rita rambelliRutger C. Bregman (nato nel 1988) è un giovanissimo storico e autore olandese che ha pubblicato quattro libri di storia, filosofia ed economia, tra cui l’ “Utopia del Realismo: come possiamo costruire il mondo ideale” , che è stato tradotto in venti lingue. L'edizione olandese di Utopia for Realists è diventata un bestseller nazionale e ha scatenato un movimento di base che ha fatto notizia internazionale. Il suo lavoro è apparso su The Washington Post e The Guardian e The BBC.
“ Vorrei iniziare con una domanda semplice: perché i ceti svantaggiati prendono spesso decisioni svantaggiose? Lo so, è difficile rispondere: ma diamo un’occhiata ai dati. I poveri fanno più debiti, risparmiano meno, fumano di più, bevono di più, fanno meno esercizio e mangiano peggio. Perché?”

La spiegazione tradizionale la diede una volta la premier inglese Margaret Thatcher, che definì la povertà “un difetto della personalità". Una mancanza di carattere, in sostanza, e che ci sia qualcosa di “sbagliato” nei poveri non lo pensava solo la signora Thatcher.
Bregman racconta: “Tutto iniziò quando mi imbattei, per caso, nello studio di un gruppo di psicologi americani. Avevano viaggiato per 13.000 chilometri, fino in India, per uno studio affascinante. Il soggetto erano i coltivatori di canna da zucchero. Dovete sapere che questi contadini ricevono il 60% circa del loro reddito annuale in un unico trasferimento, appena dopo il raccolto. Sono pertanto relativamente poveri per una parte dell’anno, e ricchi l’altra. I ricercatori li sottoposero a due test del QI, prima e dopo il raccolto. Il confronto dei risultati mi lasciò senza parole. Nel test prima del raccolto, il punteggio era molto inferiore. Pare che gli effetti della povertà corrispondano a una perdita di 14 punti di QI. Per darvi un’idea, l’effetto è paragonabile a una notte insonne, o all’alcoolismo. Qualche mese dopo, seppi che Eldar Shafir, professore della Princeton University e co-autore di questo studio, stava arrivando in Olanda, dove vivo. Ci incontrammo ad Amsterdam per parlare della sua nuova, rivoluzionaria teoria della povertà. Posso riassumerla in due parole: mentalità della scarsità. Pare che il comportamento delle persone cambi, quando percepiscono una cosa come scarsa, e non importa molto cosa sia quella cosa – può essere tempo, denaro o cibo. Conosciamo tutti quella sensazione: abbiamo troppo da fare, o abbiamo saltato il pranzo per lavoro e c’è un calo di zuccheri nel sangue. L’orizzonte mentale si restringe alla carenza immediata – al panino che abbiamo bisogno di mangiare ora, alla riunione che inizierà fra 5 minuti o alle bollette da pagare entro domani. E la capacità di pensare a lungo termine va a farsi benedire. Per fare un paragone, pensate a un nuovo computer che esegue 10 programmi pesanti tutti allo stesso tempo. Prima rallenta, e fa errori su errori e alla fine si inchioda – non perché sia fatto male come computer, ma perché deve eseguire troppe operazioni alla volta.
I poveri hanno lo stesso problema. Non prendono decisioni stupide perché sono stupidi, ma perché vivono in un contesto in cui tutti farebbero scelte stupide.
E all’improvviso mi è diventato chiaro perché molti dei nostri programmi di contrasto alla povertà non funzionano. Investire in formazione, ad esempio, si rivela spesso un buco nell’acqua. La povertà non è una mancanza di istruzione. Una recente analisi di 201 studi sui corsi di gestione delle finanze è giunta alla conclusione che non hanno quasi alcun effetto. Non fraintendetemi – non sto dicendo che i poveri abbiano la testa dura: certamente imparano qualcosa di utile. Ma non è abbastanza. Nelle parole del Professor Shafir, “È come insegnare a qualcuno a nuotare, e poi lanciarlo in un mare in tempesta.”

La città senza povertà
Questa storia inizia a Dauphin, in Canada. Nel 1974, in quella piccola città fu garantito a tutti un reddito di base, affinché nessuno cadesse al di sotto della soglia di povertà. All’inizio dell’esperimento, un esercito di ricercatori scese in città. Per quattro anni, tutto andò bene. Poi però un nuovo Governo salì al potere e non vide molte ragioni di condurre un esperimento così costoso. E quando fu chiaro che mancavano i fondi per analizzare i risultati, i ricercatori decisero di chiudere i fascicoli in 2.000 scatole. Passarono 25 anni, e un giorno Evelyn Forget, una professoressa canadese, trovò quei risultati. Per tre anni sottopose i dati a ogni tipo di analisi statistica e comunque li analizzasse, il risultato era sempre lo stesso: l’esperimento era stato un clamoroso successo.
Evelyn Forget scoprì che gli abitanti di Dauphin erano diventati non solo più ricchi, ma anche più sani e intelligenti. Il rendimento scolastico dei ragazzi era migliorato sensibilmente e il tasso di ospedalizzazione diminuito addirittura dell’8,5%. Erano diminuite le violenze domestiche e anche le denunce di disagio mentale. La gente non aveva abbandonato il posto di lavoro, e gli unici che lavoravano un po’ meno erano le neo-mamme e gli studenti, che però studiavano più a lungo. Risultati analoghi sono emersi, da allora, in moltissimi altri esperimenti in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’India. Ma come finanziamo un reddito di base garantito? A Dauphin è stato finanziato con un’imposta sul reddito negativa e quindi si riceveva una integrazione appena il reddito scendeva sotto la soglia di povertà.
Oggi, milioni di persone sentono che il loro lavoro ha poco senso. Una recente inchiesta tra 230.000 impiegati in 142 nazioni ha scoperto che solo il 13 percento degli impiegati ama il proprio lavoro. Troviamo la sintesi nelle parole di Brad Pitt in “Fight Club”, “Troppo spesso facciamo lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono.”
Bregman crede in un futuro in cui il valore del vostro lavoro non si misuri dalla busta paga, ma da quanta felicità e “significato” apporta, un futuro in cui l’educazione non serva a prepararvi all’ennesimo lavoro inutile, ma a vivere bene la vita, un futuro in cui una vita senza povertà non sia un privilegio, ma un diritto di tutti. Oggi, oltre 500 anni dopo che Tommaso Moro iniziò a scrivere sul reddito di base forse è arrivato il momento di cambiare la nostra visione del mondo, perché la povertà non è una mancanza di carattere e di intelligenza ma la povertà è semplicemente una mancanza di denaro a cui si può porre rimedio.


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