Mario Lodi- maestro, educatore, scrittore.

altDue generazioni di italiani, figli e genitori, negli anni 60/70 e anche successivamente sono cresciuti con l’idea di scuola del maestro Mario Lodi (a lato nella foto nel giorno del suoi 90 anni) e con le favole di Gianni Rodari. Quando ha avuto consapevolezza  della “rivoluzione scolastica” che aveva avviato?

Mi sono diplomato maestro nello stesso anno in cui l'Italia entrava in guerra: il 1940. 

Subito dopo l'ascesa al potere il fascismo dimostrò una concezione militaresca della scuola: il maestro aveva il potere sovrano come un generale sui suoi soldati. La scuola serviva a formare la mentalità autoritaria e pronta alla guerra tipica del fascismo. Era una scuola gerarchica in cui il maestro esercitava il suo potere nei confronti dei bambini che non erano portatori di alcun diritto.

Dopo la guerra ho cominciato ad insegnare in una piccola scuola di campagna a San Giovanni In Croce, in provincia di Cremona. Era il 1948 e l'Italia era sfasciata. Si doveva ricostruire il tessuto non solo economico ma anche sociale ed etico. Come oggi anche allora si viveva un periodo di forte crisi generale. La scuola poteva essere una prima palestra per la formazione di cittadini e non di sudditi.

Il mio primo giorno  da maestro ho trovato la scuola basata sulla supremazia dell'adulto: l'adulto pretendeva il saluto dai suoi scolari che ringraziavano con rispetto e paura. Il maestro trasmetteva il suo sapere attraverso le piccole domande della rivista cui eravamo abbonati tutti: "La vita scolastica".

Cominciava così una un'era di alti e bassi. I miei scolari del tempo erano figli di contadini e di lavoratori manuali. Avevano difficoltà nella stessa comprensione della lingua italiana poichè nella vita di tutti i giorni usavano il dialetto. Molto spesso erano pluriripetenti,  la scuola non riusciva a dare loro stimoli e strumenti  sufficienti per far fronte alla necessità della vita.

In quegli anni ho cercato altre modalità per permettere a questi bambini di esprimere il mondo di valori e di conoscenza che ciascuno di loro aveva dentro e che non trovava modo di esprimersi altrimenti: ho cominciato ad usare i colori, il disegno, l’intaglio su legno.  Nascono così i disegni delle piazze con i comizi politici o i balli delle feste popolari; il disegno degli aratri e del lavoro nei campi, il lavoro dei genitori nelle stalle,  la raffigurazione della natura e dei suoi elementi: tutti così veri e così lontani dal disegno insegnato dalla scuola autoritaria del tempo.

Nel 1956 sono stato trasferito alla scuola elementare del Vho di Piadena. Un vecchio edificio che non riceveva le cure necessarie. Piano piano, giorno dopo giorno,  cominciai a pormi domande sempre più difficili: come faccio ad interessare questi bambini alla scuola? Hanno dei talenti? Hanno dei diritti?

La risposta è che ogni bambino ha dei talenti, ha dei diritti, ha delle possibilità di esprimere il mondo in cui vive.  La scuola, il maestro devono valorizzare questi talenti e favorire lo sviluppo delle capacità creative e logiche dei bambini con una metodologia didattica che si basa su  strumenti come la conversazione, il lavoro di gruppo, l’osservazione scientifica, la ricerca, lo studio del territorio,  la corrispondenza, il testo libero, il racconto della propria vita e del proprio mondo interiore attraverso ogni mezzo espressivo.

Nasce così la scuola che ho raccontato nel mio primo libro, diario di un’esperienza didattica,  "C'è speranza se questo accade al Vho" e nel più noto libro "Il paese sbagliato".

Abbiamo cercato di mettere in pratica la scuola della Costituzione, la scuola democratica invece del modello di scuola tradizionale trasmissivo di nozioni.  È una scuola che non rinuncia alla serietà e all'impegno, anzi,  si lavora e si studia  e si impara, mettendo al centro il bambino .

Non ero solo in questo percorso di  ricerca e sperimentazione.   Oltre  a me altri maestri in Italia praticavano nuove modalità di fare scuola.  Cito Quercioli, Bruno Ciari, Giuseppe Tamagnini, Aldo Pettini, Maria Luisa Bigiaretti e altri. Abbiamo così costruito una rete. Ci si trovava per scambiarsi idee, pratiche, esperienze, valutazioni. Giornate  di studio e di discussione, convegni  che ricordo sempre molto volentieri perchè era concretamente una nuova Italia che cominciava a costruirsi. Anche con le nostre esperienze. Era il Movimento di Cooperazione Educativa che  ha dato una svolta alla pedagogia italiana e si ispirava alle tecniche di Celestine Freinet.

"Il paese sbagliato"  ha avuto successo perchè ha rappresentato una risposta, insieme culturale e pedagogica concreta, al bisogno di cambiamento che l'intero paese aveva ormai maturato, diventando il manifesto di tanti che volevano cambiare la scuola e non possedevano ancora i mezzi per farlo.

 

Come vede la scuola odierna, in primo luogo il ciclo elementare?

Non siamo ancora riusciti a costruire appieno quella scuola della Costituzione che ci immaginavamo dopo l'esperienza fascista. Quali sono i valori che vogliamo mettere alla base del nostro vivere civile?  Il valore del lavoro, dello studio, della democrazia, dell'impegno sociale e civile. Mettere in disparte quello che invece in questi anni è stato messo al centro: l'arricchimento immediato e facile, il successo senza fatica, la competizione esasperata con chi ci è vicino. La scuola primaria  deve porsi come obiettivo il progetto di formare  cittadini democratici che hanno il diritto, come dice la Costituzione, di esprimersi.

L'impegno di tanti maestri ed educatori della scuola ha permesso di costruire  esperienze positive.  Oggi esistono  esperienze pedagogiche valide, io dico che vanno documentate  e fatte conoscere. E’ noto che la qualità della  scuola dell’infanzia ed elementare italiana è riconosciuta fra le migliori al mondo.

Ma non basta.
Se ci si ferma si torna indietro e il percorso verso la scuola della Costituzione sará più difficile e complicato.
La scuola della Costituzione oggi significa mettere al centro il bambino, i suoi diritti di cittadino, la sua cultura che si esprime fin dai primi giorni di vita e valorizzare la sua capacità di comprendere il mondo in cui vive, stimolare le sue capacità critiche e di ragionamento, sperimentare quotidianamente le regole del vivere civile.

 

Se dovesse riassumere la sua idea di scuola, come la spiegherebbe?

Come scuola della Costituzione, la legge di tutti gli italiani.

L’articolo 21 della Costituzione recita  “tutti hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero con le parole, con lo scritto  e ogni altro mezzo…”

Ai miei tempi abbiamo introdotto nella scuola  l'uso di tecniche allora innovative: il ciclostile per stampare il giornalino della classe, il litografo per stampare disegni e manifesti, il mosaico e  la pittura  per rappresentare il mondo figurato e dipingere I grandi quadri di gruppo.

Oggi ci sono  nuovi strumenti  dalle grandi potenzialità: il computer per i testi, la videocamera le macchine fotografiche digitali, internet per trovare informazioni e molto altro ancora.
L'importante, come sempre, è l'uso che si fa di questi strumenti a qualificare la scuola e il progetto educativo che la ispira.

La scuola di oggi può essere anche più capace di adattarsi al mondo che la circonda. Può essere un male se la scuola dovesse essere subalterna ai valori imperanti dell'egoismo individualista e della mancanza di rispetto del prossimo.  Può essere un bene se riesce a mettere a disposizione di tutti strumenti per comunicare, capire,  esprimersi, crescere e per costruire una società sinceramente democratica.

 

suoilibrisonoancoracontinuamenteristampati ,in particolareCipì e non invecchianoPerchésecondo lei?

“Cipì” è un libro speciale, nato in una piccola scuola di campagna il primo giorno di scuola.
Ha avuto una lunga gestazione, quasi due interi anni di scuola: la prima e la seconda elementare.

Siccome i bambini a sei anni sanno parlare correttamente la loro lingua veniva naturale ascoltarli mentre raccontavano le storie della loro prima vita sociale: come giocavano, quale era il lavoro del loro papà e della mamma, quali erano i cibi che preferivano.
Tutti i giorni parlavamo di quello che succedeva intorno a loro, quasi giocando.
Io, maestro, ascoltavo e organizzavo il dialogo che era il racconto vero della loro vita.

Così nasce Cipì: il mondo reale si trasformava con la loro fantasia negli episodi del pericolo del gatto, dell’innamoramento, dell’aiuto per chi si trova in difficoltà, delle tentazioni attuate dagli imbroglioni per incantarli. e tanti altri.

Man mano prendeva forma, sulla base delle esperienze, il mondo fantastico e morale di Cipì: un piccolo passero ricco di emozioni che saltellava davanti alla grande finestra.
L’insieme di questi valori forma il libro che rilancia i valori attuali della democrazia.
Ancora oggi i bambini in Cipì riconoscono i loro valori e le loro emozioni: la paura, la felicità, l’innamoramento, l’amicizia, la solidarietà, il dolore, la gioia.

Per questi motivi e per i valori che esprime dopo cinquanta anni è ancora valido e piace ai bambini e agli adulti che si riconoscono in lui.

 

E’ una domanda che rivolgiamo a tutti i nostri intervistati. Dalla sua esperienza di vita e di maestro ci dica le due convinzioni più forti che ha maturato nel corso della sua vita.

1- La sostituzione del cuore al posto del motore, cioè portare la vita, la sua vitalità, il suo dinamismo al centro della nostra azione invece di agire in modo troppo meccanico.


2- Il cammino  è una strada da percorrere insieme con tenacia, concretezza, passione, responsabilità, determinazione, competenza e divertimento. E’ anche credere che i sogni  si possono realizzare insieme: educatori, bambini e genitori. Nel mio cammino ho avuto la sorpresa di scoprire che questo mestiere rendeva felici.