giudice e, quando vede Lucia che parla e bacia Cicciobello, anche lei commenta alla sua assistente: “Guarda che dolce quella signora”. Io vorrei dirle che, se l’avesse vista questa mattina, sospetterebbe che ho usato la cannabis terapeutica per averle fatto cambiare l’umore in questo modo. Invece è tutto merito del “cinesino” col pon-pon.
Ogni tanto Lucia mi chiama e, per tenerla quieta, gioco un po’ con le sue orecchie oppure le dico qualcosa che la faccia ridere. Lei, coi suoi enormi occhi castano scuro, risponde con frasi senza senso come “l’altro ieri abbiamo fatto un po’ di spiazetto” oppure “andava di sopra che sono corda di te”.
Quando arriva il nostro turno, spingo la carrozzina davanti al Giudice Tutelare che risponde al nostro saluto con un “Ah, la bambolina me la ricordo! Questa è la signora carina di prima”. Io penso ancora che gliela farei tenere un pomeriggio intero, giusto per poterci confrontare la sera su quale possa essere l’aggettivo più adatto tra “carina” e “posseduta”.
GT: «…volendo assumere le funzioni di amministratore di sostegno di Lucia Raffa, nata a Zungoli… Dov’è che si trova Zungoli?»
M: «In provincia di Avellino.»
L: «Al mio paese.»
GT: «Al suo paese, signora?»
L: «Comunque è anche lui ma io sono nata.»
L’avvocato giura, io visualizzo nella mente il cordone ombelicale che unisce me e Lucia che piano piano inizia a staccarsi, e poi mi concentro sulle parole di un foglio di giornale che, in perfetto stile decoupage, è diventato l’esterno di un vaso per i fiori. Ma non ricordo se in quel vaso ci fossero o meno dei fiori, veri o finti. Usciamo e facciamo conoscenza con l’avvocato. Ci mettiamo d’accordo sulle cose da fare e, per la prima volta in questi due anni, mi sento più leggero. Anche se non cambierà nulla perché, quando Lucia inizierà a delirare, l’amministratore non sarà lì a darmi una mano, è come se mi scaricasse un po’ del peso che mi porto addosso.
Usciamo e chiedo a Lucia se preferisce tornare a casa o se vogliamo fare un giro in Duomo.
«E jamme in Duomo, ja’.»
Ogni tanto si lamenta per la guida troppo spericolata e penso a mio padre che, invece, mi chiedeva sempre se potevo spingere io la carrozzina “perché quella là – la badante – se ne frega se ce staje o meno ‘na buca“. Mia madre non passa da queste parti da molto tempo e, così, decido di fare un bel giro. Ci fermiamo sulla piazza e facciamo anche una foto, tutti e quattro, Cicciobello compreso, come fossimo dei turisti qualsiasi. Lungo la strada mia madre importuna piccioni, cagnolini e bambini che la guardano e le invidiano il piccolino che ha tra le mani. Poi, giunta l’ora di pranzo, prendiamo un taxi e rientriamo a casa.
Qui inizia un’altra giornata. Gli occhi di mia madre, infatti, in questo momento hanno perso il pieno del loro castano scuro e la retina è come se fosse annacquata sul bordo, come se – a nostra insaputa – stesse accadendo qualcosa nel suo campo visivo. Non ho la minima idea di come sia possibile ma, ogni volta che mia madre inizia a delirare, i suoi occhi castano scuro si “schiariscono”.
Il pomeriggio è un delirio dietro l’altro al punto che, mentre io sono fuori per ritirare dal mio amico Maurizio la cintura per la carrozzina, Giorgia deve chiedere aiuto al ragazzo del ristorante cinese sotto casa perché mia madre inizia a gridare e imprecare per strada.
Anche quando rientro, il delirio non accenna a diminuire. Per questo accendo la televisione e cerco le orchestre sui soliti canali; solo nel tardo pomeriggio trovo Canta Lombardia, la trasmissione con Sabrina Musiani. Qui eseguono, quasi una dietro l’altra, tre delle canzoni che più le piacciono: “Meglio sarebbe”, “La bella Gigogin” – che, a differenza di quello che ho sempre immaginato, ho scoperto essere un canto patriottico – e “Reginella Campagnola”; è così che in casa ritorna il buonumore. Lucia se ne resta per diversi minuti in piedi davanti al televisore e dirige i musicisti, accarezzando lo schermo, come a volerli accarezzare dal vivo uno per uno. Ne approfitto e inizio a preparare la cena.
L: «Sai – mi dice a un certo punto – questo lavorava con mio padre.»
M: «Davvero?», le chiedo.
L: «E allora no?»
M: «E che faceva?»
L: «Quello che serviva.»
Foto Lucia Metto il piatto a tavola e mangiamo.
Le dico che domani torniamo a casa, anticipando la sua solita domanda (“uagliò, ma dopo che facciamo, torniamo a casa?”) e poi la metto a letto in fretta, prima che cambi idea. È stanca, come me, ha il volto tirato e fa molta fatica a parlare.
«Se hai bisogno, chiamami» le dico.
La saluto, le do un bacio sulla fronte, ed esco. In cucina, Cicciobello mi guarda sconsolato: ha già capito che questa notte gli toccherà dormire da solo nel porta-caramelle che c’è sulla credenza.

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