Giorgio Nebbia, ambientalista.

altScorrendo la sua biografia e bibliografia sembra che il tempo non sia passato. I suoi interessi e i titoli dei suoi libri, di 20/30 e anche 40 anni fa, sono del tutto attuali: le applicazioni dell’energia solare, lo sviluppo sostenibile, lo spreco dell’acqua, la società dei rifiuti. So che lei non vuole essere considerato un antesignano, ci spieghi allora quali furono allora le sue riflessioni iniziali e cosa la spinse a mettere sempre in connessione ambiente, natura, territorio, ma anche le merci, il lavoro e gli individui, che vorrei sintetizzare in quel suo titolo “Produzione di merci a mezzo di natura”, parafrasando l’opera fondamentale dell’economista Piero Sraffa “Produzione di merci a mezzo di merci?

Forse perché in tutta la vita mi sono sempre occupato della stessa cosa: i rapporti fra la tecnica, la produzione delle cose, e i bisogni umani.

 Non dimentichi che sono un chimico e che ho passato la mia vita professionale insegnando Merceologia, una disciplina, forse unica, “di confine”, insegnata in genere da chimici in una facoltà di studi economico-giuridici, quella che una volta si chiamava di “Economia e commercio”. Agli studenti raccontavamo la natura e i caratteri degli oggetti che ci circondano, come sono fabbricati, come è cambiata la maniera di fabbricarli, quali materie occorrono. Da questo punto di vista l’interesse per l’acqua era abbastanza naturale perché l’acqua è uno delle “materie” occorrenti per la produzione di qualsiasi cosa. Ugualmente l’interesse per l’energia solare rientrava nell’analisi di come fornire energia quando fossero diventati scarsi i combustibili fossili. Mi è stato insegnato, e a mia volta ho cercato di insegnare, l’importanza dell’analisi storica dei processi e delle materie prime; l’energia solare era stata indicata come possibile fonte di energia ”per il futuro” già nell’Ottocento. Il resto sono state innovazioni tecniche, nuovi pannelli o macchine o specchi, ma il fine era dare energia a chi non l’ha, specialmente nei paesi arretrati. In tutti i casi mi è stato insegnato e io stesso ho cercato di insegnare, a guardare al futuro: di che cosa avranno bisogno coloro che verranno dopo di noi? con quali mezzi sarà possibile soddisfare questi bisogni? In tutti i casi le persone sono state al centro degli interessi merceologici. Quanto poi ai rifiuti un chimico impara al primo anno di Università il principio di conservazione della massa, che tutto quello che entra in un processo deve uscire nella stessa quantità, in parte come “cose utili”, le merci, i prodotti commerciali, e il resto inevitabilmente deve uscire come scorie, rifiuti, gassosi, liquidi o solidi, nei quali si trovano gli stessi atomi che erano presenti nelle materie prime iniziali, comprese quelle dell’aria o quelle dell’acqua, naturalmente in forma modificata. Fa proprio parte della Merceologia studiare e insegnare come la materia circola dalla natura, ai processi di trasformazione, ai prodotti utili e ai residui e rifiuti; anche le cose utili non vengono “consumate”, ma usate, per tempi più o meno lunghi, poi diventano anche loro rifiuti. “Merce” non è parolaccia ma indica quello che viene scambiato nei processi umani. Una persona “compra”, senza pensarci perché non paga niente, ossigeno dall’aria per “bruciare” il pane e le patate che compra, questa volta spendendo soldi, al negozio, e “vende”, senza ricavarne soldi, all’aria i gas della respirazione e all’acqua e al suolo i propri escrementi. Da qui la contraddizione implicita nel tanto popolare concetto di sostenibilità. La vita degli esseri umani comporta l’impoverimento delle risorse naturali, e la loro trasformazione in scorie, per cui la tecnosfera, diciamo così, l’universo degli oggetti che passano o sono passati attraverso le mani di noi umani, si dilata sempre, con un peggioramento della qualità di quello che lasceremo ai nostri successori. Si, davvero, noi partecipiamo ad una produzione di merci, di cose utili, a mezzo di natura. Un’osservazione che non induce alla disperazione, ma anzi che stimola a modificare di meno la natura, ad usare meglio le sue ricchezze, grandissime ma non infinite, il che può essere fatto con un aumento, lui sì infinito, di conoscenze e scoperte. Non trova che sia bellissimo vivere in modo insaziabile, la propria vita ?

 

Sono trascorsi quarant’anni da quel 1972, quando esplose un grande movimento che lei chiama di “contestazione ecologica”. Era già avviata la rivolta studentesca, era ancora in corso la guerra con napalm ed erbicidi in Vietnam, si registravano i danni del DDT, il petrolio nelle acque, le alghe in mare, come lei cita sul suo blog. Cosa è cambiato da allora? Quali i passi in avanti, quali i ritardi inaccettabili? Cosa si è conquistato e cosa è mancato?

Nel “settantadue” esplose in forma popolare un movimento di contestazione delle azioni umane violente contro la natura. Il vero inizio si era avuto già molto prima, quando ci si rese conto, in Europa, dell’inquinamento provocato dalle attività minerarie e dall’uso del carbone, poi, in seguito, con la distruzione delle foreste e della fertilità del suolo quando i pionieri americani dettero l’assalto alle praterie e ai boschi dell’ovest, ma la grande svolta si ebbe con la contestazione delle esplosioni nell’atmosfera delle bombe atomiche che gettavano nell’ambiente elementi radioattivi artificiali, i quali ricadevano sul suolo e poi nelle acque e poi negli alimenti animali e umani e poi negli oceani. Le successive scoperte della tossicità del DDT, il “miracoloso” insetticida che pure aveva sconfitto la malaria, degli erbicidi che nel Vietnam sgombravano le foreste in cui si nascondevano i partigiani Vietcong distruggendo preziose risorse ecologiche e lasciando residui che avvelenavano i nativi ma anche gli stessi soldati americani, gli incidenti industriali, le perdite di petrolio nel mare, eccetera, avevano mostrato chiaramente gli effetti negativi di molte innovazioni tecniche, “merceologiche” anche loro. Gli anni sessanta avevano introdotto alcuni nuovi modi di vedere: le code avvelenate delle scelte tecniche danneggiavano le persone (vogliamo chiamarle “il prossimo” ?) vicine, ma anche un “prossimo”lontano nello spazio, che assorbiva la radioattività proveniente da bombe nucleari esplose a migliaia di chilometri di distanza, e anche un “prossimo del futuro”, coloro che saranno esposti per secoli e millenni alla radioattività, che decade lentamente, e dovranno fare la guardia ai depositi delle scorie nucleari radioattive, e alle centrali nucleari, anche secoli dopo che saranno state chiuse. Nello stesso tempo, proprio negli anni sessanta, i voli dei primi satelliti artificiali avevano offerto le prime fotografie della Terra vista dallo spazio; una visione rivoluzionaria; la nostra unica casa nello spazio, il pianeta Terra, appariva grande e bellissima ma era tutto lì; da nessun altro corpo celeste avremmo potuto trarre le cose necessarie per la vita, anche per quella tecnologica degli umani; in nessun altro posto nello spazio avremmo potuto mettere i nostri rifiuti. Viviamo, insomma, sulla Terra come gli astronauti in una navicella spaziale. Le due immagini “Spaceship Earth” e “Una sola Terra” furono i pensieri guida della Conferenza di Stoccolma ”sull’ambiente umano” del 1972. I grandi temi furono come vivere da esseri umani, ricchi e poveri, su un pianeta di risorse limitate? Come usare meglio le sue ricchezze naturali rispettandolo? Tante cose sono cambiate, già venti anni dopo  la Conferenza di Rio aveva come titolo “Ambiente e sviluppo” (nel titolo l’”uomo” era scomparso). La conferenza di Rio ad altri venti anni di distanza, del 2012, aveva come titolo “Lo sviluppo sostenibile”; dal titolo è scomparso l’uomo, è scomparso l’ambiente. In quarant’anni sono state prodotte merci sofisticate, ma è raddoppiata la popolazione mondiale, è quadruplicata la massa dei rifiuti prodotti ogni anno, si sono dilatate le città a livelli di crescente violenza ambientale e umana, sono sorti nuovi colossi industriali. E’ scomparsa, nel mondo politico, la visione di futuro e la volontà di solidarietà.

 

Lei è stato, per due legislature, parlamentare. Come vede oggi il mondo politico in generale in particolare sui temi dell’ambiente?

Ho vissuto una stagione politica credo irripetibile. Nel 1982, circa a metà della mia vita d’insegnante, mi è stata offerta la possibilità di essere eletto come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, prima alla Camera e poi al Senato. In un gruppo parlamentare all’opposizione (il che corrispondeva alla mia maniera di pensare), ho cercato di portare il mio piccolo contributo di chimico e di persona attenta all’ambiente nelle discussioni. Non so quanto sono stato utile nei nove anni di “lavoro” parlamentare.Quando è finito il faticoso cammino del mio mandato sono tornato all’insegnamento universitario, forse portando nell’insegnamento un poco delle cose che avevo imparato come “rappresentante del popolo”. Non so. Di certo il mondo politico mi sembra molto cambiato, non solo per la scomparsa dei “comunismi”, per cui la maggior parte dei comunisti di allora mi sembra si vergognino di esserlo stati (io, non iscritto al PCI, sono ancora orgoglioso di essere stato eletto dal “popolo comunista”, quello delle piccole sezioni delle campagne e delle periferie delle città pugliesi). Ma per il nuovo modo di comunicare con gli elettori. Ai miei tempi esistevano ancora i comizi, sui palchi, ma anche agli angoli delle strade, anche sotto la pioggia. Ricordo che quando ormai il mio mandato era finito sono stato invitato a tenere un incontro in vista di qualche altra elezione: in una discoteca! Nel gran  chiasso a nessuno importava che cosa avrebbe avuto intenzione di fare il nuovo eletto; ho capito che era la fine di un mondo e la nascita del mondo politico attuale. Figurarsi, fra elettori ed eletti, a chi importa qualcosa dei problemi dell’ambiente? Non vede che gli slogan sono: sviluppo e lavoro? Ma il lavoro consiste nel “fare” delle cose, merci o servizi, con la forza delle braccia o del cervello. Ma nessuno dice quali merci o servizi è opportuno fare nell’immediato o lontano futuro. Automobili o divani? aggeggi elettronici a brevissima vita che diventano ben presto rifiuti? abitazioni, ma per chi e dove? grattacieli sulle rive del mare che restano vuoti per undici mesi all’anno mentre due milioni di immigrati dormono nelle baracche o in quattro per ogni stanza? Quali servizi? è necessario muoversi ma davvero occorrono costosi e improbabili ponti sullo stretto di Messina, o lunghe gallerie attraverso le montagne per guadagnare mezz’ora di tempo fra Napoli e Milano? Treni di superlusso in concorrenza con gli aerei, quando i pendolari sono condannati a lunghi faticosi viaggi per andare al lavoro? In quale modo i progressi dell’informatica aiutano a rendere più facile la vita senza escludere coloro che a tali tecniche non hanno accesso? E poi, sarà perché mi riguarda direttamente come ottantenne, non sento mai parlare dei bisogni degli anziani, un quarto della popolazione italiana, soli, o affidati ad infastidite famiglie o a pazienti badanti straniere? E infine sviluppo di chi? dei poveri nei paesi ricchi e dei poveri nei paesi poveri? Sviluppo di soldi per comprare che cosa? E gli stessi stati sono impegnati, per “fare cassa” (l’orribile espressione bottegaia) a vendere le isole, le coste, le montagne che pure sarebbero beni della collettività da difendere gelosamente contro l’avidità dei privati. Ma forse sono un sopravvissuto.

 

Oltre alle onorificenze accademiche, ancora oggi è insignito di Premi per la sua costanza e coerenza nel battersi per l’ambiente, parla agli studenti e alle scolaresche. Che impressione ne ricava?

Premi? Onorificenze? Ormai le lauree honoris causa si danno anche ai corridori in motocicletta. L’unico premio che ho avuto nella vita è stato quando ho incontrato qualcuno che si ricordava di avere fatto l’esame con me. Di avere letto le mie dispense universitarie. Ma anche questo deve finire; quando ho raggiunto i settanta anni mi sono messo in pensione (“a riposo” come dice il termine burocratico dell’amministrazione statale) e ho cercato di tenermi vivo continuando a scrivere dove trovo qualche ascolto. Ogni tanto un professore cortese m’invita a tenere una lezione e quello mi fa piacere. Sono boccate d’ossigeno e mi pare che i pochi lettori e ascoltatori mostrino ancora la stessa curiosità che trovavo nei miei studenti. Nel corso di tanti anni mi ha sempre fatto piacere scrivere qualche articolo sui giornali --- col passare del tempo Il Giorno, Il Messaggero, l’Unità, Liberazione --- fino a quando qualche direttore non ha ritenuto che i miei articoli non interessassero più; siccome ho sempre scritto sugli stessi problemi è stato l’indicatore che gli stessi problemi, merci, ambiente, energia, innovazioni tecniche, non ”andavano” più. O forse ero io che “non andavo” più. L’unica casa che mi ha ospitato da sempre è stato il quotidiano della Puglia, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, che ancora oggi pubblica una mia colonnina settimanale sull’ambiente: sempre merci, ambiente, energia, innovazioni tecniche. Dal momento che i lettori sono nella regione in cui ho insegnato tutta la vita, mi sembra di parlare ancora ai miei studenti da un’aula più grande di quella universitaria. Agli studenti, alle nuove generazioni, penso sempre nel poco che faccio. Ci attendono tempi difficili, ma bellissimi, con nuovi personaggi, nuovi bisogni, nuove sfide tecnico-scientifiche, nuove speranze. Di questo mi piacerebbe continuare a parlare.

 

E’ uguale per tutti i nostri intervistati. L’attualità del suo pensiero è innegabile. M’indichi due sue convinzioni fondamentali che ha maturato nel corso degli anni?

La prima è che le persone sono migliori di quanto si pensi; i poveri, ma perfino i ricchi. Bisogna ascoltare che cosa dicono, quali bisogni hanno, attraverso il rumore della stupida pubblicità, della sfacciata avidità dominata dai miti del successo, dell’apparire, del dire qualsiasi cosa anche priva di senso purché ci sia qualcuno che ascolta. La seconda è che l’unica cosa miracolosa, degna, cioè di essere ammirata, è la vita. Non la propria, che è inevitabilmente temporanea e destinata a finire-  per me abbastanza presto senza rimpianti perché ho avuto una vita molto bella, con una moglie che ho molto amato per sessanta anni e che raggiungerò un giorno o l’altro, non importa dove-  ma la vita nel suo complesso. Quella sorprendente circolazione di materia e d’energia dalla terra e dall’aria alle piante agli animali, con un ritorno alla terra in un processo in cui non esiste la morte, perché gli atomi tratti dalla Terra tornano in circolazione per generare altra vita. Anche le volpi che mangiano i conigli fanno parte di questa vita di dolore e domanda di futuro; le volpi non mangiano i conigli, per cattiveria, ma per continuare la vita. Vita speciale per quegli animali speciali che sono gli esseri umani, con i dolori, con le speranze, soprattutto. Anche coloro le cui speranze sono solo di vincere ai giochi d’azzardo, di ”fare soldi”, possedere più “cose”, esercitare violenza e potere sui altri, anche loro, partecipano alla vita. Anche se, a differenza delle volpi spesso la violenza degli umani è “cattiva”. Ma è sempre vita.