Il dialogo e la cura2019 07 08 alle 19.59.26Mi sono seduta dalla stessa parte, sulla stessa sedia per leggere “Il dialogo e la cura- Le parole tra medici e pazienti”, (Il pensiero scientifico editore, 2019) e per preparare l’intervista (qui) all’autrice Silvana Quadrino.
Potevo solo vestire i panni di una paziente, che assiste ai dialoghi tra la formatrice e i medici, tra i medici e i malati, tra i medici, i malati e i famigliari.
Alla fine tutti, poco o molto, per malanni di stagione o malattie importanti, per sé stessi o per un famigliare abbiamo incrociato un medico, abbiamo dialogato o cercato di farlo, abbiamo tratto delle impressioni o dei giudizi da quei colloqui.
Perché, come dice Quadrino, la comunicazione medico/paziente è un intervento professionale, in cui due diverse entità e identità si parlano, il medico ha di fronte “l’altro che è un altro”.
Come si pone nei confronti di questi? Con distacco o con generosità? Perché l’altro è un insieme di organi e parole, ma anche di storie vissute, di emozioni e di sentimenti e di ricordi, che sono parte integrate del passato ma anche del presente e del futuro con la malattia protagonista. Questa sua esperienza s’incontra con quella del medico.
Perché un dialogo è definito da una conversazione a due o più voci e da un ascolto, non formale ma interessato da parte di tutti gli attori in scena. C’è un altro soggetto, infatti, che entra nella cura in questi nostri tempi: il famigliare, deputato per ruolo e/o per necessità a prendersi cura del paziente.

Un tempo l’assistenza al malato si diluiva tra le donne della famiglia. Oggi è una persona sola, di norma, che se ne fa carico. La moglie, la figlia, la nuora, qualche volta i corrispettivi al maschile.
Il libro s’interroga in merito. Il medico come si rapporta con questo caregiver? Lo sostiene o lo colpevolizza? Lo carica di responsabilità di cura oltre a quelle derivanti dai legami famigliari o offre la sua disponibilità ad affrontare e risolvere situazioni e difficoltà?
La famiglia nel suo insieme come vive e come anche influenza l’evolversi della malattia e come la malattia rafforza o deteriore i legami esistenti??
Il medico come si colloca a fronte di un paziente “recalcitrante”? Vive questo atteggiamento come il non riconoscimento della sua professionalità?
Accanto al dialogo che è fatto di parole, dette e ascoltate, c’è anche una comunicazione non verbale, che spesso colpisce ancor più di ciò che è detto.
Il medico che non ti guarda in faccia, che parla mentre scrive al computer e se glielo fai notare ti risponde che sta ascoltando, che ogni tanto lancia uno sguardo al cellulare, anche senza dare una motivazione, o finisce di scrivere una ricetta non è un dialogante.
Chi, soprattutto nell’ipotesi di una diagnosi infausta, non ti chiede la tua opinione sul tuo stato di salute, non prende in considerazione le tue valutazioni o i tuoi progetti ,non avvia un dialogo, ti dà solo delle informazioni.
Indice SilvanaIMG 4350Il libro ha una struttura abbastanza definita: per ogni tema trattato si parte da frasi o citazione da altri testi che mettono in campo le varie interpretazioni possibili e le conseguenti azioni che dovrebbero essere adottate dal medico. Sono poi inseriti- molti derivanti dall’attività di formatrice di Silvana Quadrino- brani o narrazioni, incontri tra un medico e un paziente che raccontano le conseguenti conversazioni, le diverse interpretazioni, le dinamiche che si sviluppano tra i due protagonisti, con le aspettative soddisfatte, le rassicurazioni ricevute e manifestate, ma pure le risposte evasive o frettolose.
Infine si propongono le soluzioni possibili e i risultati che ne derivano.
Oggi che cresce l’attenzione, almeno per una parte in aumento dei professionisti sanitari, alla persona e alla sua identità, il dialogo è componente essenziale e base o forse anche la via maestra per costruire una cura personalizzata.
Il libro analizza le varie componenti del dialogo, il peso delle parole, le ricadute sulla cura e le implicazioni previste o prevedibili attivate dall’integrazione tra il sapere medico, la storia del paziente e la sua relazione con la malattia.
In questa funzione quasi maieutica del dialogo per far vincere non tanto la verità ma l’efficacia della cura, mi ha un po’sorpresa, sulla strada della personalizzazione, che, tra le domande da porre da parte del medico ad un paziente, non emergano con maggior evidenza, il peso di due condizioni individuali che oggi aumentano statisticamente: l’età (siamo sempre più vecchi) e il genere. Singolarmente, ancor più se sommate determinano la fattibilità e l’efficacia della cura nell’adozione di misure di prevenzione, nella aderenza alle prescrizioni, nella convivenza/ accettazione della malattia. Ci sono alcuni casi, forse qualcuno mi è sfuggito, in cui la donna appare nei ruoli tradizionali di caregiver o di capofamiglia o comunque centro di una rete di rapporti.
C’è Luisa, madre di tre figli che si trova a non poter dedicare alla figlia che soffre di crisi epilettiche la dovuta attenzione e tutte le dinamiche famigliari saltano.
Oppure c’è Maria unica a mantenere e assistere la sua famiglia, con tre figli, con un lavoro anche faticoso e disposta a non curarsi per non lasciarli soli.
In entrambi i casi la realtà emerge solo in un momento successivo, perché il contesto famigliare della donna coinvolta non era stato preso in considerazione, ma nemmeno conosciuto.
Quante sono le donne che non si curano perché devono pensare agli altri? Quante volte le donne non parlano dei loro dolori perché così sono state educate, per non disturbare chi “mantiene la famiglia”? Quante volte una donna anziana dà la colpa all’età per disturbi legati alla maternità, alla menopausa e non ricorre al medico? O se ci va racconta una minima parte dei suoi sintomi e del loro sorgere?
Conoscendo Silvana e il suo interesse per la formazione e la divulgazione, attendo un suo prossimo scritto su questa parte consistente di umanità.

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