Ernaux Alzheimerimage bookTitolo un po’ generico e misterioso “Non sono più uscita dalla mia notte”, ma il sottotitolo chiarisce: Una madre, la figlia e l’Alzheimer.
L’autrice Annie Ernaux, è scoperta recente per l’Italia, anche se tradotta da oltre venti anni, prima da Guanda (Una vita di donna) poi da Rizzoli. Il successo di pubblico e di critica, come si suol dire, arriva negli ultimi due anni con due libri “Il posto” e “Gli anni” entrambi per i tipi di L’orma editore.
Non si possono disgiungere il libro, il titolo, i contenuti dalla personalità dell’autrice.

Ci sono in questo come negli altri, la narrazione personale e l’autobiografia con cui l’Ernaux ha esplorato palcoscenici diversi, c’è il racconto della cultura sessuofobica che ha dominato la vita quotidiana delle due donne, c’è infine lo sguardo critico e implacabile sulla realtà sociale che si presenta al momento del bisogno con l’impatto con la casa di riposo. C’è però dominante l’Alzheimer, la malattia che crea una notte nella mente delle persone.
Tutto questo raccontato con lo stile asciutto, rigoroso, pungente quasi da cronaca giornalistica, sia quando parla di sentimenti sia quando denuncia una pratica disumana all’interno della struttura.
Il libro, poco più di un centinaio di pagine, senza dediche o citazioni, è il diario che Annie scrive dopo ogni visita alla madre che, dopo alcuni ricoveri in ospedale e in casa di cura, al manifestarsi dei primi sintomi della malattia, finisce in una casa di riposo.
E’ una storia di un lento degrado nel corso di tre anni, dal 1983 al 1986, in cui ognuno può ritrovare tanti pezzi della propria esperienza: il rapporto con la persona malata, l’orrore e l’indignazione davanti a certe pratiche che non si possono chiamare “ di assistenza”.
Ernaux scrive le parole dette dalla madre, le sensazioni che le restano al ritorno da ogni visita, come tante tacche di un diario, che arriverà sino alla sua morte.
Le trascrive nel libro pubblicato con la stessa carica di emozioni, sentimenti, disgusto, riprovazione.
Come negli altri libri l’autrice non concede niente alla compassione o all’idea di edulcorare sia i rapporti, nel corso della loro vita, con la madre, sia il conformismo e perbenismo che questa ha sempre manifestato.
Riconosce però una relazione molto più stringente e invasiva: s’identifica con quella donna, anche quando ne ricorda i comportamenti più ostili, svolge con assoluta naturalezza e accettazione le azioni di cura più spiacevoli come raccogliere gli escrementi in giro per la stanza o più stressanti come far assumere il cibo.
Dice Annie che anche quando niente c’era più della precedente persona nella donna distrutta dalla malattia, era sua madre , più che mai. La sua- precisa- non è una testimonianza obiettiva ma “soltanto ciò che rimane di un dolore”.
E’ un diario che non può essere riassunto, può solo essere ripreso per flash e sensazioni. Ognuno di noi le raccoglierà diverse.
Ci sono le manifestazioni ripetitive della malattia: l’insistenza e immediatezza di una richiesta, la ripetizione di gesti abituali di una vita in una situazione differente, l’occultamento del cibo, forse ricordo della miseria, la ripetizione di frasi fatte, non più collegate all’ambiente.
Ci sono le sensazioni personali della figlia che si sovrappongono, quelle dell’infanzia, della maturità e ora di figlia che assiste, certe forme di “sadismo” per rispondere agli imperativi della struttura, certi ricordi legati agli abiti della madre da vendere, regalare, conservare.
C’è soprattutto questa sensazione o forse certezza d’identificazione con la madre: nelle sue reazioni alla realtà che la circonda, nel suo corpo ormai disfatto e sempre violato, nella promiscuità della casa di riposo.
C’è sovrastante a tutto la convinzione che sino all’ultimo la madre ha voglis di vivere, abbia la consapevolezza del suo destino “Finire i miei giorni qui” e della sua malattia “ Non sono più uscita dalla mia notte”, l’ultima frase che pronuncia prima della morte. C’è la certezza che la madre, pur in quel disastro fisico e intellettivo è ancora una persona, una donna.
Poi, come dice Annie Ernaux, il libro non vuole essere una “denuncia” della scarsa assistenza, degli abusi, del non rispetto della dignità delle persone perché c’erano anche attenzione e abnegazione da parte del personale. Sono tanti gli episodi e i comportamenti registrati: le camere sporche, gli orologi sparsi ovunque, ma tutti fermi, la puzza diffusa, gli anziani scoperti o nudi esposti alla vista di tutti, le “regole” della vita interna, l’abolizione dei vestiti personali per l’adozione delle divise dell’istituto, le camicie aperte dietro, con nessun altro indumento sotto se non le mutande con il pannolone. Questo è vero succedeva oltre trenta anni fa. Però già allora erano cambiate tante cose, almeno in Itala, però anche oggi tante sono ancora come allora. Purtroppo.

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