lisa orlandoAmo le parole. Il suono, l’armonia dei legami, la stessa forma dei caratteri, le infinite possibilità di costruzione, come mattoni di palazzi e città in continuo divenire. Sì perché le parole sanno anche trasformarsi ed evolversi, con l’acutezza dei neologismi, la sfrontatezza del gergo, la voglia di andare oltre i confini, traslitterando o abbracciando lo straniero, sia pure, alle volte, anche in modo goffo. Poi ci sono le emozioni, le linee ramificate di nomi e cognomi, il campanilismo, spesso misto, di cadenze e dialetti, che rimanda alle storie di famiglia e alla storia comune della propria lingua. Amo la loro capacità di stupirmi, risvegliandomi dalla semplice abitudine, dagli errori e le inadeguatezze strascicate. Amo la loro precisione, così affilata e unica.

I sinonimi sono ciò che, più di tutto, permette ricchezza e proprietà di linguaggio, eppure non sono mai perfettamente intercambiabili.

Alle volte le nostre predilezioni non si sanno spiegare, così come non si sceglie di amare qualcuno, lo si fa e basta. Io stessa, a un certo punto della mia crescita, ho iniziato a chiamare mio padre “babbo” anziché “papà”, perché istintivamente trovo conforto in quella sua “rotondità”, come se potesse esprimere più profondamente il nostro rapporto indivisibile.
Volevo scrivere un articolo sulla memoria e ho iniziato dalla parola in sé, vedendola per la prima volta. Utilizziamo indiscriminatamente termini che consideriamo afferenti in egual modo alla sua sfera semantica. Mi ha colpito, invece, la precisione della loro etimologia e l’azione specifica cui rimandano. Ricordare deriva dal latino “re-cordor” e significa riportare nel cuore, considerato sede privilegiata della memoria e spesso associato a strumento musicale. Il termine riconduce, infatti, anche all’espressione “re - accordare”, per far vibrare le corde del cuore come l’esatto momento in cui si è vissuta una certa esperienza. Emerge perciò che il ricordo è legato solo a qualcosa che ci ha già toccato da vicino e, per questo, non può mai essere emotivamente neutro. La sua azione, quasi sempre involontaria, implica una partecipazione profonda del soggetto. L’olfatto è il senso che più di tutti sa scatenarlo all’improvviso. Rimembrare e Rammentare rimandano, invece, a una dimensione fisica, attiva e intenzionale, così come l’opposto Dimenticare. Per passare dalla sfera individuale a quella collettiva usiamo Rimemorare, dal latino “memoror ”, menzionare, raccontare. L’azione perciò prevede la trasmissione di un ricordo ad altri, grazie alla sua traduzione in testo fruibile e di valore sociale. Il suo opposto è Obliare, che opera come una sorta di censura. Oltre l’indiscusso fascino etimologico, ciò che affiora è la nostra posizione passiva e inerme dinanzi al ricordo, come una Forza altra da noi, qualcosa che subiamo nella sua eccessiva, improvvisa o non richiesta presenza o nella sua lacunosa assenza. Allo stesso modo il rammentare o dimenticare suggerisce un’idea di sforzo e impegno. Ciò che rimane costante è l’azione iterativa, che sia o meno volontaria.
Ho sempre trovato molto utile avvicinare i due estremi di una situazione per indagarne a fondo la natura e capire meglio, non soltanto gli opposti, ma anche tutto ciò che sta nel mezzo. Allora, se nella demenza spiccano l’assenza e la perdita, mi serviva una “presenza” altrettanto impattante: il suo nome è ipertimesia o sindrome ipertimesica. Il termine è stato coniato nel 2006 dal greco iper (eccessivo) e thymesis (ricordare), dopo cinque anni di ricerche sul caso di Jill Price (ne sono stati documentati 21 in tutto il mondo), che ricorda ogni cosa dal 30 maggio 1978*. «Ho sempre avuto una buona memoria, il primo ricordo risale circa ai diciotto mesi, mentre stavo nella carrozzina, ma fu quando avevo dodici anni che realizzai che potevo ricordare la stessa giornata di un anno prima. Inizialmente ne rimasi spaventata, poi con il passare del tempo divenne semplicemente parte della mia vita, parte di me. Fu solo verso i vent’anni che iniziai a sentire il peso della mia memoria. Allo stesso tempo realizzai che nessuno poteva realmente capire cosa provavo, così smisi di parlarne, di provare a spiegare cosa significava vivere senza essere capaci di dimenticare». Ciò che rende Jill diversa è una memoria autobiografica superiore, una sorta di archivio dettagliato di ogni singolo evento della propria vita, dall’adolescenza. L’azione volontaria non implica alcuno sforzo né strategie di mnemotecnica, mentre l’involontarietà del ricordo trasforma questa sindrome, dalla dote che potremmo pensare che sia, in una vera e propria affezione e afflizione.
Molte donne si lamentano della disattenzione dei propri uomini, incapaci di rammentare all’istante la data del primo appuntamento, del compleanno o persino del matrimonio, mentre molte di noi saprebbero fornire diversi particolari sul meteo, l’atmosfera, il menu della cena o i vestiti indossati. L’attenzione è proprio il fattore discriminante. Quante volte ci siamo svegliati con la sensazione di spaesamento e la necessità di riflettere su quale giorno della settimana fosse? O ancora quante volte, specialmente durante le vacanze senza la pressione delle scadenze, il calendario diventa una macchia nebulosa, senza più riferimenti? Perciò se non abbiamo prestato attenzione alla data odierna non possiamo collegarla ad alcun evento, nemmeno un anniversario molto importante. Strana cosa questa memoria…
L'individuo ipertimesico riesce a ricordare dettagliatamente quasi ogni giorno della propria vita, comprendendo un gran numero di informazioni banali, senza un preciso significato emotivo. Gli stessi eventi pubblici sono ricordati come dettaglio contestuale di un evento personale. I ricordi sono descritti come associazioni incontrollabili, rappresentazioni così vivide e nette da risultare fisiche e palpabili, senza esitazioni né contorni sfumati. Avvicinare demenza e ipertimesia significa perciò focalizzarsi sull’aspetto inconsapevole, automatico e involontario della memoria. Come si colloca allora la capacità in questi due poli? Vale a dire dove sta la persona in questo continuo “apparire e scomparire” del passato? La demenza non è solo una spugna che cancella i ricordi, ma inibisce anche la stessa capacità di rammentare e di immagazzinarne di nuovi. Una doppia mannaia subita con impotenza, così come nell’ipertimesia che, paradossalmente, non è di alcun aiuto o vantaggio nell’azione volontaria e cosciente di memorizzazione. Ciò che credevo agli antipodi inizia ad assumere forme beffarde di analogia: l’ipertimesia, infatti, oltre a non migliorare in alcun modo le capacità cognitive, sembra anzi produrvi effetti dannosi. Questo sovraccarico di ricordi così selettivi porta a scollegarsi dalla realtà, con conseguenti difficoltà nel partecipare alla vita presente e programmare quella futura, deficit nelle funzioni esecutive, anomalie della lateralizzazione e una personalità ossessivo-compulsiva con tendenza a collezionare e a catalogare. Entrambe le patologie prendono il controllo sulla memoria dell’individuo e di conseguenza sulla sua intera vita. La causa sembra proprio risiedere nell’incapacità di dimenticare le informazioni normalmente considerate superflue, abilità fondamentale per mantenere l’equilibrio e la salute mentale. Come disse Ingrid Bergman «La felicità è buona salute e cattiva memoria». Come sempre è una questione di giusta misura. Gli ipertimesici darebbero qualsiasi cosa per avere l’opportunità di sfuggire al flusso estenuante di ricordi, che li rende prigionieri di un passato che non fa che aumentare. Se guardiamo la cosa dal punto di vista quantitativo, ovviamente più si cresce più aumentano le pagine dell’album da sfogliare, rendendo sempre più difficoltoso convivere con una tale mole di informazioni. Sappiamo poi che molti degli episodi di depressione derivano dall’incapacità di superare eventi spiacevoli della propria vita, traumi o fatti difficili da accettare. Nei casi di ipertimesia il tempo non guarirà le ferite perché non avrà alcuna possibilità di cancellare. L’australiana Rebecca Sharrock, ad esempio, ricorda tutto sin dai primi giorni di vita, ogni colore, sapore, sensazione, conversazione, ogni singolo sogno. La sua memoria è come un fantasma infestante, è estremamente capillare, si nutre di ogni collegamento con il presente, basta la vista di un colore per scatenare flashback negativi. Rebecca deve essere molto cauta nelle proprie scelte, evitare film e libri violenti perché ogni cosa e le emozioni a essa legate diventano indelebili e terribilmente vivide. La notte dorme con la radio accesa e la luce soffusa, perché la puntuale invasione di ricordi le rende difficoltoso prendere sonno. Il passato bussa con violenza alle porte del presente per sostituirlo. Pensiamo a un anziano affetto da Alzheimer che continua a chiedere del proprio coniuge nonostante sia defunto da molti anni. Ogni volta che glielo si rammenta il suo dolore equivale a quello di una perdita improvvisa, un dolore molto simile a quello che provò la sua mente lucida tanto tempo prima.
Tra i casi accertati di ipertimesia c’è anche un italiano, Giovanni Gaio di Feltre, che cerca di ovviare a una vita certamente inconsueta scegliendo i momenti più belli e rivivendoli come un vero viaggiatore del tempo. E, in fondo, è un tipo di evasione che conosciamo tutti e che possiamo sperimentare anche nella Demenza, con terapie occupazionali che rimandino a emozioni positive, forti e perciò ancora presenti.
Cerchiamo ora di capire cosa sta nel mezzo. Normalmente siamo portati a considerare i nostri ricordi come un tesoro prezioso, quasi un bene materiale, da custodire e curare con profondo affetto, mantenendo la sua durevolezza nel tempo. Studi recenti hanno, invece, dimostrato come questa visione romantica e costante della memoria sia tutt’altro che veritiera. I ricordi non sono archiviati come pellicole che possono essere proiettate con la medesima fedeltà in qualsiasi momento. Ogni richiamo è una nuova ricostruzione, i cui particolari vengono in parte alterati dalle condizioni del nostro presente, dalle persone che siamo oggi. Per farlo si attinge a diverse fonti, ricucendole insieme secondo il momentaneo bisogno di informazioni. Alcuni ricordi sopravvivono mentre altri svaniscono sia per l’importanza emotiva che gli attribuiamo sia per il cosiddetto ri-consolidamento che esercitiamo su di loro, rievocandoli periodicamente. Ogni volta è come ricordare un ricordo, in una catena senza fine lungo cui si propaga ogni piccolo errore. Nel suo libro “Come immaginiamo il passato e ricordiamo il futuro”, il giornalista scientifico Charles Fernyhough indaga questi meccanismi: «Nel disegnare la sceneggiatura della memoria autobiografica, il cervello combina frammenti di memoria sensoriale con una conoscenza più astratta degli avvenimenti e li ri-assembla rispetto alle esigenze del presente che si sta vivendo. Il dinamismo e il consolidamento dei ricordi hanno uno scopo di adattamento. C’è solo un limitato vantaggio evoluzionistico nell’essere capaci di ricordare ciò che è accaduto, ma un enorme profitto nell’essere in grado di utilizzare quell’informazione per elaborare ciò che andrà ad accadere poi». La nostra memoria dipende sia dall’evento originale sia da tutte le successive rievocazioni ed è perciò inaffidabile, incostante, spesso nebulosa o erronea, suscettibile di continue distorsioni, come del resto il flusso continuo delle nostre emozioni e convinzioni. Entrano in gioco due forze, la corrispondenza che cerca di mantenere fedeltà a ciò che realmente è accaduto e la coerenza che assicura una storia in sintonia con i propri bisogni. In fondo spesso ricordiamo per trarne piacere, autostima e soddisfazione personale, con tutti i desideri, i sensi di colpa e le giustificazioni che certo non possono essere una fonte attendibile. Perciò quando le nostre attuali emozioni cambiano, così fanno anche i ricordi. Spesso rapporti ormai conclusi si riaprono dopo molti anni proprio perché il tempo ha convertito i vecchi rancori o semplici incompatibilità in sentimenti nuovi che fanno apparire le situazioni e le persone sotto una luce diversa. Per assolvere tutti questi compiti la memoria deve essere creativa e, in certi casi, la possiamo persino paragonare all’immaginazione. La scrittrice Hilary Mantel ha, infatti, spiegato come crea i ricordi fittizi dei propri personaggi: tesse insieme esperienze personali, emozioni e impressioni sensoriali con le minuzie di uno specifico scenario, inserendoli in una trama più ampia, supportata da un contesto storico. Il tutto secondo le esigenze della narrazione, ma cercando sempre un certo livello di veridicità.
La memoria è insieme il nostro passato e il nostro futuro, il cui pensiero è sostenuto da sistemi neuronali simili, perché per essere consci delle persone che siamo oggi abbiamo necessariamente bisogno di conoscere la nostra storia. E non stupisce poi molto il fatto che la memoria stessa cresca con noi, che sia mutevole come lo siamo noi e che occorra persino imparare a usarla. Mi sono sempre chiesta perché prima dei tre anni non si hanno ricordi, se non indotti da racconti o fotografie. Il fatto è che occorre tempo per imparare a tradurre un’esperienza in memoria e in questo le parole e la narrazione hanno un ruolo fondamentale. I primi ricordi rappresentano quindi il punto esatto in cui cominci a essere te stesso e ad averne coscienza. «Quando gli adulti, con lo stupido sorriso di chi crede di saperla lunga, dicono: “I giovani si credono invincibili” non sanno quanto hanno ragione. La disperazione non fa per noi, perché niente può ferirci irreparabilmente. Ci crediamo invincibili perché lo siamo. Come l’energia possiamo solo cambiare forma, dimensioni, manifestazioni. Gli adulti, invecchiando, lo dimenticano. Hanno una gran paura di perdere, di fallire. Ma quella parte di noi che è più grande della somma delle nostre parti non ha un inizio e non ha una fine, e dunque non può fallire». – John Green, Cercando Alaska -
La memoria resta comunque ciò che abbiamo di più caro e che supporta la nostra identità, un’identità che scegliamo di portare avanti e di riconsolidare quotidianamente. E in questo tempo di condivisione quasi estrema, la memoria è un menestrello di piazza, che canta i nostri segreti e li affida ad altri sperando in tal modo che se ne perdano meno.
Sapere della sua inaffidabilità non la sminuisce, la rende solo più fluida.
Allora, anche nella Demenza, la Persona sarà solo un’altra forma di se stessa, un’altra manifestazione e quel suo essere più della somma delle parti, persino più della sua memoria, non sarà mai un fallimento, ma anzi potrà ambire alla forma più alta e pura d’Amore, senza i capricci volitivi dell’immaginazione.
A noi il compito di raccogliere la sua memoria fluida e versarla da un cuore all’altro.

* Ricerca guidata dal Dott. James McGaugh - neurologo americano della California Irvine e allievo del Nobel Daniel Bovet - in collaborazione con i Dott. Parker e Cahill, pubblicata sulla rivista specializzata Neurocase . Lo studio è durato cinque anni, grazie alla preziosa collaborazione di Jill Price che, in seguito, ha scritto l’autobiografia “La donna che non può dimenticare”, edita in Italia nel 2011 da Piemme

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Author: Lisa Orlando
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