Il sogno della macchinaLa “macchina da cucire” un sogno, un riscatto, un totem al centro della cucina.
Non avevo letto altri libri di Bianca Pitzorno, che conoscevo più come autrice di romanzi per bambini.
Poi mi è capitato tra le mani “Il sogno della macchina da cucire” (Bompiani editore-2018) e mi ha fatto fare un balzo all’indietro di sessanta e forse più anni quando la macchina da cucire (o la macchina da maglieria) stazionavano al centro della cucina in casa mia come in tutte le altre abitazioni del carpigiano e in tutta la bassa provincia modenese.
Dopo aver letto il libro di Bianca Pitzorno ho ripensato a quanta strada è stata fatta dall’ottocento ad oggi, ma quanti buchi neri sono ancora aperti o si riaprono continuamente per la conquista dei diritti al lavoro e alla libertà per le donne.

Il romanzo di Bianca Pitzorno recupera tutti gli ingredienti dei romanzi d’appendice in auge tra l’ottocento e il novecento, lettura prediletta per chi, e non erano tante, sapeva leggere e si prestava in qualche caso, audiolibri ante litteram, a farne partecipe un pubblico di donne.
Le sartine erano il simbolo di chi aveva fatto il primo salto per uscire dalla condizione di servetta in casa di signori benestanti.
Il libro, nello scorrere delle pagine, ci spiega con chiarezza quale era la condizione delle ragazze, poco più che bambine, che dalla campagna finivano nelle case dei ricchi e al primo dissidio o malinteso o sentimento di gelosia, mandate sulla strada con nessuna altra prospettiva che i bordelli.
In questa storia però c’è tutta la solidarietà e il sostegno che Bianca manifesta per gli sforzi e la lotta delle donne per vivere libere, con un’autonomia economica, responsabili delle proprie scelte.
È un libro di donne, dalla nonna della sartina che l’alleva dall’età di cinque anni, quando è rimasta orfana e si preoccupa di tramandarle il suo mestiere di ricamatrice di biancheria, per cui era rinomata, manche di sarta di abiti a tutte le clienti che incontra nel corso degli anni. Però continuano a comandare gli uomini o quelle femmine che ne hanno assunto il ruolo nella conduzione famigliare.
La nonna sarà quella che prima di tutto si preoccupa che abbia un suo mestiere per non dover sottostare soprattutto ai soprusi e alle violenze umane.
La protagonista, la sartina, è voce narrante e questo rende più immediata la possibilità per chi legge di immedesimarsi nello sforzo continuo per mantenersi indipendente, per cercare di conquistare apprezzamenti sul lavoro e nuove clienti, per assicurarsi, con il suo lavoro, l’autonomia. In questo miraggio c’è il sogno di avere una macchina da cucire, per aumentare le possibilità di migliorare, per confezionare capi eleganti, per potersi permettere di soddisfare i suoi desideri e le sue aspirazioni: ascoltare l’opera, acquistare libri (ha imparato a leggere “comprando” alcune lezioni con lenzuola ricamate) non dover sottostare ai ricatti, alle cattiverie e alle minacce di chi si sente più forte. Saranno tanti gli ostacoli, ma anche tante le conquiste.
Le sartine andavano spesso a casa delle clienti, dove anche per un tenore di vita già elevato, avevano una stanza dedicata al cucito e al guardaroba. In questo contatto ravvicinato la sartina può conoscere tante donne diverse, capire che non tutte si sottoponevano alle volontà maschili, che altri rapporti erano possibili.
Sino alla fine del romanzo la protagonista rivendicherà e difenderà la sua libertà di scegliere, anche sul piano affettivo, con decisioni sempre più impegnative, che sembrano andare di pari passo con il progresso tecnologico delle macchine da cucire.
Finito di leggere il libro mi sono ritrovata a pensare alla macchina da cucire e al valore e al peso che assume nel romanzo e cosa ha significato, nel secondo dopoguerra questo “strumento” per le donne del carpigiano. Era la nascita del lavoro a domicilio, che ha contribuito a migliorare il livello di vita, ad abbandonare i quaranta giorni della campagna da mondine nelle risaie piemontesi, a dare una prospettiva ai figli che potevano studiare.
C’era anche il rovescio della medaglia. Le centinaia di migliaia di lire investite nell’acquisto, il ricatto dei padroni delle fabbriche di camicie e di maglie che potevano toglierti il lavoro in ogni momento se non stavi ai loro tempi, anche se loro non avevano sborsato un soldo. E i loro tempi imponevano una schiavitù: la donna si alzava alle cinque del mattino, mangiava il piatto di minestra sul tavolino della macchina, tutta la famiglia impegnata con mansioni collaterali, i figli accuditi dai nonni se c’erano, la consegna in fabbrica all’ora stabilita, estate e inverno, percorrendo chilometri in bicicletta dalle campagne sino alle fabbriche.
La sartina del libro di Bianca Pitzorno di inizio novecento, le donne delle camicerie e dell’abbigliamento di Carpi, le donne cinesi o del Bangladesh, ancora chine sulle macchine per confezionare gli abiti a basso prezzo per le industrie occidentali, hanno un filo rosso che le congiunge: la voglia di riscatto.

 

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