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L’undicesimo Rapporto nazionale sulle politiche della cronicità “Emergenza famiglie: l’insostenibile leggerezza del Welfare”, realizzato dal Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici (CnAMC) di Cittadinanzattiva,

altè stato realizzato nel 2012 in coerenza con l’ “Anno europeo dell’invecchiamento attivo e la solidarietà tra generazioni”. 

Attraverso il Rapporto si è voluto rilevare quanto i 3 pilastri dell’invecchiamento attivo definiti dall’OMS (tab 1) trovino applicazione in Italia, partendo innanzitutto dall’individuazione delle criticità che dal punto di vista delle Associazioni dei pazienti caratterizzano l’assistenza sanitaria e sociale erogata alle persone anziane con patologie croniche e rare,e che quindi ostacolano la piena realizzazione del Diritto alla Salute.

Parallelamente e a integrazione della fotografia offerta dalle Associazioni dei pazienti, il rapporto offre un’ampia analisi “civica” delle politiche pubbliche sociali e sanitarie, nazionali e regionali, volta indagare la loro capacità di risposta al bisogno di salute

della collettività, con particolare riguardo all’invecchiamento attivo della popolazione. 

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A tal fine sono stati oggetto di tale analisi i dati disponibili e più aggiornati, prodotti da Istituzioni, Università, Enti di ricerca, Organizzazioni nazionali e internazionali, con l’obiettivo di dimostrare (tra l’altro) come molte delle criticità segnalate dai pazienti, non rappresentano soltanto il “percepito” dei cittadini, ma al contrario sono questioni oggettive, che trovano, di fatto, conferma nei dati prodotti dalle stesse Istituzioni, e che meritano quindi una pronta risposta.

Il Rapporto nasce da dati acquisiti da 28 delle 86 associazioni nazionali, rappresentative di oltre 100 mila cittadini affetti da patologie croniche.

Sono stati inoltre affrontati insieme i temi dell’assistenza sanitaria e dell’assistenza sociale. Con riferimento a quest’ultima, l’analisi si è concentrata sui dati inerenti il finanziamento, la spesa, e le difformità territoriali nell’offerta dei servizi.

Tabella 1 – L’invecchiamento attivo e i suoi pilastri (OMS 2002)

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Fonte: Relazione sullo Stato Sanitario del Paese 2009 – 2010

 

Scenario di riferimento

La fascia di popolazione anziana(65 anni ed oltre) è in costante aumento e rappresenta, secondo i dati Istat al 31 dicembre 2010, il 20,3% del totale della popolazione.

L’indice di vecchiaia, quindi il grado di invecchiamento della popolazione,  passa da un valore di 87,6 del 1989 a 144,5 del 2010.

L’Italianel 2008 è il quinto paese per speranza di vita a 65 anni per gli uominie il terzo paese per speranza di vita a 65 anni per le donne, al di sopra del valore dei Paesi UE 27. Andando però a verificare lasperanza di vita in anni liberi da disabilità, sempre nel 2008, l’Italia si attesta ad un valore pari a 7,9 anni per gli uomini e 7,2 anni per le donne, ben al di sotto dei valori dei Paesi UE 27 pari rispettivamente a 8,7 anni e 8,9 anni.

La fascia di popolazione anziana è quella caratterizzata anche da una maggiore incidenza di fenomeni di povertà relativa e assoluta,con valori pari rispettivamente nel 2010 al 12,2% e al 5,4%.

Anche rispetto al titolo di studionotiamo una situazione di svantaggiodella popolazione anziana: il 67% ha la licenza elementare o nessun titolo, il 10% il diploma di maturità, mentre il 5% è laureato.

Il numero di anziani occupati si attesta nel 2010 a circa 375.000, con un aumento dal 2004 in termini percentuali pari all’8%,ad eccezione del Mezzogiorno.

Anche con riferimento al reddito famigliare, la fascia di popolazione anziana continua ad attestarsi ai livelli più bassi, e con una composizione del reddito basata essenzialmente su trasferimenti monetari, cioè essenzialmente pensioni.

Importante nel 2011 è stato l’impegnodella popolazione anziana nelle attività sociali. Le Associazioni di volontariato sono le Organizzazioni nelle quali maggiormente si impegna la popolazione anziana (10,1%), seguono le Associazioni culturali (9,1%).

Lecriticità dell’assistenza socio sanitaria erogata a favore della popolazione anziana con patologa cronica e rara: il punto di vista delle Associazioni dei malati cronici.

Guardando l’assistenza erogata dai servizi socio-sanitari con gli occhi delle associazioni di pazienti, appare molto nettamente che si riscontrano difficoltà in caso di mobilità da una Regione all’altra, nella continuità assistenziale, nelle cure a domicilio, nell’accesso all’innovazione per protesi, ausili, farmaci, nell’accesso e nella qualità dell’assistenza erogata nelle strutture ospedaliere e residenziali/semiresidenziali, nelle procedure di riconoscimento dell’invalidità civile ed handicap.

La famiglia è il vero pilastro dell’attuale sistema di Welfare, senza la quale una persona anziana con patologia cronica e rara è nell’impossibilità di invecchiare nel miglior modo possibile, e di  accedere a tutti i servizi di cui ha bisogno. La famiglia colma i bisogni assistenziali non solo provvedendo all’assistenza diretta alla persona ma anche mettendo fortemente mano al proprio portafoglio.

Ciascuna famiglia dedica mediamente all’assistenza del familiare anziano oltre 5 ore al giorno. Tale situazione per circa il 93% delle Associazioni non permette ai componenti delle famiglie di conciliare l’orario lavorativo con le esigenze di assistenza, al punto che il 53,6% delle Associazioni riceve segnalazioni di licenziamenti e mancati rinnovi o interruzioni del rapporto di lavoro. A tutto ciò va aggiunta la difficoltà crescente per le famiglie di fronteggiare l’onere economico correlato, che impatta significativamente sui redditi familiari. 

Solo per fare alcuni esempi, le famiglie mediamente spendono in un anno 8.488 euro per il supporto assistenziale integrativo alla persona, 1.127 euro per farmaci non rimborsati dal SSN, 1.297 euro per l’acquisto di parafarmaci, 3.178 euro per lo svolgimento di visite, esami o attività riabilitativa a domicilio. Praticamente quasi il doppio della cifra eventualmente percepita a titolo di indennità di accompagnamento.

Ben 13.946 euro, in media, è il costo per la retta delle strutture residenziali e/o semiresidenziali.

Spese annuali (in media) sostenute privatamente da una famiglia con un anziano malato cronico

Badante

8.488 euro

Visite specialistiche o attività riabilitative a domicilio

3.718 euro

Acquisto di protesi ed ausili

944 euro

Retta delle strutture residenziali e/o semiresidenziali

13.946 euro

Visite specialistiche effettuate in regime privato o intramurario

855 euro

Esami diagnostici effettuati in regime privato o intramurario

1.034 euro

Acquisto di farmaci necessari e non rimborsati dal SSN

1127 euro

Acquisto di parafarmaci (es. integratori alimentari, dermocosmetici, creme, pomate , lacrime artificiali, ecc.)

1297 euro

 

                                    Fonte: XI Rapporto CnAMC – Cittadinanzattiva

Possiamo definirla una vera e propria delega assistenziale attuata da parte dello Stato nei confronti delle famiglie, attraverso drastici tagli alle risorse destinate al Welfare sanitario e sociale e un sistema di assistenza sanitaria territoriale che oltre a non essere complessivamente in grado di far fronte al bisogno di salute dell’anziano malato cronico, non guarda al mantenimento dell’autosufficienza e alla dignità della persona, e si  caratterizza per un’offerta assistenziale profondamente differenziata da Regione a Regione.

Sussiste inoltre una difficoltà di accesso da parte dei pazienti ai farmaci e dispositivi medici innovativi: le risorse a disposizione sono sempre di meno e ciascuna Regione decide se e quando renderli accessibili. 

L’accesso alle indennità di invalidità civile e di accompagnamento, unico vero supporto ancora fornito dallo Stato, oggi è messo seriamente e costantemente  in discussione da procedure di accertamento lente e poco trasparenti, oltre che da criteri di accertamento dei requisiti dell’accompagnamento modificati indebitamente al ribasso. La necessità di tutelarsi legalmente cresce progressivamente, con costi ingenti che gravano ancora una volta sul reddito del cittadino.

Di seguito un estratto di alcuni risultati che possono essere visualizzati integralmente dal Rapporto[1]

 

Continuità assistenziale

Al momento delle dimissioni sono le famiglie a fare tutto. Il 76% delle Associazioni segnala la mancata attivazione dell’assistenza domiciliare contestualmente alle dimissioni. Il 51,9% afferma che al momento delle dimissioni il MMG fornisce solo le indicazioni degli uffici ASL ma per l’attivazione dei servizi necessari devono provvedere di fatto i familiari.

 

Medico di Medicina Generale

Per il 70,3% delle Associazioni il MMG non si integra con lo specialista, mentre per il 59,2% non forma ed informa il paziente, i familiari ed il caregiver sulla corretta gestione della patologia. Per il 72,4% delle Associazioni il MMG non svolge la funzione di coordinamento degli interventi tra tutti i professionisti coinvolti.  Non c’è una regia degli interventi, di fatto è demandata al paziente o alla famiglia. Il 46,4% delle Associazioni afferma che il MMG presta poca attenzione alla rilevazione del dolore. 

 

Assistenza Domiciliare Integrata (ADI)

Il 73% delle Associazioni afferma che l’ADI è erogata ma solo in alcune realtà. Per il 65,3% la principale criticità è la sua attivazione, segue per il 50% la scarsa integrazione degli interventi di natura sanitaria e sociale e il numero di ore insufficienti.

Per il 61,5% delle Associazioni l’ADI  è poca adeguata al bisogno di salute, mentre per il 96,1% non garantisce la presenza di tutte le figure professionali. La figura professionale maggiormente carente è il fisioterapista. Il 70,8% delle Associazioni riscontrano la mancanza di azioni per il mantenimento dell’autosufficienza, mentre il 54,1% poco attenzione per la movimentazione del paziente per evitare le lesioni da decubito.

 

Assistenza protesica e integrativa

Le principali criticità si riferiscono per il 68% delle Associazioni ai tempi di attesa per il rilascio, segue per il 56% la difformità regionale dell’assistenza, nonché per il 44% la questione dei costi dovuti alla non erogazione del dispositivo specifico. L’innovazione, infatti, secondo il 69,6% delle Associazioni, è accessibile, ma solo in alcune Regioni.

 

Assistenza socio sanitaria residenziale e semiresidenziale

Esiste un problema di tempi di attesa per l’accesso: per il 39,1% delle Associazioni si attende dai 3 ai  6 mesi.

 

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Fonte: XI Rapporto CnAMC – Cittadinanzattiva

 

Il 79,2% delle Associazioni ritiene l’assistenza erogata di livello mediocre. Per il 91,3% l’assistenza erogata da queste strutture non garantisce la presenza di tutte le figure professionali, inoltre per il 62,5% sono frequenti i casi di mancata movimentazione per prevenire l’insorgenza delle lesioni da decubito. Per l’81% delle Associazioni non vengono attuate misure per il mantenimento dell’autosufficienza. Il 43,5% delle Associazioni segnala che si verificano anche forme di maltrattamento, che riguardano soprattutto l’abbandono del paziente (70%), la trascuratezza dell’igiene (70%), piaghe da decubito  (60%). Per il 56,5% delle associazioni non viene rilevato il dolore, che generalmente viene sminuito

 

Assistenza farmaceutica

Per il 51,9% delle Associazioni l’assistenza farmaceutica è mediamente rispondente al bisogno di salute dei pazienti. Nonostante ciò permangono rilevanti criticità quali, tempi eccessivamente lunghi da parte dell’AIFA per l’autorizzazione all’immissione in commercio e la rimborsabilità di alcuni farmaci per il 55,2% delle Associazioni; limitazioni ad accedere alle terapie da parte delle aziende ospedaliere e le ASL per motivi di budget per il 55,2%. E’un ambito di assistenza caratterizzato da un regionalismo esasperato, attraverso l’utilizzo improprio dei Prontuari terapeutici regionali/ospedalieri, che di fatto non offre le stesse opportunità terapeutiche a tutti i cittadini. Un ulteriore problema fortemente avvertito dal 61,5% delle Associazioni è il mancato accesso delle terapie innovative.

 

Invalidità civile

Particolarmente critico l’accesso alle indennità d’invalidità civile e accompagnamento. Il 77% delle Associazioni dichiara di avere problemi di accesso all’indennità di accompagnamento, anche perché per l’80,8% i relativi requisiti per il riconoscimento sono stati inaspriti ingiustamente (stessa difficoltà per la L. 104/92 art. 3 comma 3). Il 72% delle Associazioni segnala di non aver riscontrato, con l’informatizzazione della procedura, una vera semplificazione e riduzione dei tempi dell’intero iter. Il 60% delle Associazioni riscontra che i cittadini sono costretti a effettuare una doppia visita di accertamento (ASL ed INPS), a causa, tra l’altro,  dell’assenza del medico INPS nelle Commissioni ASL (48% delle Associazioni), con ingenti costi per lo Stato (doppie commissioni Asl - INPS). Il 43,5% delle Associazioni ha assistito a convocazioni a visita avvenute con modalità non previste dalla Legge: 66,6% con lettera semplice, 41,6% con una telefonata, 33,3% attraverso sms. Per l’80,8% delle Associazioni i criteri di accesso alle indennità di accompagnamento sono stati inaspriti ingiustamente dall’INPS. Di conseguenza il 73% delle Associazioni, denuncia un aumento dei contenziosi avverso i verbali di invalidità emessi dall’INPS, che inoltre ricordiamo non possono essere impugnati dopo il primo grado di giudizio.

 

La sensazione di esser lasciati soli

Troppo spesso assistiamo a situazioni di disagio psicologico ed abbandono dell’anziano, forse più dolorose della patologia. Il suo stato di salute è valutato quasi esclusivamente sotto il profilo clinico, come denuncia circa il 90% delle Associazioni; largamente sottovalutato l’aspetto psicologico considerato solo nel 20% dei casi.

Se assistiti a casa, due anziani su tre avvertono come problematica la mancanza di socialità. Ed anche in ospedale, un contesto in cui a prima vista sembrerebbe che non manchi il contatto umano, circa un anziano su tre denuncia la carenza di socialità. Il 70% delle Associazioni lamenta la mancanza dello psicologo nelle equipe che erogano l’assistenza domiciliare, così come nella stessa percentuale quelli che si sentono abbandonati nelle strutture residenziali.

 

La sottovalutazione del dolore

I medici di medicina generale non si impegnano come dovrebbero, e come soprattutto sancisce la legge 38/2010, nella lotta contro il dolore. Come denuncia l’XI Rapporto CnAMC, il 46,4% dei MMG non registra il dolore nell’anziano, il 28,6% lo sminuisce, il 25% lo registra solo se acuto. In ospedale, il dolore è registrato regolarmente solo per il 7% delle Associazioni, per il 20% non è mai registrato, e per oltre un terzo (35,7%) viene sminuito o registrato solo se acuto. Situazione pressoché analoga nelle strutture residenziali, dove il dolore è sminuito per oltre la metà delle Associazioni e viene regolarmente misurato solo per l’8,7% di esse.

 

L’analisi civica delle politiche pubbliche sanitarie e sociali.

Le politiche economiche che si stanno configurando in questi giorni sembrano mettere all’angolo le politiche socio-sanitarie del nostro Paese: guardano all’economicità dell’azione statale e al contenimento della spesa nel breve periodo, piuttosto che al raggiungimento dell’obiettivo di salute della popolazione e al contenimento dei costi nel lungo periodo.

Gli “assi strategici” che si rintracciano in queste politiche sono:

·      tagli drastici e orizzontali alle risorse sanitarie e sociali, riduzioni dei trasferimenti erariali nei confronti dei Comuni (aggravati dai vincoli stabiliti dal patto di stabilità interno), con un impatto sempre più negativo sulla garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria e sul mantenimento dei servizi e degli interventi sociali dei Comuni, con particolare riguardo a quelli del Mezzogiorno;

·      aumento dell’incidenza dei ticket sanitari e delle super aliquote(in particolare nelle Regioni con Piani di rientro,) delineando, tra l’altro, un sistema da questo punto di vista profondamente iniquo e non giustificato da una migliore offerta quali-quantitativa di prestazioni;

·      difformità regionalidal punto di vista dell’offerta  dei servizi sanitari (in particolare assistenza sanitaria territoriale e assistenza farmaceutica) e sociali, non in grado di garantire a tutti i cittadini le stesse opportunità e gli stessi diritti di cura e di assistenza.

 

Eppure in tutti questi anni, non si è andati ad incidere selettivamente sugli aspetti realmente patologici del SSN, come ad esempio la riorganizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale. Quest’ultima infatti pur assorbendo molte risorse, circa 40 miliardi di euro annui, si caratterizza per un’offerta non in grado di rispondere al bisogno di salute della collettività e profondamente differenziata a livello regionale, con situazioni particolarmente critiche nel Mezzogiorno. Tale criticità in tempi di Spending Review, riduzioni di posti letto ospedalieri e piani di rientro si traduce per i cittadini in alcune realtà, più che in altre, in un vero e proprio vuoto assistenziale. Eppure se bene organizzata, resa uniformemente efficiente ed efficace, l’assistenza sanitaria territoriale potrebbe rappresentare una leva importante per la sostenibilità del SSN. Questo è uno degli esempi più eclatanti della mancanza di programmazione che caratterizza oggi le nostre politiche sanitarie e di incapacità da parte del livello centrale di migliorare le capacità di governance dei SSR.

La spesa pro capitedell’Italia (anno di riferimento 2009) per la protezione socialeè pari a 7.529 euro. Tale livello di spesa pone il nostro Paese all’undicesimo posto tra i Paesi UE 27. Il Lussemburgo ha una spesa pro capite di 17.359 euro, la Danimarca di 13.473 euro, l’Austria di 10.105 euro, la Francia di 9.676 euro, la Germania di 9.097 euro.

La spesa sanitaria complessiva (pubblica e privata) rappresenta nel 2010 il 9,3% del PIL, meno della media OCSE (9,5%) e molto meno rispetto agli Stati Uniti (17,6% del PIL), Paesi Bassi (12,0%), Francia (11,6%), Germania (11,6%) e Spagna (9,6%) .

Ancora più evidente il differenziale con riferimento alla spesa sanitaria pro capite.

L’Italia ha unaspesa sanitaria pro capite nel 2010 pari a 2.964,00euro, inferiore alla media OCSE 3.268,00euro.

Nel 2011 il finanziamento del FSN si è attestato a euro 111,110 miliardi. Il trend dell’incremento annuale delle risorse continua ad essere decrescente: +1,8% sul 2010, + 2,2 sul 2009, +3,2 sul 2008 e +3,4% sul 2007.

Il rapporto tra la spesa per il SSN e il PIL è pari al 7,1% nel 2011, per la prima volta in diminuzione rispetto all’anno precedente (nel 2010 era  pari al 7,2%).

Relativamente agli anni 2012-2015 le risorse a disposizione del Fondo Sanitario Nazionale sono oggetto di ulteriori riduzioni: -900 milioni di euro per il 2012, -1.800 milioni di euro per il 2013,- 2.000 milioni di euro per il 2014, -2.100 milioni di euro a decorrere dal 2015, per un totale di riduzioni di risorse relativi agli anni 2012-2015 pari a 6,8 miliardi di euro. Tali riduzioni vanno a sommarsi agli ulteriori tagli approvati dal precedente Governo pari a circa 8 miliardi di euro.

La spesa media procapite regionalenel 2011 è pari 1.851,00euro.Le Regioni con spesa pro capite più bassa sono Campania (1.710,00euro), Sicilia (1.729,00euro), Puglia (1.731,00euro), Calabria (1.704,00euro), Abruzzo (1.751,00euro).

Maspendere meno non vuol dire sempre spendere meglio.

I risultati del tavolo di monitoraggio della spesa 2011 individuano una criticità trasversale a quasi tutte le Regioni, nonostante vi siano alcune Regioni più virtuose di altre (come la Lombardia) in termini di offerta assistenziale e di gestione finanziaria: la difficoltà a chiudere il bilancio della sanità in pareggio senza il ricorso ad ulteriori misure di aggiustamento.

Probabilmente nel prossimo futuro tutte le Regioni, anche quelle più virtuose, saranno costrette ad adottare un Piano di rientro con tutto ciò che questo produce: super aliquote, aumento dei ticket, riduzione non dichiarata dei LEA.

Vi è un nuovo fenomeno di iniquità, in aggiunta a quello che ormai conosciamo bene dell’accesso alle prestazioni: ci riferiamo alla diversa incidenza regionale dei ticket sanitari e delle maxi aliquote.

Nel 2011 l’incidenza dei ticket per diagnostica – specialistica - farmaci e delle maxi aliquote ha visto unaumento rispetto al 2010 del 5,9%.

La spesa pro capiteper ticket sanitari e maxi aliquote passa da un minimo di 30euro della Sardegna, ad un massimo di 181euro del Lazio.

Tale situazione è suscettibile di ulteriori aggravi, vista la possibilità per le Regioni con piano di rientro (introdotta con la Spending Review), di aumentare ulteriormente l’addizionale Irpef dallo 0,5% sino all’1,1% a partire dal 2013, incidendo ancora una volta sulla situazione economica delle famiglie.

Con riferimento alla ripartizione percentuale della spesa sanitaria nazionale, relativa al 2009, tra i macro livelli di assistenza (ospedaliera, prevenzione e distrettuale), va sottolineato che si investe ancora troppo poco nellaprevenzione:solo 4,19% del FSN (dato relativo al 2009).

La spesa relativa al 2009 per l’assistenza distrettuale(48,84%), e quindi per l’assistenza territoriale, è ancora al di sotto del livello di finanziamento previsto dal Patto per la Salute per questo livello di assistenza e fissato al 51%.

Le Regioni con i livelli percentuali più bassi di spesa per l’assistenza distrettuale (anno 2009) sono: Sardegna, Sicilia, Abruzzo e Lazio. Livelli più alti per Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Veneto e Piemonte.

L’assistenza territoriale semiresidenziale e residenziale rivolta ai disabili e agli anziani assorbe rispettivamente solo il 5,5% e il 6% dell’assistenza distrettuale, davvero ancora troppo poco rispetto alle esigenze di salute e assistenza.

L’assistenza sanitaria territoriale, fondamentale per la gestione e la presa in carico delle cronicità, attualmente assorbe consistenti risorse economiche, circa 40 miliardi di euro annui; è caratterizzata da numerose criticità e da una profonda difformità regionale dal punto di vista dell’offerta.

Particolari carenze e ritardi nella riorganizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale sono certificate anche dall’analisi della Corte a Corte dei Conti, attraverso il Rapporto sul Coordinamento della finanza pubblica 2012.

Ad esempio il numero di Medici di Medina Generaleche svolge la propria attività in forma associativa, volta a garantire maggiore continuità assistenziale e migliore gestione delle cronicità, è pari a 30.139.

Circa 16.000 medici ancora non prestano questa tipologia di assistenza.

Allo stesso modo i MMG che hanno una connessione informatica(dati 2009) sono circa 36.000; ancora 10.000 medici ne sono quindi sprovvisti.

Con riferimento all’assistenza domiciliare integrata (ADI), nel 2009 si passa dai 130 casi trattati in ADI per 100.000 abitanti della PA Bolzano, ai 2.073 dell’Emilia Romagna, ai 2037 F.V.G. Nel 2010 l’Emilia Romagna è la Regione con percentuale maggiore di anziani trattati in ADI 11,6%, segue l’Umbria con il 7,7%; i valori più bassi si riferiscono, invece, alla Puglia 1,8% e alla Sicilia 1,5%.

Nel 2009 in Italia le strutture residenziali per l’assistenza agli anzianisono 2.686, anche qui con profonde differenze regionali: si passa dalle 648 strutture della Lombardia, ai 31 di Calabria e Abruzzo.

Le strutture semiresidenzialiper gli anziani sono complessivamente 685 e presenti in sole 13 Regioni, con valori che variano tra 251 strutture della Lombardia, 204 dell’E. Romagna, 1 del Lazio, 2 della Campania e 2 della Puglia. Stesso discorso per le strutture semiresidenziali per le persone con disabilità.

Il numero di posti lettorelativi all’assistenza nelle strutture residenzialiè pari a 201.180. Il numero di posti letto relativi all’assistenza nelle strutture semiresidenziali è pari 45.549. Considerando le 2 tipologie di strutture, si passa dagli 897 posti letto per 100.000 abitanti della PA Trento, ai 24 posti letto per 100.000 abitanti del Molise.

Relativamente alla riabilitazionel’Italia si attesta a 0,44 posti letto per 1000 abitanti, con valori molto diversi da Regione a Regione: 0,11 posti letto per 1000 abitanti della Sardegna,  0,80 posti letto per 1000 abitanti del Lazio, 0,89 posti letto per 1000 abitanti del Molise. Il confronto con gli altri Paesi europei, ci dice che la Francia si attesta a 1,00 posto letto x 1000 abitanti, stesso valore per Austria, mentre la Germania 2,10 posti letto x 1000 abitanti.

La spesa privata dei cittadini per l’acquisto di farmaci di fascia Aè in crescita nel 2011 del +21%rispetto al 2010 ed è pari a 1.026 milioni di euro.

In aumento del +3,7%,rispetto al 2010, anche la spesa privataa carico dei cittadini per l’acquisto dei farmaci di classe C con ricetta (3.207 milioni di euro).

Anche la spesa privataper farmaci da automedicazionecresce rispetto al 2010 dello +0,4%e si attesta a 2.113 milioni di euro.

La categoria dei farmaci dermatologici è quella che presenta una maggiore percentuale di spesa a carico dei cittadini (spesa privata): 87,9% della relativa spesa complessiva. Seguono i farmaci per l’apparato genito-urinario e ormoni sessuali 59,7%, nonché quelli per l’apparato muscolo scheletrico 53,3% .

L’incidenza percentuale sul FSN della spesa pubblica complessiva 2011 (farmaceutica territoriale e ospedaliera) è stata pari al 16,74%, sforando notevolmente il tetto di spesa programmato pari al 15,7%. Anche qui possiamo confermare l’inadeguatezza del tetto programmato complessivo di spesa per l’assistenza farmaceutica rispetto il reale bisogno di salute della collettività: ci si aspetta che sarà ancora più marcata in futuro. Nel 2012,  il tetto programmato rideterminato è pari al 15,5%, e nel 2013, il tetto programmato rideterminato è pari al 14,85%. L’inadeguatezza del tetto di spesa complessiva, con particolare riguardo a quella ospedaliera, spiega le difficoltà di accesso ai farmaci ospedalieri e innovativi segnalate dai pazienti a livello regionale. 

In ambito farmaceutico l’incidenza dei ticket è aumentata molto negli anni, passando da 539 milioni di euro del 2007 ai 1.337 milioni di euro del 2011, praticamente più del doppio; nel 2011 merita di essere segnalata la variazione rispetto al 2010 del +34%.

Considerando il periodo gennaio – dicembre 2011 rileviamo valori per ticket medio pro capitemolto diversi da Regione a Regione. Si passa da 7,48euro della PA Trento, ai 31,96euro della Sicilia.

Il sistema di assistenza farmaceutica è caratterizzato  da un  forte regionalismo che non garantisce di fatto le stesse opportunità terapeutiche a tutti i cittadini.

I tempi di inserimento dei farmaci all’interno dei PTOR/Area Vastadal momento della pubblicazione in GU della Determinazione AIFA sono molto diversi. Si passa dai 145 giorni dell’Umbria ai284 giorni del Lazio.

A queste tempistiche va aggiunto il tempo medio di 226 giorni necessari all’AIFA per procedere con l’Autorizzazione e la contrattazione del prezzo di rimborso.

Le Commissioni regionali del farmaco non garantiscono la partecipazione dei rappresentanti delle Organizzazioni civiche di tutela del diritto alla Salute, e illoro processo decisionale è poco trasparente e accessibile ai cittadini.

Anche il fronte sociale è particolarmente sofferente, per non dire al collasso, e caratterizzato da un sistema di interventi e servizi sociali dei Comuni frammentato e certamente non in grado di garantire allo stesso modo e a tutti i cittadini gli stessi diritti e opportunità.

In tal senso la spesa pro capite a livello regionale per interventi e servizi socialivaria dai 25,5euro della Calabria, ai 269,3euro della Valle D’Aosta, ai 180,1euro dell’Emilia Romagna.

Merita di essere sottolineato come le Regioni con minor spesa procapite per interventi e servizi sociali (Sud), siano anche le stesse Regioni con minor spesa pro capite per l’assistenza sanitaria e quelle con maggior incidenza pro capite dei ticket sanitari e super aliquote.

Importanti differenze di spesa sociale pro capitesono riscontrabili anche a livello di singoli Comuni/città metropolitane, si passa dagli 88euro del Comune di Napoli, ai 434euro di Trieste.

La spesa sociale media pro capite delle città metropolitane si attesta nel 2011 a 246euro, contro i 257euro del 2010 e i 256euro del 2009:praticamente una spesa sociale in forte contrazione.

Le riduzioni/azzeramenti dei fondi statali a carattere sociale insieme agli effetti delle riduzioni di trasferimenti erariali, sempre nei confronti dei Comuni, e dei vincoli stabiliti dal Patto di stabilità interno, come afferma anche l’Istat nel suo Rapporto Annuale 2012, “a parità di efficienza nella gestione dell’offerta dei servizi, inibiscono non solo l’avvio di nuove iniziative, ma anche la conservazione dei livelli di offerta già raggiunti”.

Effetti negativi ancora più marcati, in termini di offerta di servizi, per i Comuni delle Isole e del Sud, dove abbiamo verificato che il Fondo indistinto nazionale per le Politiche sociali risulta decisivo per la garanzia dei servizi a carattere sociale resi ai cittadini.

 

Le principali proposte

v    Stop ad ulteriori tagli alle risorse per l’assistenza sanitaria e sociale;

v    definire e approvare i Livelli Essenziali di Assistenza Sociale (LIVEAS);

v    rifinanziare i Fondi nazionali a carattere sociale, con particolare riguardo al Fondo Nazionale per le Politiche sociali;

v    riorganizzare, potenziare e avviare un’attività di valutazione dell’assistenza sanitaria territoriale. In particolare si auspica per i MMG la diffusione della medicina associativa e la completa informatizzazione. Per l’assistenza domiciliare integrata, per l’assistenza residenziale e semiresidenziale, nonché per la riabilitazione, si auspicano livelli uniformi di offerta assistenziale su tutto il territorio nazionale;

v    eliminare i Prontuari Terapeutici Ospedalieri Regionali vincolanti,al fine di garantire uniformemente i LEA definiti dall’AIFA in ambito farmaceutico;

v    aggiornare l’elenco ministeriale delle patologie croniche e invalidanti, l’elenco delle patologie rare, nonché il nomenclatore tariffario dei presidi, delle protesi e degli ausili.

 

 


[1] Il Rapporto è scaricabile in formato elettronico dal sito di Cittadinanzattiva www.cittadinanzattiva.it e può essere richiesto in forma cartacea all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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