lisa orlandoPensando alla mia condizione di giovane ricercatrice, riflettevo sulla tanto usata (e abusata) espressione “cervelli in fuga”, timbro di macchia sociale su passaporti e carte d’imbarco, quasi un reato di tradimento che sporca la fedina del nostro senso civico e dell’amor di patria.

Mi sono poi resa conto che, per ironia della sorte, lo stesso tema delle mie ricerche riguarda la fuga di cervelli: ricordi, identità, storie, emozioni, gestualità che si disperdono nel vento come uscissero dalla ruota bucata di una bicicletta.

 

Mi pare persino di sentire quel “psssssssss” contro cui sei completamente impotente, avviso che rimarrai solo, lontano da casa, senza il tuo mezzo di trasporto...che in fondo è la vita.

Leggo dall’enciclopedia Treccani: “Fuggire significa allontanarsi velocemente da un luogo dove si era rinchiusi, per sottrarsi a un danno o a un pericolo”.
Credo fermamente sia giunto il momento di occuparsi di tutte queste fughe. Lo stolto guarda il dito anziché la luna, nel nostro caso si sottolinea sempre il risultato senza indagarne la causa. La vera domanda allora è: da cosa si fugge e verso quale meta? I ricercatori inseguono i propri ideali di cambiamento in Paesi capaci di accogliere quelle ambizioni e trasformarle in fatti concreti.
E i ricordi? Da cosa fuggono? In alcuni casi forse da se stessi, mi sono detta. E questo cambia tutto.
Quando ci capita qualcosa di spiacevole e indipendente dalla nostra volontà, o quando al contrario ci sentiamo sopraffatti dal senso di colpa per qualcosa che vorremmo non fosse mai accaduto, non desideriamo forse cancellarne il ricordo? Mi sono chiesta allora se esiste qualcuno al mondo che sceglierebbe deliberatamente di ammalarsi, di rifugiarsi in quell’oblio, sebbene di paure e fili contorti, pur di scappare dalla lucidità e dalla consapevolezza di ciò che è stato. E’ un pensiero spaventoso e mi auguro che la risposta sia comunque e sempre no. Sto leggendo proprio ora la trilogia di Veronica Roth: Divergent, Insurgent e Allegiant. Si parla di un siero della memoria capace di “resettare” chi sfugge al controllo del governo, al fine di “riprogrammarlo” dandogli ricordi di un passato mai vissuto e una nuova identità, senza privarlo di tutte quelle capacità primarie come il linguaggio e il comportamento sociale.
Ho seguito la matassa dei miei pensieri e sono arrivata a chiedermi chi sia davvero questo malato di Alzheimer, che cerco in ogni modo di aiutare. Anche in questo caso le persone sono due, separate da una non precisata linea temporale, un prima di normalità e un dopo di assoluta confusione. Quante volte la malattia distorce il carattere? Uomini e donne che sono sempre stati gentili, calmi, corretti, con un sorriso e una buona parola per tutti improvvisamente diventano aggressivi, violenti, possessivi e si rivolgono agli altri con turpiloqui mai uditi. Al contrario ho sentito di mogli e mariti che hanno accolto la nuova veste del coniuge come il raggiungimento di un traguardo e un desiderio mai soddisfatti prima. Chi riceveva solo rimproveri e durezza improvvisamente vede occhi teneri e scopre un nuovo modo di stare insieme, o quantomeno nel dolore se lo fa bastare.
Questa duplice faccia porta con sé riflessioni e scomode domande. Del malato tracciamo sempre un profilo “buono” e compassionevole, eppure conosciamo l’imprevedibilità di questa affezione, colpisce senza distinzione di razza, sesso, zona geografica, professione e, aggiungo io, carattere e integrità morale. Ciò significa che ferisce anche persone che in vita hanno commesso crimini e cattiverie o che, parallelamente, li hanno subiti. Si sa, siamo fragili di fronte alla malattia e alla morte. Se in vita scherniamo, insultiamo, addirittura condanniamo o semplicemente ignoriamo qualcuno, dinanzi al male inteso come sofferenza umana, diventiamo improvvisamente più clementi, forse per empatia o senso di colpa, perché ci insegnano che prendersela con i più deboli è un atto di vigliaccheria. Ovviamente ciò non sminuisce l’impegno profuso ogni giorno nella lotta contro la Demenza. Credo semplicemente sia giusto e anzi doveroso rovesciare la medaglia che ci danno in mano, senza mai dare nulla per scontato. Porsi nuovi interrogativi è il motore della ricerca, il motivo di questa tanto nominata fuga e, insieme, della scoperta e della crescita. Patologie come l’Alzheimer aiutano a indagare meglio l’animo umano e ogni abitudine o fatto scontato che gli ruotano intorno, gli stessi schemi sociali e familiari, i modi di abitare e di vivere.
Abbiamo la tendenza a categorizzare, forse perché così ci sembra di avere maggior controllo e di comprendere meglio i dati a disposizione. Fin da piccoli impariamo a dividere le persone separando i maschi dalle femmine, i bambini dagli adulti e dagli anziani, i buoni dai cattivi, i ricchi dai poveri, i malati da quelli che stanno bene, i normali dai diversi. Mi chiedo se a furia di tagliare non rimaniamo in fondo solo noi.
Ma non è ancora finita, esiste un morbo capace di scardinare quell’unità e separare nettamente chi eravamo da chi siamo e da chi saremo.
L’unica arma che abbiamo è la coesione, l’unica distinzione che dobbiamo fare è tra chi siamo ora e chi vogliamo davvero essere, da ora. E se è vero che viviamo in un tempo di “fuga di massa”, credo sia giunta l’ora di cambiare destinazione e muoversi all’unisono verso una più alta Qualità della vita.

“Ciò che sei io sono stato, ciò che sono tu sarai”
(Memento mori all’ingresso di molti cimiteri)

lisa orlando

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Author: Lisa Orlando
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