Cornelia Lombardo- Assistente sociale,  Pensionata Servizio sociale Azienda Olivetti

altCome arrivò a lavorare alla fabbrica Olivetti di Ivrea?

Appena terminato nel 1949 il corso di studi presso la scuola di “Servizio sociale di Torino” e, dopo un tirocinio svolto con una borsa di studio della suddetta scuola in alcune importanti fabbriche piemontesi, dovetti cercare subito un lavoro per la morte improvvisa di mio padre. Risposi ad un’inserzione sul gironale La Stampa in cui da parte di un’azienda non ben identificata si cercava una segretaria d’azienda.

  Fui convocata a Torino per un colloquio e quando mi presentai appresi che l’azienda era l’Olivetti di Ivrea. Dopo un secondo colloquio con i responsabili del personale e della segreteria della Presidenza fui convocata dall’Ing. Adriano Olivetti il quale, dopo essersi interessato dei miei studi, mi chiese quale lavoro avrei preferito svolgere nell’azienda Olivetti. 

Risposi che, pur dichiarandomi disponibile per qualunque mansione fossi in grado di svolgere, avrei preferito un lavoro nei servizi sociali della fabbrica anche in considerazione della mia ultima specifica preparazione. Dopo una settimana ricevetti la lettera di assunzione nella Olivetti di Ivrea con la destinazione come assistente sociale nella Direzione dei Servizi Sociali della fabbrica.

 

In un momento difficile per l’Italia, in cui sembra si vogliano abbandonare temi come coesione sociale, solidarietà, qualità del lavoro, riapppare la figura di Adriano Olivetti e la sua concezione del lavoro, dell’azienda e della comunità. Pochi sono quelli che ne ricordano l’impegno per i servizi sociali dentro e fuori la fabbrica. Lei ne fu protagonista. Ce ne può fare una breve sintesi?

Ancora oggi quando ricordo l’Ing. Adriano provo una grande commozione soprattutto nel pensare alla sua grande capacità intellettuale integrata dal suo profondo rispetto per la “persona umana” nei suoi valori e nelle sue difficoltà.

Occorre ricordare che tutti i servizi sociali dell’azienda Olivetti erano inquadrati nella “Direzione dei Servizi Sociali” dipendente direttamente dalla Presidenza della società ed operante con il controllo costante del “Consiglio di gestione”. Quest’ultimo organismo, riconosciuto statutariamente con la partecipazione diretta dei lavoratori, aveva il compito di “rendere i lavoratori partecipi all’indirizzo generale dell’azienda contribuendo al suo sviluppo tecnico e organizzativo ed al miglioramento delle condizioni intellettuali e materiali dei dipendenti”. In tal modo l’insieme dei servizi sociali (molti dei quali venivano attuati dall’azienda perché l’organizzazione dello Stato dei Comuni e degli altri enti era spesso carente) costituiva un diritto del lavoratore di fruire dei rispettivi benefici dalla maternità agli asili nido, dalle scuole materne alle colonie e campeggi, dai servizi sanitari all’assistenza sociale, dalle mense ai trasporti, e pertanto “la prestazione sociale non assumeva il carattere di un beneficio immediato o un adeguamento al posto di lavoro, ma quello di un’integrazione capace di restituire al lavoratore la sua responsabilità di scelta e di giudizio”.

 

Quali sono stati i progetti in cui è stata coinvolta in quel periodo?

Dal 1950 al 1962 fui la responsabile del nuovo ufficio delle assistenti sociali e dal 1962 al 1981 direttrice di tutti i servizi all’infanzia e all’adolescenza.

Nel primo periodo come assistenti sociali svolgevamo un servizio di ascolto ed esame dei vari problemi che i dipendenti presentavano o direttamente o con la segnalazione degli uffici di presidenza e dei responsabili dei vari settori di lavoro e potevamo anche erogare contributi economici. Per migliorare professionalmente il nostro intervento svolgemmo un lavoro di codificazione degli interventi economici che furono riassorbiti dal “Fondo di solidarietà Interna” organismo gestito da un comitato amministrativo nel quale presenziavano in maggioranza i rappresentanti dei lavoratori. Di conseguenza il lavoro delle assistenti sociali all’interno dell’azienda si qualificò come lavoro professionale  con trattamento del caso individuale (case-work) con metodologie e strumenti propri (cartelle, archivio, discussioni in gruppo) dei casi; collaboravamo con gli  uffici del personale, con i capi reparto, con i medici e gli psicologi di fabbrica per cercare di “rimuovere quei fattori interni ed esterni che potessero influire nocivamente sulla capacità e volontà di consapevole integrazione del lavoratore”. Nel corso degli anni ogni assistente sociale seguiva un determinato settore della fabbrica un montaggio, un’officina, un attrezzaggio, un servizio di impianti o di magazzini, in modo da poter conoscere meglio l’ambiente di lavoro nel quale operava il singolo lavoratore.

Contemporaneamente un gruppo di assistenti sociali, dipendenti direttamente dalla presidenza della società svolgeva un lavoro all’esterno della fabbrica come “lavoro di sviluppo di comunità”, tramite il quale si cercava di potenziare l’attività dei vari organismi pubblici di assistenza (nidi, scuole materne, ECA, ricoveri per anziani).

I due gruppi di assistenti sociali si riunivano periodicamente per discutere e confrontare le relative esperienze di servizio sociale inteso come “strumento attivo di cultura ed educazione”

 

Qual era il ruolo del Servizio sociale?

altRicordo un’articolo (da Notizie Olivetti 1962) di Paolo Volponi grande scrittore, direttore per molti anni dei Servizi sociali dell’Olivetti che sottolineava : “all’interno della fabbrica l’assistente sociale professionista, non dipendente dall’ufficio del personale, in posizione autonoma di giudizio consentiva un’esame del caso in relazione al contesto ambientale e non a quello aziendale”e ancora “il servizio sociale non riuscì a svilupparsi come strumento di democrazia e di coltura rimanendo anche in seguito ai margini della programmazione e della mediazione culturale anche all’interno degli enti locali”.

 

Nel periodo in cui ebbi la direzione dei servizi all’infanzia e adolescenza il mio lavoro si svolse in due direzioni:

·      ampiamento dei servizi già esistenti per poter accogliere senza discriminazione tutte le domande di ammissione ai singoli servizi. Furono costruiti dall’azienda un nuovo nido nelle vicinanze del posto di lavoro di molte donne lavoratrici, una nuova scuola materna in un quartiere abitato da dipendenti come modello per la nuova didattica, una nuova colonia montana nella Valle d’Aosta e fu adattata una grande colonia marina a Donoratico. Fu grande il mio impegno per organizzare e avviare le suddette unità.

·      Furono creati alcuni servizi innovativi quali i soggiorni per bambini gracili dai 3 ai 6 anni di età, un centro diurno estivo per accogliere i ragazzi dai 6 ai 15 anni durante tutto il periodo di vacanze scolastiche estive, fu estesa l’età di partecipazione ai campeggi dai 6 ai 15/18 anni, realizzati soggiorni all’estero per adolescenti. Le iniziative sportive e culturali per i giovani guidati da personale esperto permettevano a ognuno di loro di valutare in gruppo le proprie capacità ed opinioni di confrontarsi con i coetani, raggiungendo il più possible un atteggiamento responsabile.

Vorrei ricordare che come nel campo tecnico e commerciale anche nei servizi sociali l’Olivetti diede sempre un’estrema importanza alla formazione del personale: da quello delle assistenti sociali ( sottoposte ad un periodo di lavoro in fabbrica come operaie) che dovevano seguire corsi di sociologia industriale, di psicologia, di metodologia del lavoro a tutto il personale educativo dei servizi all’infanzia e adoloscenza.

Per la formazione del personale educativo vennero contattati i migliori pedagogisti universitari, i CEMEA (Centre de entratenimant aux methodes de education active) ed il centro Educativo italo-svizzero di Rimini.

 

Come operatore sociale e come cittadina quali sono le due convinzioni che ha maturato nel corso di questi anni e che vorrebbe vedere risproposte o comunque approfondite?

Io andai in pensione nel 1981 con un rapporto di consulenza per 4 anni durante i quali continuai ad essere chiamata dagli enti locali come consulente sui servizi all’infanzia. Molto del personale educativo dell’Olivetti, quando si ridussero gli interventi dei servizi sociali all’interno, passarono  alle dipendenze degli enti locali.

Ho avuto la fortuna di fare un lavoro che amavo svolto in una fabbrica della quale apprezzavo l’orientamento urbanistico per ogni costruzione nuova progettata e per l’opera di promozione colturale ed educativa verso gli enti che operavano nella zona.

Per realizzare nuove strutture, sia industriali che sociali furono chiamati i migliori architetti e professionisti al fine di garantire oltre il miglior inserimento ambientale, la funzionalità degli spazi, della luce, del rumore nei luoghi di lavoro nella case di abitazione, nelle mense, negli asili nido, nelle scuole materne, nelle colonie.

Come assistente sociale ed educatrice desidero inoltre segnalare l’attenzione dell’Olivetti al tempo libero degli adolescenti nel creare servizi che rispondessero al loro bisogno di crescita equilibrata e responsabile ad integrazione della funzione didattica della scuola pubblica. Le manifestazioni sportive culturali, discussioni di gruppo organizzate dagli stessi giovani nei vari centri di vacanza, i soggiorni all’estero con la guida di personale educativo preparato, costituivano per ogni giovane partecipante la possibilità di valutare le proprie capacità ed opinioni con i coetanei e di raggiungere con l’esperienza di una vita collettiva un’atteggiamento responsabile nel periodo delicato della sua formazione.

Vorrei che anche oggi, pur nelle ristrettezze finanziarie venissero perseguiti i suddetti obiettivi.

 

 

 


[i]Questa intervista è frutto di diverse telefonate  con la signora Lombardo e del supporto dei  suoi materiali cartacei .che mi ha inviato, a cui fare riferimento, per  i dati storici e le presentazioni dei servizi sociali Olivetti. La signora Lombardo mi ha poi inviato il testo scritto delle sue risposte.

I materiali inoltre mi sono stati forniti dalla Fondazione Adriano Olivetti, nella persona gentilissima di Francesca Limana.

Cito tra i materialida me consultati, l’intervista alla signora Lombardo di Roberta Garruccio, pubblicata  sul libro Novara F., Rozzi R.,Garruccio R., ( a cura di ) Uomini e lavoro alla Olivetti, editore Bruno Mondadori, 2005; l’intervento  di Cornelia Lombardo ad un convegno promosso dalla Curia di Ivrea nel 2008 e i diversi articoli pubblicati nel centenario della nascita di Adriano Olivetti in uno speciale, dal giornale locale “La Sentinella  del Canadese”, consultabili al sito web:

http://quotidianiespresso.repubblica.it/sentinella/nonquotidiano/speciale/olivetti/editoriale.html

In particolare l’immagine della signora Lombardo è tratta dal piccolo documentario Lettera 22, in cui fu intervistata la signora Lombardo,consultabile su

http://www.youtube.com/watch?v=CNhlD2ZfFUg.

La foto in cui appare la signora Lombardo nell’asilo A.Olivetti di Ivrea con a fianco Maria Gabriella Bullo e Donatella Giva, direttrice ed educatrice dell’asilo è di Alessandro Albert, pubblicata sulla rivista Geo n 31/luglio 2008.

Ringrazio tutti per la disponibilità e la cortesia.