Schermata 2019 03 06 alle 15.54.05Il libro di Enzo e Nicola Ciconte tratta di un episodio specifico, il ripudio del matrimonio da parte del ministro Crispi, come se mai fosse avvenuto, tra lui e Rosalie e l’asservimento della Magistratura.
Il libro è diviso in tre parti perché non si può parlare di quell’inchiesta, delle conclusioni e del clima circostante, se non ricostruendo la storia e la personalità dei due protagonisti. Di questi parla nelle prime due parti Enzo Ciconte. Nella terza parte è analizzata e commentata da Nicola Ciconte sia la fase istruttoria sia la sentenza finale. Le conclusioni sono a quattro mani.
Il racconto di Enzo Ciconte parte dal matrimonio nel 1854 e si conclude con l’inchiesta sul reato di bigamia di cui Crispi è accusato nel 1878.
Se Maria Attanasio scrive per Rosalie il diario che lei avrebbe potuto lasciarci, Enzo Ciconte è il cronista dell’epoca, che nelle vesti dei giornali del tempo, con una lente non oscurata dal clima politico d’allora, rilegge una storia di negazione dei diritti di una donna, di asservimento alla classe politica di tutti potenti del momento, compreso gli amici “rivoluzionari” di Crispi, che oltre che la fede mazziniana hanno abbandonato anche gli ideali di giustizia abbandonando Rosalie.
Nicola Ciconte partendo dalle carte rilegge l’asservimento della magistratura napoletana.

Siamo nel 1854, maggio. L’arrivo della nave che porta una Rosalie raggiante a Malta per unirsi al suo amato segna l’inizio di questa storia e tutto lascia sperare in una nuova ritrovata felice convivenza.
L’espulsione della coppia da parte delle autorità maltesi li costringe a ripartire. Il 27 dicembre si celebra il matrimonio che pone fine al soggiorno nell’isola. La ragazza aveva tanto sognato quell’evento, senza immaginare che sarà poi causa e pretesto per cambiare dopo due decenni la sua vita.
RosalieJPGEppure Rosalie conosceva la tumultuosa vita sentimentale del suo uomo. Crispi, si era sposato in giovane età con una ragazza Rosina da cui aveva avuto una figlia, Giuseppa, entrambe morte nel 1939. Poi aveva avuto una relazione con una donna più vecchia di lui, Felicita, che gli diede un figlio Tommaso, di cui durante il soggiorno a Torino, Rosalie dovette prendersi cura per un certo periodo.
Rosalie era gelosa, vedeva tutte le donne che corteggiavano il suo uomo, ma seppe sempre in qualche modo tenerle a distanza, anche perché Crispi era conscio che senza il suo supporto economico e anche organizzativo, la sua vita di rivoluzionario, tra Mazzini e Garibaldi, sarebbe stata molto ridotta e sacrificata.
Questa presenza insostituibile di Rosalie, la sua devozione al marito, adattandosi a svolgere sia i lavori più umili per sopravvivere, sia quelli più pericolosi per contribuire alla causa era ben conosciuta da tutto l’entourage che a Londra, dopo l’abbandono di Malta, girava attorno a Mazzini e ai suoi discepoli.
Fu però il soggiorno a Parigi a mettere a dura prova la quotidianità quando erano senza una candela per un po’ di luce e si cibavano della cicoria che Rosalie, da buona montanara, andava a raccogliere nei campi.
Poi arrivò la spedizione dei Mille e la partecipazione di Rosalie come unica donna garibaldina.
L’Unità d’Italia, la crescita del potere di Crispi che diventò subito deputato e Segretario di Stato, invece di togliere finalmente la coppia anche dalle ristrettezze economiche le aumentò e segnò l’inizio della fine.
L’aristocrazia e la borghesia prima siciliana poi italiana, colpita da alcuni provvedimenti di Crispi, uomo di governo, non perdette occasione, tra le altre accuse, per umiliare la moglie ricordandone le umili origini e anche i lavori “popolani” che aveva svolto. “L’angelo” dei garibaldini divenne la lavandaia per i nobili. Essere un deputato era una carica onorifica, senza stipendio, ma lo status ovviamente impediva di avere una moglie “lavandaia”.
Il mantenimento del “decoro” di deputato che Crispi interpretava con molta enfasi e magnificenza rese ancora più difficili i rapporti tra i due cui i traslochi continui, nelle diverse capitali del regno (Torino, Firenze, Roma) complicò ulteriormente la vita. Rosalie, mentre cresceva il potere del marito, era sempre più sola, emarginata, umiliata, “braccata” da un contesto ostile, accusata di tradimenti e comportamenti osceni proprio ora che aveva raggiunto i 50 anni, quando, come lei gridava, mai era stata infedele quando era più giovane e anche corteggiata.
Il trasferimento a Roma aggiunge al matrimonio l’ultimo scoglio, i tradimenti con donne più giovani, prima con Luisa Del Testa che da lui ebbe un figlio Luigi, poi con Filomena (Lina) Barbagallo che partorì nel 1973 Giuseppa, per cui Crispi stravedeva.
Rosalie dovette arrendersi e accettare un accordo capestro: pesante, umiliante e ancor più che ingiusto. Lasciò la casa coniugale il 28 dicembre 1875, 26 anni dopo il giorno del matrimonio a Malta del 27 dicembre, che lei aveva considerato il più bello della sua vita.
La storia di Rosalie e Francesco, dei moti rivoluzionari di Mazzini e Garibaldi per l’Unità d’Italia e dei primi passi del nuovo Stato raccontata da Enzo Ciconte anticipa, anche nei tempi di pubblicazione, la narrazione di Maria Attanasio ma non la rende inutile perché le costruisce una cornice “storica”. Se Maria Attanasio scrive con la voce di Rosalie di cui s’innamora sempre più mentre ne svela o individua i vari ostacoli e dolori, Enzo Ciconte esprime il suo appoggio a Rosalie denunciando l’ipocrisia, la scalata al potere, l’egoismo in primis di Francesco Crispi e di tutto quel nuovo corpo sociale ed economico, composta dalla nuova borghesia e dagli aristocratici gattopardeschi riciclatisi nel nuovo sistema di potere, raccogliendo scritti, testimonianze e documenti a riprova della loro grettezza.
Da tutto questo, non a caso, esplode l’accusa di bigamia rivolta a Crispi dai giornali in primis, che seguirono, anche con racconti boccacceschi, tutti i passaggi.
Tutto nasce dalla celebrazione del matrimonio, quasi clandestino, tra Crispi e Lina Barbagallo a Napoli il 26 gennaio 1978, nella casa dove abitavano, senza pubblicazioni, avendone chiesta la dispensa. Nicola Ciconte, nella terza parte del libro, parte da questo evento.
Tutto questo segreto, prima testimonianza di quanto lo stesso Crispi fosse consapevole del tunnel in cui si cacciava, ma che contava di insabbiare, non durò a lungo, neanche un mese. Il giornale “ Il piccolo” pubblicò la notizia e nel contempo sollevò il quesito principale: Crispi era bigamo?
In tutto il paese i giornali- dai più importanti ai bollettini locali- si lanciarono sul boccone.
Crispi era potente, Ministro dell’Interno e usò, sin dall’inizio, tutto il suo peso, tramite amici e complici, per tutelarsi: inventò falsi certificati di grave malattia per la moglie per giustificare l’urgenza per essere dispensato dalle pubblicazioni, adducendo a pretesto anche la necessità di regolarizzare la posizione giuridica (e sociale) della figlia Giuseppa.
Fece dichiarare l’assenza di impedimenti al matrimonio in un atto notorio firmato da 5 persone che dichiararono che, per conoscenza diretta, Crispi non aveva alcun impedimento a sposarsi. Il matrimonio si svolse velocemente ma poi le acque si agitarono. Lo scandalo fu tale che anche i regnanti e tra loro la regina Margherita furono chiamati in causa.
Crispi oltre alla sua arroganza e protervia pagava anche l’ostilità dei suoi avversari che non tolleravano la presenza della sinistra al governo, accusandola oltre a possibile scelte politiche, di essere foriera di malcostume e nefandezze.
Il piccoloI giornali misero in luce tutte le incongruenze di quel matrimonio con le sei domande formulate da “Il piccolo”.
1)La signora che tutti avevano conosciuto come moglie del Crispi lo era o non lo era?
2)Quali furono i motivi avanzati al Procuratore generale per la dispensa dalle pubblicazioni?
3)Chi sottoscrisse l’atto notorio sulla mancanza di impedimenti?
4)Il pubblico Ministero ignorava che ci potessero essere degli impedimenti al matrimonio?
5) Come poteva il Procuratore del Re dire che Crispi era domiciliato a Napoli?
6) Perché l’ufficiale di Stato Civile di Napoli prima di procedere non ha chiesto nei vari luoghi di residenza precedente se Crispi aveva uno stato libero?
I giornali chiamarono in causa, ovviamente sfruttandola a favore dell’esistenza del reato di bigamia, tutta la conosciuta storia pubblica di Rosalie sempre presentata per 20 anni come moglie di Crispi. Uno dei firmatari dell’atto notorio dichiarò di essere stato tratto in inganno con informazioni false e volutamente ingannevoli.
Rosalie non intervenne in tutto quello scandalo, se non chiedendo e ottenendo di essere ricevuta dalla Regina cui già era sta presentata come moglie di Crispi per assicurarla che lei era la consorte legale e mai avrebbe ingannato la Regina che l’aveva ricevuta prima e ora.
Riassumo, anche per non esprimermi con linguaggio e termini impropri, le osservazioni e critiche apportate da Nicola Ciconte.
Tre informazioni preliminari. Il Procuratore generale del Re era una nomina politica e la scelta di adire al Tribunale di Napoli, ha avuto certamente un suo peso, così come la nomina come difensore di Crispi di un avvocato di quel Foro. Seconda informazione: il Procuratore affidava al Giudice istruttore le indagini, ma lo stesso Procuratore emetteva la sentenza finale, cioè chi aveva indagato con una sua tesi chiaramente cercava prove solo per convalidarla. Terza informazione: all’epoca la bigamia era punita con una reclusione minima di sette anni.
Diverse sono le accuse rivolte a quei magistrati:
a)avere adottato anche nella terminologia, nonché nell’impianto accusatorio, tutte le formulazioni contenute negli atti della difesa: “simulacro di matrimonio”, le testimonianze degli “amici” di Crispi;
b)avere ignorato e calpestato i diritti di Rosalie Montmasson sin dalla scelta della dispensa dalle pubblicazioni a Napoli ma anche a Roma dove abitava una delle parti in causa;
c) avere a priori sempre ignorate o rigettate le informazioni e le versioni di Rosalie e accettato senza alcuna verifica quelle degli amici di Crispi;
d) aver ignorato alcune basi della dottrina giuridica: incardinare l’indagine nelle norme e nei contesti in cui avvenne il fatto (il matrimonio a Malta) secondo la legislazione borbonica allora vigente; non distinguere tra legittimità ed efficacia di un matrimonio; considerare la scomparsa o non reperibilità dei documenti come prova della non esistenza e non della non rintracciabilità; ignorare documenti ufficiali validi esistenti presso la Parrocchia di Malta o in possesso di Rosalie come il certificato di matrimonio.
Conclusione: tutto fu organizzato e condotto perché alla fine Francesco Crispi ne uscisse vincitore esagerando sino al punto che non si ritenne neppure di avviare l’azione penale, ma il Procuratore del re “chiede che il Giudice Istruttore ai termini dell’art 805 del codice di procedura penale, dichiari non farsi luogo a procedimento”.
La giustizia era servita su un piatto d’argento al potente di turno, che poté in seguito ricoprire anche la carica di Presidente del Consiglio.