Sta funzionando a pieno ritmo il laboratorio de “Tortellante”, nella nuova sede inaugurata a Modena l’11 novembre scorso. Non sono stati necessari momenti di ambientazione e inserimento.
I ragazzi- ritrovati gli amici, gli operatori, i famigliari, gli strumenti di lavoro- hanno ripreso a chiudere tortellini, allinearli nell’apposito tagliere sino a riempimento, ricominciare da capo su uno vuoto, con una serenità e tranquillità che chiunque, specie se si conoscono le difficoltà comportamentali dei ragazzi autistici, ne rimaneva stupefatto.
L’avevano fatto anche il giorno dell’inaugurazione nella confusione generale di famigliari, invitati, autorità pubbliche (Comune, Regione, Questura, Guardia di Finanza, Associazioni economiche, sindacali, di volontariato), giornalisti e fotografi. Con loro i ragazzi addetti ale funzioni di camerieri.
La presidente Erika Coppelli nella sua presentazione, aveva sottolineato il ruolo svolto dalle nonne/nonni, che andava oltre la funzione di baby sitter. Allora ho deciso di incontrarle, convinta sempre di più che una “nonna” è qualcosa di più di una relazione anagrafica.
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La storia de “Tortellante”
“ Tortellante” è un “artigiano di cucina” che fa i tortellini, piatto tipico della cucina emiliana e modenese nello specifico. L’APS “Tortellante” è la costola di un’associazione di volontariato, “AUT AUT” promossa dalle famiglie di ragazzi con autismo, attiva da oltre quindici anni nella provincia di Modena.
Nel 2012 a seguito di un accordo con il Comune- che ha dato in affitto agevolato gli spazi- hanno aperto una sede nella vecchia scuola di Cognento, una frazione di Modena, ristrutturata e attrezzata, promuovendo e organizzando “ progetti di formazione, assistenza e raccolta fondi per il sostegno alle famiglie con persone autistiche nella provincia di Modena”. L’associazione si dota sin dall’inizio di un “Comitato tecnico” con un responsabile scientifico e altri esperti di discipline necessarie.
I bambini sono però cresciuti, sono diventati adolescenti e poi giovani adulti e le protezioni pubbliche, sociali e sanitarie, si sono andate esaurendo. Dopo i 16 anni terminano le terapie, dopo i 18 finisce la scuola. I ragazzi con autismo però non scompaiono con una circolare, hanno esigenze diverse e anche il contesto famigliare muta. Invecchiano i genitori ma soprattutto quella figura che, se i genitori lavorano o in appoggio a loro, ha fatto la baby sitter, la caregiver, l’autista, la badante: la nonna.
Quando si è posto il problema del futuro dei ragazzi che terminavano la scuola, accanto al “dopo di noi” assistenziale, è sorto un altro interrogativo: che futuro hanno questi ragazzi? Finiscono in un indifferenziato luogo di raccolta e di contenimento, come possono continuare ad acquisire abilità, autonomie, interesse per comunicare, stare con gli altri, sentirsi gratificati da “prodotti” usciti dalle loro mani.
AUT AUT, che ormai contava un centinaio di iscritti ha pensato di progettare un’altra risposta pratica.
Già all’interno della scuola di Cognento si erano avviate attività di cucina, intese però inizialmente come momenti di terapia con cui impegnare i ragazzi, due pomeriggi la settimana, quando non erano a scuola.
Ha cominciato a prendere corpo l’idea di qualcosa di più duraturo e strutturato in cui si integrassero gli obiettivi di benessere per i ragazzi, con le risorse disponibili, la cultura e la tradizione modenese come collante, con la presenza costante del cibo e delle abitudini culinarie, il tutto impastato con un sano pragmatismo, un’indispensabile analisi costi/benefici, una ricognizione delle opportunità presenti nel territorio-.
Da qui nasce “Tortellante” un’associazione di promozione sociale “laboratorio, scuola di autonomia, luogo di riposo, centro di socializzazione”, che con il suo Comitato di esperti, dà corpo al progetto attorno a cui inizia la costruzione della rete di rapporti famigliari, istituzionali, economici, campagne promozionali, la ricerca dei luoghi e degli spazi idonei.
Individuata una sede all’interno dell’ex mercato ortofrutticolo, una palazzina degli anni trenta, avuta in concessione dal comune di Modena, richiesti e ottenuti contributi da Regione, ASL, privati singoli e imprenditoriali, banche e organizzazioni, per la ristrutturazione edilizia, l’arredo e le attrezzature necessarie, il progetto è partito e nel giro di un anno “Tortellante” è entrato nella nuova sede ristrutturata.
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Ragazzi, tortellini e altro ancora
Il Centro è una struttura privata e l’accesso dei ragazzi è gestito, oltre che dal Comitato tecnico scientifico, dagli organi dirigenti dell’associazione.
Il laboratorio funziona tutti i pomeriggi- dalle 16 alle 19- e al mattino, dal martedì al giovedì dalle 9 alle 13 per i ragazzi che non frequentano più la scuola.
I locali e le attrezzature sono state controllate e validate dall’ASL, nelle condizioni igieniche e ambientali, per la lavorazione delle materie prime e la produzione di alimenti.
Perché se i ragazzi nella fase sperimentale di Cognento si portavano poi a casa il loro prodotto, ora lo stanno vendendo con rapporti contrattuali definiti con aziende, mense e altri luoghi di ristorazione del territorio. Non siamo nell’ambito della terapia occupazionale, ma in un’attività produttiva. Gli acquirenti sono grandi complessi industriali con le mense interne, luoghi di ristorazione collettiva, organizzatori di eventi gastronomici.
Sono ventidue i ragazzi- dai 13 ai 25 anni- che oggi frequentano il laboratorio, una quindicina i famigliari presenti, tra mamme, nonne e nonni, anagrafici e “adottati”.
Le quote pagate dalla famiglia sono definite per pacchetti di prestazione (laboratorio, attività ricreative, scuola di autonomia, progetti individuali).
Oltre agli organismi dirigenti dell’associazione rimane attivo il Comitato tecnico scientifico con il responsabile un neuropsichiatra infantile, due psicologi, con funzione anche di coordinamento e gestione delle attività, cinque educatori. Il numero di questi è previsto salga ulteriormente, quando il centro opererà a pieno ritmo anche con i programmi di socializzazione e scuola di autonomia, con l’utilizzo dell’appartamento realizzato al primo piano per accogliere sino a cinque ragazzi, per i week end, per i giorni determinati in cui sono previste attività ricreative: cinema, passeggiate, etc.
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Le nonne
Ho incontrato le nonne dei tortellanti. Non so se casualmente o per indicazione dei coordinatori erano rappresentative di diverse condizioni famigliari.
Le mamme e le nonne, in relazione anche agli impegni nell’accompagnare i ragazzi a scuola o alle terapie, danno le loro ore di disponibilità ad essere presenti nel laboratorio a ore definite. Secondo anche le loro conoscenze ed esperienze pratiche impastano, poi sono a fianco dei ragazzi per stendere la sfoglia, tagliarla a quadretti, posizionare le palline di ripieno, chiudere l’involucro, dandogli la forma tipica del tortellino. Chi non è emiliano forse non sa che uno dei pregi della brava “rezdora” è saper fare i tortellini tutti uguali, piccoli piccoli, disposti sui taglieri in perfetto ordine (guardare le fotografie con i ragazzi al lavoro!)
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C’è già nell’aria però la possibilità di introdurre (sperimentazione in atto) altre varianti di pasta: le tagliatelle, le lasagne e poi?
Ho incontrato per prima Maria Grazia una nonna “adottata”, cioè una signora che non ha nessun famigliare coinvolto, ma già impegnata nel volontariato anche in altre situazioni, informata da una nonna “reale” ha dato la sua disponibilità a essere presente una volta alla settimana, in questo momento iniziale e poi forse aumenterà. Non è la sola “adottata”, c’è anche un nonno.
Ho parlato con Stefania, nonna di un ragazzo di 13 anni, che frequenta ancora la scuola e arriva al “Tortellante" solo nei pomeriggi.
Stefania ha fatto un breve corso anche sull’igiene degli alimenti, però deve imparare anche lei a fare i tortellini!
Ho ascoltato Mirella la nonna partecipe sin dalla nascita le attività di AUT AUT. Era presente alla prima ristrutturazione della scuola di Cognento e ha seguito e accompagnato il nipote alle terapie di gruppo, agli incontri individuali, alle diverse iniziative che sin dall’inizio sono state programmate.
Ha condiviso l’idea di progettare un secondo livello d’intervento per i ragazzi che diventavano adulti, per pensare un futuro anche per loro, con una vita autonoma nella quotidianità e anche, almeno in parte, nella disponibilità economica.
Ammette con grande sincerità, che l’idea di fare i tortellini, proposta da una mamma, non la convinceva, anche perché non la vedeva un’attività che potesse coinvolgere i ragazzi, perché pochissime sono le ragazze autistiche e comunque non ce ne sono al momento in questo progetto.
Mirella mescola chili e chili di materie prime (farina, uova), per preparare un impasto, che diventerà sfoglia, poi tortellino. Nella settimana a ridosso dell’inaugurazione ha preparato la pasta per 120 (centoventi) chilogrammi di tortellini ordinati da una grossa industria della moda di Milano per la mensa interna.
C’è chiaramente in ognuna di loro questa disponibilità ad andare oltre l’aspirazione volontaristica o l’offerta di aiuto al proprio famigliare, con la propria esperienza e sensibilità.
Sono però emerse tanti altri coinvolgimenti emotivi e pratici. Mi ha colpito che entrambe le due nonne “reali” abbiano colto in questo affiancamento al nipote, in questa partecipazione alla sua vita in uno spazio comune di lavoro l’opportunità di poter conoscere meglio il loro ragazzo, che con tutte le sue difficoltà, sta diventando grande, sta cambiando il suo modo di rapportarsi con gli amici e anche con i famigliari.
Perché, hanno detto entrambe, è difficile per una nonna capire cosa sta succedendo nella personalità di un ragazzo, nella sua trasformazione da bambino ad adolescente, nel suo modo di porsi nella ricerca o nel rifiuto di comunicare con gli altri. Il laboratorio è uno spazio educativo anche perché non così protetto come l’ambulatorio della terapia. È un luogo di inclusione sociale, che richiama in parte anche il mondo esterno.
La nonna deve rivedere i suoi comportamenti, perché sta conoscendo un nuovo individuo.
Le relazioni che si instaurano tra famigliari, operatori- oltre a tutti i frequentatori occasionali- e i ragazzi sono diverse in questo spazio perché questi ultimi sono impegnati in un’attività che li coinvolge molto, perché è un esperimento di lavoro, non più solo uno spazio terapeutico riabilitativo.
Anche gli operatori hanno confermato questa occasione per le nonne di maturare un nuovo rapporto con i loro ragazzi.
Questo induce l’altro sentimento comune: qui troviamo la possibilità che si realizzi una speranza di un futuro per i nostri ragazzi, garantito da un’autonomia individuale e un’inclusione sociale.
Per le mie interlocutrici il tema del “Dopo di noi” assume una prospettiva più ampia. Forse al ragazzo si dà non soltanto una sicurezza assistenziale, ma anche la possibilità di una vita più indipendente.
Non poteva però in questa nostra conversazione emergere anche il tratto “emiliano” della scommessa, di cui le donne e le nonne sono un filo conduttore, nella vita di ogni famiglia: il bisogno di concretezza, di praticità e pragmatismo, senza abbandonare le proprie tradizioni. Cosa più di un tortellino ben fatto poteva riassumere questa vocazione?
Anche la nonna “adottata”, con il nonno nel backstage concordava: il mio contributo lo vedo utile, lì immediatamente, sul tagliere, nel sorriso del ragazzo, nella sua serenità e tranquillità.
Il “tortellante” in questa nuova sede avrà davanti anche nuove sfide con cui misurarsi.
Dalla frazione si è trasferito ai limiti del Centro Storico della città. Le offerte e le possibilità di socializzazione sono tante: il cinema, la passeggiata sotto i portici, il gelato ai giardini d’estate. Belle ma impegnative, per i ragazzi, gli operatori e ovviamente i famigliari, nonne comprese.
Le “nonne” nel loro pragmatismo aggiungono anche: forse possiamo trovare più donne anziane, testimoni e guardiane della sfoglia e del tortellino, perché siamo in un quartiere con una popolazione più vecchia, rispetto a Cognento, che ancora coltivano questa abitudine culinaria. Forse troviamo nuove volontarie, contente di rendersi e sentirsi utili e apprezzate. In fondo dalle parrocchie alle Feste de l’Unità, agli incontri per le sagre erano le donne ad preparare il momento clou degli incontri: il piatto di tortellini.
È chiaro che l’obiettivo va oltre “la produzione”. Aspira ad un ingresso nella società dei “normali” anche dei “diversi”.
L’esperienza del “Tortellante” suggerisce nuove modalità per parlare di disabilità e delle interazioni con la società e, non meno rilevante, propone una diversa tipologia di rapporti tra privati, associazioni, soggetti pubblici, entità pubbliche, economiche, culturali.
Come già rilevato in altri contesti sulla “nonnitudine”, presentati su PLV, forse occorre anche rivedere il ruolo della “donna nonna”, non più solo come babysitter e tappabuchi nell’organizzazione famigliare, ma come scrigno con tante conoscenze ed esperienze anche affettive da trasmettere, che sono il filo conduttore della vita.
Buona fortuna a tutti e tutte.

( Le foto sono state messe a disposizione da "Tortellante" Si ringraziano l'associazione e gli autori)


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