Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea

altLei fu vescovo di Ivrea per 27 anni, dal 1966 al 1999. Ha vissuto,  a fianco dei suoi fedeli, la storia anche travagliata di una città, che condivise il sogno di Adriano Olivetti e le successive crisi industriali e occupazionali cercando una nuova identità.

 

 Con la sua solidarietà fu anche colpito da una denuncia per “blocco stradale”. Qual è il Suo sguardo sul tema del lavoro e dei lavoratori, nell’Italia di oggi?

Sono stato Vescovo di Ivrea dal 1966 al 1999. Adriano Olivetti era già morto (1960) ma c’erano ancora, nel nostro territorio il suo spirito e la sua idealità. Ma andavano sostituendosi col principio del guadagno. Quando scrissi alla dirigenza Olivetti una lettera aperta per i 4500 licenziati, mi si rispose con una lettera aperta in cui si diceva che veniva messa in pratica la parabola dei talenti (far fruttare i talenti, cioè i soldi). Alla fine rientrarono i licenziamenti, poi messi in atto l’anno successivo, ma provvedendo con cassa integrazione, prepensionamenti e mobilità, dunque con attenzione alle persone. Purtroppo nel mondo (anche in Italia) vige il capitalismo, anche se ammorbidito. Si salvano i conti (e le banche), ma crescono la disoccupazione e il precariato. Si vorrebbe la Costituzione, che definisce l’Italia come “una Repubblica fondata sul lavoro”. Forse invece è fondata sui bilanci in attivo, ottenuti nel modo più semplice, ridimensionando il lavoro e togliendo la speranza ai giovani.

 

Durante il suo magistero episcopale ha rivolto costantemente la sua attenzione ai grandi problemi dell’umanità. Parliamo dell’ associazione Pax Cristi di cui è stato Presidente italiano poi internazionale. Le guerre con origini diverse, anche a seguito di ribellioni contro le dittature, come ora in Medio Oriente sono moltissime, spesso dimenticate come quelle in Africa. La politica della e per la Pace ha sufficienti energie, motivazioni, partecipazioni?

Purtroppo l’industria vede le guerre come fonte di progresso tecnico e garanzia di dominio. Non c’è vera ricerca della pace, che, come ebbe ad affermare Giovanni Paolo II (“Sollecitudo rei socialis”) è sinonimo di solidarietà, a tutti i livelli, nel mondo e all’interno delle Nazioni.

 

Lei è stato il più giovane vescovo che ha partecipato al Concilio vaticano II e quei valori continua a difenderli. Quali ritiene che siano diventati patrimonio di tutta la Chiesa  e dei cattolici e quali invece dovrebbero essere maggiormente coltivati?

Ero il più giovane vescovo italiano e tra i più giovani del mondo. Sognammo un mondo di pace ed una Chiesa al servizio del mondo. Poi il 1968-69 ha spaventato i Governi e un po’ anche la Chiesa. Il patrimonio del Concilio era la responsabilità degli esseri umani, anche all’interno delle Chiese. Ci si è ripiegati sulle garanzie dello “status quo”, nella vita civile, dominata dagli interessi dei potenti, ed anche nella vita delle Chiese, in genere chiuse nelle sicurezze interne e nel timore di “aggiornamenti” (così Papa Giovanni denominava i rinnovamenti), che sconvolgessero le impostazioni tradizionali. Mentre tradizione non è bloccare sul passato è adeguarsi ad un mondo che cambia (in latino “tradere” vuol dire “trasmettere”).

 

Vescovo e laico, religioso e cittadino, coppie di fatto e unioni omosessuali: Lei si è sempre pronunciato, sui cosidetti “temi sensibili”. Cosa  La guida in questa sua visione del mondo?

Mi guida il pensiero che Dio ama tutti gli esseri umani ed ogni persona, e vuole che vadano a Lui (e ad ogni altra persona umana) con libertà e convinzione. La fede è un cammino che cresce, la perfezione è alla fine. Se no si rischia di farne un ideale astratto che rimane esterno alla verità della persona, che è nella sua coscienza. Se l’ideale dell’umano è l’amore (perché Dio è Amore), cerchiamo di vederlo e coltivarlo in ogni persona aiutandola con rispetto a crescere sempre di più in esso, indicandogli quale sarà il termine a cui tendere.

 

E’ una domanda identica che rivolgiamo ai nostri intervistati. Parlando alle persone, ai giovani e agli anziani, agli uomini e alle donne, agli italiani e agli stranieri quali sono le su due convinzioni più profonde che vuole trasmettere?

La prima convinzione è che ciò che vale è l’amore (per gli ideali e per gli altri), la seconda è che la pienezza è Dio, che si rivela in Gesù Cristo. La terza è che per annunciarlo vale, più che le parole, la testimonianza, dei singoli e della comunità (anche dalla Comunità cristiana, che è la Chiesa in ogni sua manifestazione).