rita rambelliSe sarò tra chi vivrà a lungo, come vorrei trascorrere la mia vecchiaia? Tra le varie iniziative che si stanno sviluppando, ha attirato la mia attenzione il modello nato in Danimarca, un paese culturalmente e per mentalità molto lontano da noi, ma che mi ha sempre molto affascinato per la capacità di prendere la vita in modo semplice e rispettoso dei diritti degli altri. Per fare qualche esempio pensiamo che solo il 40% della popolazione danese possiede un’auto perché i cittadini danesi vanno tutti in giro in bicicletta o con i mezzi pubblici (e dico tutti, anche la Regina e i parlamentari).
Ovviamente non puoi andare al lavoro in banca o in Parlamento in bicicletta già in giacca e cravatta e quindi tu esci da casa vestito in modo sportivo ma quando arrivi sul luogo di lavoro hai uno spogliatoio dove puoi fare la doccia e vestirti in modo più adeguato alla professione che svolgi e poi la sera ti ricambi e torni a casa in bicicletta...!

A dimostrazione di questo basta guardare davanti al Parlamento danese a Copenaghen, dove ho verificato personalmente che non ci sono auto blu e guardie del corpo su auto blindate, ma solamente delle rastrelliere con lunghe file di biciclette!
Anche rispetto alla vecchiaia la Danimarca ha cercato da anni nuove soluzioni per farne un’età più serena e senza i tanti problemi che gravano spesso sulle famiglie italiane.
L’idea che si è fatta strada è un modello residenziale fondato sulla vicinanza con i propri amici e il vivere in comunità. Il modello è costituito da villaggi privati dove ogni abitante ha la propria piccola casa, ma condivide gli spazi comuni con gli altri membri della comunità. L’obiettivo è quello di unire la comodità dello spazio privato, con la possibilità di condividere i costi ed i servizi con i propri amici e conoscenti. Quelli che scelgono questa soluzione, progettano insieme fin dall’inizio la futura struttura della comunità e cooperano per la manutenzione e la gestione del villaggio. Le attività interne al villaggio non devono generare reddito per esterni, ma servire soltanto agli abitanti.
Questa soluzione abitativa, che si sta rivelando molto valida per gli anziani, è utilizzata anche per madri single e giovani a rischio di esclusione e in Danimarca se ne contano già oltre 600.
Il modello è visto positivamente, non solo perché favorisce la socialità dell’anziano che altrimenti rischierebbe di essere lasciato solo, ma anche perché, grazie alla convivenza con altre persone, permette di risolvere con più facilità alcuni problemi assistenziali non gravi che consentono di essere autonomi più a lungo. Tra i servizi collettivi vi possono essere ampie cucine, lavanderie, spazi per gli ospiti, laboratori per il fai da te, spazi gioco per i bambini, palestra, piscina, internet cafè, biblioteca e tanto altro.
Le abitazioni private sono di solito di dimensioni più limitate rispetto alla media delle normali abitazioni (più piccole dal 5 al 15%). Il motivo è duplice: contenere i costi complessivi dell'intervento (poiché a carico di ciascun proprietario vi è anche una quota della spesa per la realizzazione degli spazi collettivi) e cercare di favorire in questo modo un più intenso utilizzo delle aree comuni.
Di solito un progetto di cohousing comprende dalle 20 alle 40 famiglie che convivono come una comunità di vicinato (vicinato elettivo) e gestiscono gli spazi comuni in modo collettivo ottenendo in questo modo risparmi economici e benefici di natura ecologica e sociale.
Oltre al villaggio con abitazioni private, si sta facendo largo anche una forma ulteriore di cohousing: più inquilini, anziani e non, decidono di coabitare nella stessa casa. Chi ne ha la possibilità, può sub-affittare le stanze ospitando altri anziani o studenti universitari. In cambio, questi ultimi, collaborano nei lavori domestici, nel pagamento delle bollette e tengono loro compagnia
Il co-housing è nato in Danimarca e vi è stata una progressiva diffusione in Svezia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone.
In Italia ad oggi vi sono solo un paio di casi realizzati nel milanese. Uno è l’Urban Village Navigli a pochi passi dal Naviglio Grande e dalla chiesa di San Cristoforo, in un angolo di città ben abitato e che ha conservato il fascino della vecchia Milano riuscendo a trasformarsi e a ridisegnare il suo volto, puntando sulla moda, sull’artigianato di alta gamma, sui servizi, sulla reinterpretazione dei vecchi locali e dei vecchi mestieri.
Un altro progetto sperimentale molto interessante si sta realizzando sempre nel milanese di fronte alla famosa Abbazia di Chiaravalle, a 10 minuti di metropolitana dal centro e servito anche da una pista ciclabile che arriva direttamente in Duomo. Si tratta del recupero di una cascina del ‘600, circondata da 25.000 mq di verde (dove potranno trovare spazio orti, frutteti, spazi relax...) e oltre 400 mq di spazi comuni coperti. I sistemi innovativi di edilizia e impiantistica (classe energetica A, impianto di riscaldamento e raffrescamento a costo zero perché utilizza il potere termico delle acque depurate destinate all’irrigazione), la tecnologia e la domotica appositamente studiati per le esigenze dei futuri co-houser, garantiscono il rispetto per l’ambiente e il massimo risparmio energetico e fanno di Cohousing Chiaravalle un mix di fascino storico e di innovazione.
Potrà accogliere 50 nuclei familiari di varie tipologie con appartamenti di varie misure e costi.
Per me, che sono sempre stata una appassionata frequentatrice dei campeggi, questo tipo di sistemazione mi ricorda quello stile di vita semplice e felice dove era facile divertirsi e dove tra vicini di roulotte nascevano amicizie che durano tutta la vita.

http://www.cohousing.it/


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