È durata lo spazio di un giorno e non su tutti i giornali l’allarme sulla salute degli italiani seguito alla pubblicazione del XIV rapporto CREA Sanità
dell’Università Tor Vergata di Roma.
Uguale scarsa attenzione hanno ricevuto i dati del BES (Benessere Equo Sostenibile) 2017 resi pubblici il 18 dicembre 2018.
Le sintesi, molto striminzite, sono apparse in alcuni titoli: la salute è un lusso per molti, si allarga il gap tra nord e sud del paese e tra Italia e Europa.
Si delinea una sommatoria di diseguaglianza sociale e sanitaria, di discriminazione per età (ageismo) e negazione di diritti individuali che parte dalle carenze e inefficienze del SSN, colpisce i vecchi per la loro maggior condizione di fragilità anche economica e per la non autosufficienza diffusa o incombente, lascia nell’abbandono le donne anziane, per le quali anche la medicina di genere fatica a cogliere manifestazioni e implicazioni delle ingiustizie in atto.

È una sorta di spirale perversa in cui si sommano vari fattori.
Se le diseguaglianze e inefficienze registrate nel SSN- che pure rimane uno tra i migliori in Europa e nel mondo- hanno origini nelle scelte politiche, organizzative, economiche dei decisori, le discriminazioni nei confronti dei vecchi- uomini e ancor più donne- hanno una base culturale, sociale e programmatoria.
C’è una rimozione, non si sa se voluta o ascrivibile a incompetenza e ignoranza (tutto è possibile!).
In Italia con l’alto indice di longevità, con una previsione demografica di un terzo di popolazione anziana (oltre i 65 anni ) nei prossimi decenni (2035/2050) i non autosufficienti oggi calcolati in circa tre milioni saliranno sino a cinque milioni.
L’ultimo rapporto sul BES segnala però che, per la seconda volta, nel 2017 si interrompe di nuovo il trend di crescita della speranza di vita, dopo la flessione del 2015, con una riduzione del tradizionale vantaggio delle donne.
La maggiore longevità femminile si accompagna a condizioni di salute più precarie: una donna di 65 anni può aspettarsi di vivere in media ancora 22,2 anni, di cui il 58% con limitazioni nelle attività; per un uomo della stessa età la speranza di vita è di 19 anni, di cui il 47% con limitazioni.
In questi dati statistici si raccolgono gli indicatori che parlano dell’oggi e del futuro prossimo: ci sono le percentuali di popolazione anziana, ci sono i numeri dei non autosufficienti, ci sono le precarie condizioni delle donne con maggiori patologie presenti, ci sono- e non tanto tra le righe- gli allarmi sulla scarsa qualità assistenziale riservata ai vecchi, che abbina alla longevità peggiori condizioni di salute rispetto ad altri paesi europei.
Quale risposta si vuole dare, ammesso che qualcuno ci voglia pensare?
Tanti contenitori residenziali di varia forma e dislocazione?
Ormai sono pubblicizzati sui giornali gli accordi tra Enti pubblici ( Comuni e ASL) con soggetti privati per attrezzare tanti involucri nelle città e nelle periferie ( dove costano meno e sono meno controllati) senza che alcuno si chieda se questo futuro sarà gradito agli anziani, ma anche quanto peserà sulle casse pubbliche.
Oppure, altro asso nella manica esibito di fronte al futuro, il peana per le performance delle tecnologie assistive, per la telemedicina, per il controllo a distanza, per i robot che sostituiscono le “badanti”.
Tutto questo riduce questa evoluzione della composizione demografica solo ad un problema di sostenibilità strutturale ed economica del paese.
In altri termini l’invecchiamento della popolazione da ascrivere alle migliori condizioni di vita e di lavoro, alle conquiste sociali e ai progressi in medicina è vissuto come “un peso” : non sollecita una rilettura dello stato del paese a misura di abitanti ( con le loro caratteristiche ), ma solo la salvaguardia del modello di vita della società uscita dalla seconda guerra mondiale.
Si allontanano quelle risorse umane come gli immigrati “compensativi” nell’abbassare l’età media della popolazione, nell’occupare posizioni lavorative, nell’assicurare servizi assistenziali a cui possono ricorrere sia lo Stato per coloro a cui intende dare assistenza, sia i privati cittadini.
Non si può neppure pensare ad un paese in cui un terzo della popolazione è teoricamente “inattiva” e un decimo della stessa ( oltre cinque milioni) non autosufficiente segregata nei contenitori.
Perché sono queste proposte di “contenitori” il primo controsenso tangibile e la manifestazione di una risposta insufficiente ed anche preoccupante.
Saranno pronti tra qualche anno, consumeranno in molti casi nuovo territorio o cambieranno la fisionomia di quartieri, ma resteranno, in seguito, come per le fabbriche manifatturiere o i grandi padiglioni per i matti, a Collegno (TO) come a San Lazzaro (RE), o il Parco san Giovanni (TS), emblemi angoscianti quando cesserà questo trend della popolazione.
Però appena pronti potranno non essere sufficienti se non si programmano e progettano soluzioni intermedie, partendo dalla domiciliarità.
Ritorna quindi l’interrogativo su quanto il tema “invecchiamento della popolazione” oltre che un fenomeno demografico sia anche la testimonianza di una incapacità di programmare a più lungo termine, di rivedere i cardini di uno sviluppo non più nell’individualità ma nella comunità, non nell’isolamento ma nella relazione tra persone.
La frammentazione del paese anche sul piano amministrativo rende difficile la condivisione di esperienze positive, lo spoil system non previsto ma attuato non solo in termini di uomini ma anche di procedure e strutture amministrative, impedisce ogni valutazione indipendentemente dal loro funzionamento e dai loro risultati. Significativo è sicuramente questo “tormentone” del reddito/ pensione di cittadinanza che oltre a non pochi punti interrogativi (centralizzazione, ruolo degli Enti locali, salvaguardia delle dignità individuali), non ha saputo/voluto a priori valutare l’esistente, preferendo ricorrere ad esperienze di altri paesi lontani.
Nel clima divisivo che serpeggia nel paese rischiano, come sempre accade, di rimanere stritolati i più fragili e più esposti come i vecchi e le vecchie, specie se non autosufficienti.
Chi chiederà loro dove vogliono trascorrere una parte di vita che può anche essere lunga? Chi vorrebbero poter vedere per intrecciare una conversazione? Chi li andrà a trovare al quinto piano di un edificio nella periferia della città? Non certo i loro coetanei che sono rimasti in città.
Non è forse il caso, accanto alla marea di dati forniti, cominciare a pensare ad una pedagogia dell’invecchiamento, qualcosa in più e di diverso dell’invecchiamento attivo, perché queste persone restino presenti e attive nelle comunità di appartenenza?

 

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