Libri

Libri

Tutta salute“È tutta salute- in difesa della sanità pubblica” non è l’ultimo libro di Nerina Dirindin, ma mi è sembrato lo strumento migliore per leggere l’intervista rilasciata a Perlungavita.it dall’autrice, economista, docente all’Università di Torino, Presidente dell’Associazione Salute Diritto Fondamentale.
È stato pubblicato nel 2018 dall’Edizioni Gruppo Abele , nella collana I bulbi, seguito poi dal volume “Salute ed economia” (edizione Il Mulino).
Si potrebbe definire questo testo in modi diversi, alla luce anche degli eventi luttuosi degli ultimi mesi: un dizionario dei termini più utilizzati per parlare di salute, un rivelatore dei pregiudizi e delle “fake news” diffuse ad arte, come oggi si direbbe, sul Servizio sanitario Nazionale, un testo educativo, ricco di dati, schede, riferimenti bibliografici per chi vuole apprendere un modo corretto per fruire del Servizio sanitario nazionale, della sua organizzazione e delle sue strutture, ma soprattutto non farsi irretire dai messaggi fasulli che incitano al consumismo sanitario.
È stato scritto in occasione dei 40 anni del SSN, (Legge 23 dicembre 1978, n. 833 "Istituzione del servizio sanitario nazionale") un titolo semplice ma dirompente dopo il regime assicurativo delle mutue.
L’incipit è esplicito nell’introduzione “In difesa della sanità pubblica” per poi proseguire “Per farsi un’idea sulle politiche della salute” partendo dai principî:
a) Preoccuparsi per chi sta peggio- Chi non lo fa è perché non si riconosce in quella condizione
b) Paga chi può in favore di chi non lo può fare.
Sembrava che dopo la riforma non ci si dovesse più preoccupare, anche perché il SSN godeva di ottima valutazione. Poi sono iniziate quelle scelte di politica economica che hanno colpito il sistema pubblico, innestando oltre ad una scarsità se non anche assenza di mezzi una nuova “cultura” della “buona sanità”: contano i servizi ad alta tecnologia, non la presenza di personale, formato, motivato, con giusto riconoscimento, anche monetario, di competenze e professionalità.
Iniziò con sempre maggiore insistenza la politica dei Fondi integrativi, delle Assicurazioni e di altri strumenti che più che garantire una buona assistenza, per le agevolazioni fiscali concesse ai datori di lavoro, a cui si affiancano le detrazioni fiscali concesse per fruizione di prestazioni nel sistema privato, depredano i fondi della fiscalità generale.
Questa idea che la salute è un costo non accettabile colpisce soprattutto gli anziani, che non sono più una risorsa ma un peso.
Tema oggi di tragica attualità con la pandemia COVID 19 che ha rivelato quanto le strutture residenziali siano un affare irrinunciabile per i grandi gruppi privati, in cui è la dignità umana, la prima ad essere sconfitta.
La salute, dice Nerina Dirindin è un investimento e apporta numerosi esempi che testimoniano quanto il Sistema Sanitario italiano sia ancora sostenibile e tra i più efficaci, nonostante le pesanti misure di restringimento, (superticket ad esempio, dimezzamento dei posti- letto ospedalieri, perdita di oltre 40.000 posti di lavoro, abbandono degli interventi di manutenzione), anche tra i paesi che furono gli innovatori come la Gran Bretagna, ma che furono
i primi ad adottare misure di compressione dell’intervento pubblico.
Il capitolo III e IV del libro sono “manuali educativi e formativi” per un utilizzo corretto delle risorse, ma in primo luogo per una difesa dalla salute individuale.
Si parte dall’affermazione che la povertà fa male alla salute e che tutti gli operatori sanitari, di fronte alla malattia di un paziente dovrebbero, in  prima istanza, interrogarsi e interrogare su quali sono le determinanti sociali che possono influire sullo stato di salute e quali sono, in presenza di queste condizioni, le misure da attivare.
Diseguaglianze e iniquità si combattono vincendo la partita, non facendo un gol da manuale, ma perdendo la gara. C’è, scritto in tempi non sospetti, un riferimento a un sistema di “eccellenze” che tante volte in questi mesi sono state menzionate come fiori all’occhiello, mentre la strage dei vecchi si consumava nell’assenza di una medicina del territorio resa residuale.
La “formazione alla salute del cittadino” si completa nel capitolo IV sottolineando ciò che nella cura distingue ( o dovrebbe  farlo) il servizio pubblico da quello privato: l’appropriatezza delle cure e l’integrazione tra i diversi servizi sociali e sanitari, condizione essenziale soprattutto per la popolazione anziana.
Nerina Dirindin, non è solo una studiosa dell’economia sanitaria. Ha avuto anche esperienze operative sia come Direttrice generale del Ministero della salute sia come Assessore alla Sanità nella Regione Sardegna.
Può, con i titoli giusti, proporre sei passaggi per superare le criticità:
1)Ricostituire un movimento culturale per rivalutare il ruolo della sanità pubblica
2) finanziare in modo adeguato la sanità pubblica invertendo la tendenza degli ultimi anni
3) Innovazione Ict, cioè il superamento di tutti gli ostacoli burocratici e amministrativi con una informatizzazione adeguata, una semplificazione reale, l’uniformità delle procedure etc.
4)La valorizzazione del capitale umano con assunzioni e formazione
5) Il superamento del divario Nord e Sud
6) Rivedere l’ambito d’azione della sanità integrativa per evitare duplicazioni e consumismo sanitario.
Poi se volete arricchire ulteriormente la conoscenza di questo Servizio pubblico essenziale leggete l’intervista su Perlungavita.it già citata.

 

 

 

ilaria tuti fiore di roccia 9788830455344 356x540“Fiore di roccia” ( Longanesi editore) è il titolo del nuovo libro di Ilaria Tuti, che abbiamo seguito sin dai suoi esordi con le indagini di Teresa Battaglia, la commissaria che combatte ogni giorno la sua battaglia contro l’avanzare dell’Alzheimer.
Questa volta Ilaria parte da una storia vera, una storia sconosciuta ai più, in cui i protagonisti sono: la prima guerra Mondiale, i soldati italiani, gli orrori di una carneficina insensata con i comandi delle Forze armate inetti e crudeli, tra cui primeggia Cadorna, la comunità delle valli della Carnia, le donne dei paesi ai piedi del monte.
Ilaria Tuti parte dalle donne perché della loro storia e del loro apporto alla nazione in guerra, non se ne parla mai: né della loro presenza nelle fabbriche in sostituzione degli uomini al fronte, né del loro aiuto, là dove la guerra assumeva i contorni di scontri frontali tra i due eserciti, intercalati da incursioni nelle rispettive linee di fuoco.
Finita la guerra scompaiono della scena e dalla storia del paese e ritornano tra le mura domestiche come tutto fosse stato ovvio e niente dovesse essere riconosciuto.
“Fiore di roccia” (perché Ilaria ci sono sempre i fiori e le ninfe nei tuoi titoli? forse per lenire i drammi della vita?) è il racconto, nella forma di romanzo, di una “impresa epica”- come la definisce l’autrice- a cui hanno reso onore prìncipi, generali, capi di Stato, ma di cui fuori dalle Valli della Carnia niente si sa.
Gli episodi raccontati, per esigenze narrative, sono condensati in pochi mesi, ma fanno riferimento ad avvenimenti, persone e figure emblematiche, come il prete e gli ufficiali italiani, a cui corrispondo nomi e cognomi.
Di quelle donne è simbolo Maria Plozner Mentil, l’unica donna di cui si ricorda il nome e la storia. Morì colpita da un cecchino nella notte del 15 febbraio 1916. Unica donna che riposa fra 1626 alpini, fanti e bersaglieri nel tempio Ossario di Timau, il paese con un dialetto tedesco, protagonista di questa storia.
Chi erano le Portatrici? Quando divenne difficile, se non impossibile, rifornire i battaglioni schierati nella Zona Carnia, senza sguarnire le prime linee in trincea, i comandi militari, tramite il parroco del paese, chiesero alle donne, di salire la montagna con le loro gerle e portare ai soldati viveri e munizioni, tra scoppi di granate e tiri dei cecchini.
Eseguirono, fino a che, dopo la sconfitta di Caporetto, il fronte italiano abbandonò quelle montagne difese con tanto sangue e ripiegò sul Piave.
Da questa tragica storia della prima guerra mondiale prende avvio il romanzo di Ilaria Tuti.
È il parroco Don Nereo in chiesa a trasmettere alle donne di Timau la richiesta del Comando militare.
Qui già si presentano con la loro storia e la loro vita quotidiana le donne che saranno le protagoniste. Agata la voce narrante, la mente acuta e le conoscenze della storia degli uomini e delle donne che le derivano dagli insegnamenti della madre maestra morta da tempo, con cui commenterà i vari momenti della loro impegnativa e faticosa nuova attività; Viola coetanea, la più disinvolta, esuberante ed entusiasta, Caterina la più anziana, la saggia che continua sotto lo scialle a sferruzzare, Lucia dall’istinto materno, che sdrammatizza e augura alle più giovani di trovare lassù sui monti un bell’alpino, Maria che continua, sgranando il rosario, a recitare preghiere.
Sarà- ed altro non poteva essere- una risposta affermativa.
All’alba partono per la loro prima salita del monte. Agata lascia nella sua casa il padre che accudisce come un bambino, perché non più in grado di gestirsi.
Si ritrovano con le altre donne della valle e nelle loro gerle, che trasportano da anni le cose della vita quotidiana, dai bambini alla legna, dai vestiti al corredo delle spose ora portano granate, munizioni, armi. E le lettere da casa per i soldati.
Una fila di trenta donne che, poi su verso l’alto, si divideranno in piccoli gruppi per raggiungere il reparto a cui sono assegnate.
Poi dopo questa prima salita, altre ne seguiranno, vincendo anche lo scetticismo dei militari che pensavano avrebbero presto rinunciato.
Ma le Portatrici non saranno più solo veicoli di trasporto di armi, medicinali e lettere. Torneranno ad essere donne, perché come da loro richiesto, raccolgono le divise lacere e sporche dei soldati per lavarle e rammendarle. Conquisteranno la fiducia e il rispetto dei soldati e degli ufficiali che le coinvolgeranno, tramite Agata Primus, contadina, nella vita del battaglione, nella partecipazione a momenti cruciali insieme al tenente medico, Dottor Janes, al capitano Colman.
E lei Agata accompagnerà tutte queste salite e discese pensando, rimuginando pensieri, raccontando il paesaggio, anche per non sentire la fame, descrivendo le trincee.
A lei si rivolgerà il capitano quando chiederà se possono fornire ai militari gli “scarpetz” - le tradizionali scarpe carniche, fatte con tessuto più o meno pregiato con cui queste donne si muovevano- per potersi avvicinare silenziosi alle trincee nemiche.
Poi alle Portatrici sarà chiesto un ulteriore impegno: portare a valle i cadaveri degli alpini morti e scavare per loro un nuovo cimitero.
Nel libro si inserisce una storia romanzata che coinvolge Agata e che sarà il “pretesto” per Agata e per l’autrice per lanciare il proprio messaggio di pace.
Due considerazioni finali. “Fiore di roccia” è un omaggio a Le Portatrici, ma è anche un’opera letteraria che conferma una grande dote di Ilaria Tuti: uno stile fluido ma mai banale, una capacità, come già detto per gli altri suoi romanzi di coinvolgerti, di farti vedere il paesaggio. È uno scorrere di immagini che ti fanno sentire dentro a quella realtà.
Ilaria poi trasmette le emozioni, le sensazioni che vivono i vari protagonisti e forse, proprio perché coinvolta emotivamente, rischia a volte di salire troppo di tono, ma ritorna immediatamente alla realtà nello scorrere degli avvenimenti.
Ho iniziato a leggerlo nel pomeriggio per preparare questa presentazione, ma ho smesso solo dopo l’ultimo capitolo, quando la nota dell’autrice racconta la storia de Le Portatrici nei documenti ufficiali e nella mente e nella cultura delle popolazioni della Carnia.

La storia testardaÈ un libro pubblicato nel 2016, “La storia testarda e forse improbabile di un uomo in pensione- Racconto autobiografico” prima di “In viaggio con l’Alzheimer” entrambi scritti da Gianni Zanotti.
Ho fatto un percorso a ritroso, dopo aver letto “In viaggio.” per conoscere la persona, perché solo da qui si possono capire le conseguenze e le perdite causate dell’Alzheimer, ma trarre anche indicazioni, ognuno nel proprio ambito d’intervento, per affrontare la patologia, ritardarla, combatterla, in attesa che arrivino dalla ricerca farmaci idonei che sappiano prevenirla, arrestarla e curarla, salvaguardando la persona nella sua identità e capacità.
Perché leggendo i due libri appare come imprescindibile che non si può parlare di Alzheimer, prescindendo dalla persona, dalla sua vita, dalla sua storia.
Il primo libro è stato scritto quando già la malattia era comparsa, perché Gianni ne parla nell’ultimo capitolo.
Nel secondo è già avanzata, rendendo tutto più complicato, ma non infrangendo il suo sogno: continuare a scrivere.
In questo primo libro gli attori principali sono Gianni, Claudia la moglie, i famigliari del primo periodo di vita nella frazione di San Martino strada in provincia di Forlì. Poi nel 1966 il grande balzo a Milano nella città che attrae.
Per un primo periodo Gianni continua con la sua attività di fotografo, incontra le lotte studentesche del ’68, ma anche la prima apparizione del terrorismo con la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana.
Poi all’inizio degli anni ’70 inizia una seconda vita per Gianni conosce Claudia, “una trottola”, la sua amata moglie, entra nella grande fabbrica, l’Innocenti, si arruola in Avanguardia Operai, diventa rappresentante sindacale e protagonista di tutta la battaglia di quelle maestranze per salvaguardare il posto di lavoro, minacciato dai nuovi proprietari.
Questo suo coinvolgimento nelle lotte sindacali continuerà anche quando diventa funzionario sindacale e continuerà sul territorio la sua attività a difesa dei lavoratori, vivendo il momento più alto dell’unità sindacale.
Poi sempre in questa veste rimarrà attivo sino alla pensione, quando decidono di trasferirsi nel paese d’origine di Claudia, Torricella Verzate un piccolo comune dell’Oltrepò pavese, ristrutturando la vecchia casa di famiglia.
Gianni però non si estrania dalla realtà sociale e politica e diventa assessore, dedicandosi a questo nuovo impegno con lo stesso entusiasmo, forte della sua passata esperienza sindacale.
Il suo interesse per tutto ciò che lo circonda si estende ai luoghi, ai siti storici e all’ambiente conservato.
La diversa realtà del piccolo paese conquista Gianni che soprattutto quando insorge la malattia può apprezzarne tutti i vantaggi di una comunità coesa e solidale.
Il piacere di scrivere, di raccontarsi con la biro in mano si estende anche quando cominciano ad avvertirsi i primi sintomi dell’Alzheimer. Gianni si chiede se davanti a problemi di salute di tale entità ha ancora senso pensare allo scrivere e conclude che ha ancora da raccontare.
Così la sua narrazione cammina solo una strada un po’ più sassosa e in salita ma va avanti.
L’ultimo capitolo del libro “Il tempo scorre: la malattia” comincia a farci partecipare alla vita di una persona, che è consapevole della malattia che lo ha investito, ma che con essa intende conviverci al meglio, non smettendo di denunciare anche quelle ingiustizie, a volte cattiverie spesso pregiudizi che ricadono su un malato di Alzheimer.
Subito avviene, il primo impatto con il mondo della salute, all’appuntamento con il neurologo.
Accompagnato da Claudia che lo sostiene nel riferire le informazioni sul suo stato di salute e sulla sua storia clinica ha una prima diagnosi di decadimento o deficit cognitivo lieve. È l’Alzheimer al primo stadio.
All’uscita dall’ambulatorio il primo messaggio demoralizzante: un grande manifesto che illustra le varie fasi della malattia, “quella iniziale di grado lieve, quella secondaria di grado importante, la terza di grado severo in cui il paziente non riconosce più le persone e non ha più controllo di se”.
Dice Gianni che quel manifesto è rimasto a lungo in quel luogo fino a che “qualche mano pietosa ha capito che forse non era il caso”.
Poi racconta dei cambiamenti che ha avvertito: dimenticare i nomi delle persone perde scioltezza nel parlare, deve adottare alcuni accorgimenti per vestirsi, il rischio di perdere l’orientamento (che però la piccola comunità in cui vive riesce a sorvegliare) le difficoltà di linguaggio difficile da accettare per uno abituato ai comizi e ai discori in pubblico.
In questa fase della patologia il malato ha coscienza di sé. E Gianni ritiene che la scrittura possa essere per lui anche una terapia, oltre a quanto apprende ai corsi del caffe Alzheimer e all’incontro con il nutrizionista per adottare una dieta corretta.
E ciò che l’aiuta a vivere una vita quasi normale è il mantenimento dei propri interessi, anche se si svolgeranno su piani diversi, a conservare le proprie abitudini, anche adottando accorgimenti specifici.
Tra queste sarà lo scrivere un’ancora di salvezza anche se cambieranno gli strumenti materiali: dalla biro si passerà al registratore.
Anche questo libro è arricchito dalla voce di persone, che hanno conosciuto Gianni nel corso della vita che qui racconta. Da Antonio Pizzinato, sindacalista che scrive la prefazione ad Anna Capaccioli, prima caregiver poi assistente di base, che costruisce un quadro dei riferimenti teorici e delle esperienze che fanno da contorno al racconto di Gianni.
Poi occhio vigile e mosse scattanti c’è Claudia, la moglie.
Il seguito è nel libro successivo “In viaggio con l’Alzheimer”.

In viaggio con lAlzheimerÈ un racconto in prima persona di un uomo che da circa otto anni combatte, oppone resilienza e resistenza all’Alzheimer, per cadere, anche di fronte alle difficoltà, sempre in piedi.
Attorno a lui un gruppo di persone, che vivono in alleanza e svolgono i loro “compiti” con una partecipazione attiva, propositiva, reinventandosi di fronte al bisogno.
C’è la moglie Claudia, l’assistente di base ed ex caregiver Anna Capaccioli, l’educatrice Sabrina, ma anche l’ambulante del paese una cui poesia è l’esergo del libro. Poi a distanza il giornalista Michele Farina ed altri soggetti coinvolti a vario titolo sul tema “Alzheimer”
Un’atmosfera di complicità, ma anche di serenità, spesso di umore allegro avvolge la vita quotidiana e cerca soluzioni per risolvere o aggirare le difficoltà che si manifestano temporaneamente o con continuità.
Poi c’è lui Gianni l’attore principale, già autore di un primo libro, “La storia testarda e forse improbabile di un uomo in pensione” che vede nella scrittura, anche nel suo significato letterario- utilizzare uno strumento, magari una biro-l’opportunità per narrare sentimenti, amore, dolori, delusioni, per fare letteratura ma anche per vincere paure, angosce, immersioni in una condizione di abilità personali destinata a peggiorare.
Sta già pensando di contattare la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari per conoscere le attività dei Laboratori della Memoria” che lì si svolgono.
Gianni sa di aver bisogno di appoggi umani, singoli e di comunità: sono la moglie Claudia con la sua energia e la sua vitalità, il figlio Stefano anche se lontano, gli abitanti (823)di quel piccolo Comune Torricella Verzate, un piccolo Comune di 823 in provincia di Pavia dove si è ritirato al momento della pensione diventandone anche assessore. Questa comunità che dopo averlo accolto come pensionato, ora circonda con il suo affetto Gianni, la persona con Alzheimer.
Il pregio di questo libro, la piacevolezza della lettura, il coinvolgimento che attira hanno un unico denominatore: i sentimenti, siano essi l’amore tra i due coniugi, la solidarietà della comunità, la disponibilità e l’impegno di Gianni a governare quei momenti di angoscia e di paura che possono scatenare crisi, rifiuto di aiuti, perché dice lui stesso “voglio fermare su carta ciò che vivo dentro di me”
Il primo libro era un’autobiografia ma non avendo più storie e materiali narrativi è il suo presente , la sua quotidianità a diventare la “storia” da raccontare.
Parlare diventa essenziale a voce o per iscritto, sostituendo alla biro che non riesce più a tenere in mano altri strumenti tecnologici-il registratore, il computer, i programmi di dettatura.
Poi con i nuovi strumenti arriva anche Sabrina un’educatrice impegnata nei progetti di “RSA aperta” attivati dalla regione Lombardia e che hanno avuto una realizzazione anche a Voghera.
Gianni riesce quindi a diventare, forse tra i primi, a raccontare l’Alzheimer in prima persona, come lo sta vivendo e non traducendo sentimenti, pensieri e dolori altrui.
Quando inizia a raccontarsi Gianni intitola il capitolo con un suo pensiero “Di amore non sono vecchio, perché sono ancora un amante, sono ancora innamorato e ho la mia Claudia che mi protegge”. Forse questo stato d’animo è ciò che lo aiuta a mantenere i rapporti su un piano di gentilezza, di tolleranza, di mitezza “una terapia che mi impongo”. Nel raccontare con serenità la sua vita odierna, non manca di dare una serie di utili consigli a chi convive con questa malattia o ai suoi famigliari: non cambiate le abitudini della persona con Alzheimer perché si smarrisce e va in angoscia, perde sicurezza; non costringetelo ad ambienti nuovi, deve sapere che alla sera ritorna nel suo nido; non rimarcate nel suo discorso le parole che escono male, non pretendete che riconosca una persona appena vista perché si perdono anche queste capacità.
Dice Gianni che non riconosce il volto di amici e parenti, ma riesce a ricostruirne l’identità dalla voce.
Perché poi con l’Alzheimer bisogna convivere, con minor perdite possibili. Poi c’è sempre questo ritorno agli affetti da manifestare quando se ne sente il bisogno.
Poi un segnale alle persone “famigliari svegliatevi” perché ancora non si conosce o non si accetta questa malattia, non si decodificano i segnali, si pensa che siano momenti di crisi mentre spesso sono l’esordio di una patologia, l’Alzheimer appunto.
Una simile negazione esterna porta la persona colpita a nascondersi, a rinunciare ai suoi interessi, a vergognarsi delle sue défaillance. Gianni ha partecipato a iniziative diverse, traendone sempre giovamento e piacere, anche se ha rilevato che spesso le persone tendono ad ignorare la persona con Alzheimer perché incespica nel parlare, o emette a volte suoni strani e parlano con chi ha una parlantina fluente, creando ancor maggior disagio.
Gianni racconta la sua esperienza nello scrivere, nel raccontare sia quando l’inspirazione è immediata sia quando perde il filo del discorso. Qui entra in scena questo bellissimo rapporto con Sabrina la sua educatrice, espressione del progetto “RSA aperta” suo “lungo braccio” sia nel raccogliere le idee da scrivere, sia nel “fermarle” raccontandole ad un registratore o a un computer.
Alla fine di questa sua “vita sconsiderata” Gianni elenca le sue regole e le sue considerazioni che possono così riassumersi: non nascondetevi, non vergognatevi della vostra condizione, non arrabbiatevi se non riuscite a fare una cosa, coltivate interessi, godetevi le piccole cose e sempre “carpe diem”.

La cronicitàÈ un prisma poliedrico il libro di Dagmar Rinnenburger “ La cronicità. Come prendersene cura, come viverla”, edito da Il pensiero scientifico editore (Roma settembre 2019).
Ognuna delle sue facce parla di una patologia cronica, ma richiama anche un argomento connesso: cosa caratterizza una malattia cronica, come è vissuta dal paziente colpito, come e quanto coinvolge il medico curante, cosa distingue la cronicità dalle acuzie, perché tanti operatori sanitari ai diversi livelli sembrano evitare il confronto con il malato cronico e preferire la medicina d’urgenza o la chirurgia, come un cronico entra in una fase di fine-vita?
Non a caso la copertina presenta le foglie, una e doppia insieme, di una Ginkgobiloba, una pianta delle Gimnosperme di origine cinese, un fossile vivente, unica specie sopravvissuta per 250 milioni di anni, che tanto valore e importanza ha nella cultura orientale e ora anche in quella occidentale.

Trame 2019 12 20 alle 11.48.22L’uscita del libro “Trame” chiude una prima tappa di questa esperienza formativa, di cui PLV si è occupata sin dall’avvio del percorso all’interno dell’Azienda Ospedaliera Universitaria OO.RR. San Giovanni di Dio Ruggi d'Aragona.di Salerno. Dell’evolversi del progetto, del coinvolgimento di altri operatori anche di area sociale e dei contenuti teorici e metodologici, parla qui Tiziana Tesauro, la ricercatrice, che ha promosso e coordinato il progetto, oltre che autrice del libro.
Riprendo di questo testo solo una prima parte, che ne esplicita le motivazioni iniziali e le finalità da raggiungere, perché lo ritengo un tassello importante nella costruzione di un diverso rapporto tra chi cura e chi è curato, qualunque siano i ruoli professionali, da una parte, e le ragioni per cui uno necessita di un intervento curativo.
Il libro è una descrizione,-quasi un copione anche se qui si recitava senza- del lavoro condotto, dei coinvolgimenti e delle riflessioni di vari soggetti coinvolti.

Iniziare la lettura de “Il treno dei bambini” di Viola Ardone è stato come riallacciare un filo della memoria. Si racconta qui, in veste di romanzo, di una iniziativa di solidarietà e accoglienza che prese vita nelle regioni del Nord, in particolare l’Emilia Romagna, per aiutare i bambini del Sud- Roma e Napoli in particolare- città che uscivano dalla guerra con le case distrutte, ma soprattutto con miseria e degrado sociale. Furono coinvolti decine di migliaia di bambini.
Non posso ricordarmi per ragioni anagrafiche l’arrivo dei bambini del Sud, ma di quell’avvenimento se ne parlava ancora quando già ero abbastanza grande da memorizzare.

Il futuro non invecchiaNon ci si può fermare, né tornare indietro. Se ci si ferma si torna indietro, perché significa rinunciare a estendere e perseguire quelle scoperte, civili e scientifiche, che hanno sconfitto la mortalità infantile, hanno permesso un prolungamento della vita in buone condizioni, hanno dato alle donne il diritto di scegliere se, quando e come avere figli.
Questo è l’assunto iniziale del libro “Il futuro non invecchia” di Alessandro Rosina.
Poi alcune altre considerazioni generali si sviluppano in tutto il libro, dando la possibilità, anche a chi non s’intende di statistica, di leggere i mutamenti in atto, di capirne le ragioni e di poter anche acquisire conoscenze sulle possibili soluzioni. Non abbiamo a che fare con una sequenza di dati che scorrono in tabelle, ma di informazioni per capire come e perché si sta evolvendo la popolazione nel mondo, ma soprattutto in Italia, uno dei paesi in cui il processo d’invecchiamento ha percentuali maggiori.

Utilizziamo i cookie per garantire le funzionalità del sito e per offrirti una migliore esperienza di navigazione. Continuando ne accetti l'utilizzo.