diana catellaniQuando sono rimasta sola, mi sono ritrovata non soltanto con la casa vuota, ma anche con tanti tempi vuoti, che ho cercato di riempire rendendomi disponibile per svariate attività. Col tempo gli impegni sono aumentati sempre più e ora ho le giornate piene di tanti incontri.
Tra le cose che mi fanno sentire meglio, ci sono gli appuntamenti con alcune amiche anziane, che, per l'età avanzata e per i guai fisici, non guidano più l'automobile e quindi hanno bisogno ogni tanto di un passaggio per fare la spesa o per altre necessità.

Qualche giorno fa, una di loro mi ha chiesto se potevo accompagnarla a portare un piccolo dono, come augurio di Buona Pasqua, a una ex collega che da tempo è ricoverata in una struttura di riabilitazione.
Il giorno fissato, saliamo verso il paese vicino e con qualche difficoltà riusciamo a trovare la casa di cura, dove è ricoverata l' amica.
La troviamo nella sua carrozzina, intenta a giocare a tombola con molti altri ospiti, ma lei lascia subito il tavolo e le cartelle per venire in una saletta attigua a chiacchierare. E' molto felice della visita e ben presto cominciano gli "a m'arcord".
Erano entrambe due giovani maestrine, sessant'anni fa, e nel tragitto in auto che le portava al paesino in cui si trovava la loro scuola, non facevano che cantare le canzoni di Domenico Modugno, in particolare "Nel blu dipinto di blu", e la loro passione per quella musica e per il suo autore era tale che persino l'automobile, che era blu, fu chiamata "Domenica".
E' un piacere ascoltare i loro ricordi, i sacrifici fatti in tanti anni di lavoro, in sedi non sempre facili da raggiungere e la loro attività a favore della collettività non è certo cessata con la pensione.
Nella conversazione fitta tra le due, affiorano i nomi di colleghe più o meno care o di amici per cui avevano nutrito simpatia nei loro anni giovanili e la voce si incrina nel ricordo di tanti che ormai non ci sono più.
Esaurita la carica di emozioni dell'incontro, la conversazione verte sul presente e allora ecco la nostalgia per la propria casa, il rammarico di non poter più gestire da sé la propria pensione e di dover chiedere il permesso ai parenti per fare un piccolo regalo o un po' di beneficenza.... "....Ma sono soldi miei" dice e gli occhi le si inumidiscono: la sofferenza maggiore non è per la menomazione fisica, che impedisce di muoversi liberamente, ma per la perdita dell'autonomia, per dover dipendere dagli altri, per avere accanto persone talmente invalide da non poter sostenere un dialogo qualunque, per essere diventata, lei che per tanti anni è stata la "signora maestra", un numero, quel numero che la identifica agli occhi del personale di assistenza....
Quando cominciano i saluti, è doloroso vedere con quanta insistenza vorrebbe trattenerci ancora.... La struttura è bella ed accogliente, l'assistenza è certo ad un ottimo livello, ma la nostalgia per un tempo che non può più tornare fa salire un nodo in gola a tutte e tre.

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