Cinque domande a...

Cinque domande a...

 Sara NardiniSara Nardini-Psicologa clinica e di comunità, specializzata in Psicoterapia Ipnotica presso A.M.I.S.I. (Associazione Medica Italiana per lo Studio dell'Ipnosi), svolge attività libero professionale.
È esperta di Aromaterapia ed oli essenziali, Terapie Egizio-Essene e Terapie Energetiche, Reiki, insegna Raja Yoga e Meditazione Trascendentale da oltre dieci anni. Ha coordinato il team vincitore del Premio Innovazione 2018 indetto dall'Ordine degli Psicologi del Veneto con il progetto "Breathe the Forest! Mindfulness in Forestoterapia con soggetti asmatici". Collabora con la Stazione di Terapia Forestale delle Valli del Natisone (Friuli).

Dalla psicologia dell’anima alla terapia forestale, dalla pratica quotidiana per dare gioia ai suoi pazienti alla costruzione di percorsi “certificati” nelle foreste e nei boschi italiani. Ci può presentare questo suo universo e il filo conduttore, se c’è, tra anima – una struttura di coscienza come lei la chiama- e spiritualità, tra gli esercizi energetici della sua pratica professionale e le passeggiate nei boschi richiamando alcune azioni vitali della nostra esistenza: il respiro, il radicamento, la consapevolezza, l’ascolto?
Parlando di spiritualità si dà spesso una connotazione prettamente religiosa a questo termine che, oltre ad essere trasversale a tutte le tradizioni, non può essere costretto all'interno di un sistema di dogmi, qualsiasi essi siano, bensì può e deve, a mio avviso, essere considerato in un'accezione più ampia: è spirituale tutto ciò che risuona in noi, nella parte più autentica e profonda della nostra coscienza e, in virtù di questo, ne promuove processi di crescita, trasformazione ed evoluzione.
In molte tradizioni l'Anima è considerata come “soffio vitale”, principio divino e impulso di creazione e unione. È certamente la parte più armonica, luminosa e coerente della nostra coscienza, quella parte in cui risuona ciò che si “accorda” con il nostro “progetto di vita”, ciò che in qualche modo, anche soggettivamente, percepiamo e sperimentiamo come spirituale. Può quindi essere anche una guida, un Maestro, dal momento in cui ne prendiamo contatto, fino al momento in cui riusciremo a far sì che si manifesti liberamente, svelando, prima di tutto a noi stessi, chi noi siamo veramente. L'Anima è la nostra vera identità, è ciò che noi siamo in essenza, che per manifestarsi necessita di un enorme lavoro di pulizia, di ascolto e di riconoscimento, direi di “discriminazione”: come i cercatori d'oro possiamo imparare a setacciare la sabbia (disarmonia della Personalità -insieme di corpo fisico, emozioni e mente-) per conservare e valorizzare le pepite che brillano davvero, quelle qualità che ci contraddistinguono profondamente e che possiamo imparare a fare emergere. Saranno queste pepite a illuminare il nostro percorso di realizzazione e di gioia.
Tutto questo è molto concreto: perché l'Anima si manifesti è necessario che si “incarni” e questo avviene quando siamo veramente presenti e consapevoli, in ogni momento della nostra vita. Per tale motivo l'ascolto del respiro e la ri-costituzione delle radici, che insieme rappresentano il nostro “essere nel mondo” sono il nostro punto di partenza, perché solo ponendo saldamente i nostri piedi a terra, autorizzandoci ad esistere, potremo alzare lo sguardo verso la gioia dei sensi, il piacere, che alimentano la volontà autentica (non del “dovere”, ma dell'essere) e poi l'Amore, vero ed unico obiettivo dell'esistenza.
Il protocollo che propongo insieme alla collega, dott.ssa Marta Regina, per la Terapia Forestale tiene conto di questi capisaldi della Psicologia dell'Anima e offre loro una forma anche nella dimensione scientifica.

In questo spazio parliamo di anziani, persone che giunte ad un certo periodo della loro vita, anche se in buone condizioni fisiche e cognitive si ritrovano in una società che troppo spesso li guarda con un occhio distratto: sono fantasmi, figure evanescenti con cui ci si rapporta poco, senza un’identità, che sembra svanire con il pensionamento.
La loro solitudine non è solo fisica, ma è sociale, relazionale, da esclusione alla vita attiva del paese. Può trovare sbocchi diversi: un progressivo ripiegamento su stessi, con una decadenza psico-fisica accelerata ma altre volte innesta una riflessione più intima in cerca di valori e sensazioni più recondite.
Quanto il suo percorso “verso l’anima” (1) con -come lei sottolinea- esercizi pratici, concreti, può essere un aiuto a vivere la vecchiaia con serenità, sicuramente la miglior medicina?
Se la vecchiaia è anche un tempo di resoconti, in cui siamo costretti ad abbandonare certi ruoli, che spesso gravitavano intorno all'attività lavorativa, “Verso l'Anima” è un percorso che ci conduce a svelare l'illusione di quel senso di vuoto che a volte il cambiamento crea. Smantellare le sovrastrutture che ci hanno accompagnato per anni può essere spaventoso e disorientante, oppure una splendida e inattesa avventura, in cui il “vuoto” diventa “spazio” da esplorare in modo nuovo, allenando una diversa percezione di sé e del mondo, da riempire con straordinarie, nutrienti esperienze. Gli esercizi pratici hanno lo scopo di assaporare ciò che è presente, in modo semplice e concreto, perché la concretezza delle nostre percezioni e, di conseguenza delle nostre azioni è ciò che realmente cambia la qualità della nostra vita. La nostra realtà è condizionata dal modo in cui la percepiamo, ecco perché il lavoro sui sensi, sul riconoscimento di ciò che sperimentiamo e sulla trasformazione di ciò che riteniamo non essere buono per noi è così importante. Abbiamo sempre la possibilità di creare nuovi scenari, a volte anche solo spostando un pochino la nostra visuale: sarà sempre un'esperienza e ciò che è concreto è incontrovertibile, perfino per la mente più scettica. Assaporare, anche ciò che non ci piace, ci consente di muoverci verso il cambiamento e renderci conto che questo è possibile, pur nel piccolo della nostra quotidianità, è sempre fonte di gioia.

Tra questi “esercizi” è entrata, solo in questi ultimi tempi, la “Terapia forestale”. Non è una nuova moda green, ma una pratica nata in Giappone con il nome “Shinrin-yoku – Immergersi nei boschi” letteralmente “bagno nel bosco” riconosciuta da quello Stato come “Terapia”. (2) “Lo Shinrin-yoku- dice Qing Li l’immunologo che ha scritto il manuale- è l’arte di comunicare con la natura attraverso i cinque sensi”. La “terapia forestale” ha avuto un riconoscimento scientifico anche in Italia dai risultati di una ricerca condotta da un gruppo di scienziati, ricercatori, professionisti sanitari che ha rilevato i dati dei “Composti organici volatili forestali e loro effetti sulla salute umana…” (3) Lei parla nel suo libro dello scarso utilizzo dei cinque sensi da parte delle persone, che procedono per automatismi. Questa esperienza di contatto con la natura con i cinque sensi quale benessere può offrirci sia sul piano fisico che psicologico?
Gli studi da lei citati dimostrano come il bosco sia già di per sé terapeutico, abbassando in generale i livelli di stress e promuovendo, proprio grazie a composti volatili emessi dagli alberi e dal suolo, una maggiore attivazione del sistema immunitario (grazie all'azione delle cellule Natural Killer) e la salute di sistemi e apparati, come per esempio il sistema cardio-circolatorio. Dal punto di vista psicologico si sono osservati risultati importanti sull'abbassamento dei livelli di ansia e depressione, per esempio, oltre che sul miglioramento delle prestazioni cognitive (attenzione e concentrazione). È stato inoltre dimostrato che l'uso dei sensi nell'esperienza del bagno di foresta amplifica questi effetti.
In un documento di prossima pubblicazione, frutto delle ricerche che fino ad ora abbiamo condotto, dimostreremo come, applicando il nostro protocollo e misurandone gli effetti attraverso la somministrazione del questionario POMS (Profile of Mood States, o “Profilo dell'Umore”) già adottato dal dott. Qing Li in Giappone, i livelli di ansia, depressione, rabbia, vigore, stanchezza e confusione migliorino come mai prima d'ora attestato in letteratura. Questo documento mette in rilievo l'importanza dell'accompagnamento, ossia del modo in cui le persone sono invitate alla consapevolezza di sé, dell'ambiente boschivo circostante, così ricco di stimoli e suggestioni. Le strategie che proponiamo, attraverso esercizi di esplorazione mediante i sensi e di meditazione, alternati a brevi interventi di profilo scientifico, guidano le persone in un sentiero fisico e metaforico insieme, in cui la relazione con l'ambiente e con gli elementi che lo costituiscono (acqua, pietra, albero, animale, ecc.) rappresenta un'occasione di incontro, principalmente con se stessi e di equilibrio tra le proprie componenti creativa e razionale. L'identificazione con la natura favorisce un riconoscimento della propria natura essenziale, l'Anima, che nel silenzio e nell'ascolto profondo di sé si accorda e risuona, in modo armonico, con tutto ciò che nel bosco ci circonda.

Lei ha sperimentato e “certificato” con i suoi codici di lettura professionale unitamente a un ricercatore del CNR Francesco Meneguzzo, attivo nel CAI (Club Alpino italiano) percorsi di “terapia forestale” producendo anche materiale audiovisivo che è stato ripreso dalla trasmissione RAI "Buongiorno benessere", dalla rivista dei Medici di medicina generale (5) e da altre pubblicazioni. Il primo certificato è il “Parco del Respiro Fai della Paganella” in Trentino, ma altri sono ora sotto esame. Questa pratica itinerante, da psicologa dell’anima, con quali parole la consiglierebbe alle persone anziane?
Quando ero bambina mia madre amava filosofare con me di spiritualità: mi raccontava le sue letture e condivideva con me il suo entusiasmo per ogni nuova scoperta che mi diceva in realtà non essere mai veramente “nuova”, poiché era piuttosto un “dare forma” a ciò che aveva sempre, in qualche modo, sentito.
Con mio padre condividevo invece, già in tenera età, l'amore per il bosco, scoperto per la prima volta nelle Valli del Natisone, in provincia di Udine in cui ,fatalità, molti anni dopo ho iniziato a praticare la Terapia Forestale, in modo “serio”. Mio padre ha vissuto nel periodo della guerra, oggi ha 81 anni, e mi racconta sempre di quanto la terra a quell'epoca sia stata risorsa fondamentale per la sopravvivenza della sua famiglia. Attraverso le sue narrazioni credo di aver individuato e forse a mio modo stimolato in lui la consapevolezza dell'evoluzione del suo rapporto con la natura: da fonte di sostentamento a fonte di apprendimento, ispirazione e meraviglia. Ho vissuto con lui scoperte grandiose, ricavate da minuziose osservazioni del microcosmo del suo bosco/giardino/orto, attraverso le stagioni, i cicli, le condizioni avverse e le giornate soleggiate. Un microcosmo ricco di così tante varietà vegetali ed animali che non saprei elencarle, ma che lui conosce in modo così approfondito che, descrivendolo scherzosamente, lo definisco “l'uomo che chiama ogni filo d'erba per nome”.
Condividiamo da tanti anni il suo magnifico microcosmo: lui per i suoi esperimenti ed io per innumerevoli terapie accolte con gioia dai miei pazienti, il cui setting si è agghindato di colori e profumi, a contatto con la terra, i fiori, gli alberi ed i loro abitanti. Solo ultimamente però mio padre mi ha “confessato”, quasi con stupore, che il suo amore e l'enorme rispetto per la natura hanno assunto un ruolo così rilevante nella sua vita, da essere “quasi religione”. Un giorno gli ho chiesto quale fosse il suo albero preferito: mi ha risposto “il ciliegio, perché è un albero allegro, curioso e soddisfa i desideri!”. Nessuna esitazione in questa risposta, offerta con l'immediatezza e la semplicità dei bambini che giocano. Ho trovato tanto di mio padre in quel ciliegio!
Ho imparato che la spiritualità raccontata nei libri o per sentito dire non mi sarebbe mai bastata. Ho avuto bisogno di dare forma a mio modo, come prima di me hanno fatto i miei genitori a questo aspetto della vita che ne profuma ogni istante ed è forse grazie al loro esempio che ho scelto di approfondire l'arte dei discorsi metaforici, simbolici, all'interno del bosco, di per sé tanto suggestivo, sintetizzandoli in un percorso terapeutico.
Il bosco è un'entità vivente estremamente complessa, i cui elementi sono in equilibrio dinamico fra loro. Ciascuno di questi elementi può risuonare in noi, in un processo di identificazione, apprendimento e trasformazione che non hanno mai fine, perché anche il nostro equilibrio è dinamico, in costante evoluzione. Riconoscersi in un albero che è sopravvissuto alle intemperie della vita, o in una cascata, che sceglie di far fluire tutto ciò che non serve con vivacità e allegria, o in una pietra, stabile e solenne, ci aiuta a raccontare a noi e agli altri la nostra storia. Le persone anziane hanno tante storie da raccontare a se stesse e agli altri: a se stesse, perché spesso i sacrifici, il dolore e la fatica, così come lo sguardo fanciullesco e meravigliato che si posa sulla vita sono dati per scontati e non valorizzati come strumenti di realizzazione personale e di crescita; agli altri perché in loro ci rispecchiamo, nel racconto ci sentiamo coinvolti e la condivisione unisce. Nel bosco è facile, perché ricco di immagini archetipiche che, in modo più o meno inconscio, ci richiama all'introspezione e al riconoscimento di noi stessi. E se questo ci portasse, piano piano, a cogliere aspetti diversi, oppure ad avere una considerazione più complessa, colorata e profumata della vita che abbiamo vissuto?

Nel format di PLV l’ultima è sempre una domanda personale. Il suo percorso verso l’anima s’inoltra nella foresta.
I benefici di salute che i dati scientifici della ricerca sopramenzionata hanno confermato sono arricchiti dai giovamenti psicologici e di salute mentale rilevati dalle vostre escursioni per selezionare le Stazioni di terapia forestale per il CAI. Su quali tracce intende muoversi nei prossimi mesi (COVID 19 permettendo) e ci saranno nuove ricerche e nuovi traguardi ?
Certamente gli approfondimenti e le ricerche non mancheranno. Siamo in costante riflessione per migliorare ciò che proponiamo e cercheremo di procedere con questo atteggiamento.
Cercheremo nuovi boschi e in ciascuno di essi, come sempre, il nostro protocollo si adatterà, per valorizzare sia ciò che incontreremo che la sensibilità di chi con noi parteciperà a questo incontro. Tuttavia, in modo coerente con quanto detto fino ad ora, il nostro primo obiettivo è la condivisione: desideriamo divulgare gli esiti delle nostre ricerche ed esperienze, sostenere la formazione dei professionisti che vogliono addentrarsi in questo nostro sentiero, al punto da perdersi, rispetto ai “soliti” riferimenti, per accompagnare con sicurezza altri viaggiatori in questa avventura. Ho sempre sostenuto che il miglior modo per ritrovare se stessi è perdersi nel bosco.
L'aspetto della formazione è davvero molto importante se si decide di praticare la Terapia Forestale, che è una terapia a tutti gli effetti e che non ha nulla a che fare con una semplice passeggiata tra gli alberi. Credo sia molto importante, richiamare le persone ad un senso di responsabilità nei confronti di chi si affida alla nostra guida e anche nei confronti del bosco, che non è un business, ma un luogo sacro.
Riteniamo sia giunto il tempo, come già avviene in Giappone, di considerare la Terapia Forestale, una pratica sanitaria, che possa essere riconosciuta dal Sistema Sanitario Nazionale e prescritta dai medici di base e dagli psicoterapeuti.
Mi consenta una provocazione sul COVID 19, che lei ha citato, che sta conducendo molti di noi all'isolamento, in preda all'ansia e alla disperazione. Queste emozioni riducono l'attività del nostro sistema immunitario. La Terapia Forestale ha l'effetto opposto, consente il distanziamento di sicurezza ed è a disposizione di tutti.

Bibliografia
1. C. G. Jung. La realtà dell'anima. Bollati Boringhieri 1963
2. Kabat-Zinn. Vivere momento per momento. Corbaccio 1990
3. M. H. Erickson. La mia voce ti accompagnerà. Astrolabio Ubaldini 1983C. G. Jung. Psicologia e alchimia. Bollati Boringhieri 2006
4. A. Bandura, A.C. Huston. Identification as a process of incidental learning. Journal of Abnormal and Social Psychology. 1961N
5. isbet, E.K.; Zelenski, J.M.; Murphy, S.A. Happiness is in our nature: Exploring nature relatedness as a contributor to subjective well-being. J. Happiness Stud. 2011, 12, 303–322.
6. Lara S. Franco et Al. 2017. A Review of the Benefits of Nature Experiences: More Than Meets the Eye. International Journal of Environmental Research and Public Health.
7. T. Firrone. Dall'albero cosmico all'albero casa. Viaggio nel mondo di una straordinaria creatura. Aracne Editrice 2011.
8. M. A. Gorzelak, A. K. Asay, B. J. Pickles, S. W. Simard. Inter-plant communication through mycorrhizal networks mediates complex adaptive behaviour in plant communities. 2015.

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Note 

1)Sara Nardini
   VERSO L'ANIMA
   MANUALE DI EQUIPAGGIAMENTO PER VIAGGIATORI SPIRITUALI
   Anima Edizioni

Verso lanima

 

 

 

 

 

 

 

(2)Qing Li
SHINRIN -YOKU
IMMERGERSI NEI BOSCHI

Il metodo giapponese per coltivare
la felicità e vivere più a lungo
Editore Rizzoli

SHINRIN YOKU

Federica Taddia
Federica Taddia- Esperta in pedagogia della terza età, specializzata in interventi non farmacologici per la demenza, lavora all’interno delle strutture per anziani «Villa Ranuzzi» e «Villa Serena» di Bologna come responsabile delle attività socio-educative. Formatrice in ambito sociosanitario e professore a contratto presso l’Università di Bologna, dove conduce laboratori sulle terapie non farmacologiche.

Gettiamo un ponte tra l’intervista pubblicata su PLV nel 2014 in cui si parlava dell’introduzione nelle strutture per anziani delle nuove tecnologie, e quella odierna sul metodo di Maria Montessori, di cui si celebrano i 150 anni dalla nascita. Leggendo questo suo ultimo libro tutto sembra nascere in quell’anno. C’è un filo conduttore tra questi due diversi approcci alle attività nelle CRA o comunque un punto di raccordo?
In realtà la mia formazione pedagogica mi ha sempre portato a guardare alla persona anziana in modo attivo considerando la necessità di metterla al centro della relazione, individuando le proposte più adeguate per renderla partecipe del suo percorso. Per cui che si tratti di Montessori o dell’utilizzo delle nuove tecnologie o di altre metodologie che negli anni ho avuto modo di praticare l’approccio di base non cambia. La pedagogia attiva mette l’altro nella condizione di essere valorizzato in qualsiasi modo si esprima, lo osserva e lo segue per predisporre un ambiente che sia il più possibile a misura e fruibile, si adegua al ritmo individuale, ascolta i bisogni e i desideri e fattivamente si adopera per permetterne la realizzazione.

Già Cameron Camp studioso e ricercatore americano per primo adottò i principi montessoriani e li descrisse nel libro/ guida “Vivere con l’Alzheimer” presentato anche su PLV.
Cosa significa l’adozione del metodo Montessori in un servizio per anziani non autosufficienti? Perché questa equipe di autori?
L’approccio Montessoriano, e quindi l’approccio attivo, è sempre stato alla base del nostro agire. Sin dal ’96, anno in cui ho cominciato ad essere operativa nell’ambito della terza età e in particolare nelle strutture Villa Serena e Villa Ranuzzi di Bologna, Montessori ha sempre guidato il nostro agire, ne siamo sempre stati condizionati e il nostro sguardo, pur non chiamandolo letteralmente Montessori, è sempre stato attento a promuovere l’espressività della persona. Per cui il passo verso una maggiore strutturazione del metodo è stato breve e mi ha portato ad incontrate Annalisa Perino e Ruggero Poi, i due pedagogisti montessoriani co-autori del libro, che per primi in Italia avevano sperimentato il Metodo Montessori presso l’ospedale di Biella. Con loro abbiamo fatto un percorso di formazione mirato che ha coinvolto tutti gli otto educatori delle due strutture e progettato spazi e modalità per implementare il nostro servizio secondo i principi montessoriani. Assieme ad Annalisa e Ruggero qualche anno fa abbiamo anche incontrato Cameron Camp e abbiamo condiviso il percorso che stavamo realizzando nelle strutture, a domicilio, nei centri diurni e nell’ospedale.


Un’attenzione particolare è concentrata sull’ambiente, sul suo allestimento, sulla collocazione di materiali e oggetti nella residenza assistenziale e nel Centro Diurno nella propria abitazione come nelle corsie d’ospedale. Quali sono criteri e obiettivi?
Credo che si possano tradurre in: attivazione, adattamento, ordine, libertà di scelta, espressività. Attivazione perché si promuove la messa in moto e la non staticità della persona, adattamento perché non si chiede alla persona di adattarsi all’ambiente ma lo si modifica in sua funzione; l’ordine presuppone che l’operatore montessoriano conosca bene i materiali presenti nello spazio e abbia ben chiaro quali sono gli scopi e le caratteristiche di ognuno. Se questi elementi sono presenti allora la collocazione del materiale nell’ambiente viene adattata alle persone che vi si “muovono” all’interno, sono presentati in modo ordinato e secondo una logica che permette di promuovere un maggiore ordine interiore; la libertà di scelta, promossa dagli elementi precedenti, permette di sentirsi più liberi e a proprio agio nello scegliere cosa fare e come agire su quell’ambiente e infine l’espressività perché emerge, al di là delle condizioni psico-fisiche, in qualsiasi modo si presenti.


Una parte consistente del libro è dedicata alla formazione del personale non solo con enunciazione di contenuti teorici, ma anche con l’illustrazione e la presentazione di esperienze e buone pratiche. Come in tutti i lavori di cura o educativi gli operatori- con la loro sensibilità, formazione e soddisfacimento professionale fanno la differenza. Il metodo montessoriano cosa restituisce al personale?
Insegna ad auto-educarsi a non intervenire sempre e comunque. Maria Montessori diceva “tutto ciò che fai per me non lo fai per me” per sottolineare come il concetto di apprendimento delle abilità che diverranno poi autonomie nel bambino è facilmente trasferibile alla persona anziana che invece deve mantenere quelle abilità che sta perdendo. Aiuta a saper osservare e ad avere uno sguardo attento verso l’altro per coglierne le potenzialità e non solo le perdite.


È sempre una domanda più personale. Nell’altra intervista le chiedevo come trovava lo stimolo continuo a impegnarsi in un lavoro pesante anche emotivamente e psicologicamente. Oggi a distanza di sei anni le chiedo, quali sono i suoi progetti per il futuro e cosa vorrebbe sperimentare con lo stesso entusiasmo, nei prossimi anni.
Ho ancora tanti progetti che vorrei realizzare, idee e altre metodologie che sto approfondendo. Lavorare a stretto contatto con la persona anziana e non smettere mai di formarmi mi hanno sempre guidato. Il raggiungimento di un traguardo e la scoperta di nuovi elementi legati a questo ambito credo che continueranno a portarmi alla ricerca di nuove strade per aiutare ed essere utile alla terza età.

 

elvioraffaello martiniElvio Raffaello Martini - Psicologo di comunità e formatore.  Ha svolto attività sul campo in Italia e all'estero come psicologo di comunità e come formatore in diversi contesti, pubblici e privati.  Supervisore e consulente per progetti in contesti abitativi, in modo particolare di edilizia pubblica. Responsabile di MartiniAssociati srl, la società che ha ideato BuonAbitare.

Ripartiamo da un’intervista pubblicata su Perlungavita nel 2016 per giungere ad alcune riflessioni da lei esposte ad un webinar “Promuovere comunità di vicinato per promuovere benessere” all’Ordine degli psicologi di Bologna, in cui parla del contributo elaborativo e della funzione che può assolvere una comunità per il benessere e la salute sociale. Che cosa è accaduto e come si è sviluppata questa esperienza nel corso di questi anni?
Nell’incontro tenuto con l’Ordine degli psicologi ho posto l’attenzione sulle comunità di vicinato e sulla necessità di promuoverne la nascita e sostenerne la vita in funzione del benessere sociale e individuale. È questa convinzione che ci ha spinto a pensare al progetto BuonAbitare e alla promozione dei circoli "Buon abitare", con una strategia che favorisca l’integrazione feconda di competenze professionali, solidarietà di vicinato e impegno civico. Creare le condizioni che permettano a professionisti di aree disciplinari diverse, al momento soprattutto psico-socio-educative, di portare le competenze nei luoghi di vita, nei caseggiati, nei condomini, per promuovere, sostenere, facilitare la nascita di comunità di vicinato. Riteniamo infatti che se le persone che abitano nel vicinato si potessero percepire e sentire come comunità la loro vita ne trarrebbe vantaggio.
Abbiamo constatato che in molti casi le persone, pur avendone voglia, non riescono a fare comunità. Non hanno le competenze, sono da sole, hanno paura di essere criticate, ecc. e, di conseguenza, le potenzialità non si traducono in azioni senza uno stimolo e un supporto.
Le relazioni non sono un bene di cui si può solo godere. Esse vanno create, coltivate, curate. Richiedono un investimento di energie, di tempo, di attenzione, di cura e creano legami. E oggi sono soprattutto i legami ad essere in crisi. Anzi, spesso sono rifiutati e sostituiti da “sottili fili di connessione” o da semplici contatti. Il contatto e la connessione sono importanti, ma non bastano. Per avere relazioni solide e su cui poter contare occorre passare dalla connessione al legame e dal contatto al patto.
Fare questo passaggio non è un’operazione semplice. Proprio perché oggi si predilige la relazione senza impegno, nella quale si sta finché serve, finché se ne ha voglia. Manca l’idea del vincolo, dell’impegno e della responsabilità verso gli altri. Ne sono un esempio le migliaia di gruppi sui social.
Il progetto BuonAbitare cerca di contrastare questa tendenza con la proposta dei circoli che, formati da persone che abitano nello stesso caseggiato o comunque in prossimità, si costituiscono sulla base di un patto di mutuo aiuto e di impegno per il luogo.
Come già detto, in molti casi le persone da sole non ce la fanno ad attivarsi, hanno bisogno di una spinta e di competenze che spesso non possiedono, per questa ragione ai circoli viene garantito un supporto professionale. Inoltre per far nascere comunità c’è bisogno di azioni intenzionali e consapevoli, riflessive e di invertire la tendenza a mettere i problemi sotto il tappeto, ad utilizzare le strategie di distrazione e lo svago come modo per tirare avanti.
Ci sono tante ragioni per promuovere comunità di vicinato e, pensando agli anziani la prima cosa che viene in mente è l’esigenza di contrastare la solitudine, considerata da alcuni una “una nuova emergenza sociale”: 2.5 milioni di persone over 74 vivono da sole e sono il 40% delle persone oltre 74 anni di età”. (Abitare e Anziani 1/2020).
com.Benes e salute 4761
Una comunità di vicinato è un presidio per la salute e il benessere, può prevenire o risolvere localmente problemi. Che si tratti di problemi di convivenza o di problemi dovuti e bisogni personali e familiari non soddisfatti dal welfare pubblico, una cosa è evidente: a parità di bisogni soggettivi, è il contesto e la disponibilità della rete di protezione a fare la differenza.
La comunità di vicinato può anche favorire l’impiego di risorse presenti ma non utilizzate e, inoltre, può permettere di sviluppare nuove risorse che nascono dall’interazione e dallo scambio fra le persone.
Promuovere comunità è un’azione complessa che funziona bene se c’è un’integrazione fra competenze e fra ruoli diversi e non è come aprire un cantiere edile o come organizzare un evento, una festa, una cena.
La nascita e lo sviluppo di comunità di vicinato è un percorso, con tempi non brevi, che avviene in un luogo preciso, con un approccio che potremmo definire “clinico”, vale a dire basato sulla comprensione e sulla valutazione del contesto specifico.
I professionisti coinvolti devono agire con un’ottica promozionale, spesso in assenza di domanda, come avviene nella promozione della salute, riconoscere ciò che esiste e valorizzarlo, sostenere chi è in grado o è motivato a fare qualcosa e innescare circoli virtuosi.
È chiaro che la comunità la fanno le persone. Pensare e sentire la comunità sono aspetti soggettivi irrinunciabili e costitutivi della comunità stessa. Spesso si ricorre a ad incentivi per indurre le persone a partecipare, ma se non scatta la motivazione intrinseca, quando finiscono gli incentivi termina anche la partecipazione. La motivazione non può essere indotta, come attenzione agli altri e cura delle relazioni non possono essere prescritti. La fiducia, la speranza e il senso di responsabilità sono aspetti soggettivi che vanno coltivati con cura.

La società italiana ha la prospettiva di registrare tra i suoi componenti, nel giro di pochi decenni, oltre un terzo di persone di oltre sessantacinque anni. Esperienze di solidarietà nei contesti più piccoli, come i condominî, le comunità di vicinato, possono diventare anche punti di appoggio per una rete di protezione sociale diffusa, un primo nucleo embrionale per una diversa idea di comunità allargata? Con quale ruolo? Possono essere il primo riferimento per condividere interventi di solidarietà diffusa al domicilio per anziani o disabili? Quali le condizioni necessarie e con quali presupposti?
Certamente una comunità di vicinato può diventare un punto di appoggio per una rete di protezione diffusa e anche qualcosa di più. Può essere una risorsa preziosa in modo particolare per gli anziani soli, e gli anziani stessi possono essere una risorsa di questa rete.
Se degli anziani si mette in evidenza solo la fragilità non riusciamo a vedere che sono migliaia quelli di loro coinvolti in compiti di cura, spesso di altri anziani, o dei nipoti o impegnati in attività di volontariato.
Il coinvolgimento degli anziani è importantissimo per la comunità di vicinato. Gli anziani coinvolti ottengono due risultati: aiutano gli altri e, mentre fanno ciò, aiutano sé stessi. Si mantengono attivi e in relazione, si sentono utili e questo contribuisce a riempire di senso la propria vita. Fornire agli anziani occasioni di impegno, può essere un modo per rispondere ai loro bisogni, specialmente di quelli non materiali.
Per garantire una protezione sociale vera serve l’integrazione del sistema pubblico, della solidarietà sociale e dell’impegno civico.
Essere e sentirsi protetti è una condizione essenziale per il benessere soggettivo, specie quando si è in condizione di fragilità. Sentirsi protetti vuol dire sapere che c’è qualcuno che si prende o si prenderà cura di noi quando ne avremo bisogno. E se questo qualcuno è anche la comunità alla quale si appartiene, anche altri bisogni non materiali possono trovare adeguata soddisfazione: il bisogno di sentirsi parte, di contare per qualcosa e per qualcuno, di avere un ruolo e di essere riconosciuti non solo per il bisogno, ecc.
Una comunità di vicinato organizzata, in una dimensione micro, di caseggiato o di condominio non lascia le persone sole e certamente può essere anche un punto di riferimento per i servizi. L’aiuto che può dare un vicino di casa non possono darlo i parenti o gli amici lontani e non possono darlo neanche i servizi.
I servizi non solo devono riconoscere e stare attenti a non danneggiare queste comunità quando ci sono. Dovrebbero avere anche l’obiettivo e gli strumenti per promuoverle e sostenerle nel tempo, in una logica di promozione delle risorse e non solo di risposta diretta al bisogno.
Quale comunità 4770Comunità 4769

Tra le diverse emergenze economiche e sociali fatte esplodere dalla pandemia COVID 19, una appare drammatica: l’assistenza negata agli anziani che hanno contratto il virus, fossero essi già residenti in strutture assistenziali o al loro domicilio, ignorando le più elementari misure di prevenzione.
Si è letto di episodi di solidarietà nei condomini e nel vicinato, ma spesso forse percepiti come esempi di “buon cuore”, comportamenti d’eccezione non solidarietà consueta o funzione sociale. Quanto una comunità attiva e/o sollecitata a esserlo può contribuire a costruire un diverso sistema di protezione sociale per le persone fragili, a partire dagli anziani? quale contributo può dare prima nella fase progettuale, poi in quella attuativa?
L’assistenza negata agli anziani ammalati di Covid è stata una cosa molto grave e triste, ha lasciato molte ferite aperte e anche molta rabbia. Quello che è accaduto in molte famiglie e soprattutto nelle strutture residenziale per anziani ci deve fare riflettere.
Una comunità attiva, aggiungerei consapevole e competente, in primo luogo è una difesa contro lo smantellamento dei servizi sanitari territoriali, una delle principali cause delle difficoltà e dell’alto numero di decessi in alcuni territori.
Se i servizi nei vari territori potessero contare sulla presenza di comunità di vicinato, coese e vitali e possibilmente in relazione fra loro, sarebbero avvantaggiati nella rilevazione dei bisogni e nell’organizzazione delle risposte.
Senza delegare le competenze specifiche e soprattutto le responsabilità che sono proprie, potrebbero trovare in queste comunità degli interlocutori con i quali collaborare in un’ottica di partnership, per progettare e implementare azioni utili alle singole situazioni, modellando le risposte sulle specifiche condizioni.

Le carenze e i ritardi emersi durante la pandemia nascono da una rigidità dell’offerta assistenziale, da un ritorno a un’idea di “rinchiudere” i diversi (per età, disabilità, patologie) che sembrava sconfitta nel paese. Ciò che si sta proponendo più o meno velatamente è un ritorno a quel modello e non una valorizzazione della flessibilità dell’offerta e il coinvolgimento di più soggetti tra cui la comunità, intesa in senso ampio: soggetto territoriale informato e soggetto sociale competente.
Si stanno sperimentando, pur con molte difficoltà, esperienze di cohousing per anziani o per disabili giovani o adulti, con la presenza di famigliari e volontari, purtroppo non sempre ben accolte dagli altri condominî. Contribuire alla nascita di queste esperienze (cohousing per anziani) o sollecitarne l’attuazione e sostenerle, con la conoscenza del luogo, può essere una delle azioni positive che una comunità, anche con sostegni professionali, può assolvere nel rimodellare l’attuale sistema dei servizi sociali e assistenziali?
Se si considera l’abitare come servizio, si può discutere di come debba/possa essere organizzato.
Per prima cosa si può mettere in discussione la convinzione che nel campo dell’abitare per gli anziani esistano solo due alternative: la casa propria o la casa di riposo.
Mantenere gli anziani a casa propria è stato ed è un obiettivo delle politiche assistenziali e sanitarie pubbliche e, in generale, corrisponde anche al desiderio degli anziani stessi. A questo obiettivo contribuiscono le varie forme di assistenza pubblica, l’impegno delle famiglie e soprattutto il coinvolgimento di una moltitudine di badanti (erano un milione e 665 mila nel 2013, secondo il Censis).
Per mantenere gli anziani a casa propria c’è da fare i conti con problemi strutturali, molti alloggi in cui abitano gli anziani non sono age-friendly, e con il fatto che molti saranno soli o con la badante.
È fuori discussione che dobbiamo impegnarci per trovare soluzioni abitative diverse dalla casa in solitudine e la casa di risposo. È fra queste due alternative che si inserisce l’idea di implementare formule abitative collaborative chiamate genericamente e in modo non del tutto corretto cohousing. Senior cohousing, quanto sono coinvolte solo persone anziane o cohousing intergenerazionale, quando ad abitare insieme sono persone di età diverse.
Negli ultimi tempi è cresciuto l’interesse per queste forme abitative, anche se ragioni culturali e oggettive le rendono ancora poco praticabili.
Anche le politiche pubbliche con sempre maggiore frequenza ricorrono all’abitare condiviso, vuoi per far fronte a situazioni di emergenza abitativa, vuoi per fornire alloggi ad una fascia di popolazione che non ha i requisiti per accedere alle case popolari e non è in grado di sostenere i prezzi del mercato privato.
Per flessibilizzare l’offerta abitativa servono reali alternative, l’integrazione delle politiche sociali e abitative, ma anche un lavoro culturale e di sostegno e orientamento alle persone nella progettazione della propria vita.

È la domanda più personale, va oltre le riflessioni e le convinzioni del professionista.
Abbiamo citato il webinar con l’Ordine degli psicologi di Bologna, città in cui partirono le prime esperienze di “Social street” in via Fondazza nel 2014. Che cosa vorrebbe che accadesse nei prossimi mesi/anni?
Guardando al futuro, non so se essere ottimista o pessimista.
Dico subito che non sono così convinto che dopo questa pandemia saremo migliori. Ma se osservo i fermenti e le esperienze puntuali di mutualità di vicinato che ci sono non solo nel nostro paese e che si sono viste anche durante questo periodo difficile, mi sento ottimista. Sembra che ci sia un risveglio, una crescente consapevolezza che bisogna mettersi in gioco personalmente, che non ci si può aspettare tutto dallo stato, che dobbiamo collaborare e che siamo disposti a farlo. Certo mi piacerebbe vedere moltiplicarsi queste esperienze, e mi piacerebbe vedere anche la politica e le istituzioni più attente e interessate a supportarle.

NB. Le slide riprodotte- presentate all'Ordine degli psicologi- sono state messe a disposizione dal professor Martini-

 nerina dirindinNerina Dirindin- economista, si è sempre occupata di welfare e di politiche sanitarie. Già Professore dell’Università di Torino, ha ricoperto ruoli istuzionali e politici. Presidente dell’Associazione Salute Diritto Fondamentale

La pandemia COVID- 19 ha portato alla luce in maniera drammatica i risultati di decenni di tagli al personale e alle strutture del Servizio Sanitario nazionale.
Tutto il suo percorso professionale, istituzionale e politico ha sempre avuto come interesse di studio e obiettivo politico la difesa e il potenziamento del Servizio sanitario Nazionale.
Fa parte di Centri Studi e Associazioni sul tema del welfare.
In tempi non sospetti, nel luglio 2019, con Rosy Bindi e Livia Turco ex ministre della Salute ha fondato l’Associazione Salute Diritto Fondamentale https://salutedirittofondamentale.it/
Cosa dovremmo apprendere da questa tragedia?
Le lezioni che la pandemia dovrebbe averci insegnato sono molte. Alcune generali altre specifiche.
La pandemia ci ha insegnato che le belle parole non sono più sufficienti: questo è il momento dell’azione. Dobbiamo chiedere con forza un ripensamento serio dell’organizzazione del lavoro, della vita nelle città, del rispetto del pianeta che ci ospita, evitando enunciazioni di principio che non si traducano in azioni concrete.
Se abbiamo vissuto in casa, bloccati dalla chiusura per molte settimane, angosciati dalla paura e dall’incertezza, adesso dobbiamo trovare il modo di condividere nuove idee e costruire consenso attorno a prospettive in grado di modificare il paradigma dominante. Il dolore e i lutti di questi mesi saranno stati inutili se saremo disposti ad accettare le solite ricette.

Dentro alla tragedia, la morte di tanti vecchi ha assunto i connotati di una strage.
Si parla di ventimila decessi, ma è sicuramente una cifra sottostimata perché riferita solo a quelli diagnosticati come positivi al COVID. Si ignorano tutti quelli che, in alcune Regioni -Lombardia in primis- nell’ultimo mese, vedendo il funzionamento della macchina dei ricoveri e delle sepolture, hanno rinunciato a chiamare i soccorsi e sono morti a casa, non si sa con quali conseguenze per i famigliari.
Come possiamo definire questo dramma finale: inevitabile per l’aggressività del virus verso i più fragili o vulnerabili, come è stato detto da alcuni “esperti” o un tragico finale di una linea assistenziale inadeguata perseguita per gli anziani?
Con la pandemia, un servizio sanitario che per anni è stato sottovalutato, qualche volta persino snobbato, è apparso un ombrello di protezione a cui nessuno pensa più di poter rinunciare. Ma la pandemia ci ha trovati, purtroppo, con un ombrello bucato.
Per il diffuso disimpegno culturale e operativo sulla prevenzione collettiva (i Dipartimenti di Prevenzione delle Asl sono stati ridimensionati per anni; il Centro nazionale di Epidemiologia dell'ISS è stato chiuso nel 2016). Per la crescente centralità dell’ospedale, nonostante la legge 833 istitutiva del SSN prevedesse esattamente il contrario, e l’inadeguatezza in molte regioni dell’assistenza territoriale, che dovrebbe intervenire prima che sia necessario il ricovero in ospedale. Per la scelta esecrabile dei governi dell’ultimo decennio di risparmiare sul personale in un settore ad alta intensità di lavoro. Per l’abitudine a considerare normale il ricorso alle strutture residenziali come risposta ordinaria alla non autosufficienza. Solo per fare qualche esempio.
Per anni abbiamo creduto (sbagliando) che l’eccellenza in sanità coincidesse con l’alta tecnologia, le specializzazioni, l’assistenza ospedaliera. E abbiamo dimenticato il distretto. Mentre ora ci accorgiamo che per essere eccellente una sanità deve eccellere in tutti gli ambiti dell’assistenza, compresa la prevenzione e il territorio.

L’invecchiamento della popolazione, la crescita dei bisogni di assistenza per i non autosufficienti (vecchi e disabili), traendo insegnamento da questa tragica esperienza, con quali obiettivi potrebbero essere affrontati e con quali condizioni di partenza?
A mio giudizio è, in teoria, molto semplice. Basta evitare la “cultura dello scarto”. Ce lo dice da tempo papa Francesco. Le persone anziane, non autosufficienti o comunque vulnerabili, non possono essere considerate un ostacolo all’efficienza, all’economia, all’aumento del Pil. L’invecchiamento della popolazione come causa di tensioni sulle finanze pubbliche e sulla crescita della spesa sanitaria è una “falsa pista”, utilizzata da chi vuole ricondurre i problemi a fenomeni esterni difficilmente governabili: in realtà l’invecchiamento è il risultato di quanto le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo fare riducendo la mortalità precoce e infantile. Ed ora non possiamo, una volta raggiunto questo buon risultato, rassegnarci all’idea che le persone anziane siano un peso per la società e per le famiglie. Dobbiamo invece impegnarci a garantire loro una vita dignitosa, per quanto possibile a casa loro o nella comunità di appartenenza, dobbiamo imparare a valorizzare la loro esperienza e i loro saperi, dobbiamo superare il modello delle residenze chiuse come soluzione ordinaria alla vulnerabilità. Non è facile perché ci sono interessi economici enormi nell’assistenza residenziale da parte degli investitori e da parte dei gestori. Ma dobbiamo coinvolgerli in una riflessione seria e costruttiva.

Ritorniamo alla sua area specifica d’interesse professionale, ma anche politico.
Forse è troppo presto ma i sostanziosi finanziamenti attesi dall’UE, anche nell’area della salute e della prevenzione (perché questo è il nodo) dovrebbero stimolare una riflessione su cosa è successo in questi anni, se non con un’acquiescenza di tutte le forze politiche, certamente con una rassegnata accettazione che non c’era altra strada per i vecchi non autosufficienti che l’istituzionalizzazione.
Le uniche voci che si sentono in questi giorni anche dalle Regioni più colpite (Lombardia, Piemonte, Liguria) ribadiscono che occorre affrontare il tema in termini di economicità con la costruzione di grandi edifici in cui prevedere numerosi posti letto (?) un’architettura “contenitiva”, un personale formato nella logica dei grandi ospedali.
Possibile che sia solo questa l’idea circolante o esistono altri progetti con obiettivi e metodologie diverse?
Condivido le tue considerazioni: le amministrazioni regionali sono appiattite sull’esistente e incapaci di proporre soluzioni alternative. Mi preoccupa il disimpegno con il quale si limitano ad aumentare l’offerta di posti letto nelle RSA (negli ultimi 10 anni i posti letto sono aumentati del 27%), a tollerare livelli di servizi relativamente modesti (come accade quando le strutture sono di grandi dimensioni, la dotazione di personale è risicata), a contenere le tariffe giornaliere e di conseguenza gli standard previsti per l’accreditamento. Ancora più preoccupante è il disimpegno sull’assistenza domiciliare, spesso giustificata dalla presunta preferenza delle famiglie per la residenzialità. Ma sappiamo bene che le persone rinunciano a restare a casa propria perché non ci sono servizi, perché è più semplice ricorrere alla soluzione che il mercato ti propone: il trasferimento in strutture residenziali. Quanti anziani non vorrebbero poter restare a casa propria, se adeguatamente sostenuti? Quante famiglie potrebbero prendersi cura di un anziano se il sistema di welfare garantisse loro servizi a domicilio? E invece il nostro welfare ha sempre privilegiato le prestazioni monetarie (ad es. l’assegno di accompagnamento) anziché una rete di servizi sociali e sanitari. Dobbiamo ripensare completamente l’assistenza a tutte le persone non autosufficienti. Le strutture residenziali devono offrire ospitalità quando non è possibile fare diversamente, o quando è liberamente scelto dalla persona fragile. I tanti interventi di razionalizzazione della spesa sanitaria hanno sempre dimenticato questa possibile linea di azione: curare le persone a casa costa meno e fa stare meglio i pazienti.

È sempre una domanda personale, per esprimere speranze e idee. Se avesse i “pieni poteri” per orientare e sviluppare il SSN, quali le priorità e quali i traguardi?
La storia e l’esperienza ci insegnano che i “pieni poteri” non bastano. Il potere si può esercitare in modo efficace solo se si hanno le risorse necessarie per incidere nello specifico contesto. E non parlo solo di risorse economiche, che pure sono importanti, ma di energie, passione, impegno, competenze, responsabilità, insomma di risorse culturali e professionali, le uniche che possono fare la differenza. Perché la semplice disponibilità di tanti soldi potrebbe essere, paradossalmente, addirittura deleteria. È quanto rischiamo di osservare in questo periodo in cui abbiamo superato quasi completamente la fase 2 e iniziato la fase 3.
Cerco di spiegarmi, nella speranza di non ingenerare fraintendimenti.
Durante tutta la fase 1, e anche in parte nella fase 2, ha prevalso la paura della morte, il timore del contagio, il rischio di una malattia che – anche quando non letale – può comportare enormi sofferenze, difficoltà a respirare e solitudine. E chi ha vissuto l’esperienza dell’epidemia nelle regioni più colpite sa quanto tali timori fossero così robusti da rendere la popolazione disponibile a seguire regole molto rigide, a dimostrare solidarietà nei confronti degli altri (si pensi ad esempio alla solidarietà nei condomini, fra inquilini che spesso non si conoscevano neanche, o alla solidarietà nei confronti dei sanitari, percepiti come l’unica barriera possibile contro un nemico invisibile). Ebbene, ora, superata la fase più drammatica, il sentimento di solidarietà, di consenso nei confronti della sanità pubblica, di gratitudine verso medici e infermieri, rischia di essere offuscato (se non schiacciato) dall’opportunismo più o meno aggressivo di chi sa benissimo che in questi casi si aprono spazi di arricchimento che possono essere occupati. Arricchimento materiale (quote di mercato, modifica dei contratti di fornitura, sfruttamento di posizioni dominanti, revisione delle tariffe delle prestazioni sanitarie, fondi per la ricerca, ecc.) e arricchimento immateriale (occasioni di carriera, notorietà, pubblicazioni scientifiche, fama, risonanza mediatica, ecc.). Sono sicura che fra la popolazione continua a prevalere il sentimento di gratitudine nei confronti degli operatori della sanità e di consenso nei confronti della sanità pubblica, ma sono altrettanto sicura che i portatori di interessi particolari (e non generali) si stanno organizzando per “cogliere l’attimo”, in modo subdolo, nascondendo gli interessi di pochi dietro interessi che solo apparentemente possono essere considerati di tutti.
Colgo quindi la sollecitazione contenuta nella domanda che mi è stata posta provando a immaginare che cosa si potrebbe desiderare di veder realizzato se potessimo esprimere un desiderio davanti alla lampada magica di Aladino.
Vorrei una lampada per smascherare pubblicamente e senza timidezze chiunque pensasse di approfittare della pandemia per fare affari.
Vorrei una lampada per zittire ed emarginare tutti coloro che sono appiattiti sull’esistente, che non sono capaci di cambiare prospettiva, che si nascondono dietro la burocrazia, che continuano a pensare a cambiamenti meramente formali, che si ostinano a fare dichiarazioni di principio tanto abusate quanto inutili. Vorrei una lampada per illuminare la mente di chi pensa che sia arrivato il momento di cambiare il Titolo V della Costituzione (un ennesimo lungo percorso di dibattito parlamentare …), senza tener conto del fatto che il vero problema è la sua attuazione.
Vorrei una lampada per aprire gli occhi a chi crede che la sanità sia un supermercato dove sono esposte tante prestazioni che, al bisogno, ognuno può utilizzare: il SSN è qualcosa di molto diverso dal semplice supermercato; è un’organizzazione che in modo integrato e coordinato si propone di tutelare la salute delle persone, nei luoghi nei quali esse vivono, partendo dalla prevenzione, passando per le cure primarie e arrivando – ove necessario – anche all’ospedale. Anche quando si comprano al supermercato gli ingredienti per fare una torta, c’è poi bisogno di una brava cuoca capace di dosarli, di combinarli, di cucinarli e di offrirli a chi ne può beneficiare. L’approccio prestazionale è la negazione della tutela della salute. È un approccio consumistico, che tanto piace a chi aspira alla crescita del mercato della salute ma che è gravemente limitato. Vorrei una lampada per accrescere magicamente e in un istante la qualità di molti responsabili delle politiche sanitarie, a tutti i livelli: l’impoverimento che si osserva da troppi anni richiede un impegno straordinario, ma possibile.
Vorrei una lampada per far emergere le tante competenze, sensibilità, responsabilità che ancora ci sono nel nostro paese e nel nostro sistema sanitario, anche se troppo spesso sono state mortificate e relegate nell’oscurità. Vorrei una lampada per instillare nella politica un po’ di etica, per allontanare corporativismi e distinguo strumentali. Vorrei una lampada per far capire a tutti che questo è il momento per lavorare insieme, perché possiamo superare questa tragedia solo insieme.
Purtroppo la lampada di Aladino non è disponibile. Ma qualcosa saremo sicuramente in grado di fare. La pandemia COVID- 19 ha portato alla luce in maniera drammatica i risultati di decenni di tagli al personale e alle strutture del Servizio Sanitario nazionale.

Gianni Zanotti

Gianni Zanotti- fotografo, operaio metalmeccanico, sindacalista, assessore poi ha incontrato l'Alzheimer

Ho letto i suoi due libri: uno cartaceo “La storia testarda e forse improbabile di un uomo in pensione- Racconto autobiografico” (Carmignani editrice -progetto Doc) e sempre con lo stesso editore un e-book “In viaggio con l’Alzheimer”. Nel primo c’è davvero la sua autobiografia-partendo dal paesino della Romagna dove è nato, sino al suo pensionamento, passando attraverso lavori diversi: da fotografo a operaio alla Innocenti e sindacalista a tempo pieno e poi assessore nel piccolo paese nell’Oltrepò Pavese. Poi l’ultimo capitolo quando incrocia il suo nemico, l’Alzheimer e la battaglia ancora aperta di cui parla nell’e-book.
Più volte richiama la scrittura e la sua funzione demiurgica per metter in ordine i pensieri, trasferirli dalla sua mente e dal suo cuore, ad un piano d’incontro con gli altri. Compito che ritiene necessario e stimolante, anche e soprattutto in presenza dell’Alzheimer. Perché questa attrazione e questo compito assegnato al raccontare e al raccontarsi, in forma scritta?
Scrivere, oltre che leggere, è una passione che mi porto dietro fin da bambino. Alle scuole elementari e alle medie le mie insegnanti leggevano sempre i miei temi in classe.
Con la malattia, la scrittura sopperiva alla difficoltà della parola, parola che era stata in passato lo strumento principale del mio lavoro e rappresentava quindi un modo nuovo di comunicazione. Nello stesso tempo mi sono accorto che lo scrivere mi ha aiutato a ricordare. Tanti episodi del mio passato mi sono tornati in mente con un foglio bianco davanti e una biro in mano. Metterli su carta, nero su bianco, ha fatto sì che non andassero persi. Sapevo che, prima o poi, sarebbe arrivato il momento in cui avrei scordato.
Quindi raccontare e raccontarmi per non dimenticare e come testimonianza del mio vissuto, passato e presente, da trasmettere e condividere con gli altri. La consapevolezza di sapere e poter scrivere ha fatto sì che mi tenessi sempre impegnato, sentendo che stavo facendo qualcosa di utile e interessante per me e per gli altri. Scrivere è stato un argine contro l’avanzare della malattia.

Questa sua “dipendenza” dalla parola scritta ha fatto sì che, a fronte delle difficoltà che l’avanzare della malattia poneva all’esercizio manuale con la sua “biro”, pur di procedere ha cercato altri strumenti e altri appoggi per tradurre i suoi pensieri: registrare le sue parole con modalità diverse, cercare chi poteva aiutarlo a dare corpo e logica ai suoi pensieri. Come è stata costruita questa opportunità e quali vantaggi ne ha tratto?
IMG 20190213 115414Quando mi sono accorto di non riuscire più a scrivere per me è stato un dramma. Però non mi sono arreso. Avevo una fortissima esigenza di continuare a raccontare. Abbiamo cercato altri sistemi, prima con un registratore poi con un programma di dettatura applicato sul PC, che però non hanno funzionato perché mi mettevano a disagio. Io avevo bisogno di un contatto umano. L’opportunità è arrivata con Sabrina, educatrice di una RSA della zona che ha subito abbracciato con entusiasmo l’idea di aiutare un malato di Alzheimer a scrivere della propria malattia. Io raccontavo e Sabrina, seduta al PC, scriveva e dava forma e corpo ai miei pensieri. È così che è nato il secondo libro “In viaggio con l’Alzheimer”.
È stata un’avventura entusiasmante, un traguardo di cui vado orgoglioso che ha aumentato la mia autostima nella convinzione di aver fatto qualcosa di importante che poteva aiutare altri nella mia situazione ed i loro familiari, oltre che tutti gli operatori che ogni giorno si confrontano con noi ammalati.

Lei nel libro “In viaggio con l’Alzheimer” dice che nello sfondo c’è sempre Claudia sua moglie. In realtà Claudia è sempre in primo piano nei suoi pensieri perché come afferma, anzi scrive nel titolo di un capitolo “Di amore non sono vecchio- Sono ancora un amante, sono ancora innamorato e ho la mia Claudia che mi protegge”. Di Claudia parla sempre e ci racconta del sostegno che da lei riceve costantemente. Cosa dice Claudia di questa suo nuovo viaggio?
Claudia e GianniClaudia per me è tutto. È un’amante, una compagna di viaggio, il mio sostegno in tutte le circostanze. Quando lei è vicino a me io sono sereno e mi sento al sicuro. Senza di lei sarei perso. Tuttavia sono consapevole di quanta fatica per lei tutto ciò comporta e questo causa momenti di sofferenza ma subito superati da momenti di tenerezza.
Lei ha intrapreso questo viaggio all’inizio con molti interrogativi, dubbi e paure sul modo di operare e di comportarsi, ma ha imparato rapidamente, sul campo, ed ha svolto e sta svolgendo un lavoro fantastico. Sicuramente è anche merito suo se la mia malattia ha progredito così lentamente.

Questi suoi due libri confermano un’idea che comincia a farsi strada: una persona con l’Alzheimer ha ancora tante cose da fare e da comunicare. Nessuno come chi vive la malattia, può essere testimone così prezioso e puntuale su ciò che sta cambiando nel suo umore, nel suo cervello e nei suoi comportamenti. Leggendo i suoi scritti appaiono informazioni, descrizioni di stati d’animo e della loro origine, motivazioni di comportamenti, inspiegabili per chi sta di fuori. Cito tre situazioni che mi hanno colpito, da profana, e che solo il suo racconto mi ha permesso di registrare per rileggere situazioni analoghe precedenti.
Lei racconta che non riconosce le persone dal viso, ma dalla voce; poi, aiutato da un bel carattere, cerca sempre di essere mite e gentile anche quando trova ostacoli; poi parla del piacere e dell’importanza che ha per lei l’incontro con gli amici, lo stare insieme. Sono tutti passaggi che un estraneo, anche professionista, forse non tiene sempre a mente. Come queste sue “informazioni” sono accolte dai medici e professori con cui è venuto in contatto?
Questo purtroppo è un punto dolente. Non c’è stato da parte della classe medica che mi ha seguito in tutti questi anni (sono in cura da otto anni circa), al di là di un incoraggiamento a continuare con la scrittura, un interesse vero ed un approfondimento sui temi sviluppati nel mio ultimo libro, sulle mie sensazioni, ansie paure e gioie, sul mio modo di vivere la malattia e di contrastarla e sul fatto che noi abbiamo applicato sin dall’inizio quella che ora viene definita come “terapia comportamentale” e che a detta di molti specialisti avrebbe un effetto più benefico della terapia farmacologica e noi concordiamo pienamente con questa tesi.

Gianni sabrina e ClaudiaIn genere è una domanda personale, ma parlando di autobiografia è tutto personale Si avverte in questo suo sforzo, per mantenere attiva la comunicazione scritta e parlata, anche la consapevolezza dell’aiuto offerto a chi sta vivendo una esperienza simile e l’invito ai famigliari in primo luogo ma alla società civile in generale a non fuggire davanti alla malattia, a coglierne sin dall’inizio i sintomi per poterli affrontare
Conclude dando un catalogo di istruzioni d’uso per principianti che suddivido in tre aree
1)socializzare, cercate l’amore, l’amicizia
2)aggirare gli ostacoli e mantenere i propri interessi e cercarne di nuovi
3) godere delle cose belle, imparare a ridere dei limiti e dei piccoli fallimenti
Come pensa di continuare a informare e formare altre persone nella sua stessa condizione?
È una domanda a cui è difficile rispondere ora perché dipende molto dall’evoluzione della malattia.
Io comunque non ho ancora deposto le armi e sono determinato a continuare la mia battaglia contro il Sig. Alzheimer. Troveremo certamente altri modi per continuare a dialogare con il mondo esterno.

 La storia testardaIn viaggio con lAlzheimer

 

 

dagmar rinnenburgerDagmar Rinnenburger- laureata in medicina a Freiburg in Breisgau nel 1984, specializzata in Malattie dell’apparato respiratorio e Allergologia, autrice di varie pubblicazioni e relatrice a convegni. Ha lavorato nell’ambito  delle cure palliative, nella riabilitazione respiratoria presso la Fondazione S. Lucia IRCCS e poi nel reparto subintensivo del San Camillo, sempre a Roma. 

Cosa è la cronicità e cosa la distingue dall’acuzia? È uno stato di salute, definibile “scientificamente” o è una condizione individuale, che la persona costruisce, alimenta, ne definisce la vivibilità e la qualità dei rapporti sociali?
La cronicità è stata definita dall' US Center for Health Statitics come una malattia che dura tre mesi o più. Secondo la definizione del National Commission on Chronic Illness, sono croniche tutte quelle patologie "caratterizzate da un lento e progressivo declino delle normali funzioni fisiologiche". In questo senso non è solo una condizione individuale. Nel nostro immaginario il cronico ha qualcosa di negativo, di irreparabile, mentre l’acuzie è quella risolvibile con un intervento tecnico, immediato.

andrea fabboAndrea Fabbo- Medico geriatra, direttore della UOC di Geriatria- Disturbi Cognitivi e Demenze della AUSL di Modena- Referente per il Progetto Demenze della RER nell’ambito del Servizio Assistenza Territoriale- Tutor e docente della scuola di specializzazione in Geriatria e docente a contratto di psicogeriatria per il corso di laurea in Terapia Occupazionale dell’Università di Modena e Reggio Emilia

Riprendo il colloquio avvenuto su PLV sul tema delle demenze. All’ultima domanda che le avevo posto, quella personale, le chiedevo come uomo e come geriatra cosa avrebbe voluto, per sé o per un famigliare se affetti da demenza e rispose “Vorrei poi, quando sarò anziano e forse “demente” (nessuno di noi è completamente immune dalla possibilità di diventarlo) essere messo nelle condizioni di poter scegliere o quanto meno di essere considerato come una persona che ancora può contribuire, a suo modo e con quello che può, alla vita della società. Per fare questo dobbiamo pensare a un nuovo welfare, al modello della “Dementia Friendly Community” più che alla costruzione di villaggi o luoghi dedicati che hanno sì un’attenzione alla tema, ma che comunque si configurano come spazi “chiusi” e poco attinenti alla vita quotidiana”. Ricominciamo da qui per parlare dell’accordo raggiunto in sede di Conferenza unificata sulle “Linee d’indirizzo nazionali per la costruzione di Comunità amiche delle persone con demenza” licenziate il 20 febbraio ( in seguito “Linee d’indirizzo”, N.d.R.)? Quale percorso dal Piano Nazionale Demenze del 2015 sino all’adozione di questo accordo?

walther orsiWalther Orsi- sociologo, formatore, saggista. Si è interessato di politica sociale, sociologia delle organizzazioni socio-sanitarie, sociologia della salute, prevenzione del disagio giovanile, promozione della salute nei processi di invecchiamento

Due anni fa è stato proponente/redattore e ora coordinatore, sempre come volontario, del progetto “Buone pratiche sociali” inserito all’interno dell’Associazione nazionale Cittadinanzattiva, nella sua diramazione regionale in Emilia-Romagna. Prima di entrare nelle finalità del progetto e nelle azioni individuate e praticate pongo la prima domanda: cosa sono le “Buone pratiche sociali”, cosa hanno in comune e cosa le differenzia dalle diverse attività che le organizzazioni di volontariato promuovono sul territorio regionale e nazionale. Perché questo diverso livello di partecipazione?

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