Franco Ferrarotti-sociologo e protagonista dell'esperienza di Adriano Olivetti

altI suoi studi, le sue “curiosità intellettuali”, le sue pubblicazioni spaziano dalla filosofia alla sociologia, dallo spazio abitato, all’arte e alla musica, dalla laicità al sacro. Questo è il suo profilo odierno, consolidato anche dai media. Quanto questa sua poliedricità deriva dall’esperienza a fianco di Adriano Olivetti e come ce la può sintetizzare, per chi oggi il nome Olivetti ricorda a mala pena le macchine per scrivere e i primi computer?

Debbo ammettere, in via preliminare, che sono stato uno scolaro irregolare e uno studente, come un tempo si diceva, «privatista». Le sole scuole frequentate regolarmente sono state quelle elementari, a Trino Vercellese: le prime tre classi con  la maestra Piera Mandelli; le ultime due, la quarta e la quinta, con il maestro Francesco Rossino. In seguito ho proseguito gli studi per conto mio, da tipico «clericus vagans», presentandomi e ottenendo, a Vercelli, la licenza ginnasiale e quindi la maturità classica, naturalmente da «privatista». Contro gli studenti privatisti non mancavano sospetti e pregiudizi, qualche volta fondati. Si trattava, purtroppo spesso, di giovanotti piuttosto irresponsabili e strafottenti che affrontavano le prove d’esame senza una preparazione adeguata in base al principio, alquanto rozzo, «o la va o la spacca». Ma di questo ho scritto nel mio Leggere, leggersi (Roma, Donzelli, 1998) che, tradotto in francese, ha goduto di una certa fortuna in Francia e in generale nei paesi francofoni. Sono stato - non posso nasconderlo – un precoce. La mia prima rivista, dal titolo ardimentoso, Progredi, uscì agli inizi della 2ª Guerra Mondiale quando sfioravo appena i quindici anni. La precocità è una fortuna e insieme una sfortuna. Si bruciano le tappe, ma si resta soli, gli amici più cari essendo morti nel frattempo. Da sempre sono affetto da una strana malattia che potrei definire bibliomania o anche, al limite, bibliofagia. La poliedricità è assicurata, ma il pericolo della dispersività è sempre incombente. Il valore che mi ha guidato e nello stesso tempo concesso una coerenza di fondo al di là  delle accidentalità di superficie è questo: l’uomo come fine e valore in sé, mai come strumento non importa per quale impresa. Nessuna sorpresa che abbia vissuto e pienamente goduto almeno quattro carriere.

Ho avuto dunque una traiettoria esistenziale piuttosto singolare: quattro carriere – traduttore e consulente industriale; diplomatico internazionale; deputato indipendente; naturalmente, per oltre mezzo secolo, professore di sociologia, avendo vinto, nel 1960, il primo concorso a cattedra bandito in Italia per questa materia. Quattro carriere come dire: quattro vite, vissute tutte in presa diretta. Eppure, questo «piemontese errante», come sono stato definito, ha fatto tre volte il giro del pianeta, si dichiara un outsider o anche, in un momento di autodeprecazione, un «cane sciolto». Ma subito soggiunge: in un paese in cui troppi cani sono al guinzaglio, meglio essere un cane sciolto. Non si è mai identificato totalmente con la funzione esercitata; cessata la funzione, teme di restare de-funto. Nessun dubbio sulla precocità. A quindici anni avevo fondato la prima rivista Progredi; a vent’anni La rivoluzione umana, ispirato  forse da un altro piemontese precocissimo, Piero Gobetti; nel 1951, con Nicola Abbagnano, iQuaderni di sociologia; nel 1967, La Critica sociologica. A chi mi sospetta di arrivismo posso rispondere, candido: «Non è possibile; sono già arrivato». A chi mi interroga sulle mie radici, sull’identità cui mi lego, rispondo con tranquillità: «Sono un piemontese di nascita, ma forse “srazzato”; molto anglofilo, ma la lingua in cui penso è il francese; non posso negare di essere un “americano an-americano”. Ma con i tempi che corrono, tanto vale lasciar perdere le radici; meglio non feticizzarle. Mi basta essere cittadino del mondo».

 

Di quell’esperienza, durata quasi quindici anni, dal 1948 al 1963, c’interessano alcune delle tante aspirazioni/realizzazioni, perché non è certo riassumibile in poche pagine. La prima investe il concretizzarsi di questo obiettivo nel coinvolgere in un unico progetto culture scientifiche e umanistiche, in una visione di “comunità”. Come si può descrivere questo concetto e quali contributi vi furono apportati dai protagonisti??

Ho incontrato Adriano Olivetti sulla tarda estate del 1948. Avevo già vissuto un anno a Parigi e un anno e mezzo a Londra. Inoltre, nell’immediato dopo guerra mi ero dedicato a una intensa attività propagandistica in nome delle sinistre unite. Ero un convinto, come si diceva, «socialfusionista». Consideravo, in una vena trotskista, che Mussolini, Hithler, Stalin erano dittatori e criminali della stessa pasta. Vedevo con chiarezza che le sinistre in Italia non erano mai riuscite a dar vita ad un autentico riformismo; oscillavano tra un rivoluzionarismo verbale e velleitario e una politica socialdemocratica rinunciataria. La forza della conservazione, anche reazionaria, in Italia deriva dall’autodilaniarsi delle sinistre. Il primo incontro con Olivetti fu un quasi-scontro: lui esaltava i laburisti inglesi di Clement Attlee; io, che li conoscevo direttamente, sostenevo che le riforme puramente giuridiche, come le nazionalizzazioni, non mutavano in meglio il vissuto operaio. Olivetti mi fece ripetere tre volte i miei argomenti contro l’ottimismo normativo. Aveva una incredibile fiducia nelle idee. Mi regalò, a me da sempre onnivoro e dispersivo, un’idea centrale: la globalità coordinata. Di qui, la tecnica – e non solo la propaganda – delle idee.

Oggi che sono morti Geno Pampaloni e Renzo Zorzi, sono rimasto l’unico testimone, oculare e auricolare, fin dalle origini,  dell’esperienza di «Comunità». Il Canavese fu il nostro laboratorio. Le tecniche riformistiche si realizzavano e giustificavano come riforme vissute, sul piano della convivenza quotidiana secondo una varietà di aspetti, rigorosamente coordinati:

a) la vita culturale attraverso le biblioteche dei «Centri comunitari» (Geno Pampaloni, noto critico letterario)

b) la rivista Comunità, dapprima con Giorgio Soavi e Egidio Bonfante, ma poi saldamente diretta da Renzo Zorzi insieme con le «Edizioni di Comunità».

c) la «Comunità di fabbrica», di cui ero insieme teorico e organizzatore. La fabbrica non poteva essere solo produttrice di profitti e ricchezza per gli azionisti privati proprietari pro quota.

Nel pensiero e nell’azione riformistica di Comunità la fabbrica era anche una «impresa sociale», fondata su un nuovo concetto di proprietà, né privata né statale, bensì plurima: una sorta di quadruplice radice della legittimità proprietaria che si ricollegava 1) alla componente tecnologica (Politecnico di Torino); 2) al comune in cui la fabbrica risiedeva (comune di Ivrea) e così si sconfessava l’irresponsabilità etica delle compagnie multinazionali e la loro a-territorialità; 3) gli operai, dai dirigenti ai manovali comuni, con la «Fondazione operaia»; 4) come premio di consolazione, e ad evitare strappi violenti, una quota minoritaria ai vecchi proprietari-azionisti privati (che a me in particolare non riservavano particolare benevolenza).

Comunità voleva così dire valori comuni, condivisi e convissuti. Decentramento e autonomia. Nessun paternalismo di tipo ottocentesco. Ivrea non è mai stata una company town. Ma ciò non è stato capito dalla sinistra ufficiale. Unica, luminosa eccezione fu Giuseppe di Vittorio, che si levò a difendermi contro l’accusa di sindacalismo giallo e che riconobbe gli errori di «schematismo massimalistico» della CGIL, dicendosi d’accordo sulla necessità di tornare dentro le fabbriche e ascoltare e cercare di capire la «parola operaia».

 

L’altro aspetto significativo e ancora oggi esemplare-visto il percorso in atto per un riconoscimento dell’Unesco- riguarda la pervasività e traduzione dell’idea di comunità sul quotidiano delle persone e sulla produttività aziendale, sulle tipologie edilizie, gli spazi d’incontro e l’organizzazione urbanistica, sui servizi d’assistenza, le cure mediche e l’istruzione. Quali erano i concetti declinati o richiesti nei diversi settori?

Devo ricordare che fra le prime ricerche sociologiche da me condotte a Ivrea e nel Canavese vi fu quella che esplorava «The community factor in modern technology» e che era promossa e finanziata appunto dall’UNESCO. Emergeva qui una preoccupazione costante di Adriano Olivetti, un uomo che aveva la passione del costruire, funzionalmente e nello stesso tempo esteticamente, e che mi è capitato una volta di definire l’uomo che «sentiva cantare le pietre». I migliori architetti furono chiamati per costruire non solo la nuova ICO (Industria Camillo Olivetti) e poi le fabbrica di Scarmagno ma anche le case operaie e degli edifici dei servizi sociali, non ghettizzati, ma di fronte alla fabbrica, sull’altro lato della strada, così che attività produttiva e attività sociale apparivano direttamente collegate anche topograficamente.

Con riguardo alle condizioni di lavoro, va notato che alla Olivetti era proibito parlare di licenziamenti; non solo, anche su proposta di «Autonomia aziendale», l’organizzazione di cui fra le altre cose mi occupavo, era stato abolito il cottimo del sistema Bédaux e funzionava un generoso piano di «partecipazione agli utili», insieme con un efficiente Consiglio di Gestione, forse l’unico rimasto in piedi nell’industria italiana.

I servizi sociali, diretti da Luciana Nissim Momigliano, avevano un’autonomia funzionale, rispetto al padronato, che li garantiva con riguardo al rischio di pratiche paternalistiche. Non solo: un servizio di corriere, pagato dalla Ditta, risolveva nel migliore dei modi la questione dei pendolari. Più tardi, con l’IRUR (Istituto per la ricostruzione urbano-rurale del Canavese), si tendeva a portare le attività produttive «leggere» direttamente nei paesi in modo da ridurre alla radice il pendolarismo ( per es, la costruzione delle valigette per la «Lettera 22» a Vidracco). Quanto ai problemi umani del macchinismo industriale, esperti di psicologia del lavoro di primo piano, quali Cesare Musatti, investigavano scientificamente le eventuali nevrosi operaie (da queste esperienze, più tardi, all’epoca in cui Paolo Volponi si occupava dei servizi sociali, avrebbe tratto materia per il suo fortunato romanzo Memoriale). La produzione era naturalmente «scientificamente» organizzata, ma non si trattava di fordismo rozzamente applicato sul piano aziendale né di MTM (Misura dei tempi e metodi) portato a considerare le «pause», fisiologicamente e psicologicamente necessarie, come puri tempi passivi o «tempi morti». Il tentativo era quello, in essenza, di industrializzare senza disumanizzare.

 

Lei fu anche per una legislatura deputato indipendente per il “Movimento Comunità”. Come fu quell’esperienza e vi sono ancora oggi tracce nelle istituzioni e nella politica italiana?

Come deputato indipendente nella Terza Legislatura (1958-1963) ho avuto l’insperata fortuna di essere detentore di un voto dirimente per la formazione del primo governo di Centro-sinistra. Nel mio libro Nelle fumose stanze – la stagione politica di un «cane sciolto» (Milano, Guerini, 2006) ho dato conto delle iniziative prese e condotte a buon fine. Ne cito alcune: la mozione per un effettivo potere europeo, al di là del concetto del generale de Gaulle di una mera «Europe des patries», destinata, come oggi dobbiamo constatare, alla paralisi (di questa mozione ero primo firmatario, seguito da Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Luigi Bucalossi, e altri); l’intervento, decisivo, per il riconoscimento legale della professione di «assistente sociale»; la proposta di legge per il controllo pubblico della distribuzione dell’energia elettrica, di cui ero primo firmatario, con Oronzo Reale, Oddo Biasimi, Ugo La Malfa, e altri, ad evitare che la nazionalizzazione della Edison desse luogo ad un ennesimo carrozzone burocratico-clientelare; l’abrogazione delle leggi fasciste contro l’urbanesimo; come membro della Commissione –Regioni, istituita dall’on. A. Fanfani, ottenni il controllo della spesa da parte della Corte dei Conti, e poi molti interventi di carattere locale. La vita politica attiva decisi poi di interromperla, non ripresentandomi alla fine della III Legislatura, per due motivi fondamentali; 1) perché mi piaceva troppo e confliggeva con le mie responsabilità scientifiche e didattiche di primo, e unico pro tempore, cattedratico di sociologia (anche se formalmente carica parlamentare e cattedra erano all’epoca compatibili e ammesse per legge); 2) come ebbi modo di chiarire allo storico Lucio Villari e ad altri, per un dovere di coerenza; infatti, avrei dovuto entrare, anche da indipendente, in un partito, ma Comunità  era sorta contro i partiti, aveva coniato il neologismo «partitocrazia» e previsto, 40 anni prima, la crisi dei partiti di oggi.

 

L’ultima domanda interroga Franco Ferrarotti “persona” tra sogno e realtà. Da questa sua esperienza multiforme, quali sono le priorità che vorrebbe vedere realizzate in questo nostro Paese?

Per l’Italia mi sembra fondamentale collegare con sobria razionalità i fini ritenuti desiderabili con i mezze effettivamente disponibili. Vi sono Paesi che sono riusciti a separare lo Stato dalla religione. In Italia si sono distaccati i cittadini dalle istituzioni. C’è la rappresentanza politica democratica. Bisogna renderla rappresentativa. I politici sembrano vivere in una stanza separata. La «classe dirigente» - in senso lato, come classe governante e classe influenzante – deve effettivamente pensare a governare,a orientare e a dirigere più che a durare. C’è bisogno di rotazione nei posti di comando, apertura ai giovani, maggiore dinamismo nel corpo sociale. Le agenzie della socializzazione primaria – famiglia, scuola, chiesa, partiti e sindacati – sono tutte in crisi, assenti, demotivate. Non possono lasciare la formazione dei giovani nelle mani, eticamente irresponsabili, dei mezzi di comunicazione di massa. Il paradosso italiano, oggi, è dato dal precariato giovanile,  da due enormi debiti (finanziario e demografico) e dal fatto che l’Italia, che rappresenta l’1% della popolazione mondiale, detiene il 5% della ricchezza del pianeta, salvo che il 10% delle famiglie posseggono il 70% delle risorse.

Spero ardentemente che cresca in Italia il senso della «comunità» e dell’interesse generale senza che ciò significhi la mortificazione delle vivacità locali e della vitalità, originale e spesso prorompente, di questo nostro amato «arcipelago di culture».