I vecchi e il medico di Rosanna Vagge

il blog di Rosanna Vagge

rosanna vaggeEugenia, per gli amici Gina, è una bella signora di 91 anni, compiuti a febbraio, che convive da sempre con Andreino, il suo unico figlio. Vedova, dopo una vita passata a lavorare e ad accudire il marito sopravvissuto per oltre 40 anni ad un ictus invalidante che lo aveva colpito in giovanissima età, ha proseguito col prendersi cura del figlio, costretto ad assumere farmaci antiepilettici dopo un intervento neurochirurgico per idrocefalo normoteso.
Andreino, che ora ha 64 anni, ha parecchi altri acciacchi: l’orticaria gigante, le coliche renali, lombalgie e dolori vari alle ossa e articolazioni, disturbi non particolarmente gravi dal punto di vista prognostico, ma piuttosto invalidanti sul piano funzionale e, cosa non da poco ad esordio inaspettato e imprevedibile.

rosanna vagge“Che cos’è per te la dignità?” Chiesi a bruciapelo a Maria nel bel mezzo di un incontro dedicato agli anziani.
Seguì un bisbiglio dei partecipanti, sei o sette, non di più, che si interrogavano del perché avessi rivolto una domanda tanto impegnativa proprio a Maria, che se ne stava zitta zitta seduta su una sedia, apparentemente indifferente a tutto ciò che le era attorno. Mi accucciai accanto a lei e insistetti: “Maria, come definiresti la dignità? Con parole tue, in modo semplice”. Fece una strana smorfia con la bocca, arricciando il mento, accompagnata da un gesticolare goffo delle mani e pronunciò queste parole, scandendo bene sillaba per sillaba come sanno fare solo i sardi: “E’ difficile da dire … ma … è una cosa pulita … molto pulita”.
Nessuno di noi si aspettava una risposta del genere, qualcuno mormorò brava, qualcun altro disse che la risposta era molto bella ed io mi emozionai e sentii, come spesso mi accade, i brividi lungo la schiena.

rosanna vagge“E’ la mia borsetta, ho dentro le mie cose!” risponde disperata Silvia ad un solerte operatore che le annuncia che è arrivata l’ora del pranzo e che è il caso di sistemarsi in modo corretto alla tavola già apparecchiata.
Insomma, tenere la borsa in grembo mentre si mangia, tanto più a 98 anni compiuti, è certamente d’impiccio, e poi chi mai potrebbe rubarla in una casa di riposo?
Semplice e logico posizionarla accanto alla sedia o appenderla allo schienale.
E invece no. La centenaria non la molla, la nasconde nell’incavo prodotto dalla sua schiena curva difendendola ai lati con entrambe le braccia e avvinghiandosi alla tracolla con le mani rattrappite ma forti.

rosanna vaggeMi riferisco a quel gioco in cui bisogna incastrare tra loro i pezzi di cartoncino di piccole dimensioni fino a risalire all’immagine originale rappresentata nel coperchio della confezione: il puzzle. Esistono puzzle di piccole dimensioni, con poche decine di pezzi e puzzle giganteschi in cui il numero di pezzi può arrivare a 32.256, come cita Wikipedia. Veri e propri rompicapi.
Il puzzle del corpo umano di quanti pezzi sarà composto?
E il puzzle della mente ? E come si incastrano tra loro ? Mi chiedo, perplessa.
Così, a occhio, mi verrebbe da dire che i pezzi sono tanti e che troppo facile sarebbe che corrispondessero al numero di organi presenti nel corpo umano comprese anche le singole ossa. Nel caso ci fermeremmo a poche centinaia. E se fossero tanti quante le singole cellule ? Una stima riferita a un maschio adulto giovane di media altezza e peso intorno ai 70 chili, parla di 100 mila miliardi di cellule. No, troppo, non complichiamo le cose.

rosanna vaggeHo iniziato a vivere in pianta stabile nel Tigullio orientale dall’ottobre del 1980, avendo ottenuto un trasferimento dal reparto di Nefrologia del San Martino a quello di Emodialisi dell’USL 18 che a quei tempi era ubicato nell’Ospedale di Lavagna. Con al seguito mio figlio di 13 mesi, un gatto di nome Pink e saltuariamente il mio primo marito che lavorava a Genova, dal quale di lì a poco mi separai.
Conoscevo Cavi di Lavagna, essendoci stata più volte durante le vacanze estive, ma le mie relazioni non andavano oltre a quelle tenute con i gestori dei bagni o di qualche pizzeria o campo da tennis.

rosanna vaggeMaria è una signora sarda di 85 anni, minuta, di bassa statura, con occhi profondi capaci di scrutarti al punto di metterti in imbarazzo; il suo sguardo è attento, si direbbe impossibile coglierla di sorpresa o in fallo per qualunque piccola malefatta; il suo sorriso, spesso appena accennato, è misterioso quanto il suo volto, vivace, contornato da capelli bianchi, lisci che scendono a caschetto fino a coprirle le orecchie. Non dice mai cose a sproposito, ci pensa bene e le scandisce con il tipico accento che caratterizza i nativi della nostra bella isola. Eppure Maria è da tempo affetta da demenza, su base vascolare, almeno così citano i referti medici, e tre anni fa, per l’impossibilità da parte dei familiari di offrirle un’adeguata assistenza a casa, è entrata in un istituto ad hoc, precisamente una residenza sanitaria assistenziale, dove è vissuta fino a 20 giorni fa.

rosanna vagge“Ma cosa dici, mamma!?”continuava a ripetere Elena alla madre ogni qual volta si recava a farle visita nella RSA. Maria la guardava incredula, con aria di sfida, fiera dell’abbigliamento che aveva accuratamente scelto per accogliere il marito che avrebbe fatto rientro a casa di lì a poco, truccata in viso in modo generoso rispetto all’età e soprattutto all’ambiente anonimo in cui era ospitata mentre Elena proseguiva scrollando la testa con voce sommessa e supplicante: “Il papà, tuo marito è morto tre anni fa, ti prego!”.

rosanna vaggeSono entrata in quella stanza piena di fiducia. Mio cugino mi aveva detto che aveva ripreso a mangiare, seppur in minime quantità ed era riuscita a fare qualche passo aiutata dal fisioterapista. Sapevo che era molto debilitata per l’incessante vomito che l’aveva torturata per giorni e giorni, ma sapevo anche che era stata reidratata e alimentata per flebo durante il ricovero all’Istituto tumori in cui era stato diagnosticato un cancro al pancreas metastatizzato a pressoché tutto il fegato. Una situazione irreparabile a qualunque età, figurati a 93 anni. Con sorprendente solerzia dall’IST era stata trasferita nell’Hospice-Cure palliative dell’Ospedale più grande della sua città. Ma lei, la zia Germana, era convinta di essere in una struttura riabilitativa.