Operatori, Servizi, Formazione

Operatori, Servizi, Formazione

francesca carpenedoUno dei leit-motiv di questo periodo pandemico che a me piacciono di più riguarda il cambiamento. Tutti quanti noi siamo consapevoli che, in qualche modo, questo periodo ci ha cambiati e che, da marzo niente è più, né sarà più lo stesso.E allora perché non approfittare di questo incredibile momento per imprimere con energia una svolta a ciò che in altri momenti di maggiore inerzia non siamo riusciti a modificare?
Nel mio caso, e da un punto di vista schiettamente professionale, vorrei davvero impegnarmi su due fronti verso i quali mi sento molto coinvolta:
-Lo sviluppo di un’autocoscienza e consapevolezza dell’importanza e della potenza del gruppo delle persone 65+ (che, con un senso di déjà-vu, mi richiama alla memoria le battaglie sociali degli anni ’70.)
-Il rimodellamento delle strutture residenziali al di là della burocrazia, una sorta di rivoluzione copernicana che metta finalmente al centro la persona assistita, i suoi bisogni, i suoi diritti ed il suo benessere (nel senso di serenità d’animo).
E quindi quale miglior trampolino se non la rivista Perlungavita?
Dal momento che è un argomento caldo, partiamo dalle “famigerate” case di riposo. Non è nemmeno più il caso di insistere sulla giungla di forme e modelli di strutture residenziali esistenti in Italia. Lo stiamo dicendo tutti da almeno 10 anni!
Inoltre il Covid 19 ha messo in luce, al di là del numero impressionante dei decessi, una modalità di gestione dei servizi e dei rapporti con i lavoratori e con gli anziani residenti che, a mio parere, necessita una revisione.
Posto che non è possibile disfare l’esistente, si può comunque cercare di mettervi ordine. Ma semplificando.
A quali criteri dovrebbe rispondere un buon sistema residenziale?
Dovrebbe rispondere alle esigenze del territorio. Dovrebbe cioè, sulla base delle caratteristiche della popolazione anziana, fornire una risposta – in termini quantitativi – adeguata alla richiesta. Dovrebbe anche essere sufficientemente capillarizzato sul territorio.
Dovrebbe rispondere ad esigenze di efficienza organizzativa. In termini di equilibrata correlazione tra i costi della gestione, il complesso dei servizi forniti, e i modelli di lavoro sviluppati.
Dovrebbe rispondere ad esigenze di efficacia attesa e qualità dei servizi. Dovrebbe cioè fare in modo che le persone residenti possano godere in sicurezza, tutela e dignità delle cure necessarie in un ambiente protettivo ma mai coercitivo; e che le persone che vi lavorano, siano messe in condizione di poterlo fare al loro meglio.
Viceversa, l’attuale costruzione burocratica fatta di infinite prescrizioni, autorizzazioni, limitazioni scoraggerebbe anche Giobbe e la sua infinita pazienza. Al contrario ha trasferito sui gestori una mole titanica di lavoro amministrativo e non ha fornito alcuna garanzia di qualità di servizio. L’ideale sarebbe poter rendere operativa una struttura residenziale con una semplice comunicazione in cui si dichiara quale sarà il progetto residenziale. A dichiarare, cioè: quali sono i bisogni che andrà a soddisfare;
- a quante persone fornirà assistenza e in che modo;
- quali i servizi sanitari e sociali intende fornire;
- dove intende farlo;
- quali sono le forme interne di controllo e tutela – degli anziani e del personale – che intende adottare;
- chi è il responsabile
Sarà poi il sistema di governo – nazionale e locale – ad adempiere puntualmente ai propri compiti di verifica e controllo:
1)il sistema centrale ad istituire un registro obbligatorio di tutte le strutture residenziali, senza limitarsi alle RSA, alle strutture convenzionate, alle residenze che si dichiarano dedicate alla cura della demenza;
2)il governo locale, la Regione, a verificare la fedele applicazione di detto progetto e a valutare se e come le persone ivi residenti trovino soddisfazione ai loro bisogni, al compimento del proprio progetto di vita.
La Legge 328/2000 che, a quanto mi consta, rappresenta ancora la legge nazionale di riferimento per l’organizzazione e la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali è già uno strumento completo.
Infatti, mentre l’art. 9 di detta legge stabilisce che è compito dello Stato la “fissazione dei requisiti minimi strutturali e organizzativi per l'autorizzazione all'esercizio dei servizi e delle strutture a ciclo residenziale e semiresidenziale ..”, al precedente art. 8 si dice anche che funzioni delle Regioni sono “… e) promozione di metodi e strumenti per il controllo di gestione atti a valutare l'efficacia e l'efficienza dei servizi ed i risultati delle azioni previste; f) definizione, sulla base dei requisiti minimi fissati dallo Stato, dei criteri per l'autorizzazione, l'accreditamento e la vigilanza delle strutture e dei servizi a gestione pubblica o dei soggetti di cui all'articolo 1, commi 4 e 5; g) istituzione, secondo le modalità definite con legge regionale, sulla base di indicatori oggettivi di qualità, di registri dei soggetti autorizzati all'esercizio delle attività disciplinate dalla presente legge; h) definizione dei requisiti di qualità … m) predisposizione e finanziamento dei piani per la formazione e l'aggiornamento del personale addetto alle attività sociali; … o) esercizio dei poteri sostitutivi …”. Inoltre “le regioni disciplinano le procedure amministrative, le modalità per la presentazione dei reclami da parte degli utenti delle prestazioni sociali e l'eventuale istituzione di uffici di tutela degli utenti stessi che assicurino adeguate forme di indipendenza nei confronti degli enti erogatori.”
Non ci sarebbe bisogno di altro!
Anche a livello ministeriale tutti gli organismi di controllo sono già stati creati. Penso ad esempio a Passi d’argento [1], sistema nazionale che si avvale del contributo della Aziende Sanitarie locali per:
1. Rispondere alle emergenze
2. Effettuare indagini mirate
3. Approfondire i rischi per la salute
4. Monitorare periodicamente lo stato di salute e la qualità di vita riferito alle persone di età pari a 65 anni e oltre.
E penso anche all’Osservatorio sulle Demenze [2], strumento di censimento delle strutture semiresidenziali e residenziali che offrono servizi dedicati alle persone affette da demenza e che, inoltre, offre supporto al privato cittadino nell’orientamento ai servizi sul territorio.
Purtroppo questi strumenti sono sotto utilizzati e, con un po’ di buona volontà, potrebbero davvero contribuire ad una svolta positiva. Così come le Regioni potrebbero finalmente costruire quel sistema di sorveglianza attiva e tutela della persona anziana che viene da più parti auspicata.
Ma è anche vero che non possiamo sempre aspettare che siano gli altri a prepararci la pappa. E allora, se vogliamo che le case di risposo cambino vestito, cominciamo a tirar fuori ago e filo.
Recentemente, ho avuto modo di leggere due pagine di trascrizione della relazione del Prof Pierluigi Morosini tenuta ad una conferenza del 1984 a Ferrara. E sono rimasta colpita dalla linearità e completezza del pensiero riguardo alla valutazione dei servizi (in questo caso psichiatrici). Ma sono rimasta altrettanto colpita dall’attualità di quelle parole. Parole che possono agevolmente adattarsi al sistema delle strutture residenziali e alla crescente necessità di implementazione di un processo di autovalutazione di eccellenza. Ecco, sempre più strutture – e mi riferisco a quelle che sulla residenzialità operano sperimentazione di qualità, che pure esistono e sono molte anche se non fanno notizia – si orientano verso un percorso di questo tipo. Durante l’ultimo anno più volte ho toccato questo argomento con i responsabili di una struttura operativa in FVG e molto rinomata. Si sente forte l’esigenza di costruire un sistema di certificazione di eccellenza basato non tanto su caratteristiche strutturali quanto su criteri di qualità accertata dei servizi che garantiscano e promuovano il benessere della persona. Riuscire a coinvolgere, a livello regionale, tutte le strutture più virtuose e a sviluppare un modello di comunicazione efficace potrebbe dirottare le preferenze del cittadino verso un servizio che si adatti alle effettive esigenze individuali, non solo economiche o geografiche.
Un altro punto su cui credo si possa incidere positivamente è la fase informativa. Tante, troppe persone – soprattutto familiari – si trovano a dover affrontare emergenze e a prendere in troppo poco tempo decisioni importanti come la scelta di una struttura che diventerà la casa, propria o di un proprio congiunto. E purtroppo spesso basa le proprie decisioni sull’improvvisazione: si ricorda della pubblicità di quella struttura con quelle belle foto e non si preoccupa se dietro le belle dichiarazioni e le foto accattivanti ci sia la sostanza necessaria a mantenere le promesse. Ma una casa di riposo non è un detersivo e spesso, una volta presa la decisione, non è possibile tornare sui propri passi.
Quindi:
1. Registro anagrafico regionale e nazionale obbligatorio per tutte le strutture residenziali indipendentemente da forma e destinazione;
2. Organo regionale indipendente di tutela del benessere della persona a cui chiunque si possa rivolgere, che sia riconosciuto e a cui siano riconosciuti poteri di interazione con i soggetti privati e pubblici
3. Organismo unico regionale di valutazione periodica con poteri sanzionatori effettivi, magari costruito sul modello delle commissioni (con numero di componenti variabili a seconda delle complessità della struttura) inglesi istituite dalla CQC (Care Quality Commission)
4. Registro di eccellenza volontario e controllato
5. Programmi di informazione del cittadino
Questi potrebbero essere i punti di partenza per una nuova era delle strutture residenziali. Certo è un programma che coinvolge la comunità tutta. Che ne dite?

Note
[1] https://www.epicentro.iss.it/passi-argento/
[2] https://demenze.iss.it/

Claudia Ferrari“Non riesco più a riconoscere i volti delle persone, per me sono tutti uguali” mi dice Gianni con l’aria angosciata. Allora io gli chiedo “Anche il mio viso non riconosci? ““No, il tuo no e qualsiasi cosa succeda io il tuo viso lo riconoscerò sempre, e se non lo riconoscerò guardandoti lo riconoscerò toccandoti”
Questo è Gianni, che mi sorprende sempre. Un’ondata di emozione mi avvolge. Lo abbraccio, nascondendo il volto sulla sua spalla per non far vedere le lacrime sul mio viso.
Gianni è mio marito, ha 77 anni, siamo sposati da quasi cinquanta ed è malato di Alzheimer da quasi nove anni.
Io sono la sua caregiver a tempo pieno.
Quando eravamo giovani lui diceva sempre che da vecchi mi avrebbe protetta e si sarebbe preso cura di me. Nel rapporto di coppia lui era sempre stato il più forte e sembrava naturale che lo fosse anche da vecchio. Ma il destino ha rimescolato le carte ed è toccato a me occuparmi di lui. Non ero preparata per questo compito, ho imparato sul campo e non sapevo se ce l’avrei fatta.
Ero la donna più impaziente dell’universo e ho imparato l’arte della pazienza così come tante altre cose. Per amore si cambia e si impara.
Gianni è molto fragile e ha bisogno del mio appoggio costante e della mia supervisione in tutte le azioni della vita quotidiana. Nel suo ambiente è orientato nello spazio ma non nel tempo, la memoria a breve è completamente bruciata ed è lentissimo in tutte le sue azioni, anche nel parlare, ma è rimasto vigile e cosciente di quello che succede a lui e intorno a lui, è ancora curioso della vita ed è come se la sua sensibilità si sia accentuata.
La malattia è andata avanti molto lentamente, non so se per qualche misteriosa alchimia o se ciò è dovuto al fatto che in tutti questi anni l’ho inondato di stimoli e l’ho ricolmato di amore e di attenzioni. Lo porto sempre con me, dappertutto, parlo con lui in continuazione, gli racconto quello che succede nel territorio, a livello nazionale e internazionale e pretendo che mi dia la sua opinione.
Ho letto da qualche parte che il lavoro di cura è un lavoro di mani, di cuore e di cervello. È vero e devi sapere di volta in volta a cosa aggrapparti perché le situazioni sono sempre diverse. Se sbagli un approccio te ne accorgi subito perché loro regrediscono cognitivamente e allora cambi strategia. Nel mio caso posso dire di aver molto seguito la ragione del cuore e credo sia stata una scelta vincente.
Un ruolo importante ha sicuramente avuto anche il contesto in cui viviamo, il fatto che non ci siamo rinchiusi in noi stessi ma ci siamo aperti al mondo, e poi il suo carattere tenace e combattivo e la sua passione per la scrittura.
Nei primi anni della malattia, quando i ricordi non erano ancora scomparsi, ha scritto la sua autobiografia, per non dimenticare. Con il suo primo libro, Gianni ha scoperto quella che lui definisce “la magia della scrittura”. È vero che gli è sempre piaciuto scrivere, ma ora è stato qualcosa di diverso, un innamoramento vero e proprio e come tutti gli innamorati lui ci si è buttato a capofitto. La scrittura è stata per lui come un balsamo che gli ha dato serenità e ha alleviato le sue ansie e le sue paure. Da qui un secondo libro “In viaggio con l’Alzheimer” nonostante siano aumentate le difficoltà perché non riesce più a tenere la biro in mano, la biro gli sfugge dalle dita e non può più scrivere. Il Sig. Alzheimer, come Gianni chiama la malattia, sta lavorando con un’arma in più: il tempo, quel tempo che scorrendo, accelera la patologia.
Ma Gianni è tenace e con l’aiuto di una bravissima educatrice, abbiamo trovato il modo di procedere mettendo da parte ancora una volta il Sig. Alzheimer.
Che altro dire? Io non sono più giovane, il lavoro di cura è pesante, il futuro incerto, sono molto stanca e qualche volta molto triste ma mai depressa. La tristezza mi passa parlando con gli amici, osservando la natura: abitiamo in campagna e attorno a noi c’è un paesaggio splendido, ascoltando la musica, cosa che piace molto anche a Gianni e cucinando cose buonissime. Quando la sera appoggio la testa sul cuscino, mi addormento serena perché so che durante il giorno ho fatto tutto quello che potevo per rendergli la vita migliore e accettabile. Mi bastano il suo sorriso ed il suo sguardo dolcissimo per darmi la forza di andare avanti ed affrontare un nuovo giorno. E poi, voglio essere ottimista, esiste anche la ricerca. Chissà, magari domani, tra una settimana, tra un mese o tra un anno, in qualche angolo del mondo verrà messo a punto un farmaco che rallenterà definitivamente questa malattia. Perché non crederci?

Sabrina PoggiLa nostra RSA si chiama Villa Serena (di questi tempi difficili e di emergenza, posso dire “serena” di nome ed anche di fatto, poiché al momento non siamo stati toccati dal mostro “Covid-19”, contrariamente a tutto ciò che oggi passa sui tg e giornali...) ed è sita nelle suggestive colline dell’Oltrepò Pavese e gestita da CONCORDIA Società Cooperativa Sociale, affermata da anni nel settore socio assistenziale, socio-sanitario ed educativo. Ad oggi ospitiamo 87 ospiti, divisi su tre Nuclei, di cui un reparto protetto dedicato all’Alzheimer. Da sempre siamo impegnati in attività e progetti tesi al benessere globale dei nostri ospiti. Per quanto riguarda il comparto educativo, di cui faccio parte assieme alla mia collega Alida, ce n’è per tutti i gusti: musicoterapia, arteterapia, lettura, uscite in giardino (e, prima di questa emergenza, sul territorio), funzioni religiose, feste, progetto relax,  , ludoterapia, cineforum, ginnastica dolce, interventi individuali di sostegno psicologico, progetti intergenerazionali con le scuole…), con un’attenzione particolare verso la demenza di Alzheimer, con attività specifiche, oltre a quelle citate, tra cui: stimolazione sensoriale e senso-ambientale, psicomotricità, psico-danza, progetto ludico-motorio.
Il gruppo fisioterapico, composto da altri due colleghi, è coinvolto in altre attività di gruppo ed individuali per garantire la stimolazione necessaria ai nostri ospiti.
Il nostro impegno è esteso anche ai familiari, tramite l’istituzione di uno sportello di ascolto al fine di mantenere un rapporto diretto con loro, garantire il continuo aggiornamento sullo stato psicosociale del proprio caro, sulla partecipazione in attività/progetti ed eventuale andamento comportamentale, ed infine offrire una consulenza adeguata al carico emotivo per poter accettare al meglio l'istituzionalizzazione.
Collaboriamo inoltre con il gruppo Clown di Corsia Voghera Onlus, che da qualche anno, gratuitamente, si spendono per portarci la loro allegria e la loro dolcezza. Come dire, una grande famiglia, ed una grande passione, oltre che un lavoro. I risultati di ognuno di noi sono i risultati di tutti e crediamo fermamente in ogni piccolo grande passo che facciamo ogni giorno.
Questo per quanto concerne l’ambito interno.
Per quanto riguarda la misura RSA APERTA, è in effetti, una modalità in cui le strutture aprono al territorio per fornire assistenza professionale a casa degli utenti, con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita agli anziani che risiedono al domicilio, favorendovi la permanenza, ritardando il più possibile l’ingresso in una RSA e dando un supporto concreto ai famigliari che gestiscono da soli, o quasi, la malattia del proprio caro. Le misure che in ambito “RSA Aperta” mettiamo in atto, sono molteplici, in funzione della tipologia di utenti, mettendo loro a disposizione le figure dell’educatore professionale, fisioterapista, terapista occupazionale e ASA:

Persone affette da Demenza Certificata:

  • Stimolazione Cognitiva;
  • Consulenza e sostegno alla famiglia per la gestione dei disturbi del comportamento;
  • Stimolazione e mantenimento della capacità motorie;
  • Igiene personale completa;
  • Supporto psicologico al caregiver;
  • Interventi per problematiche legate alla malnutrizione e disfagia;
    ·Consulenza e formazione finalizzati all’adattamento degli spazi abitativi alle mutate esigenze dei pazienti.

 Anziani non autosufficienti:

  • Interventi di mantenimento alle abilità residue;
  • Consulenza e formazione finalizzati all’adattamento degli spazi abitativi alle mutate esigenze dei pazienti;
  • Consulenza alla famiglia o caregiver per la gestione di problematiche specifiche relative all’alimentazione;
  • Consulenza alla famiglia o caregiver per la gestione di problematiche specifiche relative all’igiene personale;
    ·Interventi al domicilio occasionali e limitati nel tempo di sostituzione del caregiver.

 Grazie a questa iniziativa ho conosciuto Gianni Zanotti, il mio eroe da quel giorno di aprile 2018, giorno in cui è entrato nella mia vita scombinando tutti i miei preconcetti e tutte le conoscenze dettati dagli anni di studio. Otto anni di patologia e mi parlava con una lucidità e risolutezza disarmanti!
Lui non era più in grado di tenere una biro in mano e di scrivere, chiedeva il mio aiuto per portare a termine il suo secondo libro, il suo capolavoro sull’Alzheimer. Cosa mai poteva impedircelo???
Questo è un estratto del progetto “narrativo” pensato per Gianni:
“La narrazione è di grande importanza non solo per tramandare il sapere, ma è imprescindibile per lo sviluppo dei processi cognitivi e dell’intelligenza, perciò è facile immaginare che il suo ruolo sia altrettanto rilevante nei momenti drammatici dell’essere umano, al cospetto della sofferenza, della malattia e della vecchiaia. In questi passaggi la persona che soffre ha bisogno di essere considerata nella sua interezza, non è soltanto un corpo malato ma un individuo con i suoi trascorsi e le sue emozioni, col suo bisogno di comunicare e di essere compreso. Risulta perciò fondamentale mettere al centro la persona e non la malattia, considerando i suoi trascorsi, i timori, le aspettative. In quanto risulta evidente ancora l’interesse alla scrittura ed alla narrazione in un utente che autonomamente non riesce più a sostenere tale passione, si procederà nel prossimo trimestre con tale progetto, opportunamente documentato e monitorato, al fine di continuare a raccogliere i pensieri, le preoccupazioni, ma anche l’ironia, di un uomo che ancora non si arrende alla sua patologia e fa delle sue passioni il suo unico appiglio. Gli ambiti di azione previsti sono:
·         Stimolazione cognitiva, attentiva, mnesica
·         Garantire qualità di vita, autostima e senso di autoefficacia
·         Contrastare la demotivazione ed i BPSD (Behavioral and Psychological Symptoms of Dementia- sintomi comportamentali e psicologici della Demenza)

  • Fornire supporto all’utente e sostegno/sollievo al caregiver famigliare”

 Abbiamo scritto insieme, lui dettando e parlando "a ruota libera", io seduta accanto a lui a tradurre al PC i suoi pensieri, che non riusciva più a riversare su carta…e siamo diventati una squadra, anzi, di più…siamo una grande e bellissima famiglia allargata! Ancora oggi proseguiamo con il progetto, forse un po’ più a fatica e un po’ più disorientati, ma assolutamente non ci fermiamo!
A nostro parere, oltre al valore personale di questo libro, questa avventura porta un grande messaggio... Ai malati, alle famiglie, che troppo spesso non sanno come affrontare una diagnosi così spaventosa, ai professionisti del settore, e a tutti coloro che in un modo o nell'altro possano approcciarsi a questa patologia disarmante. È una storia di coraggio, di amore, di tenerezza e di risolutezza. Una storia che tutti dovrebbero conoscere.
Aggiungo un paio di link... il primo è un video su Youtube che abbiamo realizzato assieme ai nostri ospiti in questo periodo di reclusione forzata, se le va di guardarlo e/o di condividerlo… Il secondo, invece, è la lettera di un nostro Veterano al giornale locale.
Penso rispecchino a pieno lo spirito di ciò che facciamo.

https://www.youtube.com/watch?v=92QXMFFj05Y

https://www.ilperiodiconews.it/homepage/lettere-al-direttore/item/19497-salice-terme-villa-serena-e-casa-mia-lettera-al-direttore.html

marco mussettaSono un operatore sociosanitario dal 2013. Ho iniziato la mia esperienza lavorativa subito dopo aver conseguito la qualifica di OSS (operatore socio-sanitario) in una comunità alloggio per disabili fisici a Torino. Ho avuto modo di confrontarmi immediatamente con le difficoltà, le sofferenze ma anche la forza di volontà e la voglia di vivere delle persone che assistite. Capitava a volte di pensare se fossi stato io a trovarmi nella loro condizione come avrei reagito, quali sensazioni avrei provato e se avessi avuto la forza di andare comunque avanti. Queste domande me le ponevo raramente, soprattutto quando capitava qualcosa di particolare o quando alcuni di loro peggioravano dal punto di vista della salute. Cercavo sempre di non farmi coinvolgere troppo dalle situazioni negative.

francesca carpenedoCosa ci dicono, tra le altre cose, le tristi cronache degli ultimi due mesi?
Che i vecchi sono, ancora e sempre più spesso, le vittime preferite e più facili del nuovo millennio. Un po’ come sparare sulla croce rossa: troppo facile!
Facile continuare a discriminare la categoria e bollare la pandemia come un’influenza (che errore!) che “fortunatamente” produce effetti nefasti solo sugli anziani.
Ma tant’è: un po’ il malefico virus, un po’ la dissennatezza delle generazioni successive (quelle, tra parentesi, che dovrebbero essere più lucide, più pronte, quelle a cui in poche parole affidiamo la sicurezza e la protezione dei vecchi) al momento – è il 7 aprile 2020 – su un totale di 14.860 vittime, 14.114 sono persone di più di 60 anni (1)

 ferdinando schiavoStiamo vivendo tempi bui, si creano distanze tra i popoli e persino tra familiari. 
E ora non ci si tocca per via del coronavirus…
Così ho deciso di iniziare il mio articolo con uno scritto, che potrei definire di segno opposto, dell’Ordine dei Medici di Torino a commento dello sfogo del direttore della prestigiosa rivista scientifica medica The Lancet, Richard Horton.
Il titolo è: Curato dalle macchine: se il direttore del Lancet è il paziente. TorinoMedica.com 17 Ottobre 2019. (1).
“Perché i medici non toccano più i pazienti? Avendo il privilegio di frequentare cliniche presso il Servizio sanitario nazionale del Regno Unito quasi ogni settimana da marzo di quest’anno, posso dire onestamente che in nessun momento nessun medico, chirurgo o anestesista, ha mai fatto nulla che si avvicinasse a un esame obiettivo”. (2)
Perché i medici

ferdinando schiavoQuesto era uno dei 4 quesiti dello scorso numero di PLV; non so se lo avete letto.
Insomma (suggerisco e così limito le possibilità diagnostiche e le fantasie), questa anziana signora è stata vittima di uno “svenimento” con convulsioni o di una vera e propria crisi epilettica convulsiva (crisi di Grande Male)?
Diagnosi

Prima però vorrei raccontarvi dei miei ex allievi OSS.

tiziana tesauroTrame. Il teatro sociale e la formazione degli operatori socio-sanitari è un libro che presenta un metodo ideato per la formazione professionale di chi svolge una professione di cura, ovvero medici, infermieri, assistenti sociali. Nato da un mio incontro con Francesco Campanile, attore e regista teatrale, il metodo si inserisce in un vuoto formativo in cui è possibile immaginare un “approccio orizzontale”, dove lo spazio e il tempo per l’ascolto e la cura di sé rappresentano il motore dell’intero processo. Trame è un percorso laboratoriale/esperienziale che consente, a chi lo sperimenta, di prendersi cura di sé utilizzando tecniche e pratiche teatrali. In generale la pratica teatrale, nel suo aspetto terapeutico, propone un percorso attivo di riconoscimento e trasformazione delle emozioni attraverso il linguaggio creativo e scenico. Ciascuno nasconde dentro di sé nodi irrisolti che, nella vita quotidiana, si manifestano sotto forma di blocchi emotivi e che, se mai affrontati, possono finire per condizionare anche la vita professionale: Trame agisce su questi blocchi per sviluppare nuove consapevolezze e rafforzare l’identità di ruolo degli operatori della cura.

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