PerdutamenteHo iniziato a leggere “Perdutamente” di Flavio Pagano chiedendomi quale era la storia vera e quale la finzione letteraria. Perché anche nella sinossi di copertina si dice che questo è un romanzo, basato su una storia vera. Anzi nel libro successivo “Infinito presente” l’autore sembra voler favorire la storia vera, nata dal diario, scritto nel corso dell’assistenza alla madre.
Alla fine ho cambiato registro e chiave di lettura. Bisogna leggerli emozionandosi, ridendo e arrabbiandosi, soffermandosi su situazioni che molti hanno vissuto, perché tanti hanno ricordi analoghi.
Sono due libri con protagonista un’anziana donna colpita dall’Alzheimer, “perno” di una strampalata famiglia, guidata e governata da sentimenti ed emozioni esternati senza remore e censure, che ha deciso di assistere a casa la madre, anche nelle difficoltà della demenza che avanza.

Il primo romanzo è uscito nel 2013, (Giunti editore).
Sembra un canovaccio di una commedia dell’arte, con una “risciacquatura”, per dirla con Manzoni, nella sceneggiata napoletana. I protagonisti entrano ed escono di scena. Ognuno improvvisa la sua parte, anche quando il “canovaccio” c’è come nella proposizione del miracolo di San Gennaro.
Tutti i ritmi, le giornate, le incombenze di ciascuno ruotano attorno alla nonna/madre/suocera con l’Alzheimer, di cui si segue quasi come da una sala teatrale, l’evolversi della malattia.
C’è un inizio, (una stazione dei treni) un filo che si tende (la ricerca di una lettera) una fine in cui l’improvvisa lucidità sembra far ripartire tutto da capo o chiudere la storia.
C’è la compagnia d’attori. L’io narrante e il fratello Rinaldo, la madre ovviamente, la moglie Penelope, i due figli con nomi improbabili Piernunzio e Gianciro, strane parole a incastro da gioco enigmistico. Ci sono gli ospiti casuali o programmati: il sondaggista-venditore, i turisti inglesi aspiranti fruitori di un bed&brakfast, il medico, il prete coinvolto nel miracolo di San Gennaro, i vari parenti defunti e resuscitati dalla madre e tutta l’umanità varia che appare ogni volta che si esce dall’appartamento, si scende in strada o si va in un qualche ufficio pubblico.
Poi ci sono le “comiche”, descritte con un tempismo, una vivacità e un realismo che sembra di essere presenti: la visita all’Asl per l’invalidità con strascico all’INPS, la caduta nel pozzo borbonico, la passeggiata in carrozzella per le strade della città partenopea.
È una varia umanità e una varia ambientazione. Sono però l’imprescindibile palcoscenico in cui si snoda una storia vera o finta che sia, in cui c’è una madre e il legame che di volta in volta lega la donna ai suoi due figli maschi, il ribaltamento dei ruoli e delle relazioni, la progressiva e inarrestabile degenerazione della malattia- a cui improvvisi momenti di memoria coerente e linguaggio appropriato danno, se non speranza, una boccata di ossigeno- la scelta qualche volta messa in discussione, ma alla fine mai abbandonata, di assistere la madre a casa.
Palcoscenico, commedia e sceneggiata, tragedia e infortuni ma vi è anche un’ atmosfera che nei momenti più difficili, ma anche in quelli comici, trasuda amore verso la madre, consapevolezza dell’importanza degli affetti famigliari, ricerca e convinzione che anche una malattia così devastante come l’Alzheimer rientra nella quotidianità con cui si deve convivere. Nelle decine di libri- diari o romanzi- letti sull’argomento difficilmente ho trovato questo fatalismo positivo, questa non rassegnazione, che forse solo un napoletano poteva trasmettere.


Utilizziamo i cookie per garantire le funzionalità del sito e per offrirti una migliore esperienza di navigazione. Continuando ne accetti l'utilizzo.
leggi la Nota Informativa Ok