lisa orlando“Abitare” deriva dal latino “habere” e significa avere stabile dimora e risiedere, rimandando all’idea del possesso, dell’abitudine, di uno stare reiterato, continuo e, per questo, consolidato. La stessa radice etimologica la troviamo in “abito”, come aspetto, comportamento, carattere e attitudine, in una parola “identità”. Abitare significa quindi creare la propria identità come un abito da indossare.

La filosofia moderna distingue l’abito dall’abitudine, conferendo al primo il valore aggiunto dell’impegno rispetto alla sola e meccanica ripetizione di un comportamento, vista negativamente come inerzia e passività.

Questo concetto mi riporta alla mente un film che vidi tanto tempo fa, non ricordo il titolo, gli attori né una trama particolarmente avvincente, quello che mi colpì fu il modo in cui spiegava l’amore: quella linea sottilissima che separa l’abitudine dalla scelta. Non si sta insieme per la consuetudine, il conforto, la “libertà” e il “lusso” di non dover pensare, ma perché ci si sceglie reciprocamente e consapevolmente ogni giorno. Abitare significa per me parlare di consapevolezza, di esistere, essere, stare, dove e soprattutto con chi.
In questi giorni ho visto rimbalzare sul web la notizia dello spot natalizio di una catena tedesca di supermercati. Oggi sempre più pubblicità diventano cortometraggi, a volte anche a puntate, che, al di là degli aspetti più commerciali e pecuniari, invitano a riflettere sul senso sociale. La Germania ci ha commosso con la storia di un anziano che vive solo e, nonostante inviti, richieste e una famiglia numerosa, non riesce a riunire nessuno tra figli e nipoti per passare insieme le Feste. Decide allora di compiere un gesto estremo, si finge morto avvisando tutti che la celebrazione si terrà proprio il 25 dicembre. L’intero parentado si mobilita per il lutto, come risvegliato, ma al posto del funerale trova una tavola imbandita e il nonno ai fornelli, vivo, che a metà tra la scusa e l’accusa afferma mestamente: «In che altro modo avrei potuto avervi qui tutti insieme?». Il fatto che uno spot natalizio debba ricordarci in modo tanto potente di stare con i nostri cari è scioccante, tanto quanto il pensiero che la morte sia l’unico mezzo di riconciliazione. Capita spesso che nelle famiglie aleggi un certo torpore, un sentirsi più per abitudine con quel “come va?” che non è veramente una domanda, o il rimandare una visita di mese in mese perché tanto “ci sarà occasione”. I bambini sono quella scintilla che solitamente rinnova le energie e cuce gli strappi ma trovo paradossale che lo siano altrettanto la malattia e l’assenza, paladini di consapevolezza scagliati a gamba tesa contro la sonnolenta abitudine.
Questo abitare così personale e sentimentale, tipico della cultura italiana, non è solo una presenza fisica in un luogo, è un vero e proprio attaccamento alla terra e alle persone. Quando due giovani decidono di andare a convivere gli si rammenta la pazienza, le difficoltà di trovare un equilibrio tra esigenze e spazi, specialmente se abituati alla solitudine del loro vecchio appartamento. Abitare insieme è una vera e propria opera di costruzione per creare una nuova identità e trasformare così una casa qualsiasi in una famiglia. Aprire le porte e accogliere significa condividere una dimensione intima, quel rapporto profondo con l’intorno che rivela molto di noi agli altri e ci rammenta chi siamo. Alle volte si conservano intere stanze intatte e immacolate, di fatto zone non abitate, solo per le visite degli ospiti, reali o eventuali, frequenti o saltuarie. Si tratta di un gesto che rimanda alla stretta connessione tra abitare e famiglia e dà più importanza alla presenza affettiva che a quella fisica. Da piccola sono stata tante volte dalla nonna di mio padre, ricordo la grande scalinata d’ingresso, il fagiano dorato, i numerosi gatti più o meno felici della mia affettuosa presenza e la tavola imbandita in cui si stava seduti per tutto il tempo. Credo di aver intravisto il salotto solo una volta e sicuramente fu per sbaglio. Anche le vecchie schiene degli zii brontolavano su quelle sedie spigolose, ma mai una volta, in mia presenza, hanno ceduto al lusso del morbido divano, conservato per gli ospiti dietro una porta chiusa, preservato dalla polvere e persino dalla vista. Solo molto tempo dopo ho capito che quella scomoda sedia era il mio simbolo di appartenenza alla famiglia, uno status più elevato dei privilegi di un ospite qualsiasi e del suo accesso all’agognato morbido tessuto. Oggi però quel focolare domestico che riuniva tutti allo stesso tavolo si sta via via sgretolando, le stanze si svuotano, diventano biglietti da visita, zone di passaggio al pari di una stazione, dove fare giusto un cambio d’abito per vestirci di città, di locali, di metrò, di uffici e luci al neon. Siamo ovunque e in nessun luogo, sempre alla ricerca di un fuori e di un lontano come mossi da un’enorme centrifuga, ma a ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria, una forza centripeta che ci riporta gli uni dagli altri, capace di stupirci in intensità.
Questa propensione al prossimo è ciò che emerge dai risultati, rilasciati il 26 febbraio 2015 dall’Alzheimer's Society and Public Health England, del primo sondaggio YouGov, realizzato per misurare gli atteggiamenti dei ragazzi tra gli otto e i diciassette anni nei confronti della demenza. Alcuni studiosi inglesi parlano già di una generazione “demenza-friendly” e di una trasformazione del modo di pensare, parlare e agire dell’intera Nazione. Il 62% dei ragazzi si dichiara disposto ad aiutare un malato, ma ammette anche una certa desistenza per la mancanza di informazione; quasi un terzo conosce qualcuno che ne è affetto; più della metà ammette di sapere poco o nulla al riguardo, ma è convinto che l’informazione e la conoscenza diffusa siano la chiave per migliorare la vita stessa dei malati, riducendo la paura e il disagio e favorendo il dialogo; il 65% crede nel supporto e nell’inclusione dei malati nella società e nella vita quotidiana. La richiesta di dialogo e divulgazione è stata accolta dall’Alzheimer’s Society sul proprio sito con una nuova sezione per i ragazzi, con consigli pratici per tutti gli educatori, dagli insegnanti ai familiari. L’obiettivo è evidenziare la preziosità dei ricordi e l’importanza dell’amicizia, per abbattere lo stigma che rimane uno dei principali ostacoli per tutte le patologie afferenti alla sfera mentale.
Jeremy Hughes, Amministratore delegato di Alzheimer's Society, motiva l’impegno verso questa fascia d’età invitando a riflettere sul domani: «I giovani che oggi imparano di più sulla malattia sono i nostri futuri manager del servizio clienti, gli autisti degli autobus, i poliziotti, i parlamentari e gli Amministratori delle risorse umane che avranno più pazienza con chi sembrerà confuso, o potranno influenzare le politiche affinché vi sia maggiore supporto alla demenza e ai suoi caregivers». Leggo spesso articoli sull’aspettativa di vita, sui risultati ottenuti per allungarla e i conseguenti interrogativi sugli anziani di domani. Come sottolinea Hughes, non dobbiamo però dimenticare di chiederci chi sono i bambini di oggi e che adulti diventeranno. Dato il progressivo invecchiamento della popolazione, generazioni lontane come quelle dei bisnonni sono realtà ancora presenti per i più piccoli, esposti perciò a un’alta probabilità di incappare in fenomeni dementigeni. L’impatto psicologico dipende dall’età, dal legame affettivo con la persona malata, ma soprattutto dal dialogo in famiglia e da un’informazione serena e responsabile. L’inspiegabilità di certi comportamenti e di cambiamenti così repentini può suscitare paura, tristezza, confusione, rabbia, sensi di colpa fino a una disperazione e un’impotenza paragonabili a quelle di un lutto. Spesso si tende a escludere i bambini, cercando a tutti i costi di preservarli dalle paure e dai dolori che fanno parte del ciclo naturale della vita, specialmente quando si parla di età così lontane tra loro. La distanza però è solo anagrafica, mentre si annulla a livello emotivo e comportamentale in una comunione che diventa risorsa benefica per entrambi. Tutti gli anziani ritornano un po’ bambini e questa forma di regressione si accentua enormemente nella demenza. Rinunciare a priori alla compagnia di un nonno trasformato dall’Alzheimer è sicuramente peggio che cercare una nuova forma di relazione e comunicazione, sempre nella tutela di entrambe le parti. Tacere questo tipo di situazioni può derivare anche dalla difficoltà di spiegarle e motivarle. Eppure è giusto educare le nuove generazioni secondo la realtà del proprio tempo, approcciando anche concetti come disabilità e malattia secondo una chiave moderna, slegandole dall’idea di solo confinamento in un letto d’ospedale. Esattamente come non esiste più una sola casa per i nonni, ma tante possibilità assistenziali, entrate a pieno titolo nel ciclo della vita.
Dimentichiamo facilmente che i piccoli hanno una gran quantità di risorse, agiscono in modo spontaneo seguendo le emozioni, il gusto della semplice compagnia e un tipo di comunicazione non verbale estremamente efficace. A distanza di anni molti riportano esperienze di demenza vissute nell’infanzia con grande serenità, quasi come un’avventura, calandosi totalmente nella realtà mutevole dei nonni, senza troppi interrogativi né correzioni e con grande partecipazione. Non è più possibile lasciare al caso la buona riuscita di queste relazioni, così come non è più possibile confinare l’Alzheimer a una dimensione puramente familiare, occorre una presa in carico collettiva, nell’interesse comune di formare per il futuro generazioni civilmente più responsabili e preparate. Più importanti dell’azione mirata nel periodo post diagnosi sono allora l’informazione e una sorta di “prevenzione sociale”. Una cultura diffusa di mutuo aiuto, solidarietà e inclusione porterebbe a un incisivo miglioramento diagnostico, alla possibilità di pianificazione e decisione del malato stesso e a una più libera fruizione dei servizi assistenziali. La scuola è il luogo dell’esperienza e del confronto per eccellenza e non ci può essere scambio se la separiamo dalla realtà e dal suo contesto, specialmente in un’età scevra da pregiudizi, incline a un tipo di relazione più emozionale e pronta ad assorbire come una spugna ciò che la circonda.
Sempre più giovani si troveranno immersi in questa realtà e dobbiamo fornir loro gli strumenti per affrontarla. Non dimentichiamo, inoltre, che l’età media della prima maternità si sta spostando in avanti e questo ha un triplice effetto: comprime il tempo della genitorialità minando lo stesso fondamentale passaggio intergenerazionale con i nonni; aumenta la frequenza di sovraccarico assistenziale nella cura contemporanea dell’anziano malato e dei bambini ancora troppo piccoli; nel futuro i figli affronteranno la malattia dei genitori a un’età sempre inferiore. In tutti questi casi un’adeguata preparazione, anche e soprattutto psicologica, oltre che pratica, è indispensabile per garantire un sistema sociale abitabile, laddove per abitare si rimandi a una buona disposizione e a una scelta continua al prossimo.

Caro Babbo Natale,
vorrei una colla speciale che riporti la gente tra la gente,
un girotondo consapevole di mani di ogni età
e tanti nodi a ricordare ciò che potrebbe mancarci prima di averlo perso,
così che nessuno possa più sentirsi dimenticato e pensare con rammarico “C’ero una volta...”

Biografia
Author: Lisa Orlando
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