Francesco Berti Arnoaldi Veli- avvocato, partigiano, antifascista
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Come presenterebbe e riassumerebbe la sua vita come cittadino, come giurista e  uomo di lettere, appartenente da generazioni alla Bologna colta e borghese come la racconta una sua biografia? Come incontra, ancora molto giovane, la Resistenza e la  Guerra partigiana?

Nascere nel ceto borghese può essere comodo, ma ha degli inconvenienti. Passata l’infanzia, non si può far finta di ignorare il problema della giustizia e dell’ingiustizia. I miei maestri per farmi capire che questo problema viene prima di tutto il resto sono stati i miei compagni partigiani, quasi tutti contadini e operai. Sono loro che mi hanno aiutato a cambiare pelle. A loro ho dedicato un libro, intitolato “Coi miei compagni io devo restare”, scrivendo: “Senza la vostra presenza le mie letture, i miei pensieri, le cose che ho fatto dopo, tutto sarebbe stato diverso; ed è per questo che dedico a voi, i miei veri giudici invisibili nel profondo della coscienza, queste pagine”.

Poi abbiamo saputo che la giustizia non è la figlia, ma la madre della libertà.

Sono contento di essere stato partigiano in una brigata “Giustizia e Libertà”.

 

Entriamo nel periodo della Guerra Partigiana. Lei combatté nell’appennino bolognese, ma ha un legame particolare con la città di Carpi, che lo ha nominato cittadino onorario ed è stato Presidente della Fondazione del Campo di Concentramento di Fossoli.  Perché questo percorso, che io, essendo di Fossoli,  sento molto vicino?

Sono stato a Carpi per la prima volta in vita mia nell’agosto 1943, per trovare il mio amico Giuliano Benassi. Avevo diciassette anni, il 25 luglio ci aveva colti impreparati. Nella villa di Quartirolo dove viveva la famiglia Benassi parlammo a lungo su ciò che ci attendeva, e cui non eravamo preparati. Giuliano insistè su un concetto: “dobbiamo prepararci”. Erano le prime doglie di una metamorfosi morale che si era aperta, finalmente. Quando tornai una seconda volta a Carpi, Giuliano non c’era più: era “alla macchia”. Avevamo già capito quale era la strada giusta.

Il mio antifascismo, ancora in fasce, era nato a Carpi.

Quando mi venne proposto di occuparmi della Fondazione ex Campo di Fossoli, accettai con l’animo di chi entra in un tempio. La cittadinanza onoraria che il Comune di Carpi ha voluto darmi esaltò anche la mia “modenesità”, e i miei due quarti di sangue modenese: i genitori di mia madre erano entrambi della Concordia, ed a Carpi vi sono ancora dei parenti. Posso dire di sentire Carpi come una seconda patria, e sono contento di poterla definire “capitale italiana dell’antifascismo”.

 

Anche alle ultime celebrazioni del 25 aprile a San Lazzaro lei si è soffermato su alcuni concetti: memoria, identità di chi combattè  la Guerra di liberazione, necessità di non omologare. Perché oggi se ne sente il bisogno, anche se, come lei ha affermato:“non voglio mica la luna”?

Abbiamo fatto la Resistenza per aver  diritto e essere diversi, non più inquadrati per obbedire a una volontà sola. La diversità è il valore che alimenta la democrazia, cioè la libertà di vivere in una comunione di persone che hanno idee diverse, ma che si rispettano. Le ricorrenti crisi politiche in Stati che, come l’Italia, fondano i diritti di libertà sul riconoscimento costituzionale delle diverse identità conviventi nella società nazionale, sono inseparabili da un deficit di rispetto civile: non contrastato, ma volentieri incoraggiato da un costume politico corrotto. La Resistenza non è mai finita, in realtà.

 

Perché non è stato possibile fare  in Italia del 25 aprile una grande Festa nazionale, come lo è in altri paesi? Cosa è mancato e cosa oggi si dovrebbe fare?

La festa del 25 aprile è l’emblema delle persone e di partiti che si sono battuti nella Resistenza contro il fascismo. Vi sono uomini e movimenti che alla lotto contro il fascismo hanno sostituito quella contro il comunismo. Sono posizioni non omologabili; e tuttavia l’anticomunismo paranoico ha condotto per decenni una guerra senza quartiere per escludere dall’arena politica la sinistra comunista. Quando si è profilato il pericolo di un avvicinamento del partito comunista al governo, una reazione parossistica ha portato all’assassinio di Moro. Abbiamo fatto la Resistenza, ma l’Italia non è guarita dall’infezione fascista che resta in sopravvivenze revisionistiche, con movimenti violenti, nella corruzione, e finanche nella contestazione della data del 25 aprile come giorno della liberazione.

Non nascondiamoci dietro un dito: il fascismo, come disse Gobetti, fa parte dell’autobiografia della nazione. Non muore perché ha sempre trovato il ventre molle di un popolo che non ha ancora vinto le sue secolari debolezze morali. Per questo credo che i valori e la memoria della Resistenza siano più che mai attuali. Con la speranza che le nuove generazioni – che dispongono di mezzi di conoscenza storica e di riflessione morali senza limiti – se ne accorgano.

 

E’ uguale per tutti i nostri intervistati. Quali sono le due convinzioni più profonde che ha maturato nel corso della sua vita e vorrebbe rientrassero nella memoria condivisa delle nuove generazioni?

Antifascismo, come convinzione fondamentale che orienta e accompagna tutta la vita.

Viviamo tra due assoluti: che si nasce, che si more. In mezzo, c’è la vita. Non possiamo più credere all’immortalità dell’anima, a costo di dare un dispiacere a Pascal, che resta un grande Maestro. Tra un milione o un miliardo di anni (non importa) anche il sole esploderà, e la terra tornerà nel nulla. La nostra salvezza resta nella vita

 

 

 

 

 

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