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Chiudo questo ciclo dei protagonisti del 25 aprile con un omaggio ai miei genitori, nomi di battaglia Olmes e Adriana, a Irma e Oscar e alle genti della mia terra di Fossoli, tristemente famoso per il Campo di concentramento

(www.fondazionefossoli.org/it/index.php), che silenziosamente e a rischio della propria vita furono la rete di supporto, approvvigionamento e rifugio per le migliaia di partigiani della pianura. In quelle valli, chi, se non le famiglie, potevano nascondere quei ragazzi e quelle ragazze?

Il campo di concentramento è il protagonista di sfondo di questo colloquio, tutto rigorosamente in dialetto, con Oscar Sala 92 anni e Irma Redeghieri di 88, una splendida coppia, lucida e spiritosa, insieme dal 1945. Con questo loro spirito ottimista, hanno partecipato alla Resistenza, sfruttando l’arroganza e la sicumera di tedeschi e repubblichini.

Irma abitava dal 1933 a “La Francesa”, un podere di 40 biolche confinante con il campo di concentramento, con la sua famiglia: i genitori, suo fratello Bruno e le tre sorelle- Armida, Piera e Rina, e lo zio Enrico, fratello del padre “put”, cioè scapolo, come si diceva allora. Erano mezzadri.

Oscar abitava a Fossoli, nella stessa casa di mio padre, (dove poi ho abitato anch'io per un certo periodo) ma andava a lavorare nella stalla dei Redeghieri. Ci andava prima,  poi-quando scappò da Torino, dove faceva il militare dopo l’8 settembre e ritornò a piedi a casa- ci ritornò.

Poi cominciano  i racconti, in cui i ricordi s’intrecciano, quelli di Irma sulla famiglia e quelli di Oscar sulla resistenza partigiana. Alcuni degli episodi riportati sono  citati nel documento “Cronologia della Resistenza modenese”.

 associazioni.monet.modena.it/iststor/fdownload.php?file=MjcuZG9j

Al campo c’erano gli inglesi e i francesi come prigionieri sino al settembre del 1943. A fare loro la guardia i tedeschi e gli italiani dell’esercito. Furono trasferiti tra il 23/4 settembre.

 “Dopo due  giorni che il campo era vuoto, dice Irma, vediamo uscire da un buco fuori dalla rete di recinzione del campo alcune persone, barcollanti, con le mani sugli occhi. Erano alcuni prigionieri che avevavo da giorni scavato un tunnel, prima che venisse l’ordine della partenza e non erano, nella fretta  del trasferimento, stati trovati. Li facemmo venire in casa nostra, li nascondemmo in soffitta. La mamma ammazzò la gallina e fece la sfoglia e le tagliatelle. Il giorno dopo la polenta. Poi mio fratello li portò ad un comitato antifascista costituito a Limidi, perché li aiutassero a raggiungere le loro linee. Sette su otto ci mandarono alla fine della guerra un biglietto di ringraziamento; di uno non sapemmo più niente”. Ma la memoria ha una nuova protagonista nella generazione seguente.

Nel 1955 venne creato un comitato, presieduto dal sindaco di Carpi Bruno Losi e composto dai rappresentanti degli enti locali, dall'Unione delle comunità israelitiche e dalle associazioni di ex deportati e combattenti con lo scopo di organizzare iniziative tese a valorizzare il sacrificio e la resistenza delle vittime dei nazisti che poi portò alla costruzione del Museo  del deportato. (www.palazzodeipio.it/imusei/Sezione.jsp?idSezione=33).

In quell’occasione ci fu una grandissima manifestazione in cui arrivarono pullman da tutti i paesi che avevano vissuto la tragedia del nazismo.

Eravamo in piazza a Carpi, aggiunge Onelia, la figlia di Irma e Oscar, con la nonna Mimma, quando si avvicinò un uomo che abbracciò la nonna, chiamandola “grand-maman”. Era uno dei soldati francesi a cui aveva dato da mangiare le tagliatelle”.

Dopo l’8 settembre e soprattutto dopo l’assalto al treno (24 giugno 1944 ) da parte dei partigiani ( raggruppati poi nel distaccamento Aristide), per impedire la deportazione di prigionieri dal campo, la situazione precipitò. Narra Oscar:"dopo la fucilazione di sei antifascisti di Fossoli, non era più possibile girare soprattutto di sera e io che dovevo raggiungere la stalla de La Francesa alle 4 del mattino , non ero più sicuro e mi trasferii lì. C’erano continui rastrellamenti, guidati dai repubblichini anche nella casa dove stavo e dopo che rischiò di essere preso tuo padre ( la mia famiglia abitava nella stessa casa - lg.) non era più possibile rimanere. Olmes ( il nome di battaglia di mio padre n.di r.) fu salvato da una donna che abitava nella nostra stessa casa:  la Zoraide. Quando arrivarono le camicie nere- erano loro che andavano nelle case perché conoscevano gli abitanti- “la Zoraide” lo nascose in un sottoscala, davanti ci mise la chioccia con i pulcini. Quando aprirono lo sportello cominciò a gridare: “ i me pulzein, i me pulzein ( miei pulcini). I fascisti chiusero e se ne andarono nella casa vicina".

Nell’agosto del ’44 fu proibito l’uso della bicicletta dalle 20 alle 5 del mattino.

Al campo erano iniziati ad arrivare da tutta Italia, i prigionieri destinati ai lager tedeschi: ebrei, politici, tutti quelli ritenuti avversari del regime.

C’erano compiti ben divisi in famiglia, continua Irma e una nipote, Franca che si è aggregata. I bambini andavano a giocare vicino alla rete del campo e giocando lanciavano pezzi di pane e polenta ai prigioneri.

Gli uomini andavano  in campagna indossando due tute e due cappelli, uno sopra l’altro e con  due attrezzi in mano. Quando era stata organizzata  qualche fuga, si avvicinavano al fosso e ai pioppi, rivestivano il fuggiasco con gli abiti e gli davano un attrezzo, così si allontanava in mezzo ai contadini senza essere notato. Poi veniva portato ai comandi partigiani, con cui eravamo in contatto.

Come era possibile tutto questo a 200 metri dalle truppe tedesche?

“Abbiamo avuto fortuna, ma loro essendo noi così vicini non pensavano potessimo “tradire”. Invece ospitavamo partigiani e fuggiaschi” dice Irma. La vicinanza del campo ci ha, in qualche modo, salvato dai bombardamenti dei tedeschi.

Anche Franca, che con la sua famiglia, abitava a Limidi, vicino al comando tedesco, stanziato a Villa Cavazzuti, conferma: spesso entravano in casa nostra, portandoci anche da mangiare e a me un bambolotto. Però quando uscivano,  mio padre, continua, doveva approvvigionare i partigiani, preparare dei cavalli e altro, dietro alle spalle dei tedeschi. Poi il giorno della liberazione volevamo raggiungere i nonni alla Francesa, ma fummo bloccati per una notte intera a pochi chilometri di distanza e ci fu sconsigliato di proseguire.

Perché, sino all’ultimo giorno, il 25 aprile,  La Francesa fu al centro della guerra di Resistenza.

Scoppiò un violento combattimento intorno alla casa, tra partigiani e tedeschi. Furono lanciate  delle bombe a gas. Mio zio Enrico, detto Rico, dice Irma, distribuiva, soprattutto ai bambini i fazzoletti bagnati, perché si coprissero la bocca. Uno dei tedeschi si avvicinò alla porta e cominciò a far vedere a mio zio e a mio fratello  l’orologio, dei soldi perché lo facessero entrare. Ma  erano ancora troppo vive le paure, le ingiustizie, i ricordi dei morti perché si potesse avere pietà.

Quante paure avete passato?

Te ne racconto due, comincia Oscar.

La prima è stata i primi di luglio del 1944. Stava per iniziare la battaglia, con il ritiro delle cinghie trebbiatrici per impedire che il grano fosse sequestrato dai tedeschi. Avevamo poi l’indicazione dove c’erano degli ammassi di provviste di prelevarle e distribuire tra la popolazione, che  pativa una gran fame. Noi vuotammo il magazzino del formaggio di una grossa tenuta agricola, la Corte, in centro a Fossoli, di un ricchissimo proprietario agricolo milanese. Prendemmo le forme di formaggio e le distribuimmo tra  gli abitanti in fondo al paese, alla Giardiniera, un incrocio importante. Ad un certo punto fummo attaccati da tedeschi e fascisti. Combattemmo a lungo ma eravamo troppo pochi. Io mi sentii una pallottola che mi sfiorò un orecchio. Credevo di morire in quell’occasione. Poi ci ritirammo.

Un’altra volta ero nella stalla, quando ho visto venire verso La Francesa, un gruppo numeroso di fascisti. Pensavo fossero venuti a cercarmi. Mi nascosi in un pozzo che avevamo preparato e rimasi lì delle ore in mezzo all’acqua.  Fortunatamente anche quella volta, non era la mia ora. I fascisti si fermarono a riposarsi vicino all’altra casa, poi ripartirono.

E tu Irma? Ne ho passate tante che neppure me le ricordo, quando passavano gli aerei ma questi poi proseguivano. Quando avevamo in casa dei partigiani, quando Oscar o un altro dei nostri non tornavano alle ore previste.

Ma chi vi aveva detto di fare tutto questo?

In casa mia, precisa Irma, non hanno neanche mai voluto che ci vestissimo da Balilla o da piccole italiane e non c’è mai passato per la mente che si potesse fare diversamente. Nessuno in famiglia ha mai avuto dei dubbi. Abbiamo dato quello che potevamo, mai siamo andati, come qualcun altro ha fatto, a comprare pellicce e gioielli dei deportati che i fascisti vendevano, né, quando è finita la guerra, a frugare  nel campo per trovare qualcosa, anche se  abbiamo patito tanta fame.

E tu Oscar, quando sei tornato a casa da Torino, come hai scelto?

Bisognava decidere, da una parte o dall’altra. Stare in mezzo voleva dire vivere come topi di fogna nascosti. Allora ho scelto, perché anche  nella nostra famiglia non c’erano dubbi. Tra i miei parenti uno è stato in campo di concentramento, altri partigiani, sempre antifascisti.

Oggi le case  contadine de La Francesa sono diroccate, ma il terreno attorno è diventato un’oasi del wwf, (www.oasilafrancesa.org/). La serenità dopo tutti quegli orrori.

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(www.fondazionefossoli.org/it/index.php), che silenziosamente e a rischio della propria vita furono la rete di supporto, approvvigionamento e rifugio per le migliaia di partigiani della pianura. In quelle valli, chi, se non le famiglie, potevano nascondere quei ragazzi e quelle ragazze?

Il campo di concentramento è il protagonista di sfondo di questo colloquio, tutto rigorosamente in dialetto, con Oscar Sala 92 anni e Irma Redeghieri di 88, una splendida coppia, lucida e spiritosa, insieme dal 1945.Questo loro spirito ottimista, in quei tempi, ha permesso loro di contribuire alla Resistenza, sfruttando l’arroganza e la sicumera di tedeschi e repubblichini.

Irma abitava dal 1933 a “La Francesa”, un podere di 40 biolche confinante con il campo di concentramento, con la sua famiglia: i genitori, suo fratello Bruno e le tre sorelle- Armida, Piera e Rina, e lo zio Enrico, fratello del padre “put”, cioè scapolo, come si diceva allora. Erano mezzadri.

Oscar abitava a Fossoli, nella stessa casa di mio padre, ma andava a lavorare nella stalla dei Redeghieri. Ci andava prima  poi, quando scappò da Torino, dove faceva il militare, dopo l’8 settembre e ritornò a piedi a casa, ci ritornò.

Poi cominciano  i racconti, in cui i ricordi s’intrecciano, quelli di Irma sulla famiglia e quelli di Oscar sulla resistenza partigiana.Alcuni degli episodi riportati sono  citati nel documento “Cronologia della Resistenza modenese”.

 associazioni.monet.modena.it/iststor/fdownload.php?file=MjcuZG9j

Al campo c’erano gli inglesi e i francesi come prigionieri sino al settembre del 1943. A fare loro la guardia i tedeschi e gli italiani dell’esercito. Furono trasferiti tra il 23/4 settembre.

 “Dopo due  giorni che il campo era vuoto, dice Irma, vediamo uscire da un buco fuori dalla rete di recinzione del campo alcune persone, barcollanti, con le mani sugli occhi. Erano alcuni prigionieri che avevavo da giorni scavato un tunnel, prima che venisse l’ordine della partenza e non erano, nella fretta  del trasferimento, stati trovati. Li facemmo venire in casa nostra, li nascondemmo in soffitta. La mamma ammazzò la gallina e fece la sfoglia e le tagliatelle. Il giorno dopo la polenta.Poi mio fratello li portò ad un comitato antifascista costituito a Limidi, perché li aiutassero a raggiungere le loro linee. Sette su otto ci mandarono alla fine della guerra un biglietto di ringraziamento; di uno non sapemmo più niente”. Ma la memoria ha una nuova protagonista nell generazione seguente.

Nel 1955 venne creato un comitato, presieduto dal sindaco di Carpi Bruno Losi e composto dai rappresentanti degli enti locali, dall'Unione delle comunità israelitiche e dalle associazioni di ex deportati e combattenti con lo scopo di organizzare iniziative tese a valorizzare il sacrificio e la resistenza dellevittime dei nazisti che poi portò alla costruzione del Museo  del deportato. (www.palazzodeipio.it/imusei/Sezione.jsp?idSezione=33).

In quell’occasione ci fu una grandissima manifestazione in cui arrivarono pullman da tutti i paesi che avevano vissuto la tragedia del nazismo.

Eravamo in piazza a Carpi, aggiunge Onelia, la figlia di Irma e Oscar, con la nonna Mimma, quando si avvicinò un uomo che abbracciò la nonna, chiamandola “grand-maman”. Era uno dei soldati francesi a cui aveva dato da mangiare le tagliatelle”.

Dopo l’8 settembre e soprattutto dopo l’assalto al treno (24 giugno 1944 ) da parte dei partigiani ( raggruppati poi nel distaccamento Aristide), per impedire la deportazione di prigionieri dal campo, la situazione precipitò. Narra Oscar, dopo la fucilazione di sei antifascisti di Fossoli, non era più possibile girare soprattutto di sera e io che dovevo raggiungere la stalla de La Francesa alle 4 del mattino , non ero più sicuro e mi trasferii lì. C’erano continui rastrellamenti, guidati dai repubblichini anche nella casa dove stavo e dopo che rischiò di essere preso tuo padre ( la mia famiglia abitava nella stessa casa - lg.) non era più possibile rimanere. Olmes ( il nome di battaglia di mio padre n.di r.) fu salvato da una donna che abitava nella nostra stessa casa:  la Zoraide. Quando arrivarono le camicie nere- erano loro che andavano nelle case perché conoscevano gli abitanti- “la Zoraide” lo nascose in un sottoscala, davanti ci mise la chioccia con i pulcini. Quando aprirono lo sportello cominciò a gridare: “ i me pulzein, i me pulzein ( miei pulcini). I fascisti chiusero e se ne andarono nella casa vicina.

Nell’agosto del ’44 fu proibito l’uso della bicicletta dalle 20 alle 5 del mattino.

Al campo erano iniziati ad arrivare da tutta Italia, i prigionieri destinati ai lager tedeschi: ebrei, politici, tutti quelli ritenuti avversari del regime.

C’erano compiti ben divisi in famiglia, continua Irma e una nipote, Franca che si è aggregata. I bambini andavano a giocare vicino alla rete del campo e giocando lanciavano pezzi di pane e polenta ai prigioneri.

Gli uomini andavano  in campagna indossando due tute e due cappelli, uno sopra l’altro e con  due attrezzi in mano. Quando era stata organizzata  qualche fuga, si avvicinavano al fosso e ai pioppi, rivestivano il fuggiasco con gli abiti e gli davano un attrezzo, così si allontanava in mezzo ai contadini senza essere notato. Poi veniva portato ai comandi partigiani, con cui eravamo in contatto.

Come era possibile tutto questo a 200 metri dalle truppe tedesche?

“Abbiamo avuto fortuna, ma loro essendo noi così vicini non pensavano potessimo “tradire” Invece ospitavamo partigiani e fuggiaschi” dice Irma. La vicinanza del campo ci ha, in qualche modo, salvato dai bomardamenti dei tedeschi.

Anche Franca, che con la sua famiglia, abitava a Limidi, vicino al comando tedesco, stanziato a Villa Cavazzuti, conferma: spesso entravano in casa nostra, portandoci anche da mangiare e a me un bambolotto. Però quando uscivano,  mio padre, continua, doveva approvvigionare i partigiani, preparare dei cavalli e altro, dietro alle spalle dei tedeschi. Poi il giorno della liberazione volevamo raggiungere i nonni alla Francesa, ma fummo bloccati per una notte intera a pochi chilometri di distanza e ci fu sconsigliato di proseguire.

Perché, sino all’ultimo giorno, il 25 aprile,  La Francesa fu al centro della guerra di Resistenza.

Scoppiò un violento combattimento intorno alla casa, tra partigiani e tedeschi. Furono lanciate  delle bombe a gas. Mio zio Enrico, detto Rico, dice Irma distribuiva, soprattutto ai bambini i fazzoletti bagnati, perché si coprissero la bocca. Uno dei tedeschi si avvicinò alla porta e cominciò a far vedere a mio zio e a mio fratello  l’orologio, dei soldi perché lo facessero entrare. Ma  erano ancora troppo vive le paure, le ingiustizie, i morti perché si potesse avere pietà.

Quante paure avete passato?

Te ne racconto due, comincia Oscar.

La prima è stata i primi di luglio del 1944. Stava per iniziare la battaglia, con il ritiro delle cinghie trebbiatrici per impedire che il grano fosse sequestrato dai tedeschi. Avevamo poi l’indicazione dove c’erano degli ammassi di provviste di prelevarle e distribuire tra la popolazione, che  pativa una gran fame. Noi vuotammo il magazzino del formaggio di una grossa tenuta agricola, la Corte, in centro a Fossoli, di un ricchissimo proprietario agricolo milanese. Prendemmo le forme di formaggio e le distribuimmo tra  gli abitanti in fondo al paese, alla Giardiniera, un incrocio importante. Ad un certo punto fummo attaccati da tedeschi e fascisti. Combattemmo a lungo ma eravamo troppo pochi. Io mi sentii una pallottola che mi sfiorò un orecchio. Credevo di morire in quell’occasione. Poi ci ritirammo.

Un’altra volta ero nella stalla, quando ho visto venire verso La Francesa, un gruppo numeroso di fascisti. Pensavo fossero venuti a cercarmi. Mi nascosi in un pozzo che avevamo preparato e rimasi lì delle ore in mezzo all’acqua.  Fortunatamente anche quella volta, non era la mia ora. I fascisti si fermarono a riposarsi vicino all’altra casa, poi ripartirono.

E tu Irma? Ne ho passate tante che neppure me le ricordo, quando passavano gli aerei ma questi poi proseguivano. Quando avevamo in casa dei partigiani, quando Oscar o un altro dei nostri non tornavano alle ore previste.

Ma chi vi aveva detto di fare tutto questo?

In casa mia, precisa Irma, non hanno neanche mai voluto che ci vestissimo da Balilla o da piccole italiane e non c’è mai passato per la mente che si potesse fare diversamente. Nessuno in famiglia ha mai avuto dei dubbi. Abbiamo dato quello che potevamo, mai siamo andati, come qualcun altro ha fatto, a comprare pellicce e gioielli dei deportati che i fascisti vendevano, né, quando è finita la guerra, a frugare  nel campo per trovare qualcosa, anche se  abbiamo patito tanta fame.

E tu Oscar, quando sei tornato a casa da Torino, come hai scelto?

Bisognava decidere, da una parte o dall’altra. Stare in mezzo voleva dire vivere come topi di fogna nascosti. Allora ho scelto, perché anche  nella nostra famiglia non c’erano dubbi. Tra i miei parenti uno è stato in campo di concentramento, altri partigiani, sempre antifascisti.

Oggi le case  contadine de La Francesa sono diroccate, ma il terreno attorno è diventato un’oasi del wwf, (www.oasilafrancesa.org/). La serenità dopo tutti quegli orrori.

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