diana catellaniCinquecentonovemila studenti hanno appena appreso quali sono gli argomenti su cui devono cimentarsi per la prova di italiano e su cui si deciderà se sono meritevoli di conseguire il loro diploma di maturità. Questo mi spinge a ritornare indietro nel tempo a quando anch’io ero china su quei banchi.....
È passato oltre mezzo secolo, ma certo non ho dimenticato le alzatacce alle cinque del mattino per ripassare gli ultimi argomenti di storia, matematica, storia dell’arte, filosofia.....(allora si veniva interrogati su tutte le materie). Ma come ero arrivata a sostenere quell’esame, io che ero l’ultima di cinque figli e per giunta femmina?

Anche i miei genitori erano convinti che lo studio fosse importante solo per i figli maschi, così il primo figlio aveva conseguito il diploma di perito radiotecnico, il secondo aveva avuto la stessa possibilità, ma si era scoraggiato di fronte alle difficoltà: le ferrovie non funzionavano e bisognava fare almeno 15 km. In bicicletta per raggiungere le scuole medie. Per le mie sorelle il problema non si era posto: subito dopo le elementari avevano cominciato a lavorare in casa cucendo camicie per una fabbrica di Carpi.
Quando ci fu da decidere se dovessi continuare a studiare, fu determinante non tanto il consiglio dell’insegnante, quanto l’incoraggiamento dei miei fratelli e sorelle (mio padre era già invalido) che spinsero i miei genitori a superare le loro perplessità: essi temevano di creare un’ingiustizia consentendo a me ciò che era stato negato alle mie sorelle.
Fu così che mi preparai per l’esame di ammissione e che poi frequentai le scuole medie di Suzzara. La mia prima professoressa di italiano e latino, la signora Marani, era una signora alta e austera, coi capelli grigi e poco propensa ai sorrisi, ma era scrupolosa e bravissima come insegnante. Peccato che fosse già alle soglie del pensionamento e l’ultimo giorno di scuola mi chiamò alla lavagna, mi fece una lunga interrogazione di latino e alla fine mi disse: "Catellani, mi deve promettere (ci dava del lei anche se avevamo solo 12 anni) che continuerà a studiare e a impegnarsi come ha fatto quest’anno, anche quando io non sarò più qui a insegnare". Il fatto che avesse voluto dedicarmi quel suo saluto particolare, mi colpì molto, tanto che non ho più dimenticato quel momento.
La professoressa Marani, fu sostituita da un professore più giovane e moderno nel rapporto con gli alunni, ma altrettanto bravo: il professor Nosari. Sotto la sua guida era facilissimo per me imparare il latino e alla fine della terza media premiò diverse volte i miei compiti in classe con il massimo dei voti e fu sempre lui a incaricare un collega, il prof. Mondini, di parlare coi miei genitori per convincerli a farmi continuare gli studi.
Fui perciò iscritta all’istituto magistrale di Modena, dove nel 1964 sostenni il famigerato esame di abilitazione, tra le angosce che in ogni tempo hanno accompagnato questo momento importante nella vita dei giovani.
Devo molta gratitudine ai miei professori, a tutti, anche a quelli coi quali forse non si è mai stabilito un buon “feeling”, perché tutti mi hanno lasciato qualcosa di sé e mi hanno aiutato a crescere e a conoscere le mie potenzialità e i miei limiti

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