Cinque domande a...

Cinque domande a...

 nerina dirindinNerina Dirindin- economista, si è sempre occupata di welfare e di politiche sanitarie. Già Professore dell’Università di Torino, ha ricoperto ruoli istuzionali e politici. Presidente dell’Associazione Salute Diritto Fondamentale

La pandemia COVID- 19 ha portato alla luce in maniera drammatica i risultati di decenni di tagli al personale e alle strutture del Servizio Sanitario nazionale.
Tutto il suo percorso professionale, istituzionale e politico ha sempre avuto come interesse di studio e obiettivo politico la difesa e il potenziamento del Servizio sanitario Nazionale.
Fa parte di Centri Studi e Associazioni sul tema del welfare.
In tempi non sospetti, nel luglio 2019, con Rosy Bindi e Livia Turco ex ministre della Salute ha fondato l’Associazione Salute Diritto Fondamentale https://salutedirittofondamentale.it/
Cosa dovremmo apprendere da questa tragedia?
Le lezioni che la pandemia dovrebbe averci insegnato sono molte. Alcune generali altre specifiche.
La pandemia ci ha insegnato che le belle parole non sono più sufficienti: questo è il momento dell’azione. Dobbiamo chiedere con forza un ripensamento serio dell’organizzazione del lavoro, della vita nelle città, del rispetto del pianeta che ci ospita, evitando enunciazioni di principio che non si traducano in azioni concrete.
Se abbiamo vissuto in casa, bloccati dalla chiusura per molte settimane, angosciati dalla paura e dall’incertezza, adesso dobbiamo trovare il modo di condividere nuove idee e costruire consenso attorno a prospettive in grado di modificare il paradigma dominante. Il dolore e i lutti di questi mesi saranno stati inutili se saremo disposti ad accettare le solite ricette.

Dentro alla tragedia, la morte di tanti vecchi ha assunto i connotati di una strage.
Si parla di ventimila decessi, ma è sicuramente una cifra sottostimata perché riferita solo a quelli diagnosticati come positivi al COVID. Si ignorano tutti quelli che, in alcune Regioni -Lombardia in primis- nell’ultimo mese, vedendo il funzionamento della macchina dei ricoveri e delle sepolture, hanno rinunciato a chiamare i soccorsi e sono morti a casa, non si sa con quali conseguenze per i famigliari.
Come possiamo definire questo dramma finale: inevitabile per l’aggressività del virus verso i più fragili o vulnerabili, come è stato detto da alcuni “esperti” o un tragico finale di una linea assistenziale inadeguata perseguita per gli anziani?
Con la pandemia, un servizio sanitario che per anni è stato sottovalutato, qualche volta persino snobbato, è apparso un ombrello di protezione a cui nessuno pensa più di poter rinunciare. Ma la pandemia ci ha trovati, purtroppo, con un ombrello bucato.
Per il diffuso disimpegno culturale e operativo sulla prevenzione collettiva (i Dipartimenti di Prevenzione delle Asl sono stati ridimensionati per anni; il Centro nazionale di Epidemiologia dell'ISS è stato chiuso nel 2016). Per la crescente centralità dell’ospedale, nonostante la legge 833 istitutiva del SSN prevedesse esattamente il contrario, e l’inadeguatezza in molte regioni dell’assistenza territoriale, che dovrebbe intervenire prima che sia necessario il ricovero in ospedale. Per la scelta esecrabile dei governi dell’ultimo decennio di risparmiare sul personale in un settore ad alta intensità di lavoro. Per l’abitudine a considerare normale il ricorso alle strutture residenziali come risposta ordinaria alla non autosufficienza. Solo per fare qualche esempio.
Per anni abbiamo creduto (sbagliando) che l’eccellenza in sanità coincidesse con l’alta tecnologia, le specializzazioni, l’assistenza ospedaliera. E abbiamo dimenticato il distretto. Mentre ora ci accorgiamo che per essere eccellente una sanità deve eccellere in tutti gli ambiti dell’assistenza, compresa la prevenzione e il territorio.

L’invecchiamento della popolazione, la crescita dei bisogni di assistenza per i non autosufficienti (vecchi e disabili), traendo insegnamento da questa tragica esperienza, con quali obiettivi potrebbero essere affrontati e con quali condizioni di partenza?
A mio giudizio è, in teoria, molto semplice. Basta evitare la “cultura dello scarto”. Ce lo dice da tempo papa Francesco. Le persone anziane, non autosufficienti o comunque vulnerabili, non possono essere considerate un ostacolo all’efficienza, all’economia, all’aumento del Pil. L’invecchiamento della popolazione come causa di tensioni sulle finanze pubbliche e sulla crescita della spesa sanitaria è una “falsa pista”, utilizzata da chi vuole ricondurre i problemi a fenomeni esterni difficilmente governabili: in realtà l’invecchiamento è il risultato di quanto le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo fare riducendo la mortalità precoce e infantile. Ed ora non possiamo, una volta raggiunto questo buon risultato, rassegnarci all’idea che le persone anziane siano un peso per la società e per le famiglie. Dobbiamo invece impegnarci a garantire loro una vita dignitosa, per quanto possibile a casa loro o nella comunità di appartenenza, dobbiamo imparare a valorizzare la loro esperienza e i loro saperi, dobbiamo superare il modello delle residenze chiuse come soluzione ordinaria alla vulnerabilità. Non è facile perché ci sono interessi economici enormi nell’assistenza residenziale da parte degli investitori e da parte dei gestori. Ma dobbiamo coinvolgerli in una riflessione seria e costruttiva.

Ritorniamo alla sua area specifica d’interesse professionale, ma anche politico.
Forse è troppo presto ma i sostanziosi finanziamenti attesi dall’UE, anche nell’area della salute e della prevenzione (perché questo è il nodo) dovrebbero stimolare una riflessione su cosa è successo in questi anni, se non con un’acquiescenza di tutte le forze politiche, certamente con una rassegnata accettazione che non c’era altra strada per i vecchi non autosufficienti che l’istituzionalizzazione.
Le uniche voci che si sentono in questi giorni anche dalle Regioni più colpite (Lombardia, Piemonte, Liguria) ribadiscono che occorre affrontare il tema in termini di economicità con la costruzione di grandi edifici in cui prevedere numerosi posti letto (?) un’architettura “contenitiva”, un personale formato nella logica dei grandi ospedali.
Possibile che sia solo questa l’idea circolante o esistono altri progetti con obiettivi e metodologie diverse?
Condivido le tue considerazioni: le amministrazioni regionali sono appiattite sull’esistente e incapaci di proporre soluzioni alternative. Mi preoccupa il disimpegno con il quale si limitano ad aumentare l’offerta di posti letto nelle RSA (negli ultimi 10 anni i posti letto sono aumentati del 27%), a tollerare livelli di servizi relativamente modesti (come accade quando le strutture sono di grandi dimensioni, la dotazione di personale è risicata), a contenere le tariffe giornaliere e di conseguenza gli standard previsti per l’accreditamento. Ancora più preoccupante è il disimpegno sull’assistenza domiciliare, spesso giustificata dalla presunta preferenza delle famiglie per la residenzialità. Ma sappiamo bene che le persone rinunciano a restare a casa propria perché non ci sono servizi, perché è più semplice ricorrere alla soluzione che il mercato ti propone: il trasferimento in strutture residenziali. Quanti anziani non vorrebbero poter restare a casa propria, se adeguatamente sostenuti? Quante famiglie potrebbero prendersi cura di un anziano se il sistema di welfare garantisse loro servizi a domicilio? E invece il nostro welfare ha sempre privilegiato le prestazioni monetarie (ad es. l’assegno di accompagnamento) anziché una rete di servizi sociali e sanitari. Dobbiamo ripensare completamente l’assistenza a tutte le persone non autosufficienti. Le strutture residenziali devono offrire ospitalità quando non è possibile fare diversamente, o quando è liberamente scelto dalla persona fragile. I tanti interventi di razionalizzazione della spesa sanitaria hanno sempre dimenticato questa possibile linea di azione: curare le persone a casa costa meno e fa stare meglio i pazienti.

È sempre una domanda personale, per esprimere speranze e idee. Se avesse i “pieni poteri” per orientare e sviluppare il SSN, quali le priorità e quali i traguardi?
La storia e l’esperienza ci insegnano che i “pieni poteri” non bastano. Il potere si può esercitare in modo efficace solo se si hanno le risorse necessarie per incidere nello specifico contesto. E non parlo solo di risorse economiche, che pure sono importanti, ma di energie, passione, impegno, competenze, responsabilità, insomma di risorse culturali e professionali, le uniche che possono fare la differenza. Perché la semplice disponibilità di tanti soldi potrebbe essere, paradossalmente, addirittura deleteria. È quanto rischiamo di osservare in questo periodo in cui abbiamo superato quasi completamente la fase 2 e iniziato la fase 3.
Cerco di spiegarmi, nella speranza di non ingenerare fraintendimenti.
Durante tutta la fase 1, e anche in parte nella fase 2, ha prevalso la paura della morte, il timore del contagio, il rischio di una malattia che – anche quando non letale – può comportare enormi sofferenze, difficoltà a respirare e solitudine. E chi ha vissuto l’esperienza dell’epidemia nelle regioni più colpite sa quanto tali timori fossero così robusti da rendere la popolazione disponibile a seguire regole molto rigide, a dimostrare solidarietà nei confronti degli altri (si pensi ad esempio alla solidarietà nei condomini, fra inquilini che spesso non si conoscevano neanche, o alla solidarietà nei confronti dei sanitari, percepiti come l’unica barriera possibile contro un nemico invisibile). Ebbene, ora, superata la fase più drammatica, il sentimento di solidarietà, di consenso nei confronti della sanità pubblica, di gratitudine verso medici e infermieri, rischia di essere offuscato (se non schiacciato) dall’opportunismo più o meno aggressivo di chi sa benissimo che in questi casi si aprono spazi di arricchimento che possono essere occupati. Arricchimento materiale (quote di mercato, modifica dei contratti di fornitura, sfruttamento di posizioni dominanti, revisione delle tariffe delle prestazioni sanitarie, fondi per la ricerca, ecc.) e arricchimento immateriale (occasioni di carriera, notorietà, pubblicazioni scientifiche, fama, risonanza mediatica, ecc.). Sono sicura che fra la popolazione continua a prevalere il sentimento di gratitudine nei confronti degli operatori della sanità e di consenso nei confronti della sanità pubblica, ma sono altrettanto sicura che i portatori di interessi particolari (e non generali) si stanno organizzando per “cogliere l’attimo”, in modo subdolo, nascondendo gli interessi di pochi dietro interessi che solo apparentemente possono essere considerati di tutti.
Colgo quindi la sollecitazione contenuta nella domanda che mi è stata posta provando a immaginare che cosa si potrebbe desiderare di veder realizzato se potessimo esprimere un desiderio davanti alla lampada magica di Aladino.
Vorrei una lampada per smascherare pubblicamente e senza timidezze chiunque pensasse di approfittare della pandemia per fare affari.
Vorrei una lampada per zittire ed emarginare tutti coloro che sono appiattiti sull’esistente, che non sono capaci di cambiare prospettiva, che si nascondono dietro la burocrazia, che continuano a pensare a cambiamenti meramente formali, che si ostinano a fare dichiarazioni di principio tanto abusate quanto inutili. Vorrei una lampada per illuminare la mente di chi pensa che sia arrivato il momento di cambiare il Titolo V della Costituzione (un ennesimo lungo percorso di dibattito parlamentare …), senza tener conto del fatto che il vero problema è la sua attuazione.
Vorrei una lampada per aprire gli occhi a chi crede che la sanità sia un supermercato dove sono esposte tante prestazioni che, al bisogno, ognuno può utilizzare: il SSN è qualcosa di molto diverso dal semplice supermercato; è un’organizzazione che in modo integrato e coordinato si propone di tutelare la salute delle persone, nei luoghi nei quali esse vivono, partendo dalla prevenzione, passando per le cure primarie e arrivando – ove necessario – anche all’ospedale. Anche quando si comprano al supermercato gli ingredienti per fare una torta, c’è poi bisogno di una brava cuoca capace di dosarli, di combinarli, di cucinarli e di offrirli a chi ne può beneficiare. L’approccio prestazionale è la negazione della tutela della salute. È un approccio consumistico, che tanto piace a chi aspira alla crescita del mercato della salute ma che è gravemente limitato. Vorrei una lampada per accrescere magicamente e in un istante la qualità di molti responsabili delle politiche sanitarie, a tutti i livelli: l’impoverimento che si osserva da troppi anni richiede un impegno straordinario, ma possibile.
Vorrei una lampada per far emergere le tante competenze, sensibilità, responsabilità che ancora ci sono nel nostro paese e nel nostro sistema sanitario, anche se troppo spesso sono state mortificate e relegate nell’oscurità. Vorrei una lampada per instillare nella politica un po’ di etica, per allontanare corporativismi e distinguo strumentali. Vorrei una lampada per far capire a tutti che questo è il momento per lavorare insieme, perché possiamo superare questa tragedia solo insieme.
Purtroppo la lampada di Aladino non è disponibile. Ma qualcosa saremo sicuramente in grado di fare. La pandemia COVID- 19 ha portato alla luce in maniera drammatica i risultati di decenni di tagli al personale e alle strutture del Servizio Sanitario nazionale.

Gianni Zanotti

Gianni Zanotti- fotografo, operaio metalmeccanico, sindacalista, assessore poi ha incontrato l'Alzheimer

Ho letto i suoi due libri: uno cartaceo “La storia testarda e forse improbabile di un uomo in pensione- Racconto autobiografico” (Carmignani editrice -progetto Doc) e sempre con lo stesso editore un e-book “In viaggio con l’Alzheimer”. Nel primo c’è davvero la sua autobiografia-partendo dal paesino della Romagna dove è nato, sino al suo pensionamento, passando attraverso lavori diversi: da fotografo a operaio alla Innocenti e sindacalista a tempo pieno e poi assessore nel piccolo paese nell’Oltrepò Pavese. Poi l’ultimo capitolo quando incrocia il suo nemico, l’Alzheimer e la battaglia ancora aperta di cui parla nell’e-book.
Più volte richiama la scrittura e la sua funzione demiurgica per metter in ordine i pensieri, trasferirli dalla sua mente e dal suo cuore, ad un piano d’incontro con gli altri. Compito che ritiene necessario e stimolante, anche e soprattutto in presenza dell’Alzheimer. Perché questa attrazione e questo compito assegnato al raccontare e al raccontarsi, in forma scritta?
Scrivere, oltre che leggere, è una passione che mi porto dietro fin da bambino. Alle scuole elementari e alle medie le mie insegnanti leggevano sempre i miei temi in classe.
Con la malattia, la scrittura sopperiva alla difficoltà della parola, parola che era stata in passato lo strumento principale del mio lavoro e rappresentava quindi un modo nuovo di comunicazione. Nello stesso tempo mi sono accorto che lo scrivere mi ha aiutato a ricordare. Tanti episodi del mio passato mi sono tornati in mente con un foglio bianco davanti e una biro in mano. Metterli su carta, nero su bianco, ha fatto sì che non andassero persi. Sapevo che, prima o poi, sarebbe arrivato il momento in cui avrei scordato.
Quindi raccontare e raccontarmi per non dimenticare e come testimonianza del mio vissuto, passato e presente, da trasmettere e condividere con gli altri. La consapevolezza di sapere e poter scrivere ha fatto sì che mi tenessi sempre impegnato, sentendo che stavo facendo qualcosa di utile e interessante per me e per gli altri. Scrivere è stato un argine contro l’avanzare della malattia.

Questa sua “dipendenza” dalla parola scritta ha fatto sì che, a fronte delle difficoltà che l’avanzare della malattia poneva all’esercizio manuale con la sua “biro”, pur di procedere ha cercato altri strumenti e altri appoggi per tradurre i suoi pensieri: registrare le sue parole con modalità diverse, cercare chi poteva aiutarlo a dare corpo e logica ai suoi pensieri. Come è stata costruita questa opportunità e quali vantaggi ne ha tratto?
IMG 20190213 115414Quando mi sono accorto di non riuscire più a scrivere per me è stato un dramma. Però non mi sono arreso. Avevo una fortissima esigenza di continuare a raccontare. Abbiamo cercato altri sistemi, prima con un registratore poi con un programma di dettatura applicato sul PC, che però non hanno funzionato perché mi mettevano a disagio. Io avevo bisogno di un contatto umano. L’opportunità è arrivata con Sabrina, educatrice di una RSA della zona che ha subito abbracciato con entusiasmo l’idea di aiutare un malato di Alzheimer a scrivere della propria malattia. Io raccontavo e Sabrina, seduta al PC, scriveva e dava forma e corpo ai miei pensieri. È così che è nato il secondo libro “In viaggio con l’Alzheimer”.
È stata un’avventura entusiasmante, un traguardo di cui vado orgoglioso che ha aumentato la mia autostima nella convinzione di aver fatto qualcosa di importante che poteva aiutare altri nella mia situazione ed i loro familiari, oltre che tutti gli operatori che ogni giorno si confrontano con noi ammalati.

Lei nel libro “In viaggio con l’Alzheimer” dice che nello sfondo c’è sempre Claudia sua moglie. In realtà Claudia è sempre in primo piano nei suoi pensieri perché come afferma, anzi scrive nel titolo di un capitolo “Di amore non sono vecchio- Sono ancora un amante, sono ancora innamorato e ho la mia Claudia che mi protegge”. Di Claudia parla sempre e ci racconta del sostegno che da lei riceve costantemente. Cosa dice Claudia di questa suo nuovo viaggio?
Claudia e GianniClaudia per me è tutto. È un’amante, una compagna di viaggio, il mio sostegno in tutte le circostanze. Quando lei è vicino a me io sono sereno e mi sento al sicuro. Senza di lei sarei perso. Tuttavia sono consapevole di quanta fatica per lei tutto ciò comporta e questo causa momenti di sofferenza ma subito superati da momenti di tenerezza.
Lei ha intrapreso questo viaggio all’inizio con molti interrogativi, dubbi e paure sul modo di operare e di comportarsi, ma ha imparato rapidamente, sul campo, ed ha svolto e sta svolgendo un lavoro fantastico. Sicuramente è anche merito suo se la mia malattia ha progredito così lentamente.

Questi suoi due libri confermano un’idea che comincia a farsi strada: una persona con l’Alzheimer ha ancora tante cose da fare e da comunicare. Nessuno come chi vive la malattia, può essere testimone così prezioso e puntuale su ciò che sta cambiando nel suo umore, nel suo cervello e nei suoi comportamenti. Leggendo i suoi scritti appaiono informazioni, descrizioni di stati d’animo e della loro origine, motivazioni di comportamenti, inspiegabili per chi sta di fuori. Cito tre situazioni che mi hanno colpito, da profana, e che solo il suo racconto mi ha permesso di registrare per rileggere situazioni analoghe precedenti.
Lei racconta che non riconosce le persone dal viso, ma dalla voce; poi, aiutato da un bel carattere, cerca sempre di essere mite e gentile anche quando trova ostacoli; poi parla del piacere e dell’importanza che ha per lei l’incontro con gli amici, lo stare insieme. Sono tutti passaggi che un estraneo, anche professionista, forse non tiene sempre a mente. Come queste sue “informazioni” sono accolte dai medici e professori con cui è venuto in contatto?
Questo purtroppo è un punto dolente. Non c’è stato da parte della classe medica che mi ha seguito in tutti questi anni (sono in cura da otto anni circa), al di là di un incoraggiamento a continuare con la scrittura, un interesse vero ed un approfondimento sui temi sviluppati nel mio ultimo libro, sulle mie sensazioni, ansie paure e gioie, sul mio modo di vivere la malattia e di contrastarla e sul fatto che noi abbiamo applicato sin dall’inizio quella che ora viene definita come “terapia comportamentale” e che a detta di molti specialisti avrebbe un effetto più benefico della terapia farmacologica e noi concordiamo pienamente con questa tesi.

Gianni sabrina e ClaudiaIn genere è una domanda personale, ma parlando di autobiografia è tutto personale Si avverte in questo suo sforzo, per mantenere attiva la comunicazione scritta e parlata, anche la consapevolezza dell’aiuto offerto a chi sta vivendo una esperienza simile e l’invito ai famigliari in primo luogo ma alla società civile in generale a non fuggire davanti alla malattia, a coglierne sin dall’inizio i sintomi per poterli affrontare
Conclude dando un catalogo di istruzioni d’uso per principianti che suddivido in tre aree
1)socializzare, cercate l’amore, l’amicizia
2)aggirare gli ostacoli e mantenere i propri interessi e cercarne di nuovi
3) godere delle cose belle, imparare a ridere dei limiti e dei piccoli fallimenti
Come pensa di continuare a informare e formare altre persone nella sua stessa condizione?
È una domanda a cui è difficile rispondere ora perché dipende molto dall’evoluzione della malattia.
Io comunque non ho ancora deposto le armi e sono determinato a continuare la mia battaglia contro il Sig. Alzheimer. Troveremo certamente altri modi per continuare a dialogare con il mondo esterno.

 La storia testardaIn viaggio con lAlzheimer

 

 

dagmar rinnenburgerDagmar Rinnenburger- laureata in medicina a Freiburg in Breisgau nel 1984, specializzata in Malattie dell’apparato respiratorio e Allergologia, autrice di varie pubblicazioni e relatrice a convegni. Ha lavorato nell’ambito  delle cure palliative, nella riabilitazione respiratoria presso la Fondazione S. Lucia IRCCS e poi nel reparto subintensivo del San Camillo, sempre a Roma. 

Cosa è la cronicità e cosa la distingue dall’acuzia? È uno stato di salute, definibile “scientificamente” o è una condizione individuale, che la persona costruisce, alimenta, ne definisce la vivibilità e la qualità dei rapporti sociali?
La cronicità è stata definita dall' US Center for Health Statitics come una malattia che dura tre mesi o più. Secondo la definizione del National Commission on Chronic Illness, sono croniche tutte quelle patologie "caratterizzate da un lento e progressivo declino delle normali funzioni fisiologiche". In questo senso non è solo una condizione individuale. Nel nostro immaginario il cronico ha qualcosa di negativo, di irreparabile, mentre l’acuzie è quella risolvibile con un intervento tecnico, immediato.

andrea fabboAndrea Fabbo- Medico geriatra, direttore della UOC di Geriatria- Disturbi Cognitivi e Demenze della AUSL di Modena- Referente per il Progetto Demenze della RER nell’ambito del Servizio Assistenza Territoriale- Tutor e docente della scuola di specializzazione in Geriatria e docente a contratto di psicogeriatria per il corso di laurea in Terapia Occupazionale dell’Università di Modena e Reggio Emilia

Riprendo il colloquio avvenuto su PLV sul tema delle demenze. All’ultima domanda che le avevo posto, quella personale, le chiedevo come uomo e come geriatra cosa avrebbe voluto, per sé o per un famigliare se affetti da demenza e rispose “Vorrei poi, quando sarò anziano e forse “demente” (nessuno di noi è completamente immune dalla possibilità di diventarlo) essere messo nelle condizioni di poter scegliere o quanto meno di essere considerato come una persona che ancora può contribuire, a suo modo e con quello che può, alla vita della società. Per fare questo dobbiamo pensare a un nuovo welfare, al modello della “Dementia Friendly Community” più che alla costruzione di villaggi o luoghi dedicati che hanno sì un’attenzione alla tema, ma che comunque si configurano come spazi “chiusi” e poco attinenti alla vita quotidiana”. Ricominciamo da qui per parlare dell’accordo raggiunto in sede di Conferenza unificata sulle “Linee d’indirizzo nazionali per la costruzione di Comunità amiche delle persone con demenza” licenziate il 20 febbraio ( in seguito “Linee d’indirizzo”, N.d.R.)? Quale percorso dal Piano Nazionale Demenze del 2015 sino all’adozione di questo accordo?

walther orsiWalther Orsi- sociologo, formatore, saggista. Si è interessato di politica sociale, sociologia delle organizzazioni socio-sanitarie, sociologia della salute, prevenzione del disagio giovanile, promozione della salute nei processi di invecchiamento

Due anni fa è stato proponente/redattore e ora coordinatore, sempre come volontario, del progetto “Buone pratiche sociali” inserito all’interno dell’Associazione nazionale Cittadinanzattiva, nella sua diramazione regionale in Emilia-Romagna. Prima di entrare nelle finalità del progetto e nelle azioni individuate e praticate pongo la prima domanda: cosa sono le “Buone pratiche sociali”, cosa hanno in comune e cosa le differenzia dalle diverse attività che le organizzazioni di volontariato promuovono sul territorio regionale e nazionale. Perché questo diverso livello di partecipazione?

viola ardoneViola Ardone- Insegnante, autrice di romanzi e di manuali per la scuola, racconti in collaborazione con i ragazzi dell'Istituto Penale Minorile di Nisida nell’ambito di un progetto di scrittura

Il suo libro “Il treno dei bambini” (Einaudi editore) link riprende un grande iniziativa di solidarietà tra Nord e Sud, organizzata dalle donne dell’UDI, del Partito Comunista dell’Emilia Romagna, da organizzazioni e tanti comitati locali, negli anni tra il 1945 e il 1952. Come raccontato nel libro di Giovanni Rinaldi “Il treno della felicità”  e nel documentario “Pasta nera” di Alessandro Piva, (https://www.youtube.com/watch?v=v5zph62IdCY) premiato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2012, decine di migliaia di bambini delle famiglie più disagiate e colpite dalla guerra -forse centomila- del Sud d’Italia, furono accolti in famiglie dell’Emilia Romagna e vi rimasero anche per due anni. La prima domanda è molto diretta: ci può raccontare come ne è venuta conoscenza e perché a distanza di tanti anni è stata attratta da questa storia tanto da scriverne un libro?
La storia dei bambini dei treni era stata documentata, tra gli altri, da Rinaldi e Piva, però non era stata mai narrata in un romanzo. Quando ho scoperto questa vicenda, attraverso i racconti di un testimone, ne sono rimasta rapita ed ho subito intuito che non era solo del fatto storico che volevo scrivere ma delle storie umane che in quella avventura erano racchiuse. La cornice del romanzo è quindi storica ma le voci, le situazioni, i sentimenti e la trama sono opera di fantasia.

alessandro rosinaAlessandro Rosina- Docente universitario e saggista. Studia le trasformazioni demografiche, i mutamenti  sociali, la diffusione di comportamenti innovativi.

Iniziamo dal titolo di un suo libro: “Il futuro non invecchia”  per una riflessione sulla società italiana, proiettata in un futuro con un’alta percentuale di “anziani”, dai giovani anziani ai grandi anziani.
Riprendo, sperando di avere ben inteso, alcuni concetti o valutazioni riportati nel suo saggio: a) non è possibile fermarsi nell’evoluzione del mondo e tornare indietro perché comporterebbe rinnegare le conquiste che hanno sconfitto la mortalità infantile e prolungato la vita; b) le persone invecchiano, ma vivono anche più a lungo (in buona salute), la popolazione evolve continuamente ma, in un’analisi statistica, può anche ringiovanire; c) ad un certo punto la popolazione si riequilibrerà e trionferà la longevità. Cosa significa questo e cosa succederà poi?

giuseppe fioraniGiuseppe Fiorani- Membro del C.A.P.P. (Centro Analisi Politiche Pubbliche) dell’Università di Modena e Reggio Emilia; già professore a contratto di Economia Industriale; ricercatore economico free-lance sui temi di economia del territorio e dei distretti industriali, del mercato del lavoro; direttore di valutazione di programmi e progetti europei a livello nazionale e internazionale 

L’esperienza di “Ca’ nostra”, cohousing per anziani con demenza inaugurata tre anni fa a Modena a ridosso del Centro storico, è stata raccontata da perlungavita.it sin dalla presentazione del progetto nel 2013, al momento dell’apertura e ad un anno dall’inaugurazione ( e rinviamo a quegli articoli qui e qui).
Nel 2018 però Ca’ Nostra è stata oggetto di una ricerca, commissionata dal Centro Servizi Volontariato, al Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia sui vantaggi economici e sociali di questa ipotesi d’intervento per gli anziani con demenza, i cui risultati hanno indotto i soggetti interessati a proporre un’altra cohousing in un altro quartiere.
Della ricerca e del Rapporto conclusivo lei è stato responsabile ed estensore, avvalendosi del contributo dei diversi attori coinvolti in rappresentanza di enti, associazioni e famigliari.

Utilizziamo i cookie per garantire le funzionalità del sito e per offrirti una migliore esperienza di navigazione. Continuando ne accetti l'utilizzo.