Il termine Cohousing (termine inglese adottato nelle prime esperienze nord-europee) è di difficile traduzione in italiano e quando è stato tradotto si sono usati termini diversi che colgono di volta in volta alcuni aspetti di quell'esperienza: housing sociale, condominio solidale, ecc.

Nelle traduzioni spesso si evita il termine comunità o l'aggettivo comunitario per non richiamare esperienze del passato catalogate come negative: le utopie dell’ '800 di Owen e Fourier, le comuni "sessantottine", i quartieri autosufficienti del novecento di cui l'Unitè d'abitation di Le Corbusier è una delle espressioni più note.

Per non avere paura delle parole è bene ricordare che ci sono state anche esperienze positive quali la Comunità di Adriano Olivetti che è doveroso riprendere ed aggiornare: il capitalismo finanziario ha affondato l'azienda Olivetti non la complessa proposta di Adriano Olivetti che spaziava dalla fabbrica alla città, al territorio ed usava strumenti democratici di partecipazione e decisione.

Inoltre le esperienze nord-europee di cohousingdegli ultimi trent’anni sono tra loro fortemente diversificate e pertanto di difficile catalogazione entro criteri precisi.

Anche il condominio, com’è ben noto, non gode di una buona reputazione. Pertanto ci si accontenta di tradurre, almeno in questa nota, cohousing con casa solidale,termine forse generico, ma comprensivo di molteplici interpretazioni: queste case sono il risultato di iniziative di gruppi di cittadini che si organizzano per costruire le proprie abitazioni complete dei servizi essenziali a cui sono associati alcuni servizi comuni di vicinato costruiti e gestiti dal gruppo stesso. Il numero di abitazioni varia da 6 a 40 (mai molto grandi), possono usufruire di agevolazioni da parte dell’ente pubblico e dalle banche; il tipo di servizi comuni sono decisi dal gruppo come pure localizzazione dell’intervento ed il relativo progetto.

1. Non è casuale che terminologia ed esperienze siano d’importazione da paesi nord europei; infatti, c’è una specificità italiana sulla questione delle abitazioni che non può essere dimenticata: semplificando possiamo affermare che l'80% delle famiglie italiane ha la proprietà dell'alloggio che abita, ed il 20% è in affitto. Le politiche abitative perseguite da tutti i governi italiani, anche nell'ultimo decennio, sono state orientate a facilitare l'acquisto di nuove abitazioni per ridurre ulteriormente quel 20%, portando al lumicino le agevolazioni per l'affitto e per l'edilizia sociale e così si è sprecato ulteriore territorio agricolo; anche il governo in carica attraverso la Cassa Depositi e Prestiti e le banche sembra favorire l'acquisto della nuova casa per le giovani coppie, iniziativa certo utile ma non prioritaria poiché i giovani hanno necessità prioritaria di un lavoro qualificato e continuativo.

Non è così in Europa, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato: a Berlino l’80% abita case è in affitto e solo il 20% in proprietà, e la situazione di Berlino è simile a quella di altre realtà del Nord Europa. E' stato detto che proprio perché le famiglie italiane erano patrimonializzate erano più solide e potevano affrontare la crisi con maggiore forza; ora sappiamo sulla nostra pelle che, a distanza di cinque anni dal crollo delle Borse del luglio 2007, la crisi ha colpito più duramente i paesi più deboli come l'Italia investendo sia inquilini che proprietari ( inquilini insolventi, rate dei costi di gestione non pagate, banche "stracolme" di alloggi di mutuatari inadempienti, ecc.).

Sembra utile accennare a qualche altro aspetto. Ad esempio il passaggio dal riscaldamento centralizzato dei condomini alle caldaie individuali, avvenuto massicciamente negli ultimi 40 anni in Italia, è prioritariamente dettato dalla volontà di gestire nel proprio singolo privato l'impianto di riscaldamento; solo negli ultimi tempi si sta cercando, molto faticosamente e molto lentamente, di invertire la rotta ponendosi l'obiettivo della riduzione dei costi effettivi, con il risparmio energetico e l'innovazione tecnologica, non strettamente legata al singolo alloggio.

2. Dunque negli ultimi sessant'anni in Italia la proprietà della casa ed il primato del singolo privato ha avuto il sopravvento sul sociale, sul sistema di relazioni tra gli individui e ciò è avvenuto in proporzioni gigantesche rispetto agli altri paesi europei a capitalismo avanzato. Dopo una giornata di lavoro il ritorno nella propria casa accogliente, solida, sicura ( nella propria "tana") è tra maggiori soddisfazioni delle famiglie italiane. Tutto questo ha conseguenze politiche evidenti (l’ipersensibilità a fior di pelle sull'IMU di questi giorni da parte della generalità degli italiani n’è una chiara riprova) ma ha forti conseguenze anche su un piano strettamente tecnico: patrimonio abitativo sottoutilizzato ed obsoleto, scarsa propensione ai trasferimenti ed ad introdurre migliorie, disattenzione per le parti comuni, ecc.

 Comunque una prima grande conseguenza è che sono i proprietari delle case che possono essere i primi soggetti attivi del recupero di qualità dentro l'alloggio, nel condominio e nell'intorno urbano. Gli incentivi e le agevolazioni per il risparmio energetico, per l'abbattimento delle barriere architettoniche, per migliorare la sicurezza antisismica estesi anche ai condomini sono un primo passo nella direzione corretta. Anche negli intorni urbani si può recuperare spazio alla vita di relazione: ad esempio generalizzando le zone a 30 Km /ora ed estendendo le piste ciclabili. Il recupero del patrimonio edilizio esistente in tutti i suoi aspetti "da solo" può rilanciare il settore dell'edilizia. Questo è tanto più vero se si considera che del 20% delle famiglie italiane che sono rimaste in affitto, pochissimi possono permettersi di aspirare alla casa in proprietà: non è più possibile per le famiglie operaie ed impiegatizie acquistare l'alloggio nel PEEP o in cooperativa con mutui trentennali a tassi bassissimi come è avvenuto negli anni '70-'90. Si è anche esaurita la fase dei primi anni 2000, quando i genitori ed i nonni acquistavano la casa ai figli e/o nipoti, perché si sono ridotti i risparmi.

Riassumendo, con qualche semplificazione, nei quartieri costruiti nel periodo 1960-2000 i soggetti attori del recupero di qualità possono essere i proprietari singoli o associati. L’associazione tra condomini per migliorare le parti comuni e di vicinato va fortemente favorita ed agevolata. Programmi di rinnovo urbano massicci con demolizioni e ricostruzioni di interi quartieri o zone industriali abbandonate investono pur sempre zone limitate del territorio.

3. All'interno della fascia dell'affitto del 20% ( è questa la seconda conseguenza alla premessa iniziale) si possono costruire esperienze di casa solidale perché in questa fascia esistono situazioni familiari in movimento, molta sensibilità al contenimento dei costi, più disponibilità al reciproco aiuto, anche se si deve tenere conto che si tratta di una fascia ridotta e fortemente eterogenea: giovani coppie, single per scelta o per necessità (separate o separati), anziani, immigrati stabili, persone con disabilità varie, studenti, impiegati e dirigenti in trasferta stabile, ecc.

Per questa fascia è importante promuovere esperienze di casa solidale d’edilizia agevolata in cui le dimensioni degli alloggi sono contenute e molto bassi i relativi costi.

4. La terza conseguenza riguarda fasce specifiche di popolazione: in primis anziani nati prima del 1950 e cioè una fascia piuttosto ampia, in maggioranza pensionati, con la proprietà della casa ed ancora autosufficienti.

Il profilo di questi anziani si differenzia in misura sostanziale rispetto a quelli delle fasi storiche precedenti per reddito, stato di salute e condizione abitativa; gli anziani d’oggi vivono in alloggi grandi rispetto alle loro esigenze (sono ormai famiglie ad uno o due componenti), con numerose barriere architettoniche, in discreto stato di conservazione ma con una dotazione impiantistica obsoleta, in campagna o in quartieri urbani in cui l'auto privata ha una forte predominanza.

Per una parte di questi anziani si possono adottare quei programmi di recupero dell'esistente a cui si è accennato ai punti precedenti in modo da consentire la permanenza nell'abitazione dove hanno vissuto gran parte della propria vita. Ma con l'avanzare dell'età si evidenziano sempre più quelle "carenze " abitative che un tempo sembravano trascurabili: per abitare in campagna necessita l'uso dell'auto ed il possesso della patente, abitare in una casa a schiera comporta un continuo salire e scendere su tre o quattro piani, un condominio di più di due piani senza ascensore richiede l'uso estenuante delle scale, la scarsità di servizi base a distanze pedonali brevi (negozi, farmacia, chiesa, verde pubblico di quartiere )significa diradare l'uso di questi servizi essenziali, impianti obsoleti hanno un costo di gestione più elevato, ecc. e poi si profila anche in un periodo più o meno breve la necessità che essere assistito da una badante o il ricovero in RSA, due aspetti questi ultimi molto temuti in quanto considerati equivalenti alla perdita totale e/o parziale d’autonomia e d’identità.

Per contro forte è anche la resistenza degli anziani a cambiare volontariamente casa, quando sono ancora del tutto autonomi. Valga un esempio per tutti: una signora benestante voleva abbandonare la sua grande e bella casa in campagna comprando un alloggio restaurato più piccolo in centro città, portandovi tutta la mobilia di pregio della precedente abitazione. Con simili atteggiamenti il trasferimento è una partita persa sin dall'inizio.

Tuttavia lo spauracchio della badante singola o del ricovero in RSA, costituisce un ulteriore incentivo per una certa fascia di anziani a ricercare soluzioni di casa solidale.

Nelle esperienze nord-europee prevale l'autorganizzazione su base volontaria. Si costituisce un gruppo di famiglie che decidono il progetto ed i servizi da realizzare e da gestire in comune: lavanderia, cucina comune, locali- gioco bambini, verde di vicinato, biblioteca comune, orti, ecc.; le istituzioni ( in genere i Comuni ) a volte hanno ostacolato, ma nei periodi più recenti favoriscono questi interventi, facilitando i permessi e fornendo agevolazioni.

Nei pochi casi italiani in corso sono i Comuni o le organizzazioni sociali e/o cooperative che promuovono iniziative di casa solidale. Da molte parti si sostiene che le soluzioni tradizionali, già sperimentate (dalle RSA riviste ed aggiornate all'assistenza domiciliare nelle sue diverse forme) sono insostenibili sotto il profilo economico sia da parte dell’ente pubblico che da parte delle famiglie, oltre che scarsamente gradite dagli utenti. Ben vengano altre soluzioni alternative. Ma le soluzioni innovative quali la casa solidale richiedono un impegno attivo in prima persona dei soggetti interessati all'iniziativa, che devono non solo essere disposti a "cambiare casa" (per questo potrebbe esserci il sistema delle permute previo conguaglio o di altre forme di compensazione ) ma anche a partecipare attivamente e proficuamente all'attività sociale del gruppo (evitando la logica del conflitto permanente di condominio). Non è più sufficiente iscriversi in un elenco ad una qualche cooperativa e aspettare d’essere chiamati per l'assegnazione della nuova casa.

I Comuni e le istituzioni più in generale, possono favorire questi interventi individuando terreni edificabili o fabbricati da recuperare in zone già dotate dei servizi base, a prezzi di edilizia agevolata, con permessi di costruire senza oneri di urbanizzazione, istituire fondi garanzia e/o stipulare Assicurazioni per la copertura dei rischi di inadempienza dei mutuatari e degli inquilini, le cooperative di abitazione e le cooperative di servizio possono offrire servizi di assistenza a prezzi prefissati. Sono tutti strumenti quelli citati già sperimentati, sia pure per progetti diversi ma che possono essere trasformati in programmi di case solidali a composizione mista (giovani ed anziani ) o a prevalenza di anziani.

Recupero della città esistente e programmi speciali di "nicchia" di casa solidale richiedono una sostanziale riconversione dei programmi e degli strumenti sinora incentrati nell'edilizia localizzata nei nuovi quartieri periferici dei centri urbani, compresa l’edilizia agevolata e l’edilizia sociale per l’affitto. Quest’ultima inoltre, spesso considerata parte dell'assistenza, va ricompresa nelle politiche della casa, in modo da ridare mobilità e dinamicità anche a questo comparto; dove sta scritto che un assegnatario di case popolari è "per sempre " anche quando cambia la composizione familiare ed il reddito?

5. I programmi di casa solidale richiedono altresì l'impegno diretto dei soggetti interessati in tutte le fasi: programma, progetto, realizzazione e gestione. In particolare c’è l'aspetto cruciale dei servizi comuni che ogni iniziativa può scegliere tra un ventaglio piuttosto ampio di possibilità: lavanderia, cucina comune, locali- gioco per i bambini, verde di vicinato, biblioteca comune, orti, portierato di servizio, assistente familiare saltuaria e/o permanente, ecc.

 

Sei pronto per una "casa solidale"?

6. Proprio per saggiare la propensione ad affrontare un programma di casa solidale si formulano qui di seguito alcune domande chiave d’autovalutazione:

 

  1.  sei disponibile a cambiare casa nell'ambito della tua città, anche diminuendo le dimensioni, ma migliorando la qualità dell'alloggio e dell'intorno urbano? (per intenderci 40-50mq per una famiglia monocomponente e 70-80 mq per un alloggio bifamiliare );
  2. nella zona urbana dove attualmente abiti è stato introdotto il limite dei 30 Km/ora ? se non c’é sei interessato a chiederlo?
  3. presso casa tua passa una pista ciclabile ? se non c’é sei interessato a chiederla?
  4. attualmente quali servizi base (negozi di alimentari, bar, rivendita di giornali, farmacia, chiesa, piazza o verde di vicinato ) sono accessibili a piedi entro un raggio di 200 metri?
  5.  nei tuoi movimenti giornalieri quante barriere architettoniche devi superare?
  6.  quali servizi comuni potresti gestire pro- quota in una casa solidale? ( ad esempio: cucina comune, sorveglianza locale (o area) bimbi, manutenzione del verde di vicinato, tenuta degli animali domestici nei periodi d’assenza del proprietario, biblioteca comune, gestione degli impianti, piccole manutenzioni, ecc.);
  7. saresti disponibile ad assumere figure professionali quali portiere di servizio, infermiere e/o badante come servizi comuni ( non individuali ) dietro corrispettivo pro-quota?

Come si può constatare dall’esame di queste semplici domande un programma di casa solidale può risolvere alcuni problemi in cui incappiamo anche giornalmente, ma richiede una partecipazione attiva che può sconvolgere abitudini consolidate.

Nota bibliografica

- “Cohousing e condomini solidali “ a cura Matthieu Lietaert (autori vari), Editrice Aam Terra Nuova ,2007.

- Vivere insieme (cohousing e comunità solidali ) a cura studio Tamassociati, (autori vari), edizioni Altra Economia , 2012.

- “Le quattro stagioni: da Adriano Olivetti alla Green Economy” a cura di Luca Zevi (autori vari), Electa editrice ,2013.

- “Il Centro sociale di Lastra a Signa- La sfida continua” a cura di Leonora Botti e Gavino Maciocco, Masso delle Fate edizioni

 

Biografia
Author: Pietro Bassetto
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