lisa orlandoConcludiamo la lettura delle pagine di John Maeda[1], senza considerarlo un approdo quanto piuttosto l’inizio di un viaggio con nuove mete e nuove prospettive.

In Casa Alzheimer abbiamo ridotto, nascosto, organizzato, rivalutato il tempo, imparato, messo ogni cosa in relazione e risonanza.

 Ora entriamo nella parte più complessa della semplicità, quella legata al soggettivo, alle emozioni, ai sentimenti, al senso di appartenenza e al cosiddetto Zeitgeist[2], lo spirito del tempo.

«La tecnologia e la vita diventano complicate solo se lasciate che lo diventino […] Ricordo uno studente di nome Marc, volontario in un ricovero per anziani poveri. Mentre lavorava aveva avuto modo di notare che sopra al letto di ogni paziente c’era una sola mensola, su cui erano poggiati tutti i suoi averi.

Chiave3Ciò lo spinse a chiedersi: “Quando hai così poco, quali sono le poche cose preziose che riesci a tenere con te fino alla fine della tua vita?”. Un anello, una fotografia o un altro piccolo ricordo era ciò che trovava più spesso. Marc arrivò alla toccante conclusione che alla fine i ricordi sono l’unica cosa che conta».

…e se ti tolgono anche quelli?
 

LEGGE 7 - EMOZIONE
“Meglio emozioni in più piuttosto che in meno” [3]

emozioneMENO E PIU’ - COSA RIDURRE E COSA AGGIUNGERE
"Semplicità significa sottrarre l’ovvio e aggiungere significativo".
Quando pensate che le emozioni vengano prima di ogni altra cosa, non temete di aggiungere ornamenti o strati di significato ulteriori.
Dopo la funzione viene la forma e dopo la forma vengono le sensazioni».

Definire la semplicità non è cosa semplice, per usare un gioco di parole. Abbiamo più volte rimarcato come il confine tra semplice e semplicistico sia labile e sottile, ciò vale per l’esperienza di utilizzo ed esplode nell’ambito emotivo, come desiderabilità, senso estetico e affezionamento al prodotto. Se nella prima legge abbiamo suggerito una riduzione ragionata in termini di quantità di informazioni, qui consideriamo l’arte del più.
Sono da sempre contraria al binomio professionalità e austerità. Nonostante siano scientificamente provati gli effetti psicologici del colore e la maggiore immediatezza della memoria visiva, non ho mai capito perché i testi scolastici debbano essere così severi. I miei libri di letteratura del liceo erano in carta riciclata, scritti in un carattere molto minuto quasi senza margini di pagina, in un esasperante bianco e nero che scoraggiava anche il più appassionato degli studenti. Allo stesso modo, seppure il pubblico ne resti piacevolmente coinvolto, è considerato sconveniente l’uso dei fumetti nelle presentazioni delle conferenze, così come un abbigliamento informale o colorato svilisce la professionalità (senza addentrarsi nel campo minato delle differenze di genere). L’emozione per molti rappresenta l’eccesso o peggio follia e sregolatezza. Mi viene in mente il film “Sister Act” in cui la vitalità dei cori Gospel era considerata quasi sacrilega. Siamo così abituati a vedere luoghi standardizzati che ci rassegniamo all’assenza di sorpresa, dimenticandocene spesso anche in casa nostra. L’Alzheimer permette di ritrovare ciò che è stato inconsapevolmente perduto.
L’autore è cresciuto in una famiglia che basava le proprie credenze e il proprio stile di vita su una forma di scintoismo, secondo cui ogni cosa è dotata di spirito vitale e per questo merita rispetto. In Occidente l’empatia che proviamo per personaggi dello schermo o dei romanzi, l’affezionamento verso oggetti appartenuti ai nostri cari o che ci legano a ricordi intensi del nostro vissuto, i nomignoli dati a motociclette o automobili, l’attaccamento alle volte morboso verso sconosciuti al di là di uno schermo, sui quali proiettiamo tutto il nostro bisogno di amore e attenzioni, non sono poi così diversi. «Il Modernismo è il movimento di design che ha portato al look pulito e industriale di molti oggetti del nostro ambiente, ha rigettato gli ornamenti sacrificabili per esporre l’essenza dei prodotti. La ricca tradizione giapponese di perfetti manufatti in legno e creta sembra basata sugli stessi principi, tuttavia ha un aspetto nascosto rappresentato dal tema animistico: gli oggetti sono essenzialmente “vivi” ed esiste un attaccamento emotivo nei loro confronti. Il termine giapponese che indica questo sentimento è Aichaku, composto da due caratteri kanji: Amore (ai) e Forte (chaku). Riconoscere l’esistenza di questa relazione nell’ambiente artificiale ci fa aspirare a manufatti in cui identificarsi, cui affezionarsi e da conservare. L’arte del “più” è l’impegno nella cura e nell’attenzione ai sentimenti e alla cosiddetta intelligenza emotiva».
Cerchiamo continuamente di uniformarci, allora «perché le persone, dopo essere state attratte dalla semplicità di un dispositivo, si affrettano a riempirlo di accessori?». Perché allo stesso tempo non possiamo fare a meno di distinguerci.
Maeda ci fornisce un simpatico esempio di necessario sovrappiù. La tecnologia ha semplificato e velocizzato le comunicazioni, pensiamo alle mail o alla messaggistica dei telefoni cellulari. Le parole scorrono a fiumi, formali e informali, da urgenti questioni di lavoro alle quotidiane liste della spesa fino all’espressione dei più importanti sentimenti come un “Ti Amo”. Eppure in quei semplici caratteri in bianco e nero, gli stessi che vedo scorrere io ora sullo schermo del mio computer, manca qualcosa di fondamentale: quella gamma di sfumature che il nostro viso, il nostro corpo e l’inflessione della voce sono in grado di comunicare e che arricchiscono la conversazione rendendola viva, dinamica, diretta e profonda. Quante volte non si capisce se un messaggio di poche parole sia scherzoso o serio? Dobbiamo specificare, salvo fraintendere, chiudere la comunicazione o iniziare un’invettiva contro l’incauto scrittore. Cosa ci siamo inventati per ovviare al dramma dell’incognita emotiva? I cosiddetti smiley, quelle faccine virali che vanno dalle “semplici” combinazioni di caratteri ; ) alle più moderne e animate emoticon che in molti casi sostituiscono in toto il testo, allenando la mente a improbabili associazioni. L’uomo ha un bisogno innato di colmare i vuoti emotivi ed esprimere se stesso. Le citazioni e le immagini usate come profilo dei social networks non sono che espressione della propria persona, fino all’ossessione di cambiarle ogni ora per sottolineare qualsiasi variazione umorale. Così scegliamo di indossare una maglietta grigia o di un giallo acceso secondo la piega reale o presunta della nostra giornata.
Parliamo sempre di Salute e Malattia pensando all’una come la semplice assenza dell’altra. Per una malattia progressivamente ingravescente come l’Alzheimer, nel cui futuro non può esistere la guarigione e quindi la salute in senso stretto, la vera sfida e l’obiettivo massimo da perseguire diventa il Benessere, secondo i dettami dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Se ti tolgono anche i ricordi John Maeda risponde con le Emozioni.

LEGGE 8 - FIDUCIA
“Noi crediamo nella semplicità”

fiduciaLa settima legge fluisce naturalmente nell’ottava. «Dare fiducia a un potere superiore è una propensione che abbiamo fin dalla nascita, quando gli adulti che si prendono cura di noi ci fanno vivere la più intensa esperienza di semplicità».
Casa e Famiglia rimandano automaticamente al concetto di Fiducia (salvo smentite dai più crudeli fatti di cronaca nera), quel quid che si instaura nel corso di una vita insieme, accumulando ricordi e sensazioni positive.
Immaginiamo di cancellare tutto, dobbiamo affidarci al solo istinto che ci guida nella conoscenza di nuove persone o all’ingresso in luoghi sconosciuti. A complicare le cose si aggiunge però un deficit nel giudizio, un’incapacità di osservare e immagazzinare correttamente i dati a disposizione. Come più volte rimarcato, in Casa Alzheimer ciò che conta è il senso indotto di armonia, benessere, calore umano e serenità. L’emozione principale che il caregiver deve riuscire ad ottenere è proprio la fiducia, un canale molto potente del Fare. Fiducia del malato nei confronti delle persone che se ne prendono cura, nell’ambiente circostante e in se stesso, in tutto ciò che ancora può realizzare con successo.

 

 

 

LEGGE 9 - FALLIMENTO
“Ci sono cose che non è possibile semplificare”

fallimentoComplessità e semplicità sono due qualità simbiotiche, la definizione e la riconoscibilità dell’una dipende dall’esistenza dell’altra, perciò il fallimento della completa semplificazione assicura il mantenimento di un equilibrio. Quest’ultimo non ha una risposta univoca, dipende dalla cultura e dalla propria soggettività, in altri termini esistono diversi ritmi e, oltretutto, abbiamo il diritto di cambiare idea.

Ogni fallimento può essere sfruttato per cambiare prospettiva e diventare così un’opportunità. Come sempre tutto dipende dal riferimento adottato.
Ho avuto la fortuna di condurre alcuni Cafè della Memoria nella mia provincia. Il confronto tra i miei studi e la vita quotidiana dei familiari apre sempre nuovi e interessanti interrogativi. In riferimento alla prima Legge di Riduzione consiglio spesso di “alleggerire” l’ambiente, sottolineando come spesso le case degli anziani siano sature di oggetti che creano un’iper-stimolazione visiva, con conseguente perdita di riferimenti. Imparo più dai loro “E se?” che da qualsiasi prescrizione tecnica io possa leggere. “E se la persona è sempre stata abituata ad ammucchiare oggetti? Se li tiene in una credenza e si arrabbia quando qualcuno glieli tocca? Se improvvisamente sviluppa una morbosa tendenza all’accumulo?”. Ogni se è un fallimento della semplificazione originaria e occorre trovare una variante. Ho imparato che ci vuole molta fantasia e, alle volte, la fantasia è un procedimento molto complesso, il cui risultato però può essere un semplice sorriso.

LEGGE 10 – L’UNICA
L’ultima legge riassume tutto in tre chiavi di lettura.
LONTANO: Più sembra meno, basta semplicemente spostarlo lontano, molto lontano
Un’esperienza si semplifica mantenendo il risultato locale e spostando il lavoro in un punto lontano. Da ricercatrice non posso che sottolineare il valore dell’indagine e della sperimentazione, da convogliare poi alle diverse scale locali, secondo le meravigliose differenze della cultura umana.
APERTO: L’apertura semplifica la complessità
Un sistema aperto offre il vantaggio della moltitudine, di esperienze, competenze e punti di vista, ma al contempo non se ne ha pieno controllo, rimandando al concetto di fiducia e quindi di rischio dell’ottava Legge. Gli avanguardisti Paesi del Nord Europa e Nord America testimoniano il grande valore della compartecipazione, dal singolo condominio all’intero quartiere. La reclusione e l’isolamento non sono una soluzione compatibile con il problema della Demenza, né da un punto di vista etico, né quantitativo se consideriamo gli indici di invecchiamento globale e l’incidenza di una patologia invalidante come l’Alzheimer. Poter contare sul portiere, sui vicini di casa, sul fruttivendolo lungo la via significa tornare indietro nel tempo, a quello schema di comunità in cui tutti si prendono cura di tutti. Un luogo in cui la cultura diffusa non stigmatizza la malattia, ma la accoglie con amore, sapienza e professionalità. Basti pensare che quello stesso portiere in realtà è un qualificato operatore socio sanitario, capace di intervenire all’occorrenza. Dobbiamo abbattere i muri della paura, del pregiudizio, del lavoro a compartimenti stagni, della competizione tra professioni parallele. Dobbiamo aprirci come tecnici del settore e in primis come cittadini. Anche un anziano con demenza ha diritto di vivere la propria città, è un falso mito di comodo quello dell’anziano malato che vuole ritirarsi in una casa di cura immersa nel nulla, ad ascoltare il silenzio e a guardare i propri ricordi camminare in riva al lago.
ENERGIA: Usa di meno, ottieni di più.
«Le migliori soluzioni nascono quando ci sono più vincoli, l’urgenza e lo spirito creativo vanno di pari passo e l’innovazione che ne risulta è una preziosa ricompensa».
Ho scelto come simbolo del mio lavoro l’ideogramma cinese che indica il concetto di CRISI, costituito dall’unione di due caratteri: “Wej” PERICOLO e “ji” OPPORTUNITÀ. In nessun’altra lingua è così ben condensato il significato del termine. Allo stesso modo un problema dell’Abitare va trasformato in opportunità, il limite in stimolo da sfruttare, poiché la sua soluzione è nei vincoli stessi e la Casa si svilupperà naturalmente.

L’intero approccio al tema, dalle considerazioni iniziali al gesto progettuale e anche dopo nella sua stessa valutazione, deve perciò essere letto secondo la chiave della semplicità. Anzitutto IMPARARE, la conoscenza rende tutto più semplice, poi RIDURRE e ORGANIZZARE suddividendo i dati in categorie, integrando gruppi simili. Tale procedimento permette di avere maggiore controllo del sistema, anche in termini progettuali. A livello gestionale lo scopo è ottenere il miglior risultato con il minor impiego di risorse. Semplicità è la possibilità di proiettare e “scaricare” nell’ambiente parte delle informazioni necessarie alla specificità dell’utenza, diventando risposta progettuale per garantire BENESSERE, SICUREZZA e FRUIBILITÀ. Ridurre o nascondere le informazioni, organizzare lo spazio, conferire FAMILIARITÀ, senso di FIDUCIA e carattere EMOZIONALE a tutti i livelli, in un continuo dialogo tra CONTESTO e dettaglio equivale a dare un SIGNIFICATO all’ambiente e alla VITA di queste persone, perseguendo, attraverso la semplicità l’obiettivo della QUALITÀ. Semplicità non è freddezza, apatia né superficialità, anzi spesso la si ottiene con modelli di pensiero e di azione complessi (basti pensare all’uso della tecnologia), in più esistono dei limiti fisici alla semplicità stessa, si tratta quindi di trovare il giusto EQUILIBRIO. Compartecipazione, condivisione e confronto, in una rete internazionale e multidisciplinare che unisca gli sforzi per raggiungere l’obiettivo. SOCIALITÀ e UMANITÀ sono i primi principi nel nome della qualità; FORMAZIONE, RICERCA e VALUTAZIONE sono il cardine del contributo professionale che possiamo e dobbiamo dare.

«Alloggiare?
Vuol dire abitare, saper abitare.
L’alloggio è lo specchio della coscienza di un popolo.
Saper abitare è il grande problema, e alla gente nessuno lo insegna».
- Le Corbusier -

RICAPITOLANDO
1. RIDUCI Il modo più semplice per conseguire la semplicità è attraverso una riduzione ragionata
2. ORGANIZZA L’organizzazione fa sì che un sistema di molti elementi appaia costituito da pochi
3. TEMPO I risparmi di tempo somigliano alla semplicità
4. IMPARA La conoscenza rende tutto più semplice
5. DIFFERENZE La semplicità e la complessità sono necessarie l’una all’altra
6. CONTESTO Ciò che sta alla periferia della semplicità non è assolutamente periferico
7. EMOZIONE Meglio emozioni in più piuttosto che in meno
8. FIDUCIA Noi crediamo nella semplicità
9. FALLIMENTO Ci sono cose che non è possibile semplificare
10. L’UNICA Semplicità significa sottrarre l’ovvio e aggiungere significativo

[1] John Maeda, Le leggi della semplicità, Mondadori, 2006, pp. 148. Graphic designer, artista visivo e teorico dell’informatica, insegna Media Arts Sciences al Massachussets Institute of Technology, MIT. Alcune delle sue opere fanno parte delle collezioni permanenti del San Francisco Museum of Modern Art e del MOMA di New York. Nel 2004 ha dato vita al MIT SIMPLICITY Consortium presso il Media Lab, cui hanno aderito una decina di partner aziendali, allo scopo di definire il valore economico della semplicità nelle comunicazioni, nella sanità e nel gioco
[2] Espressione tedesca adottata nell'Ottocento per indicare la tendenza culturale dominante in un’epoca
[3] Maeda ha personalmente curato la rappresentazione grafica di ogni Legge, icone evocative composte da pochi “pixel” in un immediato bianco e nero. Si rimanda al suo sito

 

 

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