rosanna vaggeAbbastanza spesso compaiono sui social network immagini di anziani sorridenti che si scambiano effusioni amorose passeggiando in luoghi idilliaci, sottotitolate con frasi sensazionalistiche del tipo: ”Addio alle case di riposo: arriva il cohousing per anziani” (da Eticamente) oppure “Niente più casa di riposo: la nuova tendenza è invecchiare con i propri amici” (da Fabiosa).
Confesso che non posso fare a meno di leggerli, questi articoli, che esordiscono quasi tutti allo stesso modo, sottolineando la catastrofica previsione dell’invecchiamento della popolazione mondiale e l’inevitabile frenesia della società attuale che rende difficoltosa la “gestione” degli anziani, non più risorsa di saggezza ed esperienza, ma solo un peso da sopportare. Ed ecco che, “in questo panorama non proprio luminoso” – cito testuali parole - si fanno strada soluzioni alternative che prendono spunto da modelli realizzati in altri paesi, Danimarca, Olanda, Stati Uniti, persino Giappone.

Resto amareggiata, a lungo, e il mio pensiero va alla nonna materna, la marchigiana Rosina che fino alla morte avvenuta all’età di 95 anni sosteneva che la vecchiaia era una brutta bestia perché impediva quella libertà di scelta che aveva contraddistinto tutto il suo percorso di vita.
Era venuta in Liguria giovanissima, dopo essersi sposata con Francesco, un romagnolo che l’aveva lasciata vedova con 4 figlie, prima ancora che io venissi al mondo. Essendo mia mamma l’ultima nata, anche dopo il suo matrimonio, nonna Rosina aveva continuato a vivere con la nostra famiglia, nello stesso palazzo dei ferrovieri, dove era vissuta con la sua, nel quartiere San Fruttuoso di Genova. Particolare non di poco conto, infatti, sia mio papà che il nonno mai conosciuto erano entrambi macchinisti delle Ferrovie dello Stato, e pure di prima classe, quella privilegiata.
Io ne ero molto orgogliosa e sentivo un grande senso di appartenenza alla corporazione, soprattutto del personale viaggiante. Ero fiera della divisa che mio padre portava, con su scritto FFSS, e, per anni, mi sono interrogata del perché le lettere fossero ripetute due volte, scoprendone il significato solo molto più avanti. Quando mio padre indossava quella divisa, io potevo entrare nella locomotrice, imparare i comandi più elementari e apprezzare, da tutt’altra prospettiva, lo scorrere veloce dei binari, l’alternarsi della luce e del buio a ogni galleria, il fischio e lo stridore dei freni all’arrivo in stazione. I treni mi piacevano proprio, persino l’odore che emanava dai lunghi corridoi e dai tessuti logori delle carrozze, su cui potevamo sdraiarci, nei lunghi viaggi, dopo esserci rigorosamente tolti le scarpe, perché noi non solo non pagavamo nulla, ma avevamo anche il diritto alla prenotazione. Mi ricordo ancora quando la mamma racchiudeva nella schiscetta rettangolare, in alluminio, gli spuntini che mio padre avrebbe consumato durante i turni più lunghi, specie quelli notturni, che permettevano a me e a mio fratello di dormire nel lettone, per farle compagnia. Mia sorella no, a lei non era concesso, era troppo piccola, per cui le era riservato il lettino nella stessa stanza accanto a quello matrimoniale.
Tornando alla nonna materna, quando io raggiunsi la maggiore età, decise che la sua presenza in famiglia di lì in avanti sarebbe stata superflua e andò a convivere con un suo vecchio conoscente, nel frattempo diventato vedovo. Ottaviano era una persona pacata, amante della casa, incedeva a passo lento, non so se per carattere o per problemi vascolari che avevano colpito le sue gambe, l’esatto opposto di Rosina, che spesso si lamentava di tanta lentezza. Anche lui però, nonostante fosse di due anni più giovane, dopo una convivenza di quasi 20 anni, passò a miglior vita, lasciandola vedova per la seconda volta, all’età di 91 anni. Nonostante fosse totalmente autosufficiente, le tre figlie rimaste (mia mamma purtroppo non c’era più) si sentirono in dovere di non lasciarla sola e insistettero fino a che si trasferì in casa della terzultima, la zia Elia, l’unica della famiglia ancora in vita.
Soffrii molto di non poterla tenere con me; abitavo in riviera, con un marito e tre figli, oltre un numero considerevole di pelosi, tra cani e gatti e un lavoro e una casa che non mi concedevano spazi di alcun genere. Gli zii la accolsero degnamente, le concessero una bella stanza, la riverirono in tutto e per tutto, ma lei non si sentiva libera, se si alzava, la invitavano a sedersi perché sarebbe potuta cadere, se cercava di fare qualche piccola mansione, lo stesso, persino non permettevano che si sbucciasse la mela, poteva tagliarsi, avendo qualche difficoltà a seguito di un piccolo ictus che le aveva limitato i movimenti fini della mano destra e creato un minimo impaccio nella parola.
Nonostante le grandi attenzioni cadde lo stesso e si ruppe il bacino per cui finì per stare seduta su una sedia al bordo del tavolo, finché un infarto cardiaco non se la portò via all’età di 95 anni.
Cosa voleva dire con quelle parole, che ancora oggi mi risuonano nella mente? “La vecchiaia è una gran brutta bestia!” Che si trattasse di una richiesta di porre fine alla sua sofferenza? Non credo, era sempre stata una donna tenace, dotata di grande senso pratico, capace di vivere appieno il presente senza tanti rimpianti e di rimboccarsi le maniche piuttosto che tirare i remi in barca. Aveva sofferto molto per la morte della figlia, mia mamma, ma, anche in quella circostanza, aveva mantenuto una grande lucidità di pensiero. Nemmeno credo le interessassero più di tanto le limitazioni della motilità legate all’invecchiamento, nonna Rosa sapeva accontentarsi di “quello che passa il convento”, frase che peraltro ci ripeteva spesso, insieme a quella di “ non fare mai il passo più lungo della gamba”.
Sono certa, invece, che con quelle parole, pronunciate in modo così intenso, volesse mandarmi un messaggio affinché tenessi ben impresso nella mia mente cosa poteva significare per un vecchio essere limitato o addirittura privato di quelle piccole grandi cose che danno senso alla nostra vita. Sì, ne sono sicura, si trattava proprio di un avvertimento. Ricordo che, in una occasione in cui ero riuscita a farle visita e stavo per andarmene, la nonna accennò ad alzarsi dalla sedia per accompagnarmi e mia zia, con una formidabile prontezza, la redarguì severamente con i gesti e con le parole: ”Mamma, stai ferma,se cadi ti fai male e metti tutti in difficoltà!”. Lei ubbidì all’istante, non disse nulla, ma attraverso un’occhiata riuscì a trasferire al mio cuore il suo sentire: “Guai a te, se, in futuro, permetterai che i vecchi vengano trattati così!”. E non si era ancora rotta il bacino! Figuriamoci dopo.
Questa immagine della vecchiaia, espressione di lucidità e saggezza, ha sempre accompagnato il mio percorso di vita e sicuramente condizionato il mio pensiero professionale rivolto alla cura degli anziani.
Devereux (1) affermava nel 1971 che occorre avvicinarsi ai problemi dello stato di salute e di malattia non in funzione di questa o quella cultura, bensì del concetto di cultura, considerata come esperienza vissuta e/o appresa. E’ una frase che l’antropologo Guerci ha presentato nell’ultima recentissima conferenza dal titolo “Antropologia della cura della persona”, tenutasi a Genova all’apertura di un ciclo dedicato alla Medicina del terzo millennio.
Una relazione che mi ha toccato profondamente, permettendo alla mia mente di navigare in svariati ambiti. Credo proprio che non ci sia ombra di dubbio che, per interpretare il nesso salute-malattia nelle popolazioni umane, debbano essere presi in considerazione il contesto sociale, economico e culturale, quest’ultimo inteso, secondo quanto afferma Devereux, come vissuto individuale.
Le interazioni tra società umane e malattia sono cosa complessa e l’antropologia medica critica, ci spiega Guerci, in particolare, orienta la propria ricerca attorno all’idea secondo cui l’ineguaglianza sociale e i meccanismi di sfruttamento costituiscono fattori primari nella determinazione della salute e dei sistemi di cura e quindi anche delle malattie, del loro decorso e della loro epidemiologia.
Le malattie, quindi, e in senso più ampio il malessere, non sono problemi che riguardano soltanto il malato e il terapeuta, ma presentano precise correlazioni con le relazioni sociali ed economiche tra gruppi e classi che, a loro volta, dipendono direttamente dalle forze che dirigono la politica e l’economia mondiale.
Sullo schermo della sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, ghermita di persone nonostante il maltempo, compare una diapositiva intitolata “L’iceberg della malattia” che ho cercato di riprodurre il più fedelmente possibile.
Rosanna GuerciLa punta dell’iceberg, quella che noi possiamo vedere e toccare con mano, è ben poca cosa e non sempre è la cosa più importante. Molto più grandi sono le frecce rosse che rappresentano i problemi sociali e la vulnerabilità delle persone. Vulnerabilità, questa sì che è una parola appropriata, più ancora della parola “fragilità”, da tempo sulla bocca di tutti, soprattutto quando si fa riferimento alle persone anziane.
Essere fragile vuol dire essere delicato, debole, gracile, malaticcio, cagionevole, insicuro, impressionabile, corruttibile, persino inconsistente, transitorio, fugace, effimero, caratteristiche che possono essere proprie di un oggetto o di una persona di per sé, indipendentemente dagli agenti esterni.
Essere vulnerabile significa essere indifeso, inerme, attaccabile, esposto, sensibile, feribile, oltre che debole e fragile, tutte caratteristiche correlate, in primo, a fattori estrinseci cioè al contesto in cui oggetti e persone si collocano.
Due termini solo apparentemente sinonimi, ma profondamente differenti sul piano concettuale. Questo, per lo meno, è il mio parere.
Sicuramente i cambiamenti sociali hanno influito sul modo di percepire la figura anziana e sul modo di prendersene cura, facendo sì che le case di riposo si siano sostituite alla rete parentale – leggo ancora sull’articolo di “Eticamente”- ma questo non implica necessariamente che i decisori politici delle nostre sorti debbano lasciarsi condizionare. “da dove la barca va” e continuare a promuovere modelli, solo apparentemente innovativi, che sradicano i vecchi dal loro contesto abituale e soprattutto non tengono conto del concetto di cultura, proprio di ogni individuo, come lo intende Devereux. Questo è ciò che penso io.
Se la vulnerabile nonna Rosa mal sopportava le imposizioni di una figlia, peraltro impartite senza alcuna intenzione di ferirla, posso ben immaginare quante sofferenze possa ancora produrre la società attuale alla popolazione che invecchia, continuando a differenziare gli anziani in base a qualsivoglia scala di valutazione dei bisogni assistenziali per poi raggrupparli in contesti collettivi che, per quanto resi il più possibile distanti da quello ospedaliero, restano pur sempre confinati ed emarginati dalla società. .
Questo non significa che non debbano più esistere case di riposo o che non si debba prendere spunto da altre realtà, come i villaggi Alzheimer o il co-housing, alternative meritevoli di essere prese in considerazione, ma l’attenzione deve essere spostata alla costruzione di un modello sociale inedito, inclusivo, che consideri l’invecchiamento della popolazione come un’opportunità di cambiamento piuttosto che un problema da affrontare.
Il pensiero antropologico ci può aiutare a trasformare il “tessuto sociale”, tipico delle organizzazioni occidentali in un “sincizio sociale”, tipico di altri contesti, in cui l’apparente disordine secondario alla fusione del citoplasma e alla locazione dei nuclei è in realtà espressione di un’organizzazione sinergica altamente specializzata.
Banalizzare la vecchiaiaInventare la vecchiaiaQuesta frase, tratta dal pensiero di Guerci, spero sia di buon auspicio per un futuro migliore nella convinzione, come sostiene  Sergio Tramma (2), che (cito a memoria) la vecchiaia non possa essere banalizzata, intendendo con questo termine: ... ridurre la sua complessità a uno dei suoi molteplici aspetti..sistematizzarla nel suo dispiegarsi...prevederla nelle sue manifestazioni, bisogni e auspici.
Grazie, nonna Rosa, di avermi insegnato tutto questo.

 

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NOTE

(1) Georges Devereux (1908-1985) fu un antropologo e psicanalista ungherese naturalizzato francese nonché uno dei maggiori rappresentanti dell'etnopsichiatria, sia per quanto riguarda la definizione disciplinare sia le strategie metodologiche.
(2) Sergio Tramma- Associato di Pedagogia generale - Università di Milano "Bicocca” autore del libro "Inventare la vecchiaia" editore Booklet (Meltemi,Cura di sé) Milano, 2000.

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