Operatori, Servizi, Formazione

Operatori, Servizi, Formazione

lia tostatiRiflettevo con una mia ex collega a cena che, solo qualche anno fa, se avessi dovuto inserire un genitore in una RSA o CRA della mia città non avrei avuto dubbi a farlo.
Ero sicura che lui avrebbe trovato un assistenza sanitaria più che adeguata, una assistenza sociale ottima, attività ricreative e di animazione, ma soprattutto una ambiente famigliare che avrebbe tenuto conto delle sue esigenze e che gli avrebbe fatto trascorrere senz’altro meglio che a casa con una badante, il tempo di vita che gli rimaneva. Oggi non so se sarei così serena nel farlo.
Certo inserire un proprio caro in una struttura per anziani è spesso una scelta che si fa proprio quando I figli non riescono più a gestire la situazione; oggi come oggi è diventata una scelta ancora più difficile sia per il COVID che per il fatto che a seguito di questa pandemia le strutture non sono più le stesse.
Mi è capitato anche ultimamente di accogliere in Cra una signora anziana con una diagnosi di Alzheimer in fase avanzatissima accompagnata da una figlia in lacrime durante tutto il colloquio di ingresso.
La figlia convivente non era sola nella cura, c’era un'altra sorella che non approvava l’inserimento in CRA, ma che non dava un grande aiuto nella gestione della mamma.
Una mamma con una malattia di Alzheimer in fase medio-grave, afasica, con problemi comportamentali di difficile gestione, seguita a casa quasi esclusivamente dalla figlia ormai allo stremo delle forze.
Non ho potuto far altro che rassicurare la figlia esausta, dicendole che non avrebbe potuto fare diversamente, se non voleva soccombere essa stessa, mentre lo dicevo mi chiedevo se saremmo stati in grado di darle tutta l'assistenza di cui la mamma avrebbe avuto bisogno.
In quell'istante, mi è venuto un dubbio, che qualche tempo fa non avrei mai avuto: in questo momento in cui gli anziani in Cra sono ancora suddivisi per nuclei, spesso stanno nel corridoio del proprio nucleo e distanziati o soli in camera, se vanno in animazione devono stare distanziati e con una mascherina, le attività ricreative sono ridotte e gli OSS sono stanchissimi, diamo una buona assistenza? O solo un'assistenza sufficiente?
Sicuramente questo virus ha sconvolto noi e l’organizzazione, ci siamo dovuti trasformare modificando ogni giorno gli obiettivi che ci eravamo prefissi come struttura e cioè essere una “casa” per i nostri anziani, una casa dove si è liberi di muoversi, uscire in giardino, chiacchierare con chiunque, vivere delle relazioni sociali libere da costrizioni.
La sfida che questa pandemia ci ha portato ad intraprendere è stata quella di provare ad organizzare le attività il meglio possibile nella difficoltà.
L’animatrice ha dovuto riorganizzare le attività per nucleo, e dove non c’erano gli spazi sufficienti ha dovuto limitare i partecipanti alle attività, alcune attività come la cucina sono state molto ridotte se non eliminate, la tombola ha richiesto l’uso di cartelle usa e getta e segnalini personali, per non parlare del canto, un attività presto abolita perché difficile da fare portando la mascherina... peccato... perché cantare insieme è una attività che coinvolge tutti, anche le persone più compromesse dal punto di vista cognitivo.
Per fortuna ascoltare musica, vedere un film o un documentario e fare piccoli laboratori creativi è ancora possibile anche se a piccoli gruppi e in modo ridotto perché l’animatrice è una sola e deve dividersi nei nuclei.
Mancano abitudini e avvenimenti che erano fondamentali nella vita degli anziani: la possibilità di uscire all’esterno: fare gite, andare a teatro, al museo ecc…
Mancano le visite di chi da fuori veniva dentro: i volontari, i ragazzi del servizio civile, il suonatore di fisarmonica, le coriste, chi veniva per fare festa con noi...
Mancano soprattutto, perché molto ridotta, la possibilità per gli anziani di vedere i propri cari che prima del COVID-19 entravano ed uscivano liberamente dalla CRA come fosse casa loro, casa nostra,... la casa di tutti!
Oggi i parenti possono vedere i loro cari solo previo appuntamento 1 o 2 volte alla settimana a seconda del regolamento e per un tempo che varia dai 20 ai 40 minuti. Questo deve avvenire in spazi dedicati, dopo aver espletato le formalità burocratiche richieste.
È incredibile come anche gli anziani più compromessi dal punto di vista cognitivo si rianimano alla vista del parente...ho assistito a scene commoventi di anziani in carrozzina immobili e spesso assenti, che al suono della voce della figlia o del figlio si risvegliavano e riuscivano a fare un sorriso o dire una parola.
In questi due anni la tecnologia ci è venuta in aiuto per mantenere un contatto con le famiglie.
Durante il lockdown abbiamo allestito stanze per gli abbracci, usato il tablet e i telefoni per mantenere un contatto con le famiglie, anche le persone ammalate e in isolamento hanno così potuto comunicare con i propri cari e sentirsi meno soli.
Tutta questa tecnologia, però, va gestita, con qualcuno che sia a disposizione e abbia tempo per seguire le visite, le chiamate, relazionarsi con i famigliari ecc... Attualmente in molte strutture questo lo fa la RAA del nucleo, e saltuariamente quando non è presente lei, l’animatrice o l’OSS.
Il ruolo della RAA come tramite tra la struttura e l’esterno è fondamentale oggi più che mai: lei conosce la situazione sanitaria e assistenziale dell’anziano, lei può parlare al parente con cognizione di causa, a volte capita che se l’anziano è stanco o assopito o semplicemente non è in grado di sostenere una conversazione a lungo, il parente finisca per parlare quasi esclusivamente con la RAA che diventa colei che spiega, racconta, chiarisce, aiuta e che finisce per essere di supporto quasi più al parente che all’anziano stesso.
Il tempo che le RAA stanno dedicando alle visite dei parenti è un tempo importante che sicuramente tolgono ad altre mansioni, ma che, a mio avviso, permette di instaurare col parente, in questo periodo così difficile, quel clima di fiducia reciproca indispensabile per garantire e gestire il miglior benessere agli anziani.

salvatore raoLogo La bottega del possibile “La Bottega del Possibile” è un’Associazione di Promozione Sociale, che si costituisce il 24/01/1994 con sede in Torre Pellice (TO) avendo per finalità la diffusione della cultura della domiciliarità, divenuta nel tempo il riferimento nazionale per tutti coloro che operano nel campo dei servizi e degli interventi di sostegno alla domiciliarità.
A distanza di tempo, siamo orami prossimi a festeggiare i suoi 28 anni, la mission de La Bottega del Possibile continua a restare la promozione della cultura della domiciliarità, questo è l’abito sociale che continuiamo ad indossare; ma tale promozione è stata fin dall’esordio sostenuta attraverso la programmazione e l’erogazione di alcuni seminari.
La formazione è sempre stata un pilastro fondamentale tra le attività dell’Associazione. Nei primi 13 anni della sua vita, Bottega ha gestito in proprio svariati corsi Adest prima e OSS poi. Ma nel momento in cui occorreva scegliere se trasformarsi in una agenzia di formazione, i soci decisero che era opportuno mantenere lo status di Associazione di promozione sociale, da allora venne scelto di occupare uno spazio nel campo, che potremmo annoverare, della formazione continua. “Bottega” si propose quindi come una sorta di agenzia formativa non accreditata, come un luogo di ”sosta e di pensiero”, come luogo nel quale gli operatori dei servizi sociali e sociosanitari potevano trovare nuovi stimoli, nutrimento alla loro motivazione, accrescere le loro competenze e conoscenze anche attraverso lo scambio delle esperienze.
I seminari, che sono stati sempre proposti, si sono sempre caratterizzati su un impianto in cui erano sempre presenti contributi teorici di alto profilo, ma anche operatori di profili professionali diversi, impegnati nella realizzazione di progettualità innovative.
Multiprofessionalità e multidisciplinarietà sono gli assiomi sui quali si è sempre lavorato. Altresì, su un modello che inducesse gli operatori a riflettere sul loro agire, a porsi delle domande, ad essere operatori domandieri e con spirito critico; da qui una formazione che potesse accrescere una cultura del prendersi cura, utile per riportare al centro la persona anche all’interno di organizzazioni complesse.
Premettendo che nel luglio 2011 il Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali ha deliberato l’accoglimento della richiesta di accreditamento come agenzia privata per la formazione continua e, a partire dallo stesso anno, abbiamo cominciato ad accreditare i nostri eventi ECM, inizialmente attraverso una convenzione con l’ASL To 3 e poi, dal novembre 2017, in autonomia come provider privato.
Una attività quella formativa che man mano si struttura in un programma annuale denominato “La Borsa degli Attrezzi”. Si tratta di un ciclo di eventi formativi che possono essere di mezza giornata, una giornata intera o due giorni e che sono aperti a tutti ma rivolti specificamente ai soggetti che operano, a vario titolo, nel sistema dei servizi socio-sanitari.
La Borsa degli Attrezzi è divisa in filoni che, con poche variazioni nel corso del tempo, sono stati sostanzialmente incentrati su questi temi:
- Welfare
- Disabilità
- Le professioni socio-sanitarie
- Le demenze
Il tutto chiaramente sempre collegato al fil rouge della nostra mission.
Stimiamo di aver coinvolto, nel corso del tempo, diverse migliaia (sicuramente oltre 15 mila) di operatori ai nostri seminari. Ed è indubbio che questo rapporto- entrare in contatto-ci ha permesso di assistere ai cambiamenti che sono avvenuti sia nel corpo delle varie professioni sia nel sistema dei servizi.
Va anche evidenziato che “Bottega” ha sempre cercato di porre una particolare attenzione alla figura dell’OSS, una figura di base ma non di basso livello, essendo anche la figura che più di ogni altro è a con-tatto con la persona fragile e con ridotte autonomie. Un “pilastro portante” del sistema delle cure domiciliari ma anche residenziali, l’operatore ponte essendo colui che interagisce con le diverse figure che sono coinvolte nell’attuazione del piano assistenziale personalizzato. In relazione a questo nostro sguardo e considerazione abbiamo sempre ritenuto utile e doveroso promuoverne la figura, essendo un figura professionale che necessita di essere sostenuta, riconosciuta, valorizzata perché chiamata ad occuparsi di una persona fragile, spesso malata, poco autonoma.
Uno dei cambiamenti forse più vistosi, a cui abbiamo assistito, è quello sulla figura dell’OSS. Una figura professionale fatta nascere per fare ordine, riportare sotto un unico profilo riconosciuto a livello nazionale, tutti quei profili professionali di base che venivano formati a livello delle singole Regioni, nonché per operare sia nel settore sociale che sanitario. Ci ritroviamo ancora a distanza di vent’anni con realtà regionali molto diverse, alcune delle quali continuano anche a formare profili diversi dall’Oss; ma il suo campo di impiego sembra essere sempre più verso il settore sanitario, è in atto un processo di sanitarizzazione anche di questo profilo professionale.
Questo processo a sua volta accentua il carattere prestazionalista a scapito della relazione. Il tempo riconosciuto per la relazione e la cura della relazione, sono due ambiti verso i quali oggi sembra esservi non più quello spazio e riconoscimento che invece servirebbe, per consentire a questi operatori (ma potremmo dire ad ogni operatore) di entrare in relazione con la persona di cui si è chiamati a prendersi cura. Essendo, almeno per noi, la relazione che dà senso e significato anche alla prestazione, altrimenti questa rischia di essere arida, distante anche dalle aspettative e dai desideri di quella persona verso la quale si è chiamati a prendersi cura.
Il processo di sanitarizzazione dei profili professionali certamente coinvolge altre figura del sociale, ad esempio quella degli educatori.
Certamente notiamo che i profili sanitari sono certamente più spinti a privilegiare una formazione tecnico/professionale, ma vi è anche un largo interesse, anche di questi operatori, a seguire quei seminari nei quali vengono proposte lo scambio delle esperienze, potremmo dire che c’è una forte attenzione a conoscere realtà nelle quali si sono sperimentati processi di riorganizzazione, di attivazione di nuovi servizi e il riposizonamento di alcune figure professionali.
I settori sui quali abbiamo registrato un interesse crescente sono nel campo delle disabilità, delle demenze, delle cure domiciliari. Ambiti che interrogano in generale il mondo dei servizi; la struttura territoriale delle cure domiciliari, i processi e i luoghi deputati al prendersi cura, le organizzazioni, le diverse figure professionali e il loro agire come operatori professionali; interroga le organizzazioni sullo spazio che viene riconosciuto per promuovere il lavoro di rete e di comunità, le condizioni favorenti ed ostacolanti il lavoro sociale professionale fuori dagli uffici.
Le figure professionali che maggiormente siamo riusciti ad intercettare e coinvolgere sono stati prevalentemente gli Assistenti sociali, gli Educatori, gli Oss e gli Infermieri, a seguire vengono gli psicologi, medici specialisti (geriatri, psichiatri, tecnici della riabilitazione..).
Si sottolinea il fatto che la partecipazione delle varie figure professionali è indubbiamente collegata anche al tema del rilascio dei crediti formativi. Dunque è sempre prevalente il numero degli Assistenti Sociali e delle figure che devono conseguire i crediti ECM.
Inoltre, nei seminari che trattano il tema della demenza e della conseguente fatica di chi li assiste e in quelli del filone disabilità, abbiamo spesso avuto una buona partecipazione di familiari caregiver, soggetti disabili e loro familiari.
Occorre anche poter dire che da alcuni anni assistiamo ad un minor investimento degli Enti verso la formazione continua, spesso ci si limita a quella obbligatoria; molti sono gli operatori che per partecipare ad un seminario devono chiedere un giorno di ferie o pagarsi di tasca propria la quota di iscrizione richiesta, gli Oss sono certamente quelli più penalizzati da questo indirizzo, e finché non verrà reso obbligatorio anche per questa figura professionale la formazione continua, si rischia che vi sia un impoverimento crescente della figura stessa.
Il sorgere della pandemia ha certamente modificato la struttura dei seminari, le modalità organizzative, ma anche i bisogni formativi.
Le disposizioni atte a fronteggiare la diffusione del virus, il distanziamento sociale, il contesto venutosi a creare sono stati fattori che hanno sdoganato la formazione a distanza, questa ha avuto uno sviluppo inaspettato, con un’abbondanza di occasioni formative forse come non mai, una sovra offerta che ha anche inflazionato il “mercato”.
Una formazione On Line verso la quale siamo stati obbligati tutti ad orientarci, anche per non essere assenti in un momento certamente drammatico per gli operatori, sottoposti ad uno sforzo straordinario, ad uno stress di prestazione mai conosciuto prima.
Come “Bottega” ci siamo interrogati sul cosa proporre in quel momento, abbiamo quindi deciso di chiedere attraverso una piccola ricerca quali bisogni formativi gli operatori sentivamo di avere, quali disponibilità e in quali orari sarebbero stati interessati a seguire incontri On Line. Abbiamo quindi somministrato un questionario OnLine ad un gruppo di operatori, ricevendo oltre 200 risposte. Il 95% si era dichiarato interessato alla formazione a distanza, il 70% in modalità asincrona per poterne fruire negli orari più consoni; 138 erano quelli anche interessati a seguire seminari webinar.
Le tematiche uscite dalla ricerca sono state in gran parte legate al Covid-19 (es: beneficienza, diritti e giustizia sociale all'epoca del coronavirus; nuove prospettive dopo la pandemia, come ricominciare ed essere vicini a chi ha bisogno? Come organizzare l'assistenza dopo il coronavirus; la domiciliarità post Covid-19: nuove necessità, servizi, strumenti; anziani e coronavirus. Il lutto, la solitudine, le risorse; come cambierà il lavoro di cura? Come recuperare il contatto umano e sociale dopo la pandemia? L’accompagnamento al lutto ai tempi del covid 19 eccetera).
Altre tematiche emerse erano legate al concetto di domiciliarità (es: la domiciliarità per i pazienti con problematiche di dipendenza, supportare le famiglie nella domiciliarità, nuove risposte domiciliari ai bisogni di non autosufficienza, abitare inclusivo ecc…), all’area della disabilità (es: ripensare i centri diurni, l'amministrazione di sostegno a distanza di qualche anno…) dei minori e degli anziani, relative alla professione dell’Assistente Sociale e sulla programmazione/organizzazione della rete dei servizi.
E su queste tematiche abbiamo ricentrato la nostra programmazione, ma riducendo di molto il numero dei seminari e proponendoli in modalità webinar.
La partecipazione è stata soddisfacente, ma il limite di queste modalità è che viene a mancare quel clima caldo che rende possibile formare, seppur momentaneamente, una piccola comunità che si ritrova per apprendere, condividere riflessioni, pensieri e si riconosce nello scambio delle reciproche esperienze. Altro elemento critico è che con questa modalità viene a mancare in parte la ricchezza del confronto tra i partecipanti, vi è una partecipazione più passiva e infine non sono proponibili seminari che durino oltre le tre ore, anche questo contingentare i tempi va a discapito della qualità.
Concludo questo riflessione con l’auspicio che si possa tornare a riprogettare la nuova Borsa degli Attrezzi non solo in modalità a distanza. Certamente questa modalità non potrà che essere nel catalogo della nuova offerta, è nostra intenzione mettere in campo un’offerta multicanale.
 (All’elaborato ha contribuito Ombretta Geymonat, referente sistema qualità e dell’accreditamento dei progetti e seminari formativi)

 

 

lia tostatiOggi si parla molto delle attività di infermieri, medici, di chi lavora in ospedale, si tengono convegni con nomi illustri in grandi città, ma gli operatori socio-assistenziali (OSS), gli animatori, gli infermieri e i coordinatori responsabili delle CRA non ci sono...probabilmente troppo impegnati in prima linea a tenere su i servizi. Eppure tutti loro sono stati gli attori protagonisti, insieme agli anziani, dell’evento che in questo anno e mezzo ha scosso le Case Residenze Anziani (CRA) (1)...l’arrivo del virus Sars COVID-19 e le sue nefaste conseguenze.
Un virus che ha trascinato in un vortice i nostri servizi socio- assistenziali, si è insinuato nelle vite di tutti noi e prepotentemente nei luoghi dove vive la popolazione più fragile: gli anziani, colpendo le CRA e le RSA.
Gli operatori che lavorano in queste strutture sono stati magnifici, hanno dato tutto quello che potevano e forse di più... si sono fatti doppi turni per sostituire il collega ammalato, hanno rimpiazzato gli infermieri nelle competenze che consentiva loro il profilo OSS, si sono ammalati a loro volta, ma appena hanno potuto sono tornati subito al lavoro, perché gli anziani nella casa Residenza sono anche un po’ gli anziani di tutti noi. L’animatrice, la terapista della riabilitazione le responsabili delle attività assistenziali (RAA), la coordinatrice, tutti hanno fatto il loro lavoro ed anche quello di altri sostituendo, affiancando, stravolgendo l’organizzazione del lavoro per garantire la migliore assistenza possibile nell’emergenza.
Personalmente ho vissuto i primi mesi del 2020 con la preoccupazione e l’ansia che il maledetto virus potesse entrare nella struttura, dove lavoravo (2) così non è stato per fortuna durante la prima ondata. Poi nell’estate nulla è successo ed abbiamo tirato un sospiro di sollievo, sperando che fosse tutto finito, così siamo arrivati a fine anno, ma la seconda ondata ci ha travolti, nonostante la messa in campo di tutti i presidi opportuni: guanti, mascherine, gel, igienizzazioni continue delle nostre mani, degli ambienti e degli ausili e di tutto ciò che ci circondava.
Così è iniziato il “delirio Covid”...in pochi giorni da un caso positivo dopo aver fatto tamponi a tutti, siamo arrivati ad otto casi ed abbiamo iniziato a trasferire gli anziani contagiati per separarli dagli altri.
Dal mio diario: “In struttura c’è un panico controllato, si spostano gli anziani anche 5/6 in un giorno, questo mi fa pensare a chi scappa dalle guerre, a chi emigra, a chi deve lasciare la propria casa portando via solo l’indispensabile...così devono fare i nostri anziani dalle loro stanze.
Oggi la Sig.ra B. deve lasciare la sua camera, è molto angosciata, sa di essere positiva, le dico per tranquillizzarla, che è una portatrice sana del virus non avendo sintomi e non è detto che si ammalerà. Dovrà andare al piano di sopra , in quarantena, perché potrebbe contagiare gli altri. Per fortuna tutti quelli che spostiamo per ora non hanno sintomi!! B. insiste, non riesce a capire perché deve andarsene dalla sua camera visto che sta bene. B. sembra rivivere il momento in cui ha dovuto lasciare la sua casa, un anno fa, dopo aver sgombrato il suo appartamento, una casa popolare, in quanto peggiorata di salute e dopo un ricovero, essendo sola, doveva trovare una sistemazione. “Dobbiamo andare” le dico, così prendo un cambio, la trousse, la dentiera , la collana, gli occhiali e in carrozzina con lei in lacrime percorro il corridoio portandola via, cercando di consolarla dicendole che sarà per pochi giorni...resterà in isolamento quasi 2 mesi”
Così è stato per tanti anziani nei giorni a seguire, molti si sono ammalati, qualcuno è guarito, qualcuno ci ha lasciato senza poter vedere, se non in video, i parenti. Nessuno poteva entrare e chi usciva lo faceva dentro a sacchi neri.
Tutto questo gli operatori non lo possono dimenticare ed ancora se lo portano dentro, la mia preoccupazione ora è questa: ce la faranno gli OSS, gli infermieri, l’animatrice, la fisioterapista, il personale sanitario a reggere una nuova ondata?
Come operatore in prima linea quello che ho capito è che quando sei lì nel vortice pieno, e devi fare tutto il necessario, trovi delle energie che neanche pensavi di avere, non sempre riesci ad essere prudente, per esempio non ti preoccupi neanche che puoi ammalarti tu, si fa quello che va fatto, a tutti i costi, per proteggere i nostri assistiti. Si eseguono tutte le procedure previste nei protocolli operativi, anche se qualche dubbio a volte lo abbiamo avuto sulla loro reale efficacia.
E cosa è rimasto oggi delle nostre Case Residenza, i luoghi dove l’assistenza sociale era un punto di forza, che insieme all’animazione, rendeva la struttura un ambiente vivibile, quasi casa?
Oggi le CRA somigliano sempre di più a reparti ospedalieri per lungo degenti, rigidamente separati dalla vita esterna, visitatori, volontari,famigliari compresi. 
Penso che non sia quello che vogliamo noi operatori sociali  per i nostri servizi e per le CRA.
Credo che dovremmo trovare un altro modo di essere una casa (che tutela?),  senza essere lungodegenza.
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Note
(1) CRA: Casa residenza per anziani è la denominazione della Regione Emilia Romagna delle strutture residenziali per anziani non rientranti nelle RSA
(2) La CRA “Vignolese” gestita dal Comune di Modena

licia boccalettiLa prevalenza della demenza nei paesi industrializzati è circa del 8% negli ultrasessantacinquenni e sale ad oltre il 20% dopo gli ottanta anni. Secondo alcune proiezioni, i casi di demenza potrebbero triplicarsi nei prossimi 30 anni nei paesi occidentali.
La demenza è una delle maggiori cause di disabilità e di non autosufficienza tra le persone anziane in tutto il mondo, nonché una delle principali ragioni che conduce ad un bisogno di assistenza a lungo termine in contesti residenziali o domiciliari. Ciononostante le ricerche evidenziano che le competenze degli operatori sociali, sanitari ed assistenziali a tutti i livelli spesso non sono adeguate ad offrire un’assistenza davvero centrata sulla persona e rispondente all’esigenze specifiche di chi convive con la demenza. Secondo uno studio recente, la maggior parte delle disuguaglianze che le persone con demenza incontrano in tutti i contesti sanitari sono correlate alla mancanza di conoscenze, competenze, comprensione e gestione adeguata delle diverse fasi della progressione della demenza tra gli operatori sanitari.
Per validare questi risultati e per garantire che essi fossero veramente rispondenti alle esigenze nazionali, il progetto europeo Appfordem ha in primo luogo riunito e consultato un gruppo di esperti ed operatori dei settori assistenziale e formativo i quali hanno evidenziato come la prestazione che oggi viene offerta nei servizi di cura, pur di norma adeguata in riferimento ad aspetti pratici, quali l’igiene dell’assistito, la mobilitazione, la nutrizione, è carente rispetto all’aspetto relazionale e di approccio all’utente affetto da demenza. Ciò in quanto l’approccio formativo risulta sovente nozionistico e concettuale, senza che si trasmetta una traduzione dei concetti in pratiche e tecniche operative. Gli esperti hanno sottolineato come ad ora siano più la sensibilità e l’esperienza dell’operatore a dettare la buona riuscita dell’esperienza assistenziale che uno standard diffuso acquisito durante il percorso di studi. In questo contesto, oltre a carenze nei sistemi di formazione e istruzione formali (che dovrebbero concentrarsi di più sugli aspetti relazionali), la ricerca condotta nell’ambito del progetto ha anche evidenziato la scarsità di risorse didattiche aperte e liberamente accessibili rivolte a chiunque – operatore professionale, ma anche caregiver familiare o volontario - sia interessato ad ampliare le proprie conoscenze sul tema, vincolando quindi le opportunità di formazione alla disponibilità di risorse per organizzare corsi dedicati.
Per contribuire ad affrontare questo problema, il partenariato del progetto, finanziato dal programma Erasmus+, durante le sue prime fasi ha sviluppato un programma formativo in grado di fornire agli operatori assistenziali una visione globale delle demenze per affrontare i problemi quotidiani secondo un approccio basato sul modello di assistenza centrato sulla persona, rispettando la sua dignità, promuovendo il benessere dei pazienti in diversi contesti di assistenza e prestando particolare attenzione a sottolineare il ruolo della famiglia come risorsa e alleato, così come l’importanza del continuo scambio di consegne e la condivisione di osservazioni significative tra i membri del team multiprofessionale, ove presente. Un modello formativo che è stato nuovamente sottoposto all’opinione e poi validato da un gruppo di esperti esterni che hanno ritenuto che esso possa effettivamente supportare chi si prende cura di una persona con demenza, de-stigmatizzando la malattia e promuovendo il diritto a vivere bene nonostante questa.
Dopo aver progettato il curriculum formativo, il partenariato ha sviluppato sulla base di questo delle risorse didattiche che saranno messe a disposizione di chiunque, a titolo professionale o personale, voglia conoscere meglio la demenza e come approcciarsi a chi ne soffre. Si tratta di un corso in e-learning, che offre un percorso strutturato basato su risorse teoriche, esercitazioni e casi ed una app, pensata come una risorsa agile da consultare sul proprio telefono per rispondere a quesiti specifici.
Una delle principali innovazioni del progetto Appfordem risiede proprio nell’aver adottato un approccio didattico volto ad ottenere i migliori risultati dalla sinergia tra i diversi strumenti tecnologici a disposizione. Infatti, nelle lezioni strutturate del corso e-learning viene messa da parte la tecnicalità dell’assistenza al malato di demenza, per concentrarsi sugli aspetti emotivi e relazionali, oltre che sulle strategie comunicative e comportamentali da adottare per preservarne la dignità di individui portatori di bisogni unici e specifici. Al contempo, non viene dimenticato il fatto che l’operatività dell’assistenza ad una persona con demenza mette operatori e familiari continuamente davanti ad interrogativi pratici, che necessitano risposte affinché possa essere offerta un’assistenza appropriata: a questo bisogno viene in soccorso l’APP, in cui si dà risposta ai dubbi più comuni. Una combinazione vincente che consente di mirare e personalizzare la formazione rispetto agli effettivi bisogni dei destinatari.
Le risorse didattiche sono ora in fase di sperimentazione: saranno utilizzate da un gruppo di operatori assistenziali e caregiver familiari pilota e valutate in modo critico, per consentire eventuali aggiustamenti prima del rilascio definitivo. A regime, ci si attende che queste risorse possano entrare nell’offerta didattica di strutture, organizzazioni ed associazioni che intendono rafforzare le competenze dei propri dipendenti ed utenti.
Per saperne di più o per partecipare all’azione pilota è possibile contattare il partner italiano Anziani e non solo .scs all’indirizzo email info@anzianienonsolo.it o consultare il sito web: https://www.anzianienonsolo.it/online/appfordem/

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Gabriella fotoLa musicoterapia con persone affette da demenza si inserisce nei percorsi di cura che coinvolgono i pazienti colpiti nella memoria e nella loro identità.
Uno degli obiettivi dell’intervento di musicoterapia è la socializzazione. Gli incontri hanno una struttura regolare prefissata: un inizio con un canto o una strumentalizzazione di insieme, uno svolgimento con proposte di ascolto, di strumentalizzazione e sonorizzazione sulla musica ascoltata, di verbalizzazione, e infine un canto di arrivederci.
Le attività che si possono proporre sono molteplici, e dipendono dalle abilità degli utenti che sono coinvolti in un progetto di musicoterapia. La musicoterapia recettiva utilizza preferenzialmente l’ascolto di materiale sonoro-musicale preregistrato, seguito da una fase di verbalizzazione; la musicoterapia attiva utilizza invece tutto lo spettro di possibilità della produzione musicale, con particolare riguardo all'improvvisazione e all'uso della voce.
I gruppi vengono formati rispettando la parità di genere, quando possibile, dal momento che spesso vengono colpite da demenza soprattutto le donne.
In musicoterapia si utilizzano tutti gli oggetti che catturano l’attenzione delle persone e che sono utili al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Pertanto, oltre agli strumenti musicali tradizionali (pianoforte, chitarra, ...) e didattici (strumentario Orff: tamburo, maracas, cembali, legnetti ecc..) si utilizza anche il corpo (mani, cosce, petto, gambe, voce..), nonché tutti gli oggetti che sono presenti nella stanza (tavolo, chiavi, penne, rotoli di carta, libri, tappi, barattoli, scatole, scatoloni, tubi, fogli da stropicciare, ondulare, scuotere, far volare, accartocciare a forma di palla,...ecc.) o che vengono portati dalle persone o, ancora, che vengono costruiti durante una seduta di musicoterapia.
Nel corso degli incontri si utilizzano semplici giochi ritmici e canti dando a ogni membro del gruppo un foglio con la canzone scritta anche quando le persone non sono più capaci di leggere, per dare valore alla dignità di ognuno. Per garantire a ciascuno la possibilità di partecipare attivamente, le proposte sono continuamente rinnovate nei contenuti, nella grafica e nella notazione musicale.
L’ascolto di romanze di opere liriche e di brani musicali in genere rievoca ricordi che sembravano persi stimolando la verbalizzazione, in particolare il racconto di momenti vissuti, storie inventate, balli.
Quando il gruppo verbalizza ciò che la musica ha suscitato, ognuno esprime i propri sentimenti, i propri ricordi, una propria interpretazione della realtà e tutti ascoltano chi parla indipendentemente dal genere, con un atteggiamento non giudicante. La musica inoltre permette di esprimersi senza dover usare parole specifiche, potendo comunicare anche con semplici gesti-suono e utilizzando strumenti ritmici. È capitato che persone con una malattia già avanzata portassero il proprio strumento (armonica, fisarmonica, tamburo) e fossero ancora in grado di suonarlo, accompagnando così il gruppo nella produzione sonoro-musicale.
Relativamente alle differenze di genere, nell’esperienza di chi scrive è capitato che, a fronte di proposte musicali della musicoterapista, gli uomini ricordassero di aver suonato uno strumento mentre le donne intonassero le loro canzoni preferite.
Spesso le persone con demenza diventano più disinibite nei comportamenti; arretrando in un mondo tutto loro dimenticano le diversità che la società ci impone, non fanno più distinzione di genere ma si sentono tutte uguali.
La maggior attitudine alla immedesimazione empatica, alla relazione affettiva, alla comunicazione non verbale a tonalità emotiva in questi gruppi diventa caratteristica anche degli uomini.
I nomi della nostra società definiscono un’identità femminile o maschile. Le proposte musicali fatte sono rivolte a ridurre le differenze coinvolgendo il gruppo con giochi sui nomi e sulle parole che da femminile possono trasformarsi in maschile e viceversa.
Ai partecipanti vengono proposti giochi musicali sul proprio nome, sui nomi dei propri genitori e successive verbalizzazioni.
A partire dall’ascolto di musiche popolari del passato vengono verbalizzati vissuti, come insieme di fatti sociali, culturali e biologici che si legano all’appartenenza dei due generi: le donne lavoravano in campagna o in risaia, gli uomini perlopiù in aziende con funzioni semplici. Man mano che sono passati gli anni c’è stata una maggiore parità tra uomini e donne anche nel contesto lavorativo, entrambi impegnati con mansioni esecutive in azienda; solo in tempi recenti si conoscono persone con maggiore scolarizzazione e con mansioni lavorative di concetto.
Anche oggi nella società e nella lingua italiana ci sono marcate differenze di genere. Con la musica queste differenze si attenuano; la musica non è solo un fatto maschile o femminile ma sia gli uomini che le donne hanno vissuto e vivono con sottofondi musicali che marcano momenti importanti della loro vita, aiutandoli a ricordare.
La musica agisce sull’individuo indipendentemente dalla sua volontà; il ritmo, la melodia, l’armonia sono uno stimolo che a seconda delle caratteristiche culturali, biologiche e ambientali della persona può essere variamente argomentato. Il linguaggio musicale facilita la comunicazione, il contatto e la partecipazione. Inoltre, permette all’operatore di conoscere meglio il gruppo, utilizzando la creatività.
Nonostante il progressivo deterioramento delle facoltà cognitive, in moltissimi casi le persone affette da demenza restano comunque capaci di ricordare melodie e spesso anche alcune parole delle musiche che hanno conosciuto in precedenza e si è verificato che riescono ad apprendere anche nuove melodie; la musica coinvolge l’individuo non solo sul piano emozionale ma facilita anche il riemergere di informazioni riguardanti la storia personale.
Come per ogni intervento terapeutico, anche nella musicoterapia occorre che il professionista operi all’interno di una rete di professionisti, in un’ottica di formazione, condivisione e confronto.
Gli incontri di musicoterapia, a cadenza settimanale, permettono alle persone affette da demenza di trovarsi e ritrovarsi in una attività domiciliare che permette loro di uscire dal proprio isolamento casalingo e nello stesso tempo solleva per un po’ il care-giver, che incontra altre persone con gli stessi problemi di assistenza e ne condivide le criticità, in un viaggio comune.
Di seguito racconterò la storia di due persone, una donna e un uomo, che ho conosciuto nella mia esperienza di musicoterapista.
La prima parlerà di F., una signora che ha partecipato diversi anni ai gruppi di musicoterapia, dal momento in cui le hanno diagnosticato la malattia di Alzheimer fino al progressivo aggravamento, la seconda di A, un uomo che ha sempre suonato la fisarmonica fino a quando è comparsa la malattia. Solo durante gli incontri di musicoterapia ha ritrovato la capacità di suonarla.
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F. era tra le prime persone inviate agli incontri di musicoterapia quando l'attività è partita. Il primo giorno erano presenti cinque persone, tra cui F.
Senz'altro da giovane doveva essere stata molto bella, perché alle soglie degli ottanta anni di età era alta, slanciata, ben curata per merito del marito che l'accompagnava. F. è sempre venuta agli incontri, non è mai mancata una volta.
Mentre era in corso l'attività, il marito si fermava in un'altra stanza con i parenti delle altre persone del gruppo e si confrontava, si raccontava, sostenendosi a vicenda.
F. era la leader del gruppo, la persona che parlava di più, che faceva battute, che suscitava simpatie e antipatie.
La chiamavo il nostro juke box, perché non c'era canzone che non conoscesse e che non cantasse.
Raccontava di aver cantato nel coro parrocchiale, che nella sua famiglia cantavano tutti.
Quando cantavamo Reginella Campagnola, alla fine della canzone e ogni volta, diceva in dialetto emiliano “è troppo alta!”
Parlava spesso del marito, che era bello, bravo.
Quando proponevo gli indovinelli musicali, cioè suono il ritornello di una canzone popolare e molto conosciuta con il pianoforte e chiedo di indovinare, F. rispondeva sempre per prima e riconosceva la canzone, intonandola.
Nel corso degli incontri ho visto la malattia aggredire piano piano F. Ha iniziato a nascondere i fogli delle canzoni in ogni posto, dentro una manica, nel reggiseno, sotto la gonna; ad utilizzare sempre di più il fazzoletto come un punto di riferimento sicuro, da tenere sempre in mano. Ha cominciato ad alzarsi durante l'attività, ad attirare ogni volta di più l'attenzione su sé stessa, a sentire improvvisamente caldo, ad agitarsi per l'ansia che sale contemporaneamente al progredire della malattia, ad esternare in modo eccessivo, dicendo spesso parolacce e alzandosi il vestito, a parlare di sessualità in modo sempre più disinibito.
Alla ripresa dell'attività dopo la pausa estiva, non l'ho vista. Lei, che era sempre presente, di colpo è scomparsa. L'assenza improvvisa della leader del gruppo ci ha lasciato di colpo orfani di una persona importante, a cui volevamo bene.
Alla fine degli incontri il marito di F. è venuto a salutarmi, dicendo piangendo che aveva dovuto inserirla in struttura perché, anche lui anziano, non riusciva più a gestirla. Ho cercato di consolarlo (ma cosa dici in questi casi che non sia banale?). L'ho abbracciato stretto mentre lui piangeva, aggrappandosi a me. Abbiamo vissuto insieme una parte importante di vita di F., dall'esordio della malattia all'aggressione definitiva, frequentandoci ogni settimana, nello stesso giorno e alla stessa ora.
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A. quando era giovane suonava la fisarmonica; l'ha raccontato lui stesso durante una seduta di musicoterapia. Ho chiesto allora ai suoi parenti se lo aiutavano a portarla agli incontri di musicoterapia, così è stato fatto dalla settimana successiva. Inizialmente la suonava in modo confuso ma la sua performance è migliorata nel corso delle settimane.
rrivava alle sedute trainando un piccolo carrello su cui sistemava la fisarmonica; era un modo per trasportarla meglio visto la pesantezza dello strumento. Prima di iniziare le sedute di musicoterapia apriva la custodia, toglieva il fazzolettone che copriva la fisarmonica, lo ripiegava e con dolcezza prendeva la fisarmonica. Lo stesso rituale si svolgeva alla fine degli incontri. Negli ultimi cinque minuti della seduta, prima di cantare la canzone finale, leggevo i titoli delle canzoni che avevamo cantato perché al gruppo piaceva contarle ed era per me un metodo per sollecitare la memoria; contemporaneamente chiedevo ad A. di riporre la fisarmonica. Anche in questo caso lo faceva in silenzio, cosa per lui difficile visto che parlava in continuazione, e con tanto rispetto nei confronti dello strumento.
A. accompagnava con la fisarmonica tutte le canzoni che cantavamo. Nelle pause in cui ritiravo i fogli delle canzoni e ne davo altri, improvvisava sullo strumento o suonava nuove canzoni che proponeva al gruppo.
A. spesso chiedeva a D. di accompagnarlo con i bongos e insieme suonavano diverse musiche mentre il resto del gruppo accompagnava battendo le mani e cantando. Alla fine, i due musicisti ricevevano l'applauso di tutto il gruppo. 


Bibliografia di riferimento e referenti bibliografici

Benenzon R. O., Manuale di musicoterapia, Borla, Roma, 1984
Bruscia K., Modelli di improvvisazione in musicoterapia, Ismez, Roma, 1987
Fedone in Platone tutte le opere, Newton Compton Editori, Roma 2009
Goldoni L. Combattere la demenza, con programmi intersettoriali, superando pregiudizi, ritardi culturali e scientifici, 30 novembre -0001 in Perlungavita.it
Goldoni L., Guida alla vecchiaia per conoscere e scegliere, Index Editore, Modena 2013
Imeroni A., L’attività motoria nella grande età. Teoria e metodo, Carocci, Roma, 2001
Larocca F., Follia e Creatività, Sermitel, Roma, 1197
Larocca F., Nei frammenti l’intero, Franco Angeli, Milano, 2003(4)
Lo Cascio G., Carpi. Un'esperienza d'apprendimento: musicoterapia con persone affette da Alzheimer, Servizi Sociali Oggi, n. 1, gennaio-febbraio 2009
Lo Cascio G., Mille musiche diverse, Manuale pratico di musicoterapia, Digital Index Editore, Modena 2013
Manarolo G., Borghesi M. – Musica & Terapia, Cosmopolis, Torino, 1998
Mattei G., Lungo la via Vandelli, Edizioni Artestampa, Modena, 2021
Renard C., Il Gesto musicale, Ricordi, Milano 1987
Sacks, O., Musicofilia, Biblioteca Adelphi edizioni, 2007
Trabucchi M., Le demenze, UTET, Torino, 2000

ferdinando schiavoMedici di famigliaÈ una lettera aperta ai cittadini e rivolta anche ai miei colleghi di lavoro di ogni ordine e grado* coinvolti nel vasto campo della Salute delle persone anziane.
*Intendo, a scanso di equivoci: medici, farmacisti, infermieri professionali, psicologi, fisioterapisti, logoterapisti, assistenti sociali, animatori, educatori e OSS.
L’appello in origine riguardava il mondo biologico e sociale degli anziani, la fragilità, la complessità, le demenze, i parkinsonismi, la medicina di genere e le “malattie da farmaci”, alla giusta distanza dalla pesante zavorra dei pregiudizi, della facile banalizzazione e dei luoghi comuni. Ma settembre é il mese dedicato alle demenze – questo numero di perlungavita è dedicato al tema – e pertanto lo scritto si rivolgerà esclusivamente a queste tematiche variegate che invadono con il loro carico doloroso il corso della vita al suo epilogo. A volte anche prima.

Nell’ultimo numero del Giornale della Previdenza dei medici e degli odontoiatri nazionale compare questo risultato di un sondaggio in cui risulta che i colleghi medici di famiglia hanno ricevuto un pieno di fiducia nell’ordine del 77,5 per cento.
Ci sarebbe da discutere tirando in campo diversi altri sondaggi sul rapporto bidirezionale medici-pazienti che sono stati effettuati da Altroconsumo nel 2019   e Altroconsumo nel 2017.
Il risultato, accolto con parole di consenso, seppure appartenga a un ruolo in cui si dovrebbe tendere alla “quasi perfezione” poiché è un ballo la vita, mi ha trasmesso numerosi dubbi, sinceri, personali e profondi: mi sono chiesto se, occupandomi in prevalenza di fragilità, demenze e parkinsonismi, io sia diventato un malevolo prevenuto a causa dei tanti episodi di malasanità o di scarsa attenzione a cui ho assistito, se mi sia montato la testa assumendo il ruolo di Santo Salvatore della pelle altrui, se abbia subìto una deviazione mentale possedendo una visione distorta della realtà sanitaria semplicemente perché oramai incontro soprattutto storie complesse che (forse! non essendo io un esperto di sondaggi e statistiche!) rappresentano le vittime, appunto, di quel 22,5 per cento di medici di famiglia che per qualche ragione non riceve la fiducia dei cittadini.
Da qualche parte in questo sito avevo scritto che mi erano giunti messaggi inquietanti in questi anni recenti pre-Covid, messaggi che riguardano i medici (e, direi, meno spesso gli altri professionisti della Salute elencati sopra) circa l’utilità di organizzare eventi formativi sul tema dell’invecchiamento della popolazione, della fragilità, delle “malattie da farmaci”, della medicina di genere e, infine, del terrirorio complesso delle demenze e dei parkinsonismi.
Mi ha molto allarmato l’assenza dei medici (dell’organico di residenze per anziani e non) agli eventi informativi organizzati persino nel loro stesso luogo di lavoro o nella città di residenza. Credo e temo, per esperienza, che per loro “le cose che non si sanno sugli anziani e sulle demenze non esistono”: per tale motivo li torno ad invitare, attraverso voi cittadini, a leggere con umiltà e impegno queste pagine. Segnalo, ancora, che in qualche caso il disinteresse dei medici di una struttura residenziale per anziani (o dei MMG afferenti del territorio) ha persino determinato la mancata organizzazione dell’evento fortemente voluto dalle altre figure professionali “che desideravano sapere”...

Oggi, quindi, desidero limitarmi al campo in continua espansione (le più recenti previsioni parlano di circa 155 milioni di persone con demenza nel 2050), già per suo conto vasto e confuso, delle demenze. Lo faccio inviando un appello ai cittadini, ai familiari di persone con demenza, ai malati stessi e, infine, ai professionisti “non-medici”, attraverso un suggerimento che può sembrare polemico e imbarazzante ma che tenta invece di essere del tutto costruttivo, almeno nelle mie intenzioni: fate domande specifiche ai medici con cui collaborate in ospedale, in casa di riposo e ovunque nel territorio, domande su alcuni temi che riguardanole demenze (e la fragilità, i parkinsonismi e tutto il resto che fa da “contorno” sanitario e sociale e di cui è necessario prendersi cura perché influiscono sul decorso).
Insomma, come può accadere in tutte le professioni, anche i medici sbagliano: diagnosi, terapia farmacologica e non, approccio, tempistica e tempo da dedicare, informazione, comunicazione.
Eppure dagli errori si impara!

Sbagliare è umano
Dopo questo preambolo, elenco queste 30 domande che potreste proporre ai medici di famiglia e agli specialisti vari:
1. Conoscono il significato del termine AGEISMO, ovvero il pregiudizio, il “razzismo”, basato sull’età? Applicano un comportamento di tal fatta nei riguardi dei vostri anziani?
2. Usano ancora il termine “demenza senile”, anche se in ambito scientifico tale patologia da qualche decennio non sussiste più?
3. Sanno che esistono altre demenze oltre quella di Alzheimer?
4. Sono in grado di raccontare come esordiscono – gli inizi sono spesso torbidi e variegati in molti casi - i quadri principali di demenze extra-Alzheimer, in considerazione del fatto che queste “altre demenze” iniziano ed evolvono con sintomi diversi da quelli classici amnesici per i fatti recenti?
5. Sanno che la stessa demenza di Alzheimer può presentarsi in alcuni casi in modo diverso rispetto ai classici sintomi amnesici per i fatti recenti?
6. A tal proposito, sanno che le demenze (e i parkinsonismi) possono colpire persone “giovani” e che è proprio in casi giovanili che gli esordi possono essere differenti rispetto ai classici sintomi amnesici per i fatti recenti?
Letture consigliate (Gli artioli citati e linkati anche in seguito sono tutti pubblicati su Perlungavita.it )
(a)
Sembrava mobbing. Quando le demenze arrivano in età lavorativa
(b)
La vita di Wendy Mitchell, 63 anni, con demenza giovanile: abita da sola, viaggia, attiva nella associazione "Minds and Voices".
(c)
Storie di corpi… di Lewy. Robin Williams, malato a sua insaputa…

7. Sanno eseguire e anche interpretare correttamente i test cognitivi brevi, come ad esempio MMSE (MiniMental) e test dell’orologio?
8. Sanno che questi test, soprattutto il primo, “possono mentire”? Che il MiniMental con un punteggio di 29\30 può nascondere persino un quadro serio di demenza SE quel punto perso è la copia dei pentagoni?

Mni mental mente

 9. Sanno riconoscere un paziente apatico “puro”?
10. … che l’apatia è il sintomo comportamentale più frequente nelle demenze (tutte)?
11. … che può essere un sintomo di esordio (vogliamo chiamarlo elegantemente pre-clinico?) di demenza?
12. … che in genere peggiora con un trattamento farmacologico antidepressivo?
Lettura consigliata:
Una depressione che peggiora con gli antidepressivi

13. Sanno che anche la depressione può essere –
anche lei - un sintomo di esordio (vogliamo chiamarlo, appunto, pre-clinico?) di demenza o di malattia di Parkinson e di alcuni parkinsonismi?
14. Sanno che esiste anche un esordio di demenza con psicosi oppure con inattesi sintomi “vegetativi”?
Sintomi cognitivi

15. Per contrastare certi disturbi comportamentali (agitazione, aggressività…) usano in primis gli psicofarmaci oppure tentano di interpretare e comprendere cosa li innesca a livello fisico o psichico provvedendo a limitarli inizialmente con strategie che non prevedono psicofarmaci?
16. Conoscono la temibile e mal interpretata acatisia da farmaci?
Lettura consigliata:
Una storia di ordinaria acatisia

17. … e le altre manifestazioni extrapiramidali da farmaci (parkinsonismo, distonia, sindrome della Torre di Pisa ecc.) causati dal blocco dei recettori della dopamina (effetto anti-dopaminergico)?
18. Per l’appunto, conoscono i farmaci che possono favorirle, provocarle? Anche quegli psicofarmaci con nomi persino accattivanti, come Levopraid, Mutabon Mite, Deanxit, Dominans, ecc. o quelli apparentemente innocenti come Plasil, Difmetré, ecc.?
19. Se valutano una persona con sintomi parkinsoniani, si chiedono se è veramente malattia di Parkinson o se si tratta di un Parkinsonismo, in cui spesso la terapia dopaminergica dà più eventi avversi che miglioramenti motori?
20. Conoscono il sottovalutato DELIRIUM?
21. … e la percentuale di persone affette da DELIRIUM in un qualsiasi ospedale del mondo occidentale? (Risposta: quasi il 25 %!!!)
22. … e le condizioni e i farmaci che possono scatenarlo?
23. Conoscono in particolare i farmaci anticolinergici (anti-acetilcolina = anti-memoria e tanto altro ancora!) tra cui Akineton, Artane, Tremaril ecc. potenti e oramai poco usati (ma non sempre!), nonché altri, invece, di impiego più comune come le Mine Vaganti Buscopan, Lexil, Spamomen, Laroxyl, Paroxetina ecc. (in un elenco che comprende circa 600 molecole, tutte da studiare…)?
24. Consigliano due (o anche tre!) farmaci da iniziare contemporaneamente? Hanno riflettuto sul fatto che, se uno dei due o tre provoca un effetto avverso, come faranno a capire qual è il responsabile? Li sospenderanno tutti e due o tre, anche quelli innocenti e magari utili? E il Buon Senso? E la Pazienza, ovvero cominciare con uno e qualche giorno dopo aggiungere l’altro?
25. Possiedono quella dote di curiosità clinica (intelligenza, umanità) che li porta a interrogarsi se QUELLA Persona malata che vedono per la prima volta: “è così per evoluzione naturale della malattia o per effetto di farmaci inappropriati o per altri motivi come ematoma cerebrale post-traumatico, iposodiemia, anemia, scompenso cardiaco cronico ecc.”?
Lettura consigliata:
Mummificata da una diagnosi sbagliata


26. … e, nel caso di eventi a cascata oppure evoluti in circolo vizioso, sanno ripercorrere il tragitto che li ha condotti in quello stato e porvi qualche rimedio?
Eventi a cascata in delirium

 27. Conoscono i farmaci che possono allungare il QT cardiaco e provocare la morte, in particolare se si tratta di persona di genere femminile?
28. Hanno idea di cosa sia la FRAGILITA’ e sanno destreggiarsi nella COMPLESSITA’ clinica della condizione geriatrica che spesso fa da contorno ad un quadro di demenza?
29. Effettuano valutazioni ripetute in pazienti anziani, controllando idratazione, alimentazione, alvo, addome, cuore, facendo una sistematica periodica REVISIONE della terapia farmacologica?
30. Si consultano con voi familiari? Ascoltano anche quelle figure professionali di prima linea anche pur ritenendolel’ultima ruota del carro? Lettura consigliata
I miei splendidi ex allievi OSS


In questo momento storico del pianeta, le vicende intrecciate di vite umane che si spengono ancora a causa del Covid, il muro costruito da convinti e violenti NO-VAX, quell’altro che si è innalzato attraverso l’eccesso di burocrazia, l’invecchiamento della popolazione congiunto alla scarsa la attenzione verso le persone vulnerabili, quasi sempre gli anziani, si annodano con difetti già presenti da tempo:

Lettura consigliata
Perché i medici non toccano più i pazienti? Riflessioni all’epoca del coronavirus e della giusta distanza

Tentiamo, tutti assieme di cominciare a “toccarci”, a costruire, ma non solo a parole! un legame di reciproco rispetto fra noi medici e i cittadini.

 

!Sabrina PoggiGli anziani sono un tesoro da custodire, perché sono coloro che ci tramandano i valori ed i ricordi. Pensiamo per lo più alle persone anziane come ad individui fragili, scarsamente tolleranti ai cambiamenti. Vari studi, tuttavia, dimostrano che sono molto più stabili dal punto di vista emotivo rispetto alle generazioni più giovani. Avete mai pensato che l’emergenza in atto potesse far emergere anche qualche aspetto positivo, parlando di Terza Età?!
In RSA questi anziani ci sorprendono in ogni momento! Ci hanno dimostrato la loro straordinaria adattabilità, anche e soprattutto ora, con l’emergenza CoVid-19. La mancanza dei loro cari si sente in ogni momento, ma si sono da sempre dimostrati consapevoli della situazione, e, superato lo smarrimento iniziale, hanno affrontato con coraggio e tanta voglia di vivere questi mesi difficili.
In Struttura sono state mantenute, con loro immenso piacere, attività che permettessero loro di rimanere attivi. Musica, balli, canti…Ma non solo! Chi ha i capelli tinti di bianco ha imparato anche a conoscere le nuove tecnologie: Whatsapp e Skype, per dialogare con i parenti a casa superando così in maniera virtuale le distanze imposte dalle direttive sanitarie anti-contagio, telefoni e tablet, per inviare/ricevere foto e video.
Come avrete capito, a noi piace vedere e tentare di mostrare il bicchiere mezzo pieno. Vi scriviamo dalla nostra “isola felice”, Villa Serena, stavolta presentandovi i pensieri anche di chi sta “dall’altra parte”. Non sempre e solo noi caregiver, facciamo parlare un po' chi è l’”oggetto” della cura!
Vi proponiamo, perciò, anche la visione di un nostro ospite e veterano, il signor Enrico, super-73enne, che collabora con noi educatori in un sacco di attività (Giornalino di Struttura, giornalino –ormai a distanza, purtroppo- con le classi quinte delle scuole qui accanto, tastierista per gli incontri di musicoterapia, e chi più ne ha più ne metta…!), che si è sentito di dire la sua sull’argomento:


Vecchi Sabrina"Il vecchietto dove lo metto" cantava lustri fa Domenico Modugno. Ci si scherzava sopra, ma ora con questo "Corona", che ti dicono prediliga soprattutto quelli dai 70 anni in su, specie se non son delle rocce, non c'è più voglia di farlo! Anche se – essendo io nel comparto – mi rendo conto che il comune sentire, in questi tristi giorni, possa non essere edificante per i nonni, specie se un po' malandati. Ma attenzione, perché i tempi non sono più quelli di una volta!
Oggi i vecchietti sventano le truffe e fanno arrestare i balordi, si cimentano con quello che la tecnologia mette loro a disposizione… la figura dell'anziano "sospettoso" che osserva strani oggetti illuminati e pieni di colore come i computers, sembra ormai essere in netta diminuzione…
Il che smentisce intanto uno dei più diffusi stereotipi di noi senior, quello di una minore capacità di far fronte ai cambiamenti. L'uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare! Qui gli anziani pensano al futuro! In una struttura, dove parrebbe non ci siano aspettative, quelli che per fortuna stanno bene, e hanno la capacità di relazionarsi, non si lasciano sfuggire l'opportunità di nuove idee e proposte diverse per nuove attività.
Finalmente l'anziano non si sente escluso, ma connesso con il mondo, anche se per il momento, a distanza. Senza mai dimenticare i quattro amici del bar, ovviamente!
Ricordate anche che in RSA si vive meno quel senso di abbandono che colpisce chi vive solo a casa, forzatamente lontano dai suoi familiari, a causa delle restrizioni attuali…
Ci teniamo impegnati, insomma, e resistiamo!!
Da Enrico per ora è tutto…restate connessi…e alla prossima!!!

Che dire: “Casa” sì… “di Riposo” decisamente no!
Cari “nonni”, patrimonio dell’umanità, noi vi diciamo GRAZIE!
Grazie ad una generazione contraddistinta da esperienza, comprensione, pazienza, resilienza, rispetto, in grado di conservare tutto questo fino a qui. Silenziosamente, umilmente, ma non per questo con meno forza.
In questi tempi difficili, avete dato ancora una volta un insegnamento di vita a tutti noi, che non pensiamo a quanto siete stati limitati da questo nemico invisibile, che ci lamentiamo solo per la mancanza di un aperitivo, che abbiamo mille risorse per impiegare il nostro tempo libero, ma ci lamentiamo lo stesso, che non sopportiamo la benché minima limitazione a tutto ciò che in realtà è superfluo…a tutti noi, che, insomma, non abbiamo proprio niente da insegnarvi, ma solamente tutto da imparare!

Enrico Secchi 
ovvero
"Lei non sa chi sono io!"

Nella mia vita, tutto avrei immaginato, tranne che si volesse sapere qualcosa su di me.
Enrico Secchi… un nome, una garanzia!
Sono nato a Milano, addì 25 ottobre 1947, alle 5 del mattino. E pare fosse un sabato.
Passati gli anni, un giorno, leggendo una copia del Corriere della Sera di quell'ormai lontano 25 ottobre, scoprii, per caso, che, proprio quel giorno, veniva firmata la Costituente! 
Ne fui compiaciuto, e mi sentii come se una botta di energia positiva salisse in superficie da dentro.
“Enrico”, dall'antico tedesco, significa “possente in Patria!” ed io mi sentii tale.
Sfoglio spesso l'album dei ricordi di famiglia, e devo dire che, guardando le fotografie da bambino, ero veramente un bel pacioccone. Fronte alta, espressione imbronciata, sembrava che avessi già ben chiare tutte le caratteristiche tipiche dei nati sotto il segno dello scorpione: “Scrutare nel profondo, e scavare, scavare sino a trovare chissà quale tesoro! Ricordo che nell'ufficio dove lavoravo (un'importante azienda della Grande distribuzione), i miei colleghi avevano messo in bella mostra, una mia foto a otto mesi.
Attratto irresistibilmente dalla musica, senza saper né leggere né scrivere, riconoscevo i dischi dal colore dell'etichetta, e il radiogrammofono era il mio compagno di giochi più fedele.
La mia è stata una famiglia meravigliosa.
Mia madre, una donna coraggiosa e fantastica, non si è mai arresa davanti a niente! Mi ha portato in braccio sino ai sette anni E anche quando i medici le dissero che a 13 anni sarei stato costretto su una sedia a rotelle, non si fece prendere dallo sconforto, ma mi portò da tutti i luminari della medicina dell'epoca. Quando i medici le dicevano di portarmi al mare, mi portava in montagna, e quando sarei dovuto andare in montagna, la mia mamma mi portava al mare!!! Ho avuto un'infanzia e una fanciullezza felici.
EnricoCon un padre appassionato di musica lirica, ho avuto anche una discreta educazione musicale, e il mio strumento preferito in assoluto è il pianoforte. Ho potuto studiarlo non senza problemi e con diverse insegnanti che porto nel cuore. Ho un talento musicale innato che avrei potuto approfondire studiando un po' di più… purtroppo però, mi sono arenato.
Dal marzo del 2002, vivo a Salice Terme e la mia nuova famiglia, è a Villa Serena, una casa di riposo per anziani, in cui ho fatto recapitare il mio pianoforte, al quale mi lega un rapporto affettivo, essendo stato un bel regalo di mia madre.
Ogni mercoledì facciamo quattro passi tra le note, e con la mia musica, cerco di allietare gli ospiti che hanno voglia di cantare. La mia prima fan indiscussa, è Luciana. Ci siamo incontrati qui, e siamo diventati una coppia, come gli innamorati di Peinet!    
Bello come il sole fino ai 25 anni, con un sorriso a trentadue denti, mi sono rovinato crescendo! Tanto che oggi, all'età di 73 anni compiuti, porto la dentiera e nelle foto sembro invecchiato anzitempo!
Grazie alla collaborazione con le educatrici della struttura che mi ospita, Sabrina e Alida, ho dato vita al “Giornalino di Enrico” ed essendo un creativo, collaboro anche con le maestre di V elementare, della scuola antistante Villa Serena. Le maestre si ricordano di me anche a distanza di tempo, e i miei bambini, mi fanno sentire un giovane nonno.
Mi tengo impegnato con mille piccoli grandi impegni e cerco di rendermi utile un po' dappertutto come posso…è questo il segreto per restare sempre giovani e per una vita “Serena”, proprio come la RSA in cui vivo!!!

Ha collaborato alla stesura  Alida Nikaj, l'altra educatrice di "Villa Serena"

CASA SALCE
uno dei centri di servizi dell’ISRAA di Treviso, sorge all’interno delle mura del centro storico e offre alle persone anziane una residenzialità in grado di garantire risposte specifiche ai diversi bisogni che possono caratterizzare le varie fasi dell’invecchiamento. Nell’area limitrofa alla residenza sorgono anche gli edifici che accolgono la recente esperienza di senior cohousing. (1)
Nelle foto: La facciata di Casa Salce, il Borgo Mazzini smart cohousing, vista da una camera di Casa Salce

Facciata Casa SalceGiardino BMSC Vista da Casa salce

 

laura lionettiATTREZZARSI PER COMBATTERE IL CONTAGIO, SOSTENERE RESIDENTI, FAMIGLIARI E PERSONALE
Laura Lionetti

Quando da covid free si diventa covid full cambia tutto. Quello che al pensare era inimagginabile, in un attimo diventa la realtà.Quello che avevi ascoltato, visto e letto delle esperienze degli altri diventa la tua esperienza.
E inizia un viaggio faticoso, travolgente, drammatico, che porta all’essenza del lavoro di cura e delle relazioni.

Attrezzare un’ala covid, fare i trasferimenti, comunicare ai familiari, lavorare bardati come palombari, applicare protocolli e procedure, fare errori e imparare dagli errori, riorganizzare e riorganizzarsi continuamente, restare con il fiato sospeso ogni settimana facendo i tamponi, piangere, fare video chiamate, stravolgere la vita degli anziani...

Le priorità:

  • contenere la diffusione del virus
  • sostenere i residenti
  • sostenere i familiari
  • sostenere il personale

 È dura perché da una progettualità in cui si lavorava sulla qualità dell’assistenza e sul sostenere i desideri, dare vita ai sogni, creare anche qualcosa di speciale, si passa ad una realtà in cui dobbiamo limitare, contenere, distanziare.
È un’esperienza che richiede un cambiamento del modo di pensare, un arrendersi al fatto che quello che c’era prima non c’è più e il futuro sarà diverso dal prima, come nelle discipline orientali un cedere per poter fare la mossa migliore.
E mentre attraversiamo questa esperienza scopriamo nuove potenzialità, dei residenti, degli anziani, dei familiari.
Il “buongiorno vecchie” dell’assistente sociale, appuntamento fisso per salutare e sostenere le residenti in isolamento; le signore dell’igiene ambientale che lasciano post- it di incoraggiamento nelle camere; residenti che devono essere trasferiti dal loro mondo ad un posto che sembra un ospedale e spesso sorprendendoci riescono ad ambientarsi; la morte veloce e ravvicinata di chi abbiamo seguito per anni, l’esperienza degli OSS di essere i “prossimi” al morente in assenza dei familiari; OSS che saltano riposi e non si tirano indietro, infermieri che fanno doppi turni, familiari che oltre a chiedere notizie del loro caro si preoccupano del personale, anziani che attraversano il covid e tornano nelle ore stanze di autosufficienti, anziani che restano compromessi …
E quello che era ostacolo e ricerca, diventa esperienza grazie all’emergenza.
La comprensione della complessità di casa albergo, l’integrazione tra le tutte le figure professionali, un senso condiviso di ricerca di cosa serve alla persona … bere mangiare essere alzati … ma anche una piccola passeggiata accompagnati in giardino, il condividere con i familiari l’invio delle merendine preferite ...
Cosa vorrei restasse di questa esperienza:
la Flessibilità,
la ricerca e la consapevolezza delle Azioni di valore,
la Narrazione di una quotidianità straordinaria,
il Radicamento che può dare la grandezza dell’esperienza umana.

gioia martignagoLETTERA ALLA SQUADRA
Gioia Martignago

Penso a questi mesi e alle cose che ci siamo dette ieri, e arrivano tanti pensieri.
Vorrei raccontarvi come è cambiato il mio lavoro, con il Covid
Perché senza che me ne accorgessi è cambiato tutto, un pezzettino al giorno, e solo guardandolo adesso, dopo un po’, mi rendo conto che è diventata la nuova normalità, è già un automatismo.

Non stringo più la mano.
Non stringo più la mano da quasi sei mesi, a nessuno: a chi chiede informazioni, a chi viene a fare la domanda, ai familiari. 
Non stringo più mani. Non mi presento più così.

Per me è una cosa rivoluzionaria perché è sempre stato il primo contatto, la primissima presentazione con le centinaia di persone che ho incontrato in questi anni.
Seguo dei tempi tutti nuovi, tempi dei tamponi, degli esiti, della quarantena. Ne parlo ai familiari dei nuovi ingressi con naturalezza, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. E loro lo accettano. Dicono “certo, certo”.
Dico loro che quando ci portano la mamma per 15 giorni non la vedranno. E loro capiscono, un po’ si preoccupano. Ma ti dicono “Certo, certo”. È tutto normale. Le prime volte mi vergognavo un po’ a dirlo, lo facevo con imbarazzo. Ci ho messo tempo a capire che la mia reazione era normale: ma come, per 5 anni ho invitato i familiari a vedere la sede, a venire a trovarli in camera, ad essere presenti specie i primi giorni. E adesso gli dico l’esatto opposto. State lontani. Non venite. Fidatevi Gioiache facciamo noi. Prima gli dicevo che appena entrati avrebbero conosciuto ognuno di voi. Adesso gli racconto i vostri visi e le vostre professionalità attraverso una cornetta. Vedrete che ci conosceremo prima o poi, ci berremo un caffè assieme. Loro rispondono “Certo, certo”. Si fidano. Non obiettano. Mi chiedo quanta fiducia abbia potuto costruire in un colloquio fatto un anno fa quando hanno presentato la domanda. Se sia sufficiente a sostenere tutti i dubbi che avranno nel prossimo periodo. Certo che no, non basta. Persino alla scenetta di visita alla stanza ho dovuto rinunciare, uno dei momenti che preferisco, dove illustro i pregi e i pochissimi difetti della camera, dove gli garantisco che mamma o papà staranno bene con noi. E lo dico perché ci credo, non per vendere. Se fosse solo per quello sarebbe tutto molto diverso. Adesso la camera la vedono in videochiamata su whatsapp. 5 minuti puliti puliti, ci metto 1/5 del tempo. Ma mi diverto molto meno. Se sono diminuiti i contatti di persona però sono aumentate le telefonate. Continue. Per qualunque cosa. Con toni e ansie più o meno diversi.
E allora ditemi, cosa c’è di normale in tutto questo? Cosa rimanere, per me, del mio lavoro? Mi sono risposta che ne rimane l’essenza, il senso. Ma non la normalità. Quella scusatemi, ma non c’è.
E allora che liberazione quando settimana scorsa Laura ha detto che “ far convivere covid e normalità è una cazzata”. Personalmente mi sono alleggerita della zavorra degli ultimi sei mesi. Perché non c’è proprio niente di normale. Diciamocelo, non abbiamo paura di dircelo. Perché può solo farci stare meglio ammetterlo. Siamo tutti preoccupati, spaventati, intimoriti, insicuri. Lo siamo nel lavoro e nella vita. È stolto pensare che non sia così, ancora più stolto non riconoscerlo. Io sono 6 mesi che sono preoccupata per i miei genitori, per la mia famiglia, per mia nipote, per i miei amici, per i vecchi (tantissimo), per voi. Lo sono io come lo siete voi. Ognuno ha la sua storia, che non conosciamo, ma c’è e la rispettiamo. Non è normale essere preoccupati per così tanto tempo, essere in apprensione per tanto tempo. Ma è normale esserlo in questo momento, perché questa è la normalità. La normalità dell’ora, dell’adesso. Ieri l’abbiamo detto, siamo rimasti tutti annichiliti vedendo l’esercito portare via le bare di Bergamo.
E allora quale è il senso di questo momento? Cosa facciamo? Ieri non mi ricordo chi ha detto che non sappiamo dove andare, per questo facciamo fatica e che è difficile perché impossibile progettare. Non son d’accordo: credo che dove andare e che progetti fare siano molto chiari. O almeno questa è la riflessione e la motivazione che ha mosso me da marzo ad oggi: i vecchi. Ma i vecchi nel senso più profondo. Riprogettare e rendere straordinario quello che è la mission dell’ISRAA che è talmente radicata (per fortuna) che non ce la siamo neanche detti. Per citare la signora Adriana una cosa dobbiamo fare: custodirli. Tenerli al riparo, proteggerli. Concentrare tutte le nostre energie su di loro, ognuno con la propria competenza. Questo dobbiamo fare. Tutto quello che arriva in più è grasso che cola, ma è un in più. Arriva solo se abbiamo un eccesso di energie, non può essere la norma. E allora così anche 350 tamponi una volta al mese hanno un senso, hanno un senso le visite con il plexiglas, le limitazioni. Certo, tutto questo è banale. Ma ce lo siamo mai detto, ci siamo mai detti che tutte le nostre azioni quotidiane sono volte a questo? A custodirli? Credo di no, abbiamo cercato di inserire a forza il vecchio e il nuovo, di farlo coesistere. Ma adesso non possono farlo, non è ancora possibile che la vecchia vita e la nuova vita sopravvivano assieme: se c’è una, difficilmente può esserci l’altra. E attenzione: credo fermamente che tutto quello che abbiamo fatto finora fosse volto esclusivamente a custodire gli anziani. Ma forse, come ci è capitato spesso, ci siamo dimenticati di dirlo a voci alte. E, soprattutto, di riconoscerlo.
E di riconoscercelo a vicenda.
Sempre grata di lavorare con ognuno di voi.
In questo 2020, ancora di più.

sara pollonOTTOBRE DUEMILAVENTI
Sara Pollon

Venerdì̀ pomeriggio, inizia a calare il sole. L’ora è già̀ quella solare.
La decisione è stata presa.
Per i quindici giorni necessari ad arginare la diffusione del virus, Annamaria trascorrerà̀ le sue giornate dal quinto piano di Casa Albergo, l’ultimo quello da cui si padroneggiano i tetti della città, al secondo.

Lì è stata allestita l’area rossa. La coordinatrice e la psicologa l’hanno già̀ avvisata. 
“È per il suo bene, sarà̀ solo per un periodo, vedrà̀ che si troverà bene.”
Accetta di buon grado Annamaria, si lascia guidare da subito da queste due figure che ben conosce.
Lasciare la propria camera, per trasferirsi dove ci sarà più assistenza, non è facile.
Ma Annamaria si fida.
Fuori dalla sua porta c’è il tavolino con alcool, guanti, camici, è il segnale che in quella camera c’è una residente positiva al Covid diciannove.
Busso, con me ho un carrello per trasportare gli oggetti utili e una scorta di gentilezza che so essere indispensabile.
Annamaria, sorridente mi accoglie, non faccio a tempo a pronunciare una parola,
è lei ad esortarmi.
“Sei qui per portarmi giù?”
Iniziamo dal comodino, troppi oggetti, decidiamo di portarlo via tutto intero. Lampada compresa. Poi andiamo con ordine, vestiti, giusto per i prossimi giorni, pigiama, ciabatte.
Raccogliamo gli indispensabili: cellulare, carica batteria, dentiera, occhiali, rubrica...
Carichiamo tutto sul carretto che comincia ad essere bello pieno.
È solo lo stretto necessario, il resto si vedrà...
Siamo pronte. C’è tutto. Ci siamo lei ed io.
Uno sguardo alla camera, s’impugna il deambulatore, un giro di chiave e via all’ascensore.
“Ma sono l’unica ad andare al secondo piano?”
Il tempo di dieci passi, lenti, da novantaseienne e arriva la domanda.
“No, con lei ci saranno altre tre persone”
Entriamo in ascensore e si percepisce la concentrazione nel rielaborare la risposta appena ricevuta.
Non c’è paura nel volto di Annamaria, c’è quasi una sorta di curiosità. È come se stessimo vivendo un’avventura.
Non sappiamo a cosa andremo incontro, è il caso di dirlo, ma in un qual modo ci fidiamo l’una dell’altra.
I dettagli sono importanti penso, mentre il consueto scampanellio ci fa intendere che l’ascensore è arrivato a destinazione.
“Vi ho rifatto il letto a tutte e quattro con il copriletto rosa, spero le piaccia!”
Annamaria mi sorride compiaciuta, ha intuito il mio impegno nel rendere questo cambiamento un po’ più soffice.
Nel corridoio che conduce alla nuova stanza iniziamo ad incontrare le operatrici socio sanitarie, l’infermiera. Visi sconosciuti coperti dalla mascherina e dalla visiera, corpi imbacuccati in un camice che lascia scoperti solo i piedi.
Annamaria saluta con la cortesia che la contraddistingue e non si lascia intimidire. Si lascia guidare fino al varco della sua camera.
“Dato che è la prima ad arrivare, qual letto vuole scegliere? Lato finestra o lato interno?” “Preferisco verso la finestra”. E sia.
Rimettiamo a posto il comodino, i vestiti sulla sedia, il cellulare in carica e in cuor mio ripongo la consapevolezza che il primo passo è stato fatto.
Arrivano poi Vanda, nel letto affianco e nella camera adiacente anche Bertilla e Cesarina. Fuori ormai è buio da un pezzo, è ora di cena.
Annamaria si accomoda, io saluto. Ci rivedremo lunedì.

Lunedì: qualche voce mi era già arrivata durante il weekend.
Pare che ad Annamaria tutta questa faccenda del trasloco, non sia piaciuta più di tanto. Pare, ma in realtà Annamaria è proprio incazzata.
Mi ritrovo di nuovo di fronte alla sua porta.
Busso, nessuna risposta. Busso forte, silenzio.
Man mano mi avvicino al letto, mi paleso, accenno ad un “buongiorno” carico di energia. Annamaria ricambia: nel giro di due minuti, distesa a letto, sotto le coperte, rivela tutta la sua rabbia, la sua preoccupazione, la frustrazione di ritrovarsi in un posto che non riconosce, in cui non vuole stare e dove tutto va a rotoli.
C’era da aspettarselo penso. E adesso che diamine le dico?
Niente.
Mi siedo vicino al letto e lascio che Annamaria esprima tutta la sua angoscia.
L’ascolto, la osservo, annuisco, senza proferire parola. Penso ad un canale diverso per riuscire ad entrare in comunicazione. Quando lei lo vorrà.
Dopo un po’ arriva la chiave giusta. Esprime disagio per un oggetto di cui ha bisogno e non ha. Mi adopero per portarglielo, le faccio capire che ci sono, che sono lì per lei.
Le propongo di alzarsi dal letto, accetta. Anzi, lei non si sente mica niente.
Non capisce proprio perché è finita lì, non ha sintomi e si sente in forze.
Ci vestiamo, rifacciamo il letto, il sottofondo non è cambiato. Ma ci mettiamo in moto.
Per tutta la mattina sono stata accanto a lei, abbiamo camminato per il corridoio, telefonato a suo figlio, bevuto il caffè, osservando fuori dalla finestra un inedito panorama.
Il suo sguardo, tagliente, pian piano si ammorbidisce.
Annamaria riesce a mettere in parole la sua rabbia.
È preoccupata, non si riconosce. Tenta di apprezzare gli accorgimenti che le sono stati rivolti in questi due giorni, ma è faticoso. Si guarda intorno con circospezione.
Passata la mattinata, pare essere più tranquilla.
Di poco, ma è quel che basta per aprire uno spiraglio positivo su questa esperienza che di certo ci segnerà.
I giorni seguenti vanno meglio, Annamaria prende maggiore confidenza con l’ambiente, inizia a conoscere tutti gli operatori e le infermiere che lavorano al piano. Si concede qualche momento di serenità, passando a salutare le altre persone che sono lì con lei, legge il giornale, cammina a lungo e trascorre lunghi minuti al telefono con i figli e con le tante altre persone che conosce.
Una mattina le faccio una bella manicure, che la fa sentire a posto e le consente di raccontare gli episodi belli della sua vita.
Cominciano ad avvicinarsi i giorni che mancano al termine della permanenza nella zona rossa, se il test darà l’esito sperato, Annamaria potrà ritornare a godere della vista dei tetti di Treviso.
E quella prospettiva l’aspetta.
Ce l’ha fatta con la sua tenacia, è riuscita a sconfiggere il virus e a riprendere il suo posto.
Spetta nuovamente alla coordinatrice annunciare la notizia, questa volta è quella buona. Annamaria fa letteralmente un salto e spontaneamente abbraccia Lucia, che è avvolta nella ormai consueta divisa monouso.
La notizia non fa a tempo ad essere comunicata che già corre per i corridoi del secondo piano. Siamo tutti contenti per Annamaria, ma ci dispiacerà non vederla più passeggiare.
Durante queste tre settimane si è fatta conoscere per quello che è, una donna forte, che sa il fatto suo e non teme di affermarlo. Una donna anziana, che riconosce il valore di ogni giorno e che ci insegna a non accontentarci, anzi a vivere appieno.
È sempre venerdì ma stavolta si ripercorrerà il percorso al contrario.
“Sono qui per esaudire ogni suo desiderio” dico con voce squillante ed emozionata.
In un battibaleno il carretto è ancora una volta colmo.
Dopo pranzo, Annamaria si corica un po’ e poi via, si parte.
Saluta e ringrazia tutte le persone che incontra, si è trovata bene afferma, ma spera di ritornare solo per una visita, non per rimanerci!
Arrivate davanti alla sua camera, nota che non c’è più la presenza ingombrante del tavolino.
Infilo la chiave nella toppa, lascio a lei l’emozione di aprire la porta ed entrare per prima.
Ci avvolge la felicità di essersi riappropriata della propria libertà. È palpabile nell’aria.
È ora di risistemare tutto com’era prima.
Annamaria sa perfettamente dove vanno tutti gli oggetti.
È il suo ordine, nella sua camera. Io l’aiuto a riporli, valorizzando e rispettando le sue scelte.
Quelli importanti sulla mensola dello specchio, la crema viso la mette dentro un armadietto in un angolo, a quanto pare non è così necessaria. Il rossetto invece è a portata di mano.
Il comodino ritorna affianco al letto, il telefono in carica, il Vangelo e il rosario Annamaria li ripone sopra ad un mobile che ospita già altri oggetti religiosi.
È il suo ordine, nella sua camera.
Ripristinato tutto, ci concediamo un po’ di riposo sedendoci sulle due poltroncine sotto la finestra. Le propongo una videochiamata con la figlia, per annunciarle che tutto è tornato alla normalità. Accetta di buon grado e si gode questo dialogo attraverso uno smartphone che fa sentire mamma e figlia più vicine.
Annamaria è soddisfatta e felice.
Nei suoi occhi è impressa la gioia immensa di respirare di nuovo, aria di casa.

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(1) www.israa.it Facebook: Casa Albergo – ISRAA
Borgo Mazzini Smart cohousing -ISRAA

 

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