ImmortaliHo acquistato “Immortali” di Nicola Palmarini (Egea edizioni, giugno 2019) con alcune perplessità, perché il sottotitolo “Economia per nuovi highlander” mi richiamava le campagne pubblicitarie per acquisire nuove fasce di consumatori da parte delle multinazionali di creme di bellezza o integratori alimentari o abbigliamento per crociere.
La seconda di copertina sembra anticipare questi contenuti con qualche accenno agli stereotipi.
Alla fine la curiosità ha prevalso, anche per alcuni interrogativi che mi sorgono sulle attuali politiche (o assenza di politiche) a fronte dell’andamento demografico dell’Italia.
Il libro offre diversi piani di lettura.

Una prima riflessione etica- filosofica esamina tutti quegli stereotipi e quelle culture odierne che hanno dato vita all’ageismo, la discriminazione più diffusa nella società odierna, nonostante la ricerca della longevità sia stata sin dai secoli scorsi il grande miraggio degli umani.
I parametri usati per leggere la società, dice Palmarini, sono età e lavoro, uomo/donna il tutto registrato sulla linea sottile delle statistiche demografiche.
In questo quadro gli anziani sono solo accaparratori di risorse, inutili allo sviluppo sociale ed economico e consumatori bulimici di servizi sanitari. Visioni che alimentano l’ageismo, tra le categorie professionali più disparate, comprese quelle che con gli anziani dovrebbero dialogare.
Le soluzioni proposte sono tese a sconfiggere le manifestazioni della vecchiaia (rughe, incontinenza, dolori articolari, rigidità fisiche) moltiplicando i bisogni, non raccogliendo le aspettative, concentrandosi sulla cura delle malattie e non sulla prevenzione delle stesse.
Gli indicatori, dice l’autore, dovrebbero essere non più (o non solo) l’aspettativa di vita che è una media statistica, ma l’estensione della vita (longevità); non più una linea sottile e diritta ma una linea larga con andamenti anche discontinui che rappresentano il vissuto di ognuno di noi; un’idea del corpo non come un involucro, con una data di scadenza, “usa e getta” all’esaurimento della funzione riproduttiva, ma come una macchina in continua manutenzione.
Palmarini richiama più volte, per introdurre tutto il dibattito sulle teorie dell’invecchiamento le teorie del biologo Tom Kirkwood, professore emerito della Newcastle University, che sostiene che non siamo programmati per morire.
Sulle statistiche odierne incidono tre fattori: l’aumento dell’aspettativa di vita, il calo delle nascite e l’ingresso nelle statistiche del baby boomer del dopoguerra.
Nel prossimo decennio, si prevede, dice il Mckinsey Global Institute, che gli attuali ultrasessantenni genereranno la metà della crescita dei consumi urbani, aiuteranno figli e nipoti e le donne nello specifico come caregiver. Solo in Italia già oggi le donne elargiscono cinquanta miliardi e 694 milioni di ore di lavoro in un anno a titolo gratuito più di quanto sia l’intero monte ore di lavoro retribuito di uomini e donne.
La seconda lettura si concentra sulle diverse ipotesi di vecchiaia odierna e futura che evolvono continuamente perché la velocità delle scoperte scientifiche, l’intreccio con le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale e dalle tecnologie mette in discussione gli approcci attuali e rileva le opportunità e i capovolgimenti che, con una diversa concezione dell’invecchiamento, possono modificare la vita dei singoli, la struttura delle reti sociali, culturali ed economiche.
Se lo scorrere della vita traccia una larga linea individuale, di cui la vecchiaia non è una penosa appendice, né una fase declinante significa mettere l’accento sulla “diversità personale”, non solo in termini sociologici o amministrativi (l’età è una convenzione anagrafica, dice Marc Augé), ma anche biologici, per guardare avanti e non rivolgersi al passato.
Adottando un concetto di longevità (durata della vita superiore alla media) avendo come punto di partenza i 122 anni che aveva alla sua morte Jeanne la donna francese di cui si hanno dati ufficiali, significa prevedere migliaia di ore da vivere, salvaguardando quei diritti che l’autore ritiene inderogabili: il rispetto della diversità, anche biologica, la titolarità delle scelte, la difesa dai tentacoli del consumismo commerciale.
Il terzo tema del libro ci presenta un nuovo campo di studio: la geroscienza, uno spazio d’incontro tra le varie discipline coinvolte.
Palmarini parte, per parlare della ricerca contro l’invecchiamento, dall’affresco della Fontana della Giovinezza del Castello della Manta, e da tutti i vari tentativi per scoprire l’elisir di lunga vita.
La ricerca medico- scientifica fa un balzo con la codifica del genoma avvenuta nel 2003.
Da quel momento è stato un susseguirsi di progressi nella ricerca biomedica, superiori a quelli di tutti i secoli precedenti, con approcci diversi: biologico, fisico, ingegneristico.
Se la geriatria si occupa di curare le patologie della vecchiaia e la gerontologia cerca di capire le cause delle stesse, l’approccio ingegneristico si propone di riparare il più in fretta possibile i danni che si manifestano nel corso della vita, in modo sempre più frequente con il passare degli anni. Le “sette classi di danno” su cui intervenire in questo percorso richiedono una complessità di conoscenze tecniche e scientifiche che solo un agire sistemico può raccogliere e aggiornare ogni volta che una nuova scoperta scientifica appare all’orizzonte, con un ritmo nemmeno immaginabile solo qualche decennio fa. Nasce così la geroscienza, la scienza dell’invecchiamento, che partendo dai tre elementi biologici- urina, saliva sangue- indaga l’essere umano e le sue dinamiche biologiche e sociali nella forma orizzontale, cioè non su un tema specifico.
Da qui appare nel libro un lungo elenco dei diversi istituti scientifici impegnati in questi programmi che richiedono ricerca, scienza e finanziamenti, partendo da database enormi, tipo quello canadese gestito dal CLSA (Canadian Longitudinal Study on aging) che raccoglie i risultati di uno studio longitudinale a lungo termine su circa 50.000 volontari, tra i 45 e gli 85 anni, sino ai diversi progetti per miliardi di dollari promossi da soggetti diversi, pubblici e privati, fondi di investimento e singoli investitori.
Dice l’autore: quando s’intrecciano dati, ricerca, finanza, intelligenza artificiale imperativo diventa un approdo e una cornice etica perché il nucleo centrale di partenza e di arrivo rimane l’uomo e gli investimenti nelle biotecnologie e nelle scienze della vita “richiedono una profonda conoscenza degli aspetti e le dinamiche capaci di permettere un giudizio oggettivo sulla capacità e qualità delle imprese…Per intenderci se nelle start up del settore dell’IT il tasso di fallimento è attorno al 90%, quando si parla dell’industria della biotecnologia questo tasso raggiunge il 96% durante il clinical trial, ...che avviene dopo un percorso di ricerca lunghissimo spesso nell’ordine dei cinque-dieci anni”.
Dall’industria dell’immortalità deriveranno sicuramente tanti progressi e tanti rischi, ma non è arrestabile. Si tratta quindi di affrontare quelle che Palmarini, richiamando un Report sull’industria della longevità sono le quattro macroaree: la geroscienza, la medicina P 3 (Precisione, prevenzione, personalizzazione) (qui su PLV), l’age tech (le tecnologie che contribuiscono alla qualità della vita degli anziani) la finanza.
In mezzo a tutta questa scienza e ricerca compare anche un Partito dei transumanisti che mira a utilizzare la tecnologia per superare la morte biologica.
Il libro, sui cui contenuti mi sono soffermata, per cercarmi di chiarire un po’ le idee, pur restringendo e sintetizzando al massimo (sicuramente incappando in errori e inesattezze specie nelle parti tecnico-scientifiche), chiude con due argomenti: “L’industria dell’immortalità” e il capitolo su “ Economia per nuovi highlander” che si è guadagnato uno spazio nella copertina.
Da questi due capitoli, in cui vi è un quadro ampio su ciò che sta succedendo nel mondo, traggo alcuni flash concettuali e informativi.
L’industria dell’immortalità non è finalizzata a nascondere la vecchiaia per sembrare giovani, ma a vivere il più a lungo possibile in salute. Si parla di biotecnologia del ringiovanimento, come braccio della medicina rigenerativa.
Si tratta però anche di capire dove finalizzare la ricerca, come implementare progetti di sviluppo, come predire il più presto possibile i risultati dei clinical trial, garantendo e tutelando i consumatori. In questi obiettivi alleato principale sarà l’intelligenza artificiale.
Qui si arriva all’Italia, dove ci appaiono i “maledetti e tragici “ dati su un paese che invecchia in cui, oltre alle case di cura e alle RSA e alle industrie farmaceutiche, pare che solo le produzioni alimentari, le compagnie assicurative e le banche che gestiscono i risparmi possano trarre benefici, con lo stereotipo dei vecchi sulla panchina dei giardini in attesa di entrare in una struttura residenziale (Rapporto Moody).
Già si è detto da parte dei geriatri che il settantacinquenne odierno ha alzato l’asticella della vecchiaia e il futuro sarà tutto in ascesa. C’è quindi una molteplicità di ambiti produttivi, probabilmente tutti, che ne trarranno vantaggio, perché dice l’autore ci sarà un “consumatore immortale”, che sarà anche il maggior detentore di ricchezze per fruire delle novità, ma anche per investimenti. La lettura di questi due articoli ci proietta in un mondo in cui si conoscono progressi compiuti negli ultimi anni, ma ancora più attraenti i progetti volti a supplire a deficienze fisiche e cognitive per “logoramento” del corpo.
In questo spazio compare anche, per la prima volta nel libro, se non mi è sfuggito, la Femtech, quel ramo delle tecnologie dedicate alla salute, promosso da donne e destinato alle donne. Tutto ciò, dice una delle protagoniste è dovuto alla ripresa di un’ondata femminista (#metoo), alla disponibilità di dati personali istantanei, all’adozione di sistemi di controllo individuale della propria salute. Sono riportate nel testo varie esperienze a conferma di questo nuovo indirizzo.
Chiudo con due argomenti che appaiono in questo capitolo e anche in altri.
Il prolungamento della vita oltre a quanto qui detto entra anche come un possibile nuovo perno nell’organizzazione del lavoro, nel funzionamento della struttura interna delle singole industrie che dovranno- anche se ora, in tempo di precariato selvaggio, riesce difficile immaginarlo- ripensare quanto capitale umano, esperienza lavorativa, conoscenza dei processi andranno persi con il pensionamento di milioni di persone che avranno davanti oltre trenta anni di vita anche con i dati attuali.
Un secondo argomento nel libro è affrontato con considerazioni trasversali: si continua a ragionare anche per il futuro, con un’idea di anziano- già oggi superata, ma irremovibile nei programmatori- che ha solo bisogni di salute, necessità assistenziali e scarse possibilità di scelta.
I servizi che ancora si programmano, pur se costosi, rispondono a questo modello di utente. Cosa succederà tra dieci anni, quando in realtà la persona avrà, anche nel bisogno, altre esigenze?
Alcune considerazioni finali.
Non è un libro facile da leggere e da metabolizzare, se non si hanno specifiche competenze in ambiti iper specializzati: intelligenza artificiale, scienza (e) della longevità, biotecnologie, finanza. Aiuta, per assurdo, l’aver da tempo riflettuto sulla inadeguatezza delle attuali proposte anche se solo in ambito assistenziale.
Interessante il quadro d’insieme della ricerca avviata e dei progetti all’esordio, ma ancora una volta di difficile memorizzazione, sempre per chi è esterno a questi settori tecnici scientifici, forse per un esubero di informazioni, anche se si dà atto che citare per nome innumerevoli istituti, ricercatori e campi delle ricerche, fornisce una patente di veridicità a temi che sembrerebbero di fantascienza.
“Immortali” ha però un grandissimo pregio: legge con lenti e griglie diverse l’invecchiamento della popolazione che si registra in tutte le nazioni (Italia in primis) in cui il progresso (ricerca e ricchezza) ha conquistato un prolungamento generalizzato della vita. Forse un coinvolgimento, nel prosieguo di tempo, di programmatori e gestori di servizi, pubblici e privati, in questa analisi, sarebbe utile a tutti i protagonisti, per arricchire “le scienze della vita” di ulteriori informazioni sulle identità diverse delle persone anziane, sulla soddisfazione delle loro aspettative, ma anche dei bisogni assistenziali e sanitari, che pure in età sempre più avanzata continueranno ad emergere.

 

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