Il termine “creatività” è stato per molti anni associato a quello di “intelligenza”, ma gli studi psicologici degli ultimi decenni hanno dimostrato che in realtà la creatività è posseduta da tutte le persone. Per essere motivata a produrre creativamente, la persona deve essere aiutata ad aumentare la propria autostima, base fondamentale per affermare la sua identità e per rispettare quella degli altri.

In un’ottica creativa, dunque, occorre adottare un atteggiamento di ascolto attento e disponibile, evitando giudizi; è fondamentale dare fiducia, avere pazienza e interesse per l’altro; è necessario offrire strumenti e opzioni da sperimentare, in un equilibrio tra dare e ricevere all’interno di un processo che prevede anche errori che a loro volta possono dare origine ad osservazioni creative.

 

Brevi cenni sulla musicoterapia

Il termine “musicoterapia” si fonda su due elementi: la musica e la terapia e sulla relazione che esiste tra questi due termini.

Nel corso del diciannovesimo secolo sono stati svolti studi sugli effetti della musica sulla salute psicofisica e sulla sua utilità nella prevenzione degli attacchi epilettici o per tranquillizzare i pazienti nelle corsie ospedaliere;  successivamente, la nascita della psicoanalisi, le teorie di Freud e dei suoi allievi, hanno posto le basi per un modello di musicoterapia fondato sull’analisi della relazione terapeuta-paziente.

Darwin nel suo libro “L’espressione delle emozioni” sostiene che una certa qualità musicale della voce esista nell’uomo ancor prima della comparsa del linguaggio e che quando la voce è usata da una persona adulta sotto la spinta di forti emozioni tende ad assumere un carattere musicale che ricorda le prime espressioni preverbali usate durante l’infanzia, simili, per certi aspetti, a espressioni vocali adoperate nel mondo animale.

Lo sviluppo della musicoterapia come professione clinica si basa da una parte sull’osservazione delle risposte fisiologiche dell’organismo in seguito alla stimolazione sonora, dall’altra sulla costruzione della situazione terapeutica con le sue regole fondamentali (setting, analisi del transfert, supervisione, ecc.).

Le aree principali di applicazione della musicoterapia riguardano l’handicap fisico e psichico, deficit sensoriali, disturbi di comunicazione, autismo, disturbi della sfera emotiva, problemi geriatrici, malati terminali, malati di AIDS, tossicodipenze, problemi di medicina generale, prevenzione delle malattie e preparazione al parto.

Si distingue tra musicoterapia ricettiva (basata sull’ascolto) e musicoterapia attiva (basata sulla produzione sonoro/musicale).

Gli incontri possono avvenire in gruppo o individualmente, a seconda delle diverse patologie dei pazienti.

 

Musicoterapia e demenze

La definizione più aggiornata di musicoterapia, approvata e condivisa dalla comunità internazionale in occasione dell’VIII Congresso Mondiale di Musicoterapia della World Federation of Music Therapy, è la seguente:

“La musicoterapia è l’uso della musica  e/o dei suoi elementi (suono, ritmo, melodia e armonia) per opera di un musicoterapista qualificato, in rapporto individuale o di gruppo, all’interno di un processo definito per facilitare e promuovere la comunicazione, le relazioni, l’apprendimento, la mobilizzazione, l’espressione, l’organizzazione e altri obiettivi terapeutici degni di rilievo nella prospettiva di assolvere i bisogni fisici, emotivi, mentali, sociali e cognitivi.

La musicoterapia si pone come scopo di sviluppare potenziali e/o riabilitare funzioni dell’individuo in modo che si possa ottenere una migliore integrazione sul piano intrapersonale e/o interpersonale e, conseguentemente, una migliore qualità della vita attraverso la prevenzione, la riabilitazione o la terapia”.

 

La musicoterapia è pertanto una disciplina che utilizza l’espressione musicale come strumento terapeutico. La letteratura internazionale relativa all’uso della musicoterapia nella malattia di Alzheimer ha rilevato una stabilizzazione dell’umore e la possibilità di rinforzo di aspetti cognitivi legati alla memoria.

A fronte di una patologia neurologica degenerativa, quale è la malattia di Alzheimer, e in assenza di un intervento farmacologico risolutivo, la musicoterapia si colloca fra le varie strategie riabilitative e si pone l'obiettivo di accedere in modo diretto al corpo e alla mente del paziente facilitando l'avvio di processi espressivi e relazionali tesi a migliorare la sua qualità di vita.

È stato riscontrato che le proposte sonoro/musicali più efficaci sono quelle caratterizzate da regolarità, chiarezza formale e da significativi rimandi biografici; è stato riscontrato inoltre che nella malattia di Alzheimer la musicoterapia può incidere sui disturbi psichici e comportamentali e probabilmente favorire anche nuove strategie di apprendimento, migliorando le competenze relazionali e sociali e il livello generale di qualità della persona.

Dalle esperienze svolte ho riscontrato che:

·         la partecipazione a gruppi di canto migliora il comportamento sociale;

·  l’ascolto musicale può ridurre l’agitazione psicomotoria e la confabulazione;

·     la partecipazione ad attività musicali migliora in genere il tono dell’umore;

Si distingue tra interventi musicoterapici con “finalità” riabilitative e altri con “finalità terapeutiche”.

La musicoterapia con finalità riabilitative pone come punto centrale dell’intervento la stimolazione sonoro-musicale, che ha l’obiettivo di mantenere e/o potenziare abilità cognitive (la memoria, l’attenzione, la coordinazione senso-motoria, la capacità di discriminazione, ecc.) e di incidere su un piano comportamentale.

La musicoterapia con finalità terapeutiche individua come obiettivo centrale la possibilità di instaurare una relazione gratificante ed affettiva, che, nonostante il deterioramento cognitivo, è ancora possibile con la persona affetta da demenza; infatti, una delle ultime caratteristiche che un individuo perde è proprio l’affettività.

 

Musicoterapia e autismo

Le difficoltà principali delle persone autistiche riguardano soprattutto l’interazione sociale e la comunicazione. La musicoterapia si pone lo scopo di sviluppare una migliore integrazione sul piano intrapersonale e/o interpersonale e, conseguentemente, una migliore qualità di vita della persona autistica.

Rolando Benenzon, argentino, musicista, psichiatra, autore di pubblicazioni scientifiche tradotte in tutto il mondo, sottolinea l’importanza della prima parte della nostra vita, quella in utero e quindi della comunicazione madre-feto. Alla base del suo modello troviamo il principio di ISO: “è un concetto totalmente dinamico che sintetizza la nozione dell’esistenza di un suono o di un insieme di suoni o di fenomeni acustici e di movimenti interni che caratterizzano ed individualizzano ogni essere umano.

Questo insieme di movimento-suono condensa gli archetipi sonori ereditati onto e filogeneticamente. Evolutivamente gli si aggiungono le esperienze sonoro-vibrazionali e di movimento durante la vita intrauterina nel periodo gestazionale. Più tardi si arricchisce con le esperienze vissute durante il parto e nascita e il resto della vita ulteriore.

Il principio di ISO si trova in perpetuo movimento dentro l’inconscio dell’uomo, strutturandosi col trascorrere del tempo”.[1] Un compito del musicoterapista è di aiutare a comporre e riconoscere la mappa sonora dell’ISO in un contesto non-verbale. È fondamentale nella relazione musicoterapica trovare un oggetto-intermediario, cioè qualunque oggetto capace di permettere il passaggio di energia comunicativa da un individuo all’altro. Gli strumenti musicali, la voce, il corpo e i suoni da essi prodotti sono gli oggetti-intermediari utilizzabili.

“Lo strumento in Musicoterapia è un tutto, perciò avranno importanza la sua forma, la sua struttura, la sua qualità, la sua temperatura o quella che acquisisce al cominciare a suonarlo, a strofinarlo, a batterlo, a soffiargli dentro o semplicemente a muoverlo, e la sua sonorità.”[2]

Un problema che colpisce i bambini autistici è l’interruzione della comunicazione con l’ambiente esterno. Attraverso la musica, la comunicazione spesso si può riallacciare; infatti, quando un bambino autistico reagisce di fronte allo stimolo musicale con un movimento degli occhi, con un sorriso, con grida, spinte o altre manifestazioni non verbali, sta comunicando. Nella relazione tra madre e neonato il primo strumento di comunicazione è il corpo stesso della madre: la sua pelle, le sue vibrazioni, la sua voce, le sue carezze, le sue labbra, la pulsazione ritmica percepita attraverso la pelle, il movimento di avvicinamento del suo corpo al neonato; tutto questo favorisce la trasmissione sonora. La musica è già presente nel grembo materno; il feto infatti è immerso nei suoni-rumori del corpo della madre e ne sente la voce.

Secondo Benenzon, l’elemento sonoro diventa veicolo della relazione, oggetto intermediario; attraverso la musica si può acquisire sicurezza e fiducia, esercitare la riflessione, l'autocontrollo e la responsabilità. Ancora, l'esperienza del suono e del canto porta ad un miglioramento della parola come presupposto per una corretta interazione con l'ambiente.

Nell'autismo manca spesso quel movimento dall'interno verso l'esterno che instaura la comunicazione: l'azione motoria probabilmente sarà eseguita più facilmente se guidata da una motivazione, ad esempio l'incontro e lo scambio sonoro con gli altri.

 

Geltrud Orff, musicoterapista, moglie di Carl Orff, con il quale ha collaborato per la preparazione dell’opera didattica “Musik fur Kinder”, fonda la propria tecnica terapeutica sul significato originario del termine greco musikè, inteso come "articolata rappresentazione dell'uomo in parola, suono e movimento".

“La musicoterapia Orff è una terapia multisensoriale. L’impiego dei mezzi musicali – parola in senso ritmico-fonetico, ritmo libero e obbligato, movimento, il melos nel linguaggio e nel canto, la manipolazione di strumenti – è strutturato in maniera da corrispondere a tutti i sensi.”[3]

Con questa definizione la Orff giustifica il ricorso, nella sua terapia, alle tre forme espressive di suono, movimento e linguaggio. Sollecitando i sensi con differenti stimoli simultanei, almeno uno di questi ultimi dovrebbe entrare nel sistema sensoriale del bambino e aprire una possibilità di comunicazione. A verifica dell'utilità del ricorso al movimento anche con il bambino autistico, la Orff ha constatato che il movimento si è rivelato efficace nell'inserirsi nella stereotipia motoria e nel provocarne una rottura, proponendo, come alternativa al dondolarsi costante del bambino, un movimento ritmico nuovo.

J. Alvin, violoncellista, fondatrice nel 1958 della Società Britannica per la musicoterapia, ha verificato che i soggetti affetti da handicap diversi sono in grado di recepire gli stimoli sonori e di reagirvi dimostrando sensibilità musicale pari a quella dei ragazzi normodotati. La musicoterapia quindi può costituire una forma di comunicazione più diretta quando viene meno la possibilità di utilizzare i codici linguistici tradizionali, soprattutto perché la musica può essere fruita a diversi livelli, corrispondenti a diversi gradi di sviluppo intellettivo. L'applicazione della musicoterapia può così interessare i bambini affetti da ritardo mentale, da paralisi cerebrale, da minorazioni fisiche e sensoriali, da disadattamento e da autismo.

 

La creativitá nel dibattito pedagogico e psicologico

Per L.S..Vygotskij l’attività creativa è “qualunque attività umana che produca qualcosa di nuovo, sia poi questo suo prodotto un oggetto del mondo esterno o una certa costruzione dell’intelligenza o del sentimento, che solo nell’intimo dell’uomo sussista e si manifesti”.[4]

J.S. Bruner sostiene che l’atto creativo è solistico perché è tutto l’uomo, nel suo intero, a partecipare all’atto creativo e sottolinea che nella creatività umana agisce soprattutto la dinamica motivazionale ed emozionale; la motivazione, infatti, costituisce insieme il fine e la totalità delle finalità dell’esistenza. Secondo questo autore per azione creativa si intende “qualsiasi atto che produca una sorpresa produttiva”, cioè una modificazione concreta inaspettata nelle diverse attività in cui l’uomo si trova coinvolto.

Qualsiasi atto creativo si avvale perciò del procedimento euristico che ha come momento essenziale l’atto della scoperta: “un’operazione di riordinamento e di trasformazione di fatti evidenti che permette di procedere al di là di quei fatti verso una nuova intuizione”; [5] “la cosa meravigliosa della musica non è il grado di conformità, ma la diversità realmente straordinaria” anche “entro i limiti di idee molto semplici: frammenti melodici e moduli ritmici e timbrici”[6].

J.P. Guilford  ritiene che la creatività si trovi nel pensiero divergente; è una forma di pensiero che procede verso soluzioni insolite.  “Le tre caratteristiche più importanti del pensiero divergente sono la flessibilità, l’originalità e la fluidità, o la capacità di produrre rapidamente una successione di idee che soddisfa determinate richieste”.[7]

Il pensiero divergente, cioè la capacità di individuare una o più soluzioni per lo stesso problema, immaginando, scoprendo, inventando, si distingue dal pensiero convergente, dalla capacità, cioè, di risolvere i problemi in modo standardizzato, sulla base dell’apprendimento precedente.

Secondo S. Freud, la creatività artistica è dovuta alla sublimazione (lo spostamento dell’energia pulsionale verso mete di carattere più elevato, per esempio artistico, sociale o religioso) e scaturisce dal fatto che le pulsioni sessuali, attraverso l’introversione, anziché volgersi ad oggetti esterni, trovano soddisfazione nella fantasia.

La prospettiva psicoanalitica già proposta da Freud, e successivamente sviluppata da Segal, Kris, Kubie, e Arieti, interpreta la creatività come la capacità di far ricorso a contenuti inconsci o preconsci particolarmente vivaci e produttivi.

S. Arieti distingue la creatività ordinaria, capace di migliorare la vita rendendola più piena e soddisfacente, dalla creatività straordinaria,  responsabile delle grandi conquiste dell’umanità e del progresso sociale. Secondo Arieti l'individuo che possiede una creatività straordinaria conserva una maggiore possibilità di accesso alle immagini, alla metafora, alla poesia e ad altre forme connesse al processo primario, che è, secondo Freud, un modo di funzionamento della psiche, specialmente della sua parte inconscia.

S. Arieti definisce la creatività “sintesi magica” chiamandola anche processo terziario in quanto sintesi di processo primario e secondario. Il processo primario è la vita emotiva-affettiva; il processo secondario è la vita intellettiva, la razionalità; il processo terziario, la creatività, è una sintesi dei primi due.

A. Koestler definisce "bisociazione", che secondo questo autore è alla base di ogni processo creativo, l'operazione che riunisce due schemi di riferimento, contesti associativi o strutture di ragionamento che sarebbero normalmente considerate incompatibili; l'individuo creativo è pertanto colui che riesce a operare contemporaneamente su piani cognitivi e a mettere poi in contatto tali piani tra di loro.

J. Piaget ritiene che la creatività sia un processo conoscitivo spontaneo, dato dalle invarianti funzionali (assimilazione e accomodamento) di tutto il mondo biologico. Grazie a queste due invarianti funzionali l’uomo crea degli schemi, che all’inizio sono motori di azione, e che poi diventano di tipo conoscitivo.

M. Wertheimer ha ideato delle scale di misurazione per quantificare  quella che lui definisce “capacità di ristrutturazione mentale” non misurabile attraverso i test d’intelligenza classici. Per Wertheimer la creatività è rappresentata dalla capacità di un soggetto posto dinnanzi ad una problematica, di giungere a delle conclusioni differenti e originali rispetto a quelle cui si approda utilizzando molti aspetti cognitivi.

K. Lewin individua la creatività nel passaggio continuo tra due piani presenti in ciascuno di noi, il piano della realtà e quello dell’ideale. In questo continuo passaggio tra i due piani c’è la possibilità per l’uomo di essere creativo. I soggetti creativi sono coloro che continuano a passare velocemente fra questi due piani.

Per A.H. Maslow il concetto di “motivazione” è visto come  molla che spinge dall’interno “a divenire ciò che potenzialmente siamo”. La materia prima della motivazione è la creatività; ogni uomo ha una creatività.

C. Rogers e A.H. Maslow sostengono che la creatività sia legata alla liberazione di spinte e motivazioni profonde dell’individuo, tuttavia queste motivazioni non sono legate all’inconscio ma al bisogno di autorealizzazione dell’uomo cui appartengono vari condizionamenti, dalle pressioni sociali agli squilibri della personalità. L’idea di fondo consiste nel vedere l’uomo come un soggetto che ha un preciso compito di individuare, sviluppare e realizzare le potenzialità che sono presenti già alla sua nascita. Riprendendo l’idea di Platone del “daimon” (ognuno ha una sorta di “seme” di cui il potenziale è già presente), Maslow sviluppa il concetto di “motivazione” visto come molla che spinge dall’interno a divenire ciò che potenzialmente siamo. La materia prima della motivazione è la creatività; ogni uomo ha una sua creatività.

G. Allport sostiene che la personalità non è solo un prodotto reattivo alle stimolazioni ambientali (Behaviorismo) né il prodotto dei conflitti tra meccanismi inconsci (istintuali) e meccanismi consci (come vuole la Psicanalisi freudiana), ma è anche e soprattutto il maturarsi di una struttura che, indirizzandosi verso determinati valori (o scopi), si rinnova continuamente. La personalità cioè è un essere in divenire verso la realizzazione di un'intenzione, di un progetto di sé.
Le motivazioni di questa struttura non possono essere comprese rifacendosi semplicemente a delle basi fisiologiche, in quanto esiste un'autonomia funzionale dei motivi superiori, quelli per i quali un soggetto dà uno scopo alla sua vita. La personalità è dunque una struttura complessa (vi sono abitudini e creatività, atteggiamenti definiti e prospettive incerte, ecc.) i cui singoli elementi (memoria, attenzione...) non aiutano, se esaminati separatamente, a comprenderla: essa infatti va colta nella sua unicità e globalità. Allport vede la creatività come azione decisa per un valore.

V. Frankl afferma che nell’uomo il senso di vuoto e di inutilità è inevitabile se non si trascende se stessi, se non ci si consacra a qualcosa (creatività) o a qualcuno (amore).

Infine, per E.Fromm è creativo l’uomo aperto alle esperienze, capace di “vedere” la realtà, di esserne consapevole e di intervenire attivamente in essa.

Da questa breve rassegna relativa alle più importanti teorie sulla creatività, emerge che “la creatività si manifesta per lo più come soluzione di problemi.”[8]

Nell’atto di cogliere e risolvere un problema c’è già un atto creativo in quanto c’è già un progetto. Ognuno per raggiungere una meta, la soddisfazione di un bisogno, per risolvere un problema, mette in opera varie strategie:  la sua creatività.

 

L’intelligenza e la creatività

La ricerca psicologica ha inizialmente considerato la creatività una particolare espressione dell’intelligenza; infatti sono sorti diversi studi sulla personalità dei soggetti dotati.

La scala di intelligenza generale di Binet e Simon (1905) è basata sulla concezione di “età mentale”: attribuendo ad ogni prova un punteggio arbitrariamente considerato pari ad un certo numero di mesi, è possibile calcolare l’età mentale del soggetto, e dal rapporto età mentale/età cronologica si può ricavare il quoziente di intelligenza (QI). Binet e Simon scelsero un criterio fondamentale per trovare procedure capaci di differenziare individui più o meno intelligenti: individuarono piccole situazioni-esame tipicamente superate da bambini di una determinata età. Per esempio, la capacità di copiare un rombo caratterizza il bambino di sei anni per il fatto che a quest’età circa la metà dei bambini riesce a farlo, a otto quasi tutti sono capaci di farlo, a quattro quasi nessuno.

Un’altra scala di intelligenza generale è quella di Wechsler (1974); anch’essa è basata sull’idea che sia possibile misurare un’abilità mentale generale, ma invece di dare prove generali per ogni età, dà a tutte le età le stesse prove, valutandone l’esecuzione secondo le difficoltà e i risultati del gruppo di taratura.

Per Piaget l’intelligenza è una forma di adattamento all’ambiente con l’intervento di diverse strutture cognitive nelle varie fasi dell’adattamento, inteso come equilibrio dinamico tra assimilazione e accomodamento, dove per assimilazione si intende l’assunzione da parte del soggetto di nuovi dati desunti dall’esperienza che non modificano i suoi schemi mentali e per accomodamento l’adozione di schemi mentali nuovi più adeguati alla complessità della realtà. Per questo autore l’intelligenza richiede un ragionamento logico che prescinde dall’intuizione concreta e dallo stesso linguaggio comunicativo. Un esempio: “In un sacchetto ci sono cinque biglie verdi e tre rosse. Ci sono più biglie o più biglie verdi?”.

Vygotskij, diversamente da Piaget, ha dato grande importanza alle influenze sociali mediate dal linguaggio con cui l’adulto regola il comportamento e influenza la costruzione di concetti e la comunicazione. A questa concezione Bruner aggiunge l’acquisizione di significati attraverso i quali la cultura interpreta e orienta le esperienze del bambino e alimenta una condivisione di esperienze, di informazioni, di regole, di tradizioni.

Mentre i tradizionali metodi psicometrici studiano le abilità, i tratti oppure il livello di efficienza, la psicologia cognitiva studia le componenti su cui si basano i processi cognitivi, ricercando le condizioni e i meccanismi che determinano cambiamenti nelle abilità, nella struttura della conoscenza, nelle capacità di risolvere i problemi, di inventare soluzioni e problemi nuovi.

Le prime ricerche sulle intelligenze eccezionali sono dovute a F. Galton (1869) che individua la genialità frutto di caratteristiche ereditarie.

Negli anni successivi, Terman (1925) trova alla fonte della precocità e della superiorità anche fisica, condizioni familiari medio-alte; le sue ricerche hanno messo in evidenza una serie di problemi, come quello del ruolo delle aspettative e dei valori famigliari nel determinare il successo, delle differenze tra maschi e femmine, dei fattori geneticamente determinati o culturalmente alimentati che portano allo sviluppo di tratti quali la curiosità, la ricchezza di interessi e di hobby, la persistenza di fronte all’insuccesso, ecc.

Torrance e Taylor (1960) rilevano che le persone creative oltre a fluidità, flessibilità e originalità, presentano coraggio, autonomia di pensiero, curiosità per il nuovo, attaccamento al nuovo, perseveranza nello sforzo, mentre gli studi di Fallace e Gruber (1989) sulle vite di personaggi creativi nel campo della letteratura, dell’arte e della scienza, spiegano l’impossibilità di poter misurare la creatività perché ogni persona creativa è un prodotto unico dell’incontro di processi individuali e culturali in un certo momento storico.

Thompson e Plomin hanno dimostrato che un tratto non è mai dovuto esclusivamente a fattori genetici, che l’ereditabilità è una caratteristica descrittiva, non esplicativa delle differenze tra individui, che l’abilità cognitiva può cambiare per effetto dell’ambiente e dell’esercizio e infine che il riconoscimento di componenti genetiche non giustifica l’assenza di interventi educativi e sociali.

Nel 1950 Guilford, nel suo intervento all’Associazione degli Psicologi Americani sulla possibile relazione tra creatività ed intelligenza, ha sottolineato che gli studi psicologici condotti fino ad allora sull’intelligenza non avevano per nulla considerato il processo creativo.

Guilford ha esteso la sua ricerca sull’intelligenza al pensiero creativo identificando alcuni elementi in cui la creatività può essere scomposta: la fluidità (capacità di generare un gran numero di idee che riguardano un dato argomento) e la flessibilità (l’attitudine dei pensatori creativi a non lasciarsi condizionare dai soliti schemi); Guilford ha individuato due tipi di flessibilità: la flessibilità spontanea, cioè la capacità di passare da una serie di idee originata da un argomento ad un’altra serie ispirata ad una diversa categoria di elementi, e la flessibilità adattiva che consiste nella capacità di riuscire a risolvere un problema che richiede una soluzione insolita.

Secondo Guilford l’originalità indica la capacità di suggerire risposte insolite, diverse, che la maggior parte dei soggetti esaminati non fornisce; egli sostiene che il fattore di ridefinizione rappresenta la capacità di superare il normale uso di utensili ed oggetti familiari, per impiegarli in modo inconsueto.

Il processo creativo non si esaurisce solo nella capacità di produrre idee nuove e originali ma è caratterizzato anche da altre attività importanti come l’elaborazione e lavalutazione.

L’elaborazione consiste nella capacità di scegliere un’idea e, partendo da questa, tracciare un percorso completo che conduca ad un risultato finale.

La valutazione rappresenta l’abilità di vagliare tutte le idee prodotte per individuare quelle che sembrano più appropriate da applicare al problema da risolvere.

Secondo Guilford tutti i fattori sopra descritti compongono l’atto creativo oltre ai fattori del “pensiero classico”, come l’analisi, la sintesi, l’induzione, la deduzione, l’inferenza e la memoria. Secondo questo autore il QI non dà rilievo alla produzione divergente per cui la correlazione tra QI e creatività risulta bassa. Ne deriva che se è vero che i soggetti creativi hanno anche un elevato QI, un alto QI non è sufficiente a garantire la creatività.

Koestler introduce il concetto di “contesti associativi” sostenendo che la produzione creativa ha luogo quando due piani indipendenti di ragionamento si intersecano generando nuovi elementi; l’individuo creativo spaziando tra diverse discipline del sapere riesce a correlare elementi appartenenti a piani cognitivi diversi, producendo soluzioni inaspettate.

H. Gardner non parla di intelligenza ma di intelligenze multiple. Decisiva per Gardner non è la misurazione quantitativa dell’intelligenza ma la sua inclinazione (musicale, linguistica, corporea, spaziale, logico-matematica).

Da questa breve rassegna, emerge che il processo creativo risulta da  un insieme di forze funzioni singole che concorrono; nel sinergismo funzionale della creatività è difficile poter distinguere quanto c’è di memoria, quanto di fantasia, affetto, intelligenza, cultura, ecc.

La creatività è presente in ciascuno di noi in potenza, ma diventa attuale quando almeno siamo nuovi in tutto ciò che diciamo, che facciamo, e si può essere nuovi anche solo se si ripete un gesto, un sorriso; ogni gesto, ogni sorriso infatti, per chi vive un valore, è nuovo e apre il cuore alla novità.

 

L’attivitá di musicoterapia presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “O.Vecchi-A.Tonelli”

Il progetto di musicoterapia presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “O.Vecchi-A.Tonelli” è iniziato nel gennaio 2002 organizzato in collaborazione con l’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile del Distretto Sanitario dell’AUSL di Modena.

L’attività è organizzata in gruppi di bambini e adolescenti; gli incontri, a cadenza settimanale,  durano quarantacinque minuti ciascuno.

Tutte le persone che usufruiscono della musicoterapia sono inviate dall’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile; all’inizio di ogni anno scolastico sono previsti incontri tra la musicoterapista, le educatrici dell’AUSL e la responsabile dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile del Distretto Sanitario di Modena, dott.ssa Milena Gibertoni, per organizzare i gruppi nel rispetto delle diverse patologie e caratteristiche di ogni singola persona.

 

Gli obiettivi  iniziali sono:

<     favorire la comunicazione attraverso la musica

<     migliorare le relazioni interpersonali

<     aumentare i tempi di attenzione

<     dare elementari competenze musicali

<     favorire la creatività

 

Il primo obiettivo è favorire la comunicazione attraverso la musica. Questo obiettivo è perseguito attraverso l’utilizzo degli strumenti musicali, con il canto e con la danza.

Gli strumenti sono utilizzati sia in modo spontaneo che in modo guidato; le consegne date in relazione all’utilizzo degli strumenti sono verbali e non verbali e hanno, a secondo dei momenti, una connotazione di direttività, semidirettività e non direttività.

Per quanto riguarda l’utilizzo degli strumenti musicali, propongo giochi musicali con il segnale acustico: indica l’inizio e la fine del gioco musicale, con l’uso delle varie gradazioni di intensità.

Un’attività svolta è quella di “suonare su” celebri composizioni con lo scopo di sviluppare un coinvolgimento più attivo e diretto rispetto al semplice ascolto passivo.

In particolare, divido i gruppi in due sottogruppi, un gruppo suona un tipo di strumenti, per esempio i legnetti, l’altro un altro tipo, per esempio i triangolini, e sotto la mia direzione accompagnamo vari brani di musica, non solo classica.

In questo modo vengono sollecitate diverse prestazioni: percettive, creative, analitiche.

“Suonare su” brani celebri implica per il gruppo il senso della partecipazione orchestrale, sviluppando la socializzazione.

Per quanto riguarda il canto,l’attività di ogni incontro  è sempre caratterizzata da una canzoncina di saluto iniziale, da me composta,  e da una canzoncina o una danza di saluto finale.

Nella danza, utilizziamo passi semplicissimi. Spesso quando danziamo ci teniamo per mano; è un modo importante per socializzare e superare la paura del contatto fisico; l’attività di movimento è perseguita anche con l’esecuzione di brevi marcette mentre il miglioramento delle relazioni interpersonali è ricercato attraverso la produzione sonora improvvisata e/o guidata.

La produzione sonora guidata è quella che avviene sotto la mia direzione.

Per quanto riguarda la produzione sonora improvvisata, una consegna classica è: ”suonate gli strumenti musicali scelti fino a quando l’attività non si esaurisce da sola”. Quasi sempre queste improvvisazioni hanno sonorità forti, a ritmo binario, che si addolciscono con il durare dell’improvvisazione.

In ogni incontro improvviso al pianoforte e chiedo al gruppo di accompagnarmi con gli strumenti scelti. Il fare musica dal vivo aumenta il livello di partecipazione e di coinvolgimento. Inoltre, consente di adattarmi al tempo del gruppo, rallentando o velocizzando l’esecuzione, cambiando registro, improvvisando soluzioni musicali.

Man mano che improvvisiamo, le sonorità sono meno forti; i bambini mi accompagnano in maniera più ordinata e riescono a sintonizzarsi con il ritmo proposto.

Spesso nella produzione sonora improvvisata mi sono avvalsa della pentafonia[9] e delle regole del contrappunto [10].

Un’altra consegna è questa: ognuno deve improvvisare sul proprio strumento e successivamente dare alla propria produzione sonora un titolo.

Ancora, un componente del gruppo improvvisa ritmicamente sullo strumento scelto e il gruppo lo deve accompagnare, ricalcandolo; si improvvisa su musica classica, jazz, folk, popolare, già registrata.

Spesso ci si presenta dicendo ognuno il proprio nome, sillabato battendo le mani; questa attività ha l’obiettivo di introdurre nel mondo della pratica ritmica e comporta l’esercitazione del coordinamento audio-motorio e la discriminazione della quantità (attraverso la suddivisione dei proprio nome in sillabe). Vengono introdotti e rinforzati concetti come: divisione sillabica, analisi ritmo-melodica della frase, classificazione delle parole secondo l’accento, lo iato. L’attività proposta realizza un’associazione uditiva corporea attraverso il coordinamento del ritmo naturale del linguaggio (pronuncia del proprio nome), con la espressione ritmico-corporea della parola (il ritmo associato al proprio nome con il movimento di alcune parti del corpo).

Per quanto riguarda l’espressione di se stessi, le consegne che ho dato sono:

-  presentarsi mediante uno strumento musicale a libera scelta

-  esprimere con uno strumento: come mi sento?

Il dialogo viene sviluppato attraverso il gioco della domanda, che serve anche per la socializzazione:  ciascuno a turno pone una domanda ad un componente del gruppo suonando lo strumento scelto; a sua volta chi riceve la domanda deve rispondere suonando il proprio strumento. Lo strumento scelto pertanto viene utilizzato come mediatore della comunicazione  nel gruppo.

Per aumentare i tempi di attenzione, propongo indovinelli musicali che consistono in ascolto di suoni e rumori da indovinare ma anche indovinelli che riguardano il repertorio musicale dei componenti dei gruppi e indovinelli di spot pubblicitari.

L’attendere il proprio turno è perseguito soprattutto con il suonare sulla musica già registrata.

Per aumentare i tempi di attenzione, un gioco tra i tanti proposti è il seguente: ognuno produce un suono con il proprio strumento che viene ripetuto da un’altra persona e poi da un’altra, così via, in forma di eco, fino a quando il suono ha percorso tutto il gruppo. L’attenzione e la concentrazione sono stimolate da esecuzione ritmiche di partiture non codificate.

Altra attività proposta: tutti suonano il tamburo finchè non viene dato il segnale “STOP” con un gesto della mano.

Riguardo l’apprendimento musicale, con il gioco del direttore d’orchestra ogni componente del gruppo ha provato l’esperienza di dirigere e di essere diretto musicalmente attraverso l’esecuzione di un determinato ritmo; infatti chi impersona “il direttore d’orchestra” deve indicare al gruppo con quale movimento delle mani intende il forte, il piano, il silenzio, in modo che il gruppo suoni quello che lui effettivamente desidera.

Ho dato consegne di produzione musicale con gli strumenti scelti, utilizzando la registrazione e il riascolto.

Il coordinamento ritmico è sviluppato con giochi ritmici utilizzando il battito delle mani, i legnetti, la voce.

La stimolazione psicomotoria è ricercata con giochi musicali; tra questi: durante il racconto di una favola i ragazzi devono imitare ogni personaggio o situazione della storia utilizzando gli strumenti musicali.

Per stimolare la presa di coscienza del corpo in movimento e come elemento espressivo, sono state create piccole coreografie su brani musicali, per esempio sulla fiaba musicale Pierino e il Lupo di Prokofiev. In questo caso gli animali protagonisti della storia vengono imitati dai ragazzi con i loro strumenti musicali. Questo tipo di attività stimola la coordinazione audio-motoria e l’attenzione, la socializzazione e la collaborazione tra i componenti del gruppo.

La creativitàè sviluppata, oltre che attraverso tutte le attività descritte in precedenza, anche attraverso l’invenzione di storie musicali collegate alle iniziali dei nomi dei componenti del gruppo.

Spesso propongo ai gruppi l’attività di disegnare sull’ascolto di brani musicali.

Ho proposto esperienze motorio-musicali che comportano l’associazione del movimento e dell’etichetta verbale corrispondente con profili musicali ascendenti o discendenti e con suoni alti e bassi per sviluppare il concetto di altezza musicale.

Sono partita dalle qualità cinetiche (peso e leggerezza, fluidità e rigidità..) trasformandole in qualità del suono, dalle forme del movimento (aperto e chiuso, stretto e allargato, cerchi e file..) arrivando alle forme musicali.

 

I criteri operativi sono stati:

- binomio musica-movimento;

- coinvolgimento attivo del singolo nel processo di apprendimento attraverso la valorizzazione delle sue proposte nei giochi;

- potenziamento delle capacità creative e di improvvisazione.

 

Sono stati affrontati i seguenti temi:

- orientamento sonoro nello spazio (vicino/lontano, dentro/fuori, aperto/chiuso, ampio/ristretto);

- movimenti sonori nello spazio (fluido/spezzato, lento/veloce, pesante/leggero).

Gli strumenti di lavoro utilizzati sono:

- pianoforte

- strumentario Orff

- registratore/lettore Cd

 

Alla fine di ogni incontro stendo sempre un protocollo di osservazione. Le osservazioni da me riportate sono state oggetto di lavoro di supervisione negli incontri di verifica intermedi e finali da parte della responsabile dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile del distretto Sanitario dell’AUSL di Modena.

 

L’attivitá di musicoterapia con soggetti autistici

Il progetto di musicoterapia organizzato dall’Associazione AUT AUT di Modena è iniziato il 4 ottobre 2004, rivolto a bambini e ragazzi di età compresa tra i tre e i diciotto anni, inviati agli incontri previa valutazione della Responsabile del Centro per l’Autismo del Distretto Sanitario dell’AUSL di Modena, dott. ssa Milena Gibertoni.

Il progetto è stato preceduto da una fase d’osservazione iniziale che ho svolto nel maggio 2004, con la supervisione della Responsabile del “Centro per l’Autismo” del Distretto Sanitario dell’AUSL di Modena.

Il progetto di musicoterapia si compone delle seguenti fasi: una fase iniziale d’osservazione (maggio 2004), una fase esecutiva, una fase di verifica intermedia (durante il corso dell’anno è mia cura confrontarmi con la neuropsichiatria, l’educatrice e l’insegnante di sostegno del bambino o ragazzo in cura), e una fase di verifica finale (che corrisponde alla relazione di fine anno scolastico, che predispongo e consegno ai genitori e alla Responsabile del “Centro per l’Autismo” del Distretto Sanitario di Modena).

L’organizzazione è costituita da incontri individuali e da due incontri di gruppo (un gruppo formato da bambini  in età prescolare e un gruppo formato da ragazzini delle elementari e medie). Tutti gli incontri sono a cadenza settimanale.

L’obiettivo iniziale del progetto è favorire la comunicazione, la socializzazione e la creatività attraverso la musica.

L’attività di ogni incontro  è sempre caratterizzata da due canzoncine di benvenuto iniziale, da me composte  e da una canzoncina o una danza di saluto finale; questo serve a dare sicurezza e a fornire una struttura prevedibile dell’incontro, indicandone sempre un inizio e una fine.

Durante i primi minuti di ogni incontro improvviso al pianoforte e chiedo al gruppo di accompagnarmi con gli strumenti scelti. Il fare musica dal vivo aumenta il livello di partecipazione e di coinvolgimento. L’obiettivo perseguito nel lungo periodo è quello di far sì che, improvvisando insieme, le sonorità diventino meno forti e i ragazzi mi accompagnino in maniera più ordinata, sintonizzandosi con il ritmo proposto.

Per aumentare i tempi d’attenzione e favorire il riconoscimento di rumori e suoni, siacon i gruppi, che negli incontri individuali,propongo indovinelli musicali (che consistono in ascolto di suoni e rumori di qualsiasi genere) invitando i bambini a cercare di indovinare cosa hanno appena sentito. Propongo anche indovinelli che riguardano il repertorio musicale giovanile e indovinelli di spot pubblicitari.

Per favorire la capacità d’associazione e il riconoscimento delle fonti sonore utilizzo la tombola degli strumenti musicali e più in generale giochi di associazione sonora. Ancora, insegno canzoni a contenuto musicale onomatopeico.

Il coordinamento ritmico è perseguito con giochi ritmici utilizzando il battito delle mani, i legnetti, la voce. Per sollecitare il movimento e la capacità di attenzione, propongo l’esecuzione di brevi marcette (per es. marciare liberamente al suono di una melodia o di un ritmo da me suonato, fermarsi nei momenti di silenzio, marciare nuovamente quando riprende la musica..).

La stimolazione delle abilità sensoriali, percettive e motorie è perseguita con programmi d’attività che utilizzano sempre un supporto musicale. Sono utilizzati suoni, ritmi e melodie composti espressamente per attirare l’attenzione del ragazzo e finalizzarla ad un utilizzo interattivo del corpo. Alcune di queste attività sono: dondolare, oscillare le braccia, battere le mani, dare colpetti su diverse parti del corpo, cadere a terra, flettere e stendere le braccia, spingere/tirare, mettersi a coppie, ballare liberamente.

Per favorire l’esplorazione, stimolare l’osservazione e la capacità d’imitazione gestuale e sonora, eseguo un movimento accompagnato da un suono e chiedo di essere imitata. Quindi invito un bambino a prendere il mio posto e ad inventare un altro movimento da imitare.

Ancora, con una musica di sottofondo, i bambini/ragazzini imitano chi balla al centro. Invito un bambino, a turno, a guidare il gioco.

Per stimolare l’orientamento, quando subentra la musica i bambini devono imitarmi camminando per la stanza, avanti-indietro, a destra-sinistra, fermandosi quando finisce la musica. Oppure propongo una musica e su questa ci muoviamo come se fossimo assonnati, agitati, molto rilassati ecc…

Alterno fasi in cui ci si muove con tutto il corpo con fasi in cui propongo spostamenti parziali: muovi soltanto le braccia, le gambe, la testa ecc…

Ho cercato di guidare i bambini alla scoperta dei differenti parametri del suono, partendo dall’espressione spontanea che corrisponde al variare degli stati emozionali: “forte”, “piano”,”veloce”, “lento”, “acuto”, “grave”,”lungo”,”breve”.

Ho proposto diversi tipi di strumenti musicali, anche non tradizionali. Con alcuni bambini sono addirittura partita dal pavimento, perché non riescono a stare in una posizione seduta ma si buttano per terra e il pavimento è così diventata la prima cosa da battere, su cui poter strisciare, grattare, scivolare, produrre suoni diversi con differenti parti del corpo. Molti oggetti sono stati sfruttati per produrre svariati suoni: la palla, il tavolo, l’armadio, il materassino ecc., partendo dal presupposto che tutto può essere un pretesto per la ricerca del suono e del ritmo.

Successivamente, gli strumenti musicali sono stati esplorati in molti modi e oggetti.

Il timbro è stato introdotto utilizzando materiali diversi, per esempio i sacchetti di plastica e la carta, verificando le varietà dello strumento a disposizione (strofinare, percuotere, soffiare, strappare, stropicciare).

Ho proposto attività di riconoscimento della fonte sonora, di memorizzazione di sequenze sonore, attività mimico gestuali di atteggiamenti quotidiani, attività di ascolto.

Per quanto riguarda l’emissione vocale, essendo il bambino più sensibile alla modulazione affettiva del discorso che al suo contenuto semantico, ho spesso utilizzato il canto per accompagnare le consegne. Ho proposto attività di movimento con i suoni, di associazione di suoni, di giochi vocali arrivando, dove possibile, alla ripetizione di canti codificati.

Gli strumenti utilizzati sono il pianoforte, lo strumentario Orff, il registratore/lettore CD.

Alla fine di ogni incontro, sia individuale che di gruppo, stendo un protocollo dove riporto l’attività svolta, le mie impressioni, le mie emozioni, quello che ritengo utile approfondire nei prossimi incontri.

Per quanto riguarda gli incontri individuali, gli obiettivi del progetto sono calibrati ad hoc per ogni singolo bambino-ragazzino, in base alle sue caratteristiche e potenzialità.

Oltre allo sviluppo della creatività, un obiettivo che ho perseguito per tutti è l’intenzionalità (far sì che il bambino, pur non comunicando verbalmente, comunichi attraverso lo strumento scelto). Gli strumenti musicali proposti sono stati inizialmente pochi e sempre gli stessi, collocati negli stessi posti, per rendere la stanza più familiare possibile.

Altro obiettivo importante è il raggiungimento dell’interazione tra il bambino/ragazzo e la sottoscritta. Per questo ho consegnato un piccolo strumento musicale (prima oggetto d’interesse) al bambino/ragazzo e ho atteso che me lo restituisse, poi ho suonato lo stesso strumento e dandolo al bambino/ragazzo, gli chiedevo di suonarlo e poi di ridarmelo, ecc. Ancora, l’interazione è perseguita facendo roteare i tamburelli come se fossero delle trottole oppure mettendo per terra i tamburelli e tirando a turno (il bambino poi io stessa) i campanelli dentro i tamburelli, in una sorta di piccola gara. E ancora, facciamo cadere per terra gli strumenti ascoltandone l’effetto (quest’attività è rivolta all’ascolto dei parametri musicali: altezza, intensità, timbro, durata).

Accompagno sempre le consegne con spiegazioni e gratificazioni verbali. Le gratificazioni possono essere: suonare e/o ascoltare una canzoncina particolarmente gradita, cantare “bravo bravissimo”.

In tutti gli incontri individuali, nel rispetto sempre dello stato d’animo momentaneo del bambino/ragazzo ci sono stati momenti d’interazione con la sottoscritta e adesso tutti hanno vinto le diffidenze iniziali nei confronti degli strumenti musicali.

A volte i bambini/ragazzi hanno portato da casa degli strumentini musicali, dei giochi, dei disegni, delle cassette e CD che abbiamo ascoltato insieme.

La capacità d’associazione è perseguita anche con giochi d’associazione tra il suono/rumore  proposto e la ricerca del mestiere corrispondente. Ancora, cantiamo canzoncine tradizionali, quali: Nella Vecchia Fattoria (associazione nome di animale e verso corrispondente) e Alla Fiera di Mastrandrè (chiedo ad ognuno di suonare lo strumento nominato dalla sottoscritta).

La  capacità d’associazione è inoltre stimolata con il canto di vocali dell’alfabeto e la contemporanea rappresentazione grafica della vocale.

Spesso è stata utilizzata l’espressione grafica su ascolto di brani musicali mentre la capacità di discriminazione negli incontri individuali è perseguita  chiedendo al bambino di raggruppare disegni di strumenti musicali identici.

Per  favorire una maggiore consapevolezza di sé, canto e suono alla tastiera per molte volte il nome di ciascun bambino e con piacere ho notato che ora tutti i bambini e ragazzi hanno imparato le due canzoncine di saluto iniziale.

 

L’esperienza di Carpi con pazienti affetti da demenza di grado medio-lieve

Il progetto di musicoterapia di Carpi è nato nell’ottobre 2002.

È organizzato dall’Associazione Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer in collaborazione con l’equipe del Consultorio per le Demenze del Distretto Sanitario di Carpi.

Scopo del progetto è valutare l’effetto della musicoterapia sulle funzioni cognitive ed affettive dei pazienti con demenza di grado medio-lieve e sullo stress della assistenza dei loro caregiver.

Si tratta di un lavoro sperimentale realizzato da un gruppo di lavoro, formato dalla psicogeriatra dott.ssa Vanda Menon, dalla psicologa dott.ssa Elisa Bergonzini e dalla sottoscritta musicoterapista.

È rivolto a pazienti affetti da demenza di grado medio-lieve, provenienti dal loro domicilio.

Gli incontri avvengono il sabato mattina nella saletta del Centro di Ascolto dell’Associazione Gruppo Assistenza Familiari di Alzheimer presso il Consultorio per le Demenze del Distretto di Carpi.

Nel progetto sono state previste le seguenti fasi: una fase di tirocinio della musicoterapista nel periodo giugno-agosto 2002 presso l’ambulatorio della psicogeriatra, una fase esecutiva che si protrae tutt’ora, una fase di verifica finale del primo anno di lavoro, che è coincisa con la presentazione del progetto alla cittadinanza, e diverse verifiche intermedie (costituite dalla condivisione dei protocolli di osservazione stesi al termine di ogni seduta).

Gli obiettivi del progetto, sia con il gruppo sia individualmente,  hanno tutti lo stesso fine: il benessere della persona.

È quindi cura della musicoterapista rispettare gli equilibri e le potenzialità generali  del paziente, tenere conto del suo benessere. con l’impegno da parte mia di realizzare un contesto in seno al quale ognuno possa vivere pienamente e degnamente questo delicato momento della propria vita e di sentirsi meno solo.

Nonostante il progressivo deterioramento delle facoltà cognitive e funzionali, in moltissimi casi le Persone con malattia di Alzheimer restano comunque capaci di ricordare melodie e spesso anche alcune parole delle musiche che hanno conosciuto in precedenza; la Musica coinvolge l’individuo non solo sul piano emozionale ma facilita anche il riemergere di informazioni, come le parole di una canzone conosciuta, il lavoro svolto in passato, il nome della figlia ora considerata “mamma”.

Gli obiettivi iniziali del progetto sono:

-        la socializzazione, intesa come la capacità di relazionarsi con l’altro e di riconoscerlo; la capacità di accettare il contatto fisico;

-        il miglioramento dell’umore, cioè la ricerca del benessere psico-fisico della persona (registrato all’inizio, durante e alla fine di ogni incontro);

-        la riabilitazione cognitiva che riguarda il mantenimento e/o al potenziamento di abilità cognitive [la memoria, l’attenzione, la coordinazione senso-motoria, la capacità di discriminazione ecc.];

-        l’identità, cioè riconoscersi, esprimere se stessi, ritrovare un rapporto con il proprio nome;

-        la postura, che riguarda soprattutto il fatto di ricercare una posizione più dritta, lo sguardo più alto.

-        il coordinamento ritmico.

-        la creatività, intesa nel significato più autentico della parola, cioè produrre dal nulla, inventare.

 

È stata eseguita un’anamnesi musicale relativa alle preferenze sonore e alle conoscenze tecniche del paziente. A tal fine è stata predisposta una scheda prima degli incontri, nel periodo in cui è valutata dalla psicogeriatra la reale disponibilità del paziente a sottoporsi all’intervento musicoterapico e, al tempo stesso, la sua idoneità al trattamento.

La scheda di anamnesi musicale è scritta in base a colloqui svolti con i familiari e ad incontri con i singoli pazienti.

Il materiale musicale è fornito dalla musicoterapista e si tratta di strumenti ad altezza determinata (a percussione, ad aria, a corde); strumenti ad altezza indeterminata (percussione e non).

Gli strumenti sono utilizzati sia in modo spontaneo che in modo guidato.

Per quanto riguarda le modalità di verifica, è steso un protocollo alla fine di ogni incontro da parte della musicoterapista che periodicamente è supervisionato dalla psicogeriatra e dalla psicologa in modo che il progetto di musicoterapia si integri con il progetto generale riabilitativo organizzato dall’Associazione Gruppo Famigliari Alzheimer.

Nella stesura del protocollo sono sempre presenti gli obiettivi del progetto per poter verificare, insieme all’equipe di lavoro, se questi obiettivi sono stati raggiunti.

Gli obiettivi raggiunti sui malati e relativi ai famigliari sono stati valutati rispettivamente dalla psicogeriatra e dalla psicologa.

In riferimento all’obiettivo della socializzazione, il contesto musicoterapico ha favorito la relazione tra i componenti del gruppo e la sottoscritta e nelle sedute individuali, tra la persona e la musicoterapista.

L’aumento progressivo della relazione, le capacità adattive dei pazienti hanno esiti significativi sul piano relazionale, sul piano comportamentale e forse su quello cognitivo.

Dalle verifiche finali si è riscontrato un miglioramento dell’umore con una maggiore stabilità nel lungo periodo (12 mesi), senza aggiunta di terapie specifiche.

Ancora, è stato riscontrato un lieve miglioramento dell’attenzione, il piacere di ritrovarsi ogni volta, l’acquisizione di essere parte di un gruppo che accoglie.

Gli obiettivi sul famigliare sono stati rilevati dalla psicologa e sono:

· Miglior percezione del carico emotivo legato all’assistenza

· Reinterpretazione positiva delle risorse familiari “spese”

· Miglioramento della comunicazione non verbale

· Capacità aumentata di aiuto nell’espressione di potenzialità artistiche da parte del malato

 

Gli incontri di musicoterapia sono incentrati sul canto e ogni incontro è sempre caratterizzato da una canzone di saluto iniziale e da una di saluto finale. Il repertorio dei pezzi musicali è molto ricco ed è costituito da brani di diverso genere (canti popolari, di montagna, romanze d’opera, ecc.). Il canto è intervallato dall’ascolto di musiche diverse.

In questi anni ho potuto riscontrare che l’umore migliora nel corso dell’attività; ogni sabato le persone sono contente di ritrovarsi e di ritrovarmi e di formare un gruppo che diventa contenitore e momento d’accoglimento, dove è protagonista la relazione tra le persone, la “reciprocità del sapere”.

Un’ora di canto, di ascolto di musica, di pratica strumentale è un momento di sollievo sia per i familiari, perché è un periodo di interruzione dell’assistenza, sia che per le stesse Persone affette da demenza perché dà loro la possibilità di avere un’ora tutta per sé, un momento dove si incontrano altri con situazioni analoghe, si socializza e più volte alla fine degli incontri mi è stato detto: “Per fortuna sono venuta, ora sto meglio”.

 

L’esperienza di musicoterapia presso la Rsa di Fanano

Il progetto di musicoterapia presso la RSA di Fanano si è svolto nell’estate 2006.

Si è trattato di un progetto sperimentale, organizzato dall’Associazione dei familiari dei pazienti  affetti da demenza “Per non sentirsi soli” di Vignola, in collaborazione con il Reparto di Geriatria dell’Ospedale di Pavullo e il Distretto Sanitario di Pavullo.

Il progetto di musicoterapia era rivolto ad anziani non autosufficienti non assistibili a domicilio e pertanto ricoverati presso la Residenza Sanitaria Assistenziale (R.S.A.) di Fanano.

Gli incontri si sono svolti a cadenza settimanale, il sabato pomeriggio, presso la R.S.A. di Fanano; ogni volta hanno partecipato mediamente otto persone, spesso accompagnate dai familiari.

Il personale sanitario ha partecipato e collaborato per tutto il tempo disponibile.

La Responsabile del Reparto di Geriatria dell’Ospedale di Pavullo, dott.ssa Paola Negri, ha assistito e partecipato attivamente, sorvegliando i pazienti per le problematiche di salute e di comportamento.

I degenti erano portatori di diverse patologie: ortopediche (esiti di interventi per fratture e protesi per artrosi), patologie vascolari (ictus cerebrali), patologie degenerative del sistema nervoso (parkinson o le varie forme di demenza).

L’obiettivo principale del progetto è stato quello della socializzazione, cioè il potenziamento delle relazioni interpersonali.

Al centro dell’attività è stato posto l’individuo, nella sua globalità di corpo-mente-anima, offrendo ad ognuno la possibilità di percepire e di esprimere i propri sentimenti “qui e ora”.

Attraverso la musica si è cercato di stimolare:

·      la percezione consapevole di sé, dell’altro e dell’ambiente partendo dalle minime cose, apparentemente insignificanti;

·      la percezione, la sensibilizzazione e la stabilizzazione delle emozioni;

·      il rafforzamento dell’individuo nella realizzazione di se stesso;

·      la stimolazione della persona nella liberazione delle sue capacità creative ed espressive, con particolare riguardo al linguaggio verbale e non verbale.

Gli incontri iniziavano sempre con una canzoncina di saluto, da me composta sui gradi I, IV, V della scala musicale, gradi considerati psicologicamente e percettivamente stabili.

La canzone iniziale ha avuto anche l’intento di introdurre la fase iniziale dell’attività, aiutando il “riscaldamento” del gruppo, la disinibizione, la percezione dell’hic et nunc.

Nella fase di “riscaldamento” iniziale le consegne sono state di tipo direttivo per trasmettere sicurezza, per permettere ad ogni persona di abbassare le difese e di aprirsi; ho promosso un’atmosfera di gioco accogliente e stimolante per far crescere nel gruppo la fiducia in se stesso.

In questa fase “di saluto iniziale” ho cercato di far sì che ognuno si aprisse alla musica cantando e suonando.

Riguardo all’espressione di se stessi, ho proposto le seguenti attività:

üpresentarsi dicendo ognuno il proprio nome;

üpresentarsi dicendo ognuno il proprio nome e contemporaneamente ritmarlo battendo le mani;

üpresentarsi ognuno dicendo il proprio nome, chiedendo successivamente ad ogni componente del gruppo di ricordarne qualcuno e di associarlo alla persona che lo porta;

üio toccavo sulla spalla ogni persona del gruppo che doveva dire il proprio nome, quando la toccavo;

üuna persona toccava sulla spalla il suo vicino che doveva dire il proprio nome, quando toccato, e a sua volta quest’ultimo faceva lo stesso con la persona accanto.

 

Alla “fase iniziale” è seguita sempre una “fase attiva” dove accanto all’obiettivo della socializzazione è stato perseguito anche quello riabilitativo; a tal fine ho proposto al gruppo esercizi di coordinamento ritmico-motorio con l’utilizzo dei legnetti, piccoli e maneggevoli strumenti musicali.

Abbiamo utilizzato i legnetti anche per contare.

Proponevo brevi pattern ritmici che il gruppo doveva ripetere (cosa che ha fatto dimostrando una certa capacità ritmica) oppure una persona produceva un ritmo con le mani e gli altri la imitavano.

Ho presentato le figure musicali, ingrandite su fogli, indicando per ognuna il valore corrispondente e successivamente chiedevo a ciascuno di ripeterlo e di ritmarlo battendo le mani.

Spesso ho chiesto di accompagnarmi con i legnetti, mentre improvvisavo alla tastiera; il gruppo ha mostrato di sapere rispettare i cambi di tempo e di ritmo.

Altra attività proposta è stata quella di “suonare sulla musica”, tutti insieme o divisi in due gruppi, in quanto questo tipo di attività permette di associare all’ascolto il movimento delle braccia.

In diversi incontri ho suonato alla tastiera gli incipit e/o i ritornelli di brani musicali che appartengono al repertorio giovanile e adulto del gruppo, chiedendo di indovinarne il titolo e/o il cantante.

Siccome le persone provenivano da realtà e vissuti completamente diversi, ho suonato e cantato alla tastiera tantissime canzoni con lo scopo di trovarne una che tutti conoscessero; già dal primo incontro siamo riusciti a cantare insieme “Quel mazzolin di fiori”.

Il repertorio canoro del gruppo è stato costituito dai seguenti brani musicali:

-        Quel mazzolin di fiori

-        Sul cappello

-        Sul ponte di Bassano

-        Mamma

-        Nel blu dipinto di blu

-        Va pensiero

-        Fra Martino

Tutti hanno cantato e chi non poteva, muoveva la bocca.

Oltre ai legnetti, altri strumenti utilizzati sono stati le maracas, le barre sonore, i metallofoni, i triangoli.

Un’attività particolarmente gradita è stata quella in cui “facevamo finta” di andare a teatro ad ascoltare un’Opera lirica. Chiedevo ad ognuno come si sarebbero vestiti, quale opera avrebbero voluto vedere ed ascoltare e tutti hanno dimostrato di possedere ancora una certa capacità creativa e fantasia. Le opere liriche proposte sono state:

-        La Traviata di Giuseppe Verdi

-        Madama Butterfly di Giacomo Puccini

-        La Bohème di Giacomo Puccini.

Ogni incontro è durato circa tre ore, senza pausa; i membri del gruppo hanno dimostrato di “reggere” molto bene e volentieri, nonostante le difficoltà legate alle diverse patologie.

A diversi incontri hanno partecipato anche i familiari di alcune persone del gruppo; per poche ore paziente e care giver hanno condiviso un’attività, il care giver ha aiutato il famigliare nell’espressione delle sue capacità artistiche e non.

Il contesto musicoterapico ha favorito la relazione all’interno del gruppo, migliorando la comunicazione non verbale.

In ogni incontro ho proposto anche l’ascolto di canzoni del periodo della seconda Guerra Mondiale, del Risorgimento, della Resistenza, canzoni degli anni cinquanta, sessanta e settanta, canzoni popolari, brani di musica classica, romanze di opere liriche famose, chiedendo al gruppo di “utilizzarmi come un DJ”, cioè ognuno mi diceva quale musica voleva ascoltare e io la inserivo nel lettore cd.

Per quanto riguarda il linguaggio e la capacità di ascolto della sonorità delle sillabe, un’attività proposta è stata quella in cui una persona dice una parola e la persona alla sua destra deve concatenarsi con un’altra parola che comincia con l’ultima sillaba della parola precedente. Questa attività è stata particolarmente gradita al gruppo.

Ho proposto giochi con l’utilizzo delle vocali e successivamente l’ascolto di canzoni che iniziano con la vocale presentata.

Le vocali sono state dette in modi diversi: facendo finta di piangere, lamentandosi, ridendo, mormorando, ecc.

Ancora, giochi in cui il gruppo, da me diretto, diceva una sillaba forte, piano, mezzoforte, fortissimo.

Il gruppo ha mostrato una notevole capacità creativa e di sapersi mettere in gioco.

Ho presentato suoni e rumori noti (chiavi, forbici, carta stropicciata, ecc.) che il gruppo doveva riconoscere.

Dal suono di un foglio stropicciato, una signora, M. ha detto: “Il foglio si può strappare” e io, prendendo spunto dalle sue parole, le ho chiesto di dimostrarlo. M. ha cominciato a strappare il foglio in tanti piccoli pezzi, soddisfatta di sentirne il suono, mentre il gruppo l’ascoltava. M. ha dimostrato così di sapere fare proposte e per pochi ma significativi momenti, ha guidato il gruppo.

Successivamente ho dato ad ognuno un foglio chiedendo di strapparlo a turno, uno per volta, poi tutti insieme al mio segnale. È stato un momento interessante dal punto di vista della socializzazione e della coralità. Infatti, hanno collaborato tutti insieme, nessuno escluso.

Questa attività è stata così gradita dal gruppo che l’ho ripetuta nell’incontro successivo dove ho proposto alle persone di passare il foglio l’un l’altro per scoprire quanti suoni diversi si possono fare con esso: stropicciare, ondulare, scuotere, volare, accartocciarlo a forma di palla, che abbiamo lanciato a turno, chiamando per nome la persona alla quale si intendeva tirare la palla.

Altra attività, a contenuto liberatorio, dove il comportamento è associato ad articolazioni vocali, è stata la seguente:

- idea: immaginiamo di gustare il cibo preferito (ci si sfrega la pancia)

- espressione vocale: hm, ah…

- idea: immaginiamo di vedere qualcosa di sorprendente

- espressione vocale: oh, vè…

- idea: immaginiamo di vedere qualcosa di fastidioso

- espressione vocale: ih…

Con riferimento alla memoria e alla capacità di classificazione, ho presentato al gruppo diversi oggetti casalinghi (pentola, cucchiaio di legno, coperchio, mestolo, forchette, ecc.) Ad ognuno ho dato un oggetto domandando di dirne il nome e di provare tutti i tipi di gesti possibili (colpire, accarezzare, girare ecc.): ad ogni gesto corrisponde un suono diverso. Il gruppo sotto la mia direzione ha suonato questi oggetti forte, mezzoforte, piano e pianissimo.

Ulteriore attività: suonavano solo le persone che tenevano in mano l’oggetto che io nominavo.

Per quanto riguarda la capacità di riconoscimento, ho presentato oggetti noti (chiavi, forbici, penne, rotoli di carta, libro, tappi, barattoli, scatole, ecc, ) facendone sentire i suoni. Il gruppo doveva tentare di riconoscere l’origine sonora. Successivamente, ho proposto due suoni diversi una prima volta nel medesimo ordine, poi in ordine differente. Le persone dovevano riconoscere in che ordine proponevo i suoni.

Per quanto riguarda la memoria recente, ho fatto ascoltare la canzone “Pippo non lo sa” e successivamente chiedevo al gruppo come era vestito Pippo, se ricordavano come portava la giacca, la cravatta, il gilet, ecc.

Tutti gli incontri sono finiti con una canzone di gratificazione: “Bravi, bravissimi” perché il “non riesco a fare” spesso si è trasformato in “riesco a fare”. Nell’ambiente musicoterapico la produzione musicale ha permesso ad ogni persona di comunicare con gli altri, ma ha anche stimolato la soddisfazione e l’orgoglio per il risultato ottenuto e per l’opera compiuta.

Alla fine di ogni incontro tutti mi hanno sempre ringraziata, dicendomi che “aspettavano il mio ritorno” e che “da giovani erano più bravi”. Quasi tutti sono rimasti seduti per tutto il tempo di ogni incontro, partecipando attivamente.

Dal primo all’ultimo incontro c’è stato un evidente crescendo da parte del gruppo sia per quanto riguarda la socializzazione che la partecipazione alle attività proposte.

L’umore del gruppo è sempre stato buono ed è migliorato nel corso dell’attività. Alcuni pazienti che durante il giorno erano irrequieti si calmavano partecipando tranquilli; si è verificata una significativa diminuzione dell’agitazione durante la musicoterapia, nonché una maggiore consapevolezza ed intenzionalità dei movimenti e dei comportamenti.

Ogni persona è speciale e diversa dall’altra per la cultura e l’ambiente in cui è vissuta; pertanto ho proposto attività che ritenevo importanti per la crescita del gruppo ma allo stesso tempo ho cercato di stimolare un processo nel quale sono intervenuti le capacità, il patrimonio conoscitivo e le esperienze di tutti.

Ho sempre cercato di rispettare le abilità residue di ogni persona, di metterla a proprio agio, adattandomi all’andamento del gruppo, con attenzione all’ascolto e all’improvvisazione; non ho mai dato nulla per scontato, il progettare è sempre stato un ri-progettare nel rispetto del singolo.

La musica ha contribuito al miglioramento della qualità della vita, delle prestazioni sociali, del tono dell’umore, dell’organizzazione dei processi mentali e cognitivi.

 

Conclusioni

Ho scelto di raccontare alcune mie esperienze di musicoterapia nell’ottica di fornire un piccolo aiuto a chi inizia ad operare in questo campo. È per questo che accanto alla parte teorica ho inserito il racconto degli incontri dal punto di vista strettamente operativo. Quando si inizia l’attività di musicoterapista ci si chiede: ce la farò? Cosa posso fare con questa persona? Ha un briciolo di creatività? Dalle esperienze svolte ho riscontrato che la creatività è presente anche in persone diversamente abili, di qualsiasi età.

Tutto è creativo.

Spesso durante la conduzione delle attività è capitato che mi venisse chiesto, da parte di un componente del gruppo, di aggiungere un elemento nuovo, di modificare il percorso in atto, apportando dei cambiamenti significativi.

La creatività è ormai considerata una qualità di ciascun individuo e non appartiene solo alla sfera produttiva o artistica ma ad ogni aspetto della vita quotidiana. È importante cercare di sviluppare un atteggiamento creativo; la creatività permette di uscire dalla monotonia e dallo stereotipo, di sperimentare nuovi punti di vista diversi in una continua esperienza del nuovo, favorisce l’apertura mentale, il rispetto e la tolleranza.

Essere persone creative, in conclusione, significa riscoprire il senso della meraviglia, imparare a stupirsi di fronte agli stimoli e alle opportunità che la vita, ogni giorno, ci offre.

Creatività intesa come operazioni nuove su materiali che nuovi non sono, attività che permette la piena realizzazione e il rafforzamento dell’identità del singolo e la sperimentazione diretta, tutto ciò giustifica  perché si possa parlare di ricerca di creatività anche nella musicoterapia.

Il pensiero creativo può considerarsi un’abilità cognitiva da acquisire attraverso il gioco ed attività che permettano la scoperta, nel rispetto di ogni singolo; questo comporta da parte mia, alla luce delle esperienze raccolte in questo libro la consapevolezza che in un’attività di musicoterapia siano necessari studio e ricerca costanti e che la strada da percorrere sia ancora molto lunga…

 

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[1] R. O. Benenzon, Teoria della musicoterapica (contributi alla conoscenza del contesto non-verbale) , Cooperativa Novastampa, Verona, 1994, pag. 32

[2] R. O. Benenzon, op. cit., pag. 74

 

[3] G. Orff, Musicoterapia-Orff, Cittadella editrice, Assisi, 1982, pag. 7

[4] L.S. Vygotskij, Immaginazione e creatività nell’età infantile, Editori Riuniti. Pideia, Roma, 1977, pag. 19

[5]Bruner J.S., Il conoscere: saggi per la mano sinistra, Armando, Roma, 1968, pag. 142

[6] Paynter J. La musica nella media superiore. Un’esperienza inglese fra educazione e istruzione” , pag. 190

[7] Arieti S., Creatività La sintesi magica, Il pensiero Scientifico Editore, Roma, 1979, pag. 18

[8] Franco Larocca, Follia e creatività, Sermitel, Roma, 1997, pag. 131

[9]La scala pentafonica è formata da cinque suoni. Priva di semitoni, è caratterizzata da intervalli di seconda maggiore e di terza minore fra i suoni contigui (ad es. do-re-mi-sol-la)

[10]Contrappunto: dal latino punctum contra punctum, cioè punto contro punto, nota contro nota, è l’arte di sovrapporre due o più linee melodiche

Biografia
Author: Gabriella Lo Cascio
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